coltura generata, vivificata, spinta innanzi dalla religione,
dall'operositá cristiana. Qui si, abbondavano i soggetti reali, belli,
grandi, incalzanti.--Ma, né religiosamente né letterariamente
parlando, non oserem nominare come parti o frutti di tal coltura i
Vangeli, gli Atti o le lettere degli apostoli. Ivi la semplicitá è piú
che aurea, o del secolo d'Augusto; ivi i pensieri spirituali ed anche
temporali, ivi l'altezza e l'ampiezza dei giudizi e delle previsioni
morali, ed anche storiche e politiche, sono tali, che a chiunque vi
s'interni spregiudicatamente, sará impossibile non vedere, per cosí
dire, materialmente la sopranaturalitá, l'onniveggenza, la ispirazione
divina di quelle scritture. Compatibili al paragone di noi sono coloro
che non le videro, ne' secoli precedenti. Ma in questo nostro cosí
inoltrato nell'adempimento di tanti destini umani e cristiani,
predetti lá da per tutto (principalmente nelle predicazioni di Gesú
Cristo e nelle _Epistole_ di san Paolo), e che non si potevan pure
naturalmente prevedere allora, io non so come possiamo leggere quelle
scritture senza esser compresi di meraviglia e quasi di spavento,
senza sentirci quasi in presenza materiale di quella inevitabile
sopranaturalitá, di quella rivelazione. E quindi non frutti, ma semi
diremo questi della coltura cristiana; la quale poi in realtá si trova
tutta derivata da essi.--Greci tutti dapprima, latini molti poi degli
scrittori cristiani, li nomineremo tutti insieme, come membri d'una
sola coltura. I primi, san Clemente papa, san Barnaba, sant'Ignazio,
san Policarpo, scrissero non piú che lettere a conforto e guida di
questa o quella chiesa, come gli apostoli.--Ma tra breve, fin da mezzo
il secondo secolo (che tal si conta dell'imperio e della chiesa, quasi
esattamente coetanei) sorsero scrittori maggiori; molti apologisti
della religione nuova contro alla religione e alla filosofia antiche,
fra cui principali san Giustino israelita, san Clemente alessandrino,
Tertulliano latino ed altri minori; oltre a sant'Ireneo ed altri
scrittori propriamente teologi o controversisti contra gli eretici.--E
continuarono i primi, e moltiplicaronsi i secondi nel terzo secolo; o
piuttosto, apologisti e controversisti insieme furono gli scrittori
ecclesiastici giá allora numerosi e fecondi ed eloquentissimi, Origene
e Dionisio alessandrini, san Cipriano, san Gregorio taumaturgo,
Esichio e molti altri. E questo secolo è pur quello dell'imperio
straziato dalle contese militari, e della coltura antica risolutamente
precipitante; ondeché in esso giá si può dire asserita la superioritá,
la vittoria della coltura nuova.--Tanto piú nel secolo seguente e
quarto, che fu quello di Costantino, e della Chiesa trionfante nello
Stato, ma straziata dall'eresia ariana e da parecchie altre. E quindi
s'affolla la serie degli scrittori ecclesiastici d'ogni sorta, ed è
una folla di grandi; sant'Atanasio l'eroe della guerra ariana, san
Cirillo, sant'Ilario, sant'Eusebio, sant'Efrem, san Basilio, due santi
Gregori, quel di Nicea e quel di Nazianzo, san Giovanni crisostomo,
Arnobio, Lattanzio e il nostro sant'Ambrogio tra molti altri.--E
seguono finalmente, nati nel medesimo secolo, finiti nella prima metá
del quinto, san Pietro crisologo, san Leone papa (il fermator
d'Attila), Sulpicio Severo, Paolo Orosio, san Prospero, Prudenzio,
Apollinare, e sopra tutti questi (quasi tutti latini oramai) i due
grandi lumi della chiesa latina, san Girolamo e sant'Agostino.--Greci
o latini, i maggiori di tutti questi son quelli che si soglion
chiamare meritamente i «santi padri della Chiesa»; e i piú sono dalla
metá del quarto alla metá del quinto secolo, quando giá era poco men
che cessata la coltura antica, quando giá erano inondati di barbari i
due imperii, e principalmente il latino; onde apparisce piú che mai la
contrarietá delle due colture antica e cristiana, delle due serie
decrescente e crescente. E perché poi nell'ultima metá del secolo
quinto cessò a un tratto questo gran fiorire della coltura cristiana,
perciò apparisce sopratutto che quella scusa, quel quasi vanto di
essere stata distrutta da' barbari che si dá da alcuni alla coltura
antica, non a lei, ma sí veramente si può, si dee dare alla sola
coltura cristiana.--Le arti cristiane poi, furono naturalmente
oscurissime ne' tre primi secoli, tra le catacombe. D'architettura non
n'era bisogno né possibilitá in tali luoghi; né vi potevan fiorir
nemmeno le pitture o le sculture. Quindi sono rozzissimi e discordi da
quelli dell'arte idolatra i pochi monumenti cristiani che si trovano
di quell'etá primitiva. Né sorsero guari poi, all'uscir dalle
catacombe, le due arti figurative cristiane: trovavano giá decadute
anche l'arti idolatre. Ma sorse a un tratto a nuovi modi
l'architettura; quell'arte tanto piú varia che non le due sorelle,
perché ella può e deve adattarsi alle variabili condizioni della
societá, mentre queste debbono sempre figurare l'invariabil natura.
Cosí l'architettura cristiana prese per li templi la forma delle
basiliche da' primi edifizi donati a tale uso; e v'aggiunse poi i due
lati a crociera, per ricordar nella pianta o la croce, o piuttosto i
crocicchi delle catacombe. Sono del tempo di Costantino, oltre altre,
l'antica chiesa di San Pietro, e quella di San Paolo che durò fino
agli anni nostri. E la rozza magnificenza dell'ultima basterebbe sola
a provare che se son sognate le donazioni di potenza politica, furono
reali quelle di edifizi ed altre possessioni, fatte ai papi da
Costantino. Dal quale in poi moltiplicaronsi gli edifizi sacri in
Italia e fuori, ed in Costantinopoli principalmente; e perché
naturalmente e bene o male gli edifizi dánno occasioni di pitture e
scolture, nacquene nell'arte intiera quello stile, che, per essere
stato coltivato principalmente e piú a lungo a Costantinopoli, ebbe e
serba nome di «bizantino». Stile rozzo, goffo, e decaduto senza
dubbio; ma serbò pure un resto d'arti; ma aiutò il risorgimento poi.
Ondeché dell'arti come delle lettere si può dire che le cristiane
sorsero fin d'allora a' progressi futuri, mentre le idolatre finivano
di cadere.
LIBRO QUARTO
ETÁ QUARTA: DEI BARBARI
(anni 476-774).
1. Il nesso tra le due storie nostre.--Giunti al limite tra le due
storie nostre, fermiamoci un momento: non sará forse perduto a far
intendere ciò che le memorie della prima poterono e possono anche
operare nella seconda.--L'Italia è la sola tra le nazioni d'Europa,
che abbia una grande storia antica, una grande moderna; Grecia non ha
finora se non la prima; l'altre non hanno in proprio se non la
seconda, non hanno della prima se non guari quella parte della nostra,
che resta loro dall'essere state province dell'imperio romano. Alcuni
affettano trattar di quell'imperio quasi comune culla, di quella
civiltá quasi comune merito, de' romani quasi comuni padri a tutte le
nazioni occidentali d'Europa. Ma sono fatti storici evidentissimi, che
l'imperio fu primamente e lungamente de' romani e degli altri italici;
che la civiltá fu primamente, lungamente, esclusivamente tutta
italica; e che, se alquanto del sangue de' signori italici si mescolò
con quello de' sudditi occidentali, mescolatisi poi l'uno e l'altro
col sangue germanico, quel sangue signorile non si mescolò in Italia
se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra
dubbio: noi siam di razza, di sangue piú puro; noi siamo piú
anticamente potenti e signori, piú nobili, nobilissimi.--Ma ciò
conceduto, incombevano nell'etá seguenti, incombono ora tanto piú,
alla nostra nobil nazione tutti i doveri, tutte le convenienze che
sono universalmente imposte alle nobili famiglie. Dunque tra le altre:
1° Non esagerare la propria nobiltá; e cosí non dir per esempio quel
nonsenso, che la nostra schiatta sia piú antica dell'altre; perciocché
tutte le schiatte sono egualmente antiche, vengon tutte dal padre Noè
e dal padre Adamo; lasciar anzi lo stesso vanto della puritá del
sangue; perciocché, oltre alla difficoltá del provarla risalendo
all'origini piú antiche che noi vedemmo cosí moltiplici, non è deciso
poi se sien migliori, e piú atti a tutto, i sangui puri o i misti.--2°
Di puro o non puro sangue, padri o non padri nostri, coloro che
abitarono anticamente le nostre terre, che bevetter le nostre arie,
furono giá il popolo piú forte in guerra, piú sodo in politica, piú
civile e piú colto in tutto, fra tutti quelli dell'antichitá; e ciò
basta a provare la falsitá di quello scoraggiamento datoci da molti
stranieri, accettato da alcuni nostri, che il nostro molle clima, la
nostra bella terra ci faccia naturalmente men forti che gli
occidentali o settentrionali. La bella, la molle Italia, fu giá la
forte, la virile Italia. Ma dovere nostro secondo era ed è, non
esagerare, non difendere in tutto questa virtú degli avi. Sacro è
senza dubbio difendere, colla veritá, la memoria d'un padre; ma men
sacra, ed anche men possibile, si fa questa difesa per l'avo, meno
ancora per il bisavo, e poi per l'atavo e gli avi piú lontani via via;
e perché piú numerosi, e perché viventi in que' tempi piú e piú
barbari, quando la potenza e l'illustrazione non si acquistavano guari
in modi legittimi e virtuosi. Non v'è mezzo: o bisogna sacrificar la
difesa delle conquiste e dell'imperio dei nostri maggiori, o bisogna
sacrificar la difesa de' migliori e piú certi principi della presente
civiltá: tutti quelli principalmente, su cui si fondano i diritti, i
doveri dell'indipendenza. Se noi giustifichiamo l'imperio dei nostri
avi sugli iberi, sui galli e sui germani, noi giustifichiam l'imperio
de' francesi, degli spagnuoli e de' tedeschi su noi; né credo che il
voglia niun italiano presente. Ma pur troppo il vollero molti italiani
del medio evo; e vedremo l'inopportuna memoria dell'imperio romano, e
le pretese di rinnovarlo sviar le nostre generazioni, guastar quasi
tutta la nostra storia moderna.--E quindi apparisce un terzo nostro
dovere, che è di emular sí, ma non pretendere a pareggiare i grandi
maggiori; di emularli secondo i tempi mutati e le proprie possibilitá.
Tutte le imitazioni servili, troppo simili, nascono da incapacitá,
riescono a mediocritá nell'opera, anche piú che nello scritto. Uno che
voglia operare, non dico come l'antico autore di sua famiglia, ma come
l'avo di due o tre generazioni, è stolto e si fa risibile a guisa del
famoso cavaliero. Cosí qualunque nazione. Noi fummo giá la prima in
potenza tra le antiche, la prima in coltura tra le moderne; ma noi
siamo (non voglio dire a qual grado) decaduti dall'uno e l'altro
primato; e bisogna saperlo vedere. Perciocché tutti quei doveri,
comuni a chiunque pretende a nobiltá, sono tanto piú stretti a
chiunque si trovi in nobiltá decaduta. Nella quale, i vanti
d'antichitá, i vanti della virtú degli avi, i vanti di pareggiarli, si
fanno poi non solamente piú risibili ma fatali. La superbia può essere
tollerabile quando si cerca ne' propri meriti, ma non quando si fruga
tra gli avi. Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti.
Per fare tutto quello che si può, bisogna non pretendere a quello che
non si può. Di tutti i sogni che distraggono dalla realitá, i sogni
del passato sono i pessimi, perché i piú impossibili ad effettuare; il
futuro anche piú improbabile può succedere, ma il passato non succede
mai piú. Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come de' nuovi
uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di esser
tutto al presente e all'avvenire; e tal fu appunto Roma antica, tale è
la nazione anglo-americana presente. Del resto, io mi vergogno di
dimorar cosí a lungo su queste debolezze; ma elle furono quelle di
tutti quanti i secoli che ci restano a percorrere; e sono d'oggi,
dicevo io e pur troppo non m'ingannavo, quando scrivevo per la prima
volta questa pagina; e guastano, in somma, i giudizi sulle nostre due
storie antica e moderna, e sulla presente e la futura ancora. Epperciò
parvemi ufficio di storico il segnalarle.--Ma se, tutto ciò lasciando,
noi ci sapremo mai innalzare all'intelligenza dell'ufficio, del
destino peculiare di nostra nazione in mezzo a quello universale del
genere umano (quella intelligenza che è sommo e pratico fine di
qualunque storia nazionale lunga o breve), noi non troveremo nulla di
meglio né di piú a dire su Roma e l'imperio romano antico, che ciò che
ne fu detto dai tre maggiori filosofi storici che sieno stati mai,
sant'Agostino, Dante e Bossuet; cioè, che evidentemente l'ufficio, la
missione providenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di
apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della
cristianitá. E questo modo di vedere si fará a noi tanto piú manifesto
nelle due etá seguenti, in che vedremo accorrere le genti barbariche,
e sorgere le nazioni moderne a prender lor luoghi nella cristianitá. E
vedremo poi nella etá ulteriore, dei comuni, sorgere un nuovo ufficio
o destino nostro non meno evidente, non meno bello; quello di ravviare
e riunire la cristianitá in una nuova civiltá e in una nuova coltura;
e soffrir noi certamente e molto in questa grand'opera, ma compierla
meno a pro nostro che d'altrui; e poter quindi rallegrarci ancora dei
nostri stessi dolori, riusciti cosí utili nell'ordine universale. E
non sará guari se non nell'ultima delle etá nostre, in quella che
chiameremo delle preponderanze straniere, che noi troveremo dolori
senza compensi, patria storia senza patrio ufficio, senza
consolazione, senza gloria. Fino allora, in un modo o in un altro, noi
avevamo operato o primi o per lo meno importantissimi sui destini
della cristianitá; d'allora in poi non operammo né primi né
importanti, facemmo poco piú che durare, sopravivere, poltrire,
vegetare, non solamente decaduti ma degeneri.--Ma le nazioni cristiane
non possono restar sempre degeneri, senza ufficio, senza opera. E giá
si può forse prevedere l'ufficio futuro di nostra nazione, collocata
in mezzo al Mediterraneo, centro e via degli interessi materiali,
collocata intorno alla sedia pontificale, centro e capo degli
interessi spirituali della cristianitá: l'ufficio di procacciare,
agevolare, mantenere, perfezionar l'unione, ogni sorta d'unione, delle
nazioni cristiane. Sarebbe ufficio simile nello scopo, ma dissimile
nel mezzo, per vero dire, ai due altri nostri antichi: noi nol
possiamo piú adempiere primeggiando, ma nol potremo adempiere se non
pareggiando le nazioni sorelle. E noi siamo lungi da tal situazione;
ma alcuni piú o men notevoli passi si son pur fatti ad essa, uno
ultimo e grande da quando attendevamo primamente allo studio delle etá
nostre passate. Continuiamovi, ostinati dunque tanto piú. Il passato
ha piú interesse quanto piú si vien rischiarando l'avvenire. La storia
non serve bene a sollazzo: vi serve meglio qualunque novella alquanto
elegante. Né la storia dee servire a ruminazioni, rincrescimenti,
piagnistei, vanti, o, peggio, ire; non può, non dee servire se non
come raccolta di sperimenti passati, ad uso di coloro che operano il
presente, mirando all'avvenire della patria.
2. I regni nuovi romano-tedeschi.--I barbari invasori dell'imperio furono
quasi tutti di quella nazione, che chiamò e chiama se stessa dei
«_Deutsch_», che i romani chiamarono primamente «teutoni» e poi «germani»,
e noi chiamiamo «tedeschi». Poche eccezioni trovansi a tal fatto, piú poche
tra le genti stanziate; e noi noteremo quelle che venner tra noi. In
generale i nuovi regni furono tutti romano-tedeschi; in essi fu un elemento
romano ed uno tedesco. E noi accennammo finora il primo via via; or
accenneremo il secondo.--La nazione tedesca era tuttavia al secolo quinto
in quella condizione di genti divise, che fu la primitiva di tutte le
nazioni, e in che vedemmo durar la nostra fino alla conquista romana. Piú o
men nomadi ancora, regnate le une (da capi nominati lá «_kan_», «_king_»,
«_konung_», «_koenig_»), le altre no, divisa ciascuna in aristocrazia e
democrazia, le loro costituzioni sono ritratte meravigliosamente in quel
detto di Tacito: che delle cose minori deliberavano i «principi»; delle
maggiori, prima i principi, poi tutti, cioè l'assemblea universale della
gente. E questa è l'origine indubitata di quelle assemblee, di que'
parlamenti moderni, che tra varie vicende si serbarono, mutarono, si
spensero, risuscitarono quasi da per tutto oramai; ma con questa grande
differenza, che non era allora inventata la rappresentanza, cioè quel modo
di riunirsi pochi deputati eletti da molti elettori, il quale non sorse se
non dai comuni: ognuno assisteva allora per conto proprio; e chi non
veniva, non era rappresentato. Queste assemblee teneansi tra' banchetti
(_mahl_), e cosí dissersi in lor lingua «malli»; e in latino barbaro poi,
or generalmente «_concilia_», or «_placita_» dalle deliberazioni ivi
piaciute a tutti, or «campi di maggio» o «di marzo» dall'epoca delle annue
convocazioni.--Fin dalle selve o steppe nazionali, e tanto piú quando
furono stanziate le genti ne' nostri colti, il loro territorio divisesi in
_gau_ o _shire_ (latino «_comitatus_», italiano «contado»); e a capo della
tribú che l'occupava fu un magistrato, capitano in guerra, giudice in pace,
chiamato «_graf_» o «_sheriff_» (_comes_, conte). Nei giudizi il graf era
assistito or da alcuni notevoli della tribú chiamati «_schoeffe_» (latino
ed italiano «scabini»); ora, per la verificazione del fatto principalmente,
da certi guaranti (or detti «giurati») che si chiamavano «_rachimburgi_».
Le pene, poche corporali, eran quasi tutte multe imposte al condannato, in
profitto, parte del conte e del re, parte dell'offeso o degli eredi
dell'offeso, e chiamavansi «_widergeld_», «_widrigild_» o «compensazioni».
Il gau dividevasi in parecchi _mark_ (italiano «marche», latino «_vici_»),
e questi erano abitati poi per lo piú dalle «fare» o tribú, il capo
(_faro_, _baro_, barone) in mezzo nel suo castello (_hof_, _curtis_,
corte), e gli altri sparsamente all'intorno.--Del resto, l'ordine civile
subordinato al militare; il graf, per lo piú capo di mille, aveva talora
sotto sé parecchi di tali capi detti «tungini»; il migliaio diviso in
centinaia (_hundreda_), ciascuna delle quali aveva a capo lo _schulteis_
(latino «_schuldacius_», «_scultetus_», «_centenarius_»); il centinaio
diviso in decurie, ciascuna delle quali aveva a capo lo _zehnter_ (latino
«_decanus_»). Ma se queste migliaia, centinaia e decurie fossero di «fare»
o tribú, di famiglie o case, ovvero solamente di militi (_heereman_, latino
«_arimanni_», «_exercitales_», «_milites_»), io nol saprei dir qui, né so
che il sappia con certezza nessuno. Ancora, in parecchie delle genti, tra
cui i longobardi, la decuria non era di dieci, ma di dodici; ondeché il
centinaio era di centoquarantaquattro, e il migliaio di
millesettecentoventotto. Ad ogni modo e all'ingrosso, per quanto si può
dire in tanta varietá e mutabilitá di genti e d'usanze, questo fu quello
che si può chiamare l'ordinamento costituzionale consueto delle genti
tedesche all'epoca della loro invasione.
3. Continua.--Ma oltre questo, era, se sia lecito cosí dire, pur
consueto un ordinamento eccezionale. Oltre alla gente era lá la
compagnia (_geleite_); vale a dire che tra la gente o tra varie genti,
od anche d'intiere genti raccozzavasi talora una compagnia venturiera,
la quale se era piccola chiamavasi «_schaar_» (_scara_, schiera); e se
era grande, prendeva nome di «_heer_» (_exercitus_), e il capo di essa
chiamavasi «_heerzog_» (_dux_, duca). Di tali duci venturieri furono
certo molti condottieri d'invasione, e fra gli altri Ricimero.
Naturalmente poi, quando stanziava l'invasione, l'heerzog, o duca,
prendeva nome di «_koenig_», o re; e allora essa stessa la compagnia,
apparisce nella storia quasi nuova gente o confederazione di genti; né
altre furono probabilmente quelle che vedemmo via via quasi sorte a un
tratto de' marcomanni, degli alemanni, de' burgundi, de' franchi ed
altre che siamo per vedere.--Del resto, Tacito ci dá ammirabilmente
anche questa costituzione straordinaria delle compagnie, dicendoci:
che in esse combattevano i duci per la propria gloria, i compagni
(_gesinde, gasindii, commensales, leudes, fideles_, ed anche poi
_bassi, vassi, vassalli_) per il duca; il quale li nudriva, tra la
guerra, colla guerra, e li ricompensava dopo la vittoria con doni d'un
collare, d'un'arma o d'un cavallo. E cosí durò finché dimorarono nelle
lor deserte selve e lande. Ma quando ebbero predati tesori,
distribuiron ricchezze; e quando province e popoli, distribuirono
terre e schiavi.