17. Coltura nuova, cristiana.--Fu tutt'all'incontro nella nuova

coltura generata, vivificata, spinta innanzi dalla religione,

dall'operositá cristiana. Qui si, abbondavano i soggetti reali, belli,

grandi, incalzanti.--Ma, né religiosamente né letterariamente

parlando, non oserem nominare come parti o frutti di tal coltura i

Vangeli, gli Atti o le lettere degli apostoli. Ivi la semplicitá è piú

che aurea, o del secolo d'Augusto; ivi i pensieri spirituali ed anche

temporali, ivi l'altezza e l'ampiezza dei giudizi e delle previsioni

morali, ed anche storiche e politiche, sono tali, che a chiunque vi

s'interni spregiudicatamente, sará impossibile non vedere, per cosí

dire, materialmente la sopranaturalitá, l'onniveggenza, la ispirazione

divina di quelle scritture. Compatibili al paragone di noi sono coloro

che non le videro, ne' secoli precedenti. Ma in questo nostro cosí

inoltrato nell'adempimento di tanti destini umani e cristiani,

predetti lá da per tutto (principalmente nelle predicazioni di Gesú

Cristo e nelle _Epistole_ di san Paolo), e che non si potevan pure

naturalmente prevedere allora, io non so come possiamo leggere quelle

scritture senza esser compresi di meraviglia e quasi di spavento,

senza sentirci quasi in presenza materiale di quella inevitabile

sopranaturalitá, di quella rivelazione. E quindi non frutti, ma semi

diremo questi della coltura cristiana; la quale poi in realtá si trova

tutta derivata da essi.--Greci tutti dapprima, latini molti poi degli

scrittori cristiani, li nomineremo tutti insieme, come membri d'una

sola coltura. I primi, san Clemente papa, san Barnaba, sant'Ignazio,

san Policarpo, scrissero non piú che lettere a conforto e guida di

questa o quella chiesa, come gli apostoli.--Ma tra breve, fin da mezzo

il secondo secolo (che tal si conta dell'imperio e della chiesa, quasi

esattamente coetanei) sorsero scrittori maggiori; molti apologisti

della religione nuova contro alla religione e alla filosofia antiche,

fra cui principali san Giustino israelita, san Clemente alessandrino,

Tertulliano latino ed altri minori; oltre a sant'Ireneo ed altri

scrittori propriamente teologi o controversisti contra gli eretici.--E

continuarono i primi, e moltiplicaronsi i secondi nel terzo secolo; o

piuttosto, apologisti e controversisti insieme furono gli scrittori

ecclesiastici giá allora numerosi e fecondi ed eloquentissimi, Origene

e Dionisio alessandrini, san Cipriano, san Gregorio taumaturgo,

Esichio e molti altri. E questo secolo è pur quello dell'imperio

straziato dalle contese militari, e della coltura antica risolutamente

precipitante; ondeché in esso giá si può dire asserita la superioritá,

la vittoria della coltura nuova.--Tanto piú nel secolo seguente e

quarto, che fu quello di Costantino, e della Chiesa trionfante nello

Stato, ma straziata dall'eresia ariana e da parecchie altre. E quindi

s'affolla la serie degli scrittori ecclesiastici d'ogni sorta, ed è

una folla di grandi; sant'Atanasio l'eroe della guerra ariana, san

Cirillo, sant'Ilario, sant'Eusebio, sant'Efrem, san Basilio, due santi

Gregori, quel di Nicea e quel di Nazianzo, san Giovanni crisostomo,

Arnobio, Lattanzio e il nostro sant'Ambrogio tra molti altri.--E

seguono finalmente, nati nel medesimo secolo, finiti nella prima metá

del quinto, san Pietro crisologo, san Leone papa (il fermator

d'Attila), Sulpicio Severo, Paolo Orosio, san Prospero, Prudenzio,

Apollinare, e sopra tutti questi (quasi tutti latini oramai) i due

grandi lumi della chiesa latina, san Girolamo e sant'Agostino.--Greci

o latini, i maggiori di tutti questi son quelli che si soglion

chiamare meritamente i «santi padri della Chiesa»; e i piú sono dalla

metá del quarto alla metá del quinto secolo, quando giá era poco men

che cessata la coltura antica, quando giá erano inondati di barbari i

due imperii, e principalmente il latino; onde apparisce piú che mai la

contrarietá delle due colture antica e cristiana, delle due serie

decrescente e crescente. E perché poi nell'ultima metá del secolo

quinto cessò a un tratto questo gran fiorire della coltura cristiana,

perciò apparisce sopratutto che quella scusa, quel quasi vanto di

essere stata distrutta da' barbari che si dá da alcuni alla coltura

antica, non a lei, ma sí veramente si può, si dee dare alla sola

coltura cristiana.--Le arti cristiane poi, furono naturalmente

oscurissime ne' tre primi secoli, tra le catacombe. D'architettura non

n'era bisogno né possibilitá in tali luoghi; né vi potevan fiorir

nemmeno le pitture o le sculture. Quindi sono rozzissimi e discordi da

quelli dell'arte idolatra i pochi monumenti cristiani che si trovano

di quell'etá primitiva. Né sorsero guari poi, all'uscir dalle

catacombe, le due arti figurative cristiane: trovavano giá decadute

anche l'arti idolatre. Ma sorse a un tratto a nuovi modi

l'architettura; quell'arte tanto piú varia che non le due sorelle,

perché ella può e deve adattarsi alle variabili condizioni della

societá, mentre queste debbono sempre figurare l'invariabil natura.

Cosí l'architettura cristiana prese per li templi la forma delle

basiliche da' primi edifizi donati a tale uso; e v'aggiunse poi i due

lati a crociera, per ricordar nella pianta o la croce, o piuttosto i

crocicchi delle catacombe. Sono del tempo di Costantino, oltre altre,

l'antica chiesa di San Pietro, e quella di San Paolo che durò fino

agli anni nostri. E la rozza magnificenza dell'ultima basterebbe sola

a provare che se son sognate le donazioni di potenza politica, furono

reali quelle di edifizi ed altre possessioni, fatte ai papi da

Costantino. Dal quale in poi moltiplicaronsi gli edifizi sacri in

Italia e fuori, ed in Costantinopoli principalmente; e perché

naturalmente e bene o male gli edifizi dánno occasioni di pitture e

scolture, nacquene nell'arte intiera quello stile, che, per essere

stato coltivato principalmente e piú a lungo a Costantinopoli, ebbe e

serba nome di «bizantino». Stile rozzo, goffo, e decaduto senza

dubbio; ma serbò pure un resto d'arti; ma aiutò il risorgimento poi.

Ondeché dell'arti come delle lettere si può dire che le cristiane

sorsero fin d'allora a' progressi futuri, mentre le idolatre finivano

di cadere.

LIBRO QUARTO

ETÁ QUARTA: DEI BARBARI

(anni 476-774).

1. Il nesso tra le due storie nostre.--Giunti al limite tra le due

storie nostre, fermiamoci un momento: non sará forse perduto a far

intendere ciò che le memorie della prima poterono e possono anche

operare nella seconda.--L'Italia è la sola tra le nazioni d'Europa,

che abbia una grande storia antica, una grande moderna; Grecia non ha

finora se non la prima; l'altre non hanno in proprio se non la

seconda, non hanno della prima se non guari quella parte della nostra,

che resta loro dall'essere state province dell'imperio romano. Alcuni

affettano trattar di quell'imperio quasi comune culla, di quella

civiltá quasi comune merito, de' romani quasi comuni padri a tutte le

nazioni occidentali d'Europa. Ma sono fatti storici evidentissimi, che

l'imperio fu primamente e lungamente de' romani e degli altri italici;

che la civiltá fu primamente, lungamente, esclusivamente tutta

italica; e che, se alquanto del sangue de' signori italici si mescolò

con quello de' sudditi occidentali, mescolatisi poi l'uno e l'altro

col sangue germanico, quel sangue signorile non si mescolò in Italia

se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra

dubbio: noi siam di razza, di sangue piú puro; noi siamo piú

anticamente potenti e signori, piú nobili, nobilissimi.--Ma ciò

conceduto, incombevano nell'etá seguenti, incombono ora tanto piú,

alla nostra nobil nazione tutti i doveri, tutte le convenienze che

sono universalmente imposte alle nobili famiglie. Dunque tra le altre:

1° Non esagerare la propria nobiltá; e cosí non dir per esempio quel

nonsenso, che la nostra schiatta sia piú antica dell'altre; perciocché

tutte le schiatte sono egualmente antiche, vengon tutte dal padre Noè

e dal padre Adamo; lasciar anzi lo stesso vanto della puritá del

sangue; perciocché, oltre alla difficoltá del provarla risalendo

all'origini piú antiche che noi vedemmo cosí moltiplici, non è deciso

poi se sien migliori, e piú atti a tutto, i sangui puri o i misti.--2°

Di puro o non puro sangue, padri o non padri nostri, coloro che

abitarono anticamente le nostre terre, che bevetter le nostre arie,

furono giá il popolo piú forte in guerra, piú sodo in politica, piú

civile e piú colto in tutto, fra tutti quelli dell'antichitá; e ciò

basta a provare la falsitá di quello scoraggiamento datoci da molti

stranieri, accettato da alcuni nostri, che il nostro molle clima, la

nostra bella terra ci faccia naturalmente men forti che gli

occidentali o settentrionali. La bella, la molle Italia, fu giá la

forte, la virile Italia. Ma dovere nostro secondo era ed è, non

esagerare, non difendere in tutto questa virtú degli avi. Sacro è

senza dubbio difendere, colla veritá, la memoria d'un padre; ma men

sacra, ed anche men possibile, si fa questa difesa per l'avo, meno

ancora per il bisavo, e poi per l'atavo e gli avi piú lontani via via;

e perché piú numerosi, e perché viventi in que' tempi piú e piú

barbari, quando la potenza e l'illustrazione non si acquistavano guari

in modi legittimi e virtuosi. Non v'è mezzo: o bisogna sacrificar la

difesa delle conquiste e dell'imperio dei nostri maggiori, o bisogna

sacrificar la difesa de' migliori e piú certi principi della presente

civiltá: tutti quelli principalmente, su cui si fondano i diritti, i

doveri dell'indipendenza. Se noi giustifichiamo l'imperio dei nostri

avi sugli iberi, sui galli e sui germani, noi giustifichiam l'imperio

de' francesi, degli spagnuoli e de' tedeschi su noi; né credo che il

voglia niun italiano presente. Ma pur troppo il vollero molti italiani

del medio evo; e vedremo l'inopportuna memoria dell'imperio romano, e

le pretese di rinnovarlo sviar le nostre generazioni, guastar quasi

tutta la nostra storia moderna.--E quindi apparisce un terzo nostro

dovere, che è di emular sí, ma non pretendere a pareggiare i grandi

maggiori; di emularli secondo i tempi mutati e le proprie possibilitá.

Tutte le imitazioni servili, troppo simili, nascono da incapacitá,

riescono a mediocritá nell'opera, anche piú che nello scritto. Uno che

voglia operare, non dico come l'antico autore di sua famiglia, ma come

l'avo di due o tre generazioni, è stolto e si fa risibile a guisa del

famoso cavaliero. Cosí qualunque nazione. Noi fummo giá la prima in

potenza tra le antiche, la prima in coltura tra le moderne; ma noi

siamo (non voglio dire a qual grado) decaduti dall'uno e l'altro

primato; e bisogna saperlo vedere. Perciocché tutti quei doveri,

comuni a chiunque pretende a nobiltá, sono tanto piú stretti a

chiunque si trovi in nobiltá decaduta. Nella quale, i vanti

d'antichitá, i vanti della virtú degli avi, i vanti di pareggiarli, si

fanno poi non solamente piú risibili ma fatali. La superbia può essere

tollerabile quando si cerca ne' propri meriti, ma non quando si fruga

tra gli avi. Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti.

Per fare tutto quello che si può, bisogna non pretendere a quello che

non si può. Di tutti i sogni che distraggono dalla realitá, i sogni

del passato sono i pessimi, perché i piú impossibili ad effettuare; il

futuro anche piú improbabile può succedere, ma il passato non succede

mai piú. Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come de' nuovi

uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di esser

tutto al presente e all'avvenire; e tal fu appunto Roma antica, tale è

la nazione anglo-americana presente. Del resto, io mi vergogno di

dimorar cosí a lungo su queste debolezze; ma elle furono quelle di

tutti quanti i secoli che ci restano a percorrere; e sono d'oggi,

dicevo io e pur troppo non m'ingannavo, quando scrivevo per la prima

volta questa pagina; e guastano, in somma, i giudizi sulle nostre due

storie antica e moderna, e sulla presente e la futura ancora. Epperciò

parvemi ufficio di storico il segnalarle.--Ma se, tutto ciò lasciando,

noi ci sapremo mai innalzare all'intelligenza dell'ufficio, del

destino peculiare di nostra nazione in mezzo a quello universale del

genere umano (quella intelligenza che è sommo e pratico fine di

qualunque storia nazionale lunga o breve), noi non troveremo nulla di

meglio né di piú a dire su Roma e l'imperio romano antico, che ciò che

ne fu detto dai tre maggiori filosofi storici che sieno stati mai,

sant'Agostino, Dante e Bossuet; cioè, che evidentemente l'ufficio, la

missione providenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di

apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della

cristianitá. E questo modo di vedere si fará a noi tanto piú manifesto

nelle due etá seguenti, in che vedremo accorrere le genti barbariche,

e sorgere le nazioni moderne a prender lor luoghi nella cristianitá. E

vedremo poi nella etá ulteriore, dei comuni, sorgere un nuovo ufficio

o destino nostro non meno evidente, non meno bello; quello di ravviare

e riunire la cristianitá in una nuova civiltá e in una nuova coltura;

e soffrir noi certamente e molto in questa grand'opera, ma compierla

meno a pro nostro che d'altrui; e poter quindi rallegrarci ancora dei

nostri stessi dolori, riusciti cosí utili nell'ordine universale. E

non sará guari se non nell'ultima delle etá nostre, in quella che

chiameremo delle preponderanze straniere, che noi troveremo dolori

senza compensi, patria storia senza patrio ufficio, senza

consolazione, senza gloria. Fino allora, in un modo o in un altro, noi

avevamo operato o primi o per lo meno importantissimi sui destini

della cristianitá; d'allora in poi non operammo né primi né

importanti, facemmo poco piú che durare, sopravivere, poltrire,

vegetare, non solamente decaduti ma degeneri.--Ma le nazioni cristiane

non possono restar sempre degeneri, senza ufficio, senza opera. E giá

si può forse prevedere l'ufficio futuro di nostra nazione, collocata

in mezzo al Mediterraneo, centro e via degli interessi materiali,

collocata intorno alla sedia pontificale, centro e capo degli

interessi spirituali della cristianitá: l'ufficio di procacciare,

agevolare, mantenere, perfezionar l'unione, ogni sorta d'unione, delle

nazioni cristiane. Sarebbe ufficio simile nello scopo, ma dissimile

nel mezzo, per vero dire, ai due altri nostri antichi: noi nol

possiamo piú adempiere primeggiando, ma nol potremo adempiere se non

pareggiando le nazioni sorelle. E noi siamo lungi da tal situazione;

ma alcuni piú o men notevoli passi si son pur fatti ad essa, uno

ultimo e grande da quando attendevamo primamente allo studio delle etá

nostre passate. Continuiamovi, ostinati dunque tanto piú. Il passato

ha piú interesse quanto piú si vien rischiarando l'avvenire. La storia

non serve bene a sollazzo: vi serve meglio qualunque novella alquanto

elegante. Né la storia dee servire a ruminazioni, rincrescimenti,

piagnistei, vanti, o, peggio, ire; non può, non dee servire se non

come raccolta di sperimenti passati, ad uso di coloro che operano il

presente, mirando all'avvenire della patria.

2. I regni nuovi romano-tedeschi.--I barbari invasori dell'imperio furono

quasi tutti di quella nazione, che chiamò e chiama se stessa dei

«_Deutsch_», che i romani chiamarono primamente «teutoni» e poi «germani»,

e noi chiamiamo «tedeschi». Poche eccezioni trovansi a tal fatto, piú poche

tra le genti stanziate; e noi noteremo quelle che venner tra noi. In

generale i nuovi regni furono tutti romano-tedeschi; in essi fu un elemento

romano ed uno tedesco. E noi accennammo finora il primo via via; or

accenneremo il secondo.--La nazione tedesca era tuttavia al secolo quinto

in quella condizione di genti divise, che fu la primitiva di tutte le

nazioni, e in che vedemmo durar la nostra fino alla conquista romana. Piú o

men nomadi ancora, regnate le une (da capi nominati lá «_kan_», «_king_»,

«_konung_», «_koenig_»), le altre no, divisa ciascuna in aristocrazia e

democrazia, le loro costituzioni sono ritratte meravigliosamente in quel

detto di Tacito: che delle cose minori deliberavano i «principi»; delle

maggiori, prima i principi, poi tutti, cioè l'assemblea universale della

gente. E questa è l'origine indubitata di quelle assemblee, di que'

parlamenti moderni, che tra varie vicende si serbarono, mutarono, si

spensero, risuscitarono quasi da per tutto oramai; ma con questa grande

differenza, che non era allora inventata la rappresentanza, cioè quel modo

di riunirsi pochi deputati eletti da molti elettori, il quale non sorse se

non dai comuni: ognuno assisteva allora per conto proprio; e chi non

veniva, non era rappresentato. Queste assemblee teneansi tra' banchetti

(_mahl_), e cosí dissersi in lor lingua «malli»; e in latino barbaro poi,

or generalmente «_concilia_», or «_placita_» dalle deliberazioni ivi

piaciute a tutti, or «campi di maggio» o «di marzo» dall'epoca delle annue

convocazioni.--Fin dalle selve o steppe nazionali, e tanto piú quando

furono stanziate le genti ne' nostri colti, il loro territorio divisesi in

_gau_ o _shire_ (latino «_comitatus_», italiano «contado»); e a capo della

tribú che l'occupava fu un magistrato, capitano in guerra, giudice in pace,

chiamato «_graf_» o «_sheriff_» (_comes_, conte). Nei giudizi il graf era

assistito or da alcuni notevoli della tribú chiamati «_schoeffe_» (latino

ed italiano «scabini»); ora, per la verificazione del fatto principalmente,

da certi guaranti (or detti «giurati») che si chiamavano «_rachimburgi_».

Le pene, poche corporali, eran quasi tutte multe imposte al condannato, in

profitto, parte del conte e del re, parte dell'offeso o degli eredi

dell'offeso, e chiamavansi «_widergeld_», «_widrigild_» o «compensazioni».

Il gau dividevasi in parecchi _mark_ (italiano «marche», latino «_vici_»),

e questi erano abitati poi per lo piú dalle «fare» o tribú, il capo

(_faro_, _baro_, barone) in mezzo nel suo castello (_hof_, _curtis_,

corte), e gli altri sparsamente all'intorno.--Del resto, l'ordine civile

subordinato al militare; il graf, per lo piú capo di mille, aveva talora

sotto sé parecchi di tali capi detti «tungini»; il migliaio diviso in

centinaia (_hundreda_), ciascuna delle quali aveva a capo lo _schulteis_

(latino «_schuldacius_», «_scultetus_», «_centenarius_»); il centinaio

diviso in decurie, ciascuna delle quali aveva a capo lo _zehnter_ (latino

«_decanus_»). Ma se queste migliaia, centinaia e decurie fossero di «fare»

o tribú, di famiglie o case, ovvero solamente di militi (_heereman_, latino

«_arimanni_», «_exercitales_», «_milites_»), io nol saprei dir qui, né so

che il sappia con certezza nessuno. Ancora, in parecchie delle genti, tra

cui i longobardi, la decuria non era di dieci, ma di dodici; ondeché il

centinaio era di centoquarantaquattro, e il migliaio di

millesettecentoventotto. Ad ogni modo e all'ingrosso, per quanto si può

dire in tanta varietá e mutabilitá di genti e d'usanze, questo fu quello

che si può chiamare l'ordinamento costituzionale consueto delle genti

tedesche all'epoca della loro invasione.

3. Continua.--Ma oltre questo, era, se sia lecito cosí dire, pur

consueto un ordinamento eccezionale. Oltre alla gente era lá la

compagnia (_geleite_); vale a dire che tra la gente o tra varie genti,

od anche d'intiere genti raccozzavasi talora una compagnia venturiera,

la quale se era piccola chiamavasi «_schaar_» (_scara_, schiera); e se

era grande, prendeva nome di «_heer_» (_exercitus_), e il capo di essa

chiamavasi «_heerzog_» (_dux_, duca). Di tali duci venturieri furono

certo molti condottieri d'invasione, e fra gli altri Ricimero.

Naturalmente poi, quando stanziava l'invasione, l'heerzog, o duca,

prendeva nome di «_koenig_», o re; e allora essa stessa la compagnia,

apparisce nella storia quasi nuova gente o confederazione di genti; né

altre furono probabilmente quelle che vedemmo via via quasi sorte a un

tratto de' marcomanni, degli alemanni, de' burgundi, de' franchi ed

altre che siamo per vedere.--Del resto, Tacito ci dá ammirabilmente

anche questa costituzione straordinaria delle compagnie, dicendoci:

che in esse combattevano i duci per la propria gloria, i compagni

(_gesinde, gasindii, commensales, leudes, fideles_, ed anche poi

_bassi, vassi, vassalli_) per il duca; il quale li nudriva, tra la

guerra, colla guerra, e li ricompensava dopo la vittoria con doni d'un

collare, d'un'arma o d'un cavallo. E cosí durò finché dimorarono nelle

lor deserte selve e lande. Ma quando ebbero predati tesori,

distribuiron ricchezze; e quando province e popoli, distribuirono

terre e schiavi.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 7 / 25 段