Costantino. Ai tre competitori che egli avea contro, Galerio augusto,
Massimino e Severo cesari, se ne aggiunsero in breve tre altri: Massimiano
stesso che riprese nome di augusto, Masenzio figlio di lui e Licinio poi,
che il presero. Ma Costantino, buon capitano, e politico abile o talor
forse traditore, aspettando, trattando e guerreggiando diciassette anni, si
liberò di tutti sei. Severo fu ucciso da Massimiano, Massimiano da
Costantino a cui era rifuggito, Galerio dalle dissolutezze, Masenzio nella
gran battaglia presso a Roma [312]; Massimino da se stesso dopo una
battaglia perduta contra Licinio [313]; e finalmente Licinio, dopo aver
spartito con Costantino l'imperio, e tenutane la metá orientale nove anni
[314-323], da Costantino. Cosí questi si trovò e regnò solo poi altri
quattordici anni [323-337]. Continuò, compiè le novitá di Diocleziano, e
n'aggiunse due maggiori: la conversione al cristianesimo e la fondazione
d'una seconda capitale, detta Roma nuova o Costantinopoli.--La conversione,
ei la incominciò ponendo la croce sul suo stendardo o labaro, al dí della
battaglia di Roma contra Masenzio [312]: ma non la compié se non a poco a
poco e parecchi anni appresso, quando fecesi battezzare. E prima e dopo fu
principe cristiano piú zelante che prudente. Avvezzo al pontificato massimo
degli augusti, non poteva usurpare tal dignitá giá tutta ecclesiastica tra'
cristiani; ma non si tenne dall'usurparne quanto potesse, e die' il malo e
troppo seguíto esempio di un principe teologizzante e facente affari di
Stato delle dispute di Chiesa e dell'eresie; tanto che, come succede, egli
forse vi s'imbrattò. Del resto, convertí a templi cristiani molti idolatri
ed altri edifizi civili, e parecchi ne edificò; e molte chiese arricchí,
principalmente quella di Roma. Del che, mi perdonino Dante e i ghibellini
antichi, mi perdonino i protestanti e protestantizzanti moderni, io non lo
so parimente biasimare: perché, se è vero che il cristianesimo sia non
solamente religione ma civiltá, abbia non solamente il maggior ufficio di
condur gli uomini al cielo, ma anche quello minore e pur grande di condurli
intanto sulla terra alla civiltá, era, è, e sará pur sempre conseguente e
necessario ch'egli avesse ed abbia a ciò mezzi terreni, diversi secondo le
etá, ma durati e duraturi in tutte. Né gli abusi debbon toglier l'uso; ché
altrimenti si toglierebbe quello della religione stessa, abusata or da
ecclesiastici e pur da secolari, or da amici e pur da nemici di
lei.--Costantinopoli, ei la fondò, dicesi, per odio a Roma ostinata nella
religione antica; ma forse meglio per avere una grande, degna ed opportuna
residenza a quell'imperio orientale giá istituito da Diocleziano, giá
indispensabile contro ai goti, i piú vicini e piú formidabili minacciatori
di tutto il mondo romano. Che tal fondazione, tal sito fossero
opportunissimi, è dimostrato dal fatto, dall'esser caduta poi Roma, non
Costantinopoli mai, sotto a quelli od altri barbari settentrionali,
dall'aver durato l'imperio colá poco men che mille anni piú che a Roma.--Ma
la corte trasferita a Costantinopoli finí di dar forme, costituzione
orientale, asiatica, despotica, all'imperio. Diademi, vesti, eunuchi
all'antico uso medo od assiro. Un _praepositus sacri cubiculi_ e molti
_comites palatii e cubicularii_ (gran ciamberlano e ciamberlani), con altri
simili per tutte le parti del palazzo, tutte dette «sacre» fino alle
stalle; un _magister officiorum_ (ministro dell'interno e dell'estero), un
_comes sacrarum largitionum_ (delle finanze), un _quaestor_ (della
legislazione e giustizia), un _comes rei privatae_ (del tesoro del
principe), due _comites domesticorum_ (capitani delle guardie dette
«_scholae_»). Agli eserciti furon preposti un _magister utriusque
militiae_, e sotto esso due _magistri peditum ed equitum_, e sotto questi i
_comites_, ed ultimi i _duces_.--E cosí, spogli d'ogni comando militare,
furono ridotti a governatori civili i giá pericolosi prefetti del pretorio.
Quattro ne furon fatti per le quattro grandi divisioni dell'imperio giá
stabilite da Diocleziano, ora ordinate e chiamate «_praefecturae_». 1°
Prefettura d'Oriente, divisa in cinque diocesi (ogni diocesi poi in
province), Oriente, Egitto, Asia, Ponto e Tracia. 2° Prefettura d'Illirio,
divisa in due diocesi, Macedonia e Tracia. 3° Prefettura d'Italia, divisa
in tre diocesi, Italia, Illirio ed Africa. 4° Prefettura delle Gallie,
divisa in tre diocesi, Gallia, Spagna e Britannia. Alle diocesi e province
furono posti governatori di vari nomi, _rectores, proconsules, vicarii_,
ecc.--E sotto tutti questi, ultime e piú potenti forse fin d'allora
sorgevano le costituzioni delle cittá, stampate piú o meno sul modello
degli antichi municipi italiani: un'adunanza popolare, via via ridotta per
vero dire a poche elezioni, ma mantenuta poi principalmente per quelle de'
nuovi vescovi a cui contribuivano insieme col clero e coi decurioni; un
consiglio piú ristretto (resto dei senati) detto «_ordo_», «_decuriones_» o
«_patres_»; e due o piú magistrati esecutivi, per lo piú annui (resti o
imitazione dei consoli), detti «_duumviri_», «_triumviri_», ecc.; oltre
parecchi _tribuni_ ed ufficiali inferiori. I tributi furon dati a
riscuotere a que' decurioni, fattine garanti e quasi impresari; ondeché
fuggivasi tal dignitá diventata carico pesantissimo, e gl'imperatori
sforzavano le famiglie a serbarla od assumerla. Del resto, continuavano
questi tributi ad esser moltiplici; ma diventò principale il territoriale,
che si stanziò od indisse incominciando dal 312 (l'anno della vittoria di
Costantino) di quindici in quindici anni, periodo detto quindi
«indizione».--Tale, all'ingrosso, fu l'ordinamento del nuovo e ben detto
«basso imperio». Tal durò con poche mutazioni sino al fine della metá
occidentale. E tale il vedremo poi imitato dagli imperatori occidentali
rinnovati; ed anche (principalmente nella moltiplicitá degli uffizi
cortigiani) da altri principi minori fino ai nostri dí. Ma vedremo pure,
piú seria imitazione, quella dei municípi romani fatta dai comuni italiani.
13. I Costantiniani [337-379].--I tre figli di Costantino, cesari in
vita di lui, augusti dopo lui, tennero nell'imperio diviso, Costantino
II, la prefettura delle Gallie; Costante, l'italica e l'illirica;
Costanzio, la orientale. Tra breve, Costantino mosse guerra a
Costante, e vi morí; onde Costante riuní tutto l'Occidente. Ma fu poi
ucciso da Magnenzio nuovo competitore sorto in Gallia. Guerreggiarono
allora Magnenzio e Costanzio; Magnenzio vinto s'uccise, e Costanzio
rimase solo augusto.--Allora ei fece cesari prima Gallo, che in breve
ei temette ed uccise; poi Giuliano letterato filosofo, cui non temeva.
Questi governò dapprima in Gallia, e guerreggiò felicemente contro a'
franchi ed altri germani piú che mai prementi. Costanzio perdente
all'incontro dinanzi ai persiani, chiese a Giuliano cesare il suo
esercito; e l'esercito gridò augusto Giuliano stesso, il quale, morto
intanto Costanzio, rimase egli pure imperator solo.--Era capitano ed
uom di Stato non volgare; ma filosofo all'antica, romano stantío
retrogrado. Rinnegò la religion nuova, e perseguitolla a modo suo;
pochi supplizi e molti impedimenti (modo imitato in un grand'imperio
a' nostri dí); protesse, rinnovò all'incontro la religione vecchia,
nazionale, di che era capo.--Passato in Oriente corse contro a'
persiani, li vinse, giunse al Tigri, e vi perí in battaglia, ultimo
de' Costantiniani [363], ultimo degli imperatori idolatri; e dopo il
quale l'idolatria si ridusse a poco a poco al senato di Roma, alla
statua della Vittoria ivi serbata per qualche tempo ancora, ed agli
abitatori piú rozzi, men progressivi delle terricciuole, de' _pagi_,
onde furon detti «_pagani_».--L'esercito, rimasto senza imperatore,
acclamò Gioviano, che cedette subito a' persiani le conquiste e morí
fra pochi mesi di malattia.--Quindi fu similmente acclamato
Valentiniano, che si associò subito suo fratello Valente. Imperiò il
primo in Occidente, s'associò suo figliuolo Graziano, e guerreggiò co'
germani sul Reno e sul Danubio, e morto lui, nel 375, imperiò
Graziano, che s'associò suo fratello Valentiniano. E intanto imperiò
Valente in Oriente che guerreggiò e patteggiò co' persiani. Ed avendo
patteggiato poi co' visigoti spinti a spalle dagli unni, e conceduto
loro di passare e stanziare sulla destra del Danubio, egli fu in breve
assalito, vinto ed ucciso da essi ribellati. Questo fu il primo
stanziamento grande fatto da' barbari di qua da' limiti di Augusto.
Quindi spaventato Graziano, imperatore occidentale che avea giá un
socio ma fanciullo, s'associò Teodosio capitano di nome, dandogli le
prefetture minacciate d'Oriente e d'Illirio [379].
14. Teodosio [379-395].--È notevole, se non altro come aiuto di
memoria, che que' limiti dell'impero stabiliti giá nell'ultimo quarto
del secolo avanti Gesú Cristo da Augusto, furono oltrepassati intorno
al 75 da Traiano che v'aggiunse la Dacia oltre Danubio; ripresi,
abbandonata questa da Valeriano, un secolo appresso intorno al 175;
intaccati dopo un altro secolo intorno al 275; ora rotti del tutto
dopo un altro intorno al 375; e calcati, cancellati poi durante tutto
un ultimo secolo fino alla distruzione dell'imperio nel 476. Certo una
tal difesa, sia che si conti di cinque, sia che solamente di tre
secoli, fatta dall'imperio quantunque straziato addentro in tante
guise, contro alle genti affollantisi all'intorno, mostra una gran
vitalitá, una gran vigoria ed operositá nella schiatta italiana,
indubitata fondatrice e signora prima di quell'imperio. Ma questa
schiatta era venuta meno a poco a poco; ed ora erano figli degeneri di
barbari o barbari stipendiati, avviliti, e quasi apostati dalla
barbarie, que' cosí detti romani che difendevano contro ai barbari
veri e rimasti di puro sangue, l'imperio precipitante. Il quale resse
in Asia, non solamente contro a' persiani, ma contro alle stesse
nazioni settentrionali piú nuove e piú terribili, per la forza locale
di quella Costantinopoli cosí ben piantata a ciò. E videsi allora, che
giunsero quasi tutti que' barbari europei ed asiatici via via alle
foci del Danubio, anzi alle falde dell'Emo o Balkano, vicinissime a
Costantinopoli: e tutti furono, per forza di tal vicinanza, indugiati
prima, ribalzati poi d'Oriente ad Occidente, dall'Asia sull'Europa, da
Roma nuova sulla vecchia. L'indugio durò appunto quanto Teodosio, il
rimbalzo tutto il resto del secolo.--Teodosio, non piú che imperatore
orientale dapprima, sofferse i visigoti tra il Danubio e l'Emo; ma ve
li rattenne, e con essi quanti premevano addietro. Si frappose, forse
troppo anch'egli, nelle contese cristiane; ma almeno, tenendosi fermo
contro all'eresia ariana e all'altre, serbò unita la cristianitá
romana, contro ai barbari giá gentili, poi via via quasi tutti ariani.
E cosí la guerra, che giá era di civiltá contro alla barbarie, diventò
pure di religione; il che risponde all'accusa antica e nuovamente
fatta al cristianesimo d'avere menomata quella difesa dell'imperio. Se
questo avesse potuto o dovuto esser salvato, sarebbe stato da una
guerra di religione. Del resto, ucciso Graziano da Massimo un nuovo
augusto, Teodosio venne in aiuto a Valentiniano II, prese ed uccise
Massimo; e quando Valentiniano fu ucciso dal suo maestro de' militi
che innalzò Eugenio, egli, Teodosio, combatté e prese pur questo; e
cosí riuní per l'ultima volta, ma per poco, i due imperii. Morí l'anno
appresso, 395.
15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta dell'imperio
[395-476].--Per sempre dunque si ridivisero i due imperii: l'orientale
(compreso l'Illirio) sotto Arcadio primogenito; l'occidentale sotto
Onorio, l'altro figliuolo del gran Teodosio. Degeneri, mediocri
amendue, lasciarono governare lor maestri de' militi, lor cortigiani,
lor donne, loro eunuchi. Allora straripò, innondò la piena de' barbari
vicini, premuti a spalle piú e piú da quegli unni che giá vedemmo sul
Danubio, e di che si disputa tuttavia, da quali steppe dell'Asia
fosser giunti, di quale schiatta, finnica, turca, o propria, fosser
cresciuti.--Quindi, dal basso Danubio scesero i visigoti per mare e
per terra, in Grecia, Pannonia ed Illirio; dalla Germania, i vandali,
gli alani e gli svevi, in Gallia, e quindi attraversandola, in Ispagna
[400 c.]. Tra breve, Alarico re de' visigoti penetrò fino a Verona, e
vi fu vinto da Stilicone, maestro de' militi e poco men che tutore
dell'imperatore occidentale. E penetrò secondo Radagasio con un nembo
di genti varie fino in Toscana, e vi fu vinto dal medesimo Stilicone.
Ma venuto questo in sospetto, giusto, o no, di voler usurpare
l'imperio, ed ucciso nel 408, Alarico ridiscese subito fino a Roma che
multò; poi tornovvi l'anno appresso e la prese innalzandovi, contra
Onorio, Attalo ad imperatore [409]; poi tornovvi la terza volta e la
pose a sacco [410], e morí poi. Quindi Ataulfo suo successore lasciò
l'Italia, passò in Gallia meridionale e Spagna, fondovvi un regno
goto, unendosi ai barbari precedenti. Intanto Onorio faceva augusto
Costanzio un suo capitano vittorioso; e, morti i due [421-423], quel
resto d'imperio occidentale, occupato un momento da un Giovanni,
rimase a Valentiniano III figliuolo di Costanzio [424].--Sotto il
quale fu abbandonata dai romani ed occupata da' sassoni la Britannia
[426]; occupata l'Africa da Genserico e da' vandali di Spagna [429];
occupata Elvezia e Gallia orientale da' borgognoni [435]; cedute
Pannonia, Norico e Dalmazia all'imperio orientale [437].--Peggio fu
quando [444] innalzato a re degli unni Attila «_flagellum Dei_» (come
fu detto da' contemporanei), egli raccolse intorno a sé tutte le genti
unne, slave e germaniche colá ancor rimanenti e ribollenti. Volsesi
prima all'imperio orientale; ma questo se ne salvò con un tributo
annuo [450]. Allora precipitò il nembo sull'occidentale; attraversò,
s'ingrossò in Germania, piombò su Gallia. Ma riunitisi ivi sotto Ezio
i restanti romani e i nuovi visigoti contro ai novissimi invasori, li
vinsero a Châlons in gran battaglia [451], e cosí li rigettarono
sull'Italia. Penetrò Attila in questa, assediò Aquileia, giunse al Po
e fu ivi fermato, dicesi per miracolo, certo incomprensibilmente da
un'ambasceria romana a cui capo era san Leone, il quale si può contare
cosí per il primo de' grandi papi politici [452]. Morí Attila appena
tornato in Germania al suo _ring_, vallo, o campo, o cittá capitale; e
fu sciolto il suo barbaro e momentaneo imperio.--Ma sorsero dai
frantumi nuove leghe, nuovi duci di genti, che furono i definitivi
distruggitori dell'imperio. E tanto piú, che Ezio, il sommo o solo
capitano imperiale, fu ucciso per sospetti da Valentiniano III [454];
ucciso esso in breve da Massimo senatore, a cui avea rapita la donna
[455].--Seguirono venti anni d'agonia, nove ultimi augusti: Massimo
per tre mesi, mentre Genserico e i vandali venivan d'Africa a
prendere, saccheggiare e lasciar Roma [455]; Avito vinto e deposto da
Ricimero, un duce di genti barbare varie [456]; Magiorano innalzato e
in breve ucciso da Ricimero [457]; Livio Severo innalzato pur da
Ricimero, e lasciato imperiar di nome sett'anni, poi morto, forse di
veleno [465]; poi, dopo due anni d'interregno tenuto da Ricimero,
Antemio innalzato per accordo di lui coll'imperatore orientale [467],
da lui poscia combattuto, vinto ed ucciso [472]; poi morto Ricimero,
che stava per prendere esso l'imperio, Olibrio morto fra tre mesi
[472]; poi Glicerio imporporato in Italia, e Nipote nominato a
Costantinopoli, il quale cacciò l'emolo [474] e fu cacciato egli
stesso da Oreste suo maestro de' militi; e finalmente Romolo Augustolo
figliuolo d'Oreste, deposto in breve da Odoacre duce di genti
raccogliticce, le une sollevate in Italia e l'altre tratte d'in sul
Danubio dalle reliquie dell'imperio unno. Odoacre non istimò rifare
inutili imperatori, e fu finito l'imperio occidentale, l'imperio
italiano [476].
16. Coltura antica, idolatra.--Della religione giá dicemmo a suo
luogo, e cosí faremo pure per le seguenti etá, nelle quali le cose
religiose si verranno sempre piú mescolando colle civili e politiche;
ondeché non ci resta né resterá a parlare separatamente se non delle
colture.--Nella etá dell'imperio romano, come due religioni, cosí
furono due colture, una antica e cadente coll'idolatria, una nuova e
progrediente col cristianesimo.--Il cader della prima incominciò
vivente od appena morto Augusto, e continuò senza interruzione,
peggiorando via via poi; ondeché non può attribuirsi, come si fa da
alcuni, né ai barbari che erano tuttavia lontanissimi, né al
cristianesimo che era ancora impotentissimo a ciò. Alcuni altri, del
resto grandi, fanno causa di questa come d'ogni altra decadenza della
coltura, non so qual legge di periodicitá, a cui dicono soggetta la
natura umana; e per cui ogni coltura, giunta al sommo, dovrebbe sempre
e di necessitá cadere, fino a che sorga un'altra a succederle
crescendo, arrivando al sommo suo, e ricadendo di nuovo, all'infinito.
Ma costoro si lasciaron forse ingannare dallo spettacolo, frequente
sí, non costante, di siffatti periodi. I quali non si veggono dalla
scienza or progredita né nella coltura indiana né nella cinese; e men
che mai in nessuna delle moderne cristiane, non nell'italiana, né
nella francese, e men che in niun'altra forse, nell'inglese. E quindi
sembra da abbandonare del tutto questa supposta legge universale, e da
cercar piú attentamente in ciascuna delle colture decadute le cause
speciali che la fecero decadere. E cosí facendo della romana, parrá
chiaro ch'ella decadde originariamente e principalmente per la sola
ragione, che fu spenta lá la libertá. Questa, il vedemmo, avea
generati, educati prima d'Augusto tutti i grandi del secolo ben detto
«aureo», mal detto «d'Augusto». Sotto il quale o dopo il quale non
sorse piú uno pari a quelli, non uno forse che sia poi stato detto
«aureo». È accennato nel bellissimo opuscolo contemporaneo _Della
perduta eloquenza_, è volgare ai nostri dí: le lettere si nutron di
fatti gravi, importanti, da discutere, o narrare, o ritrarre in
qualunque modo di prosa e poesia; ondeché, cessando ovvero i fatti,
ovvero la libertá del discuterli o narrarli o ritrarli, ovvero peggio
ed insieme i fatti grandi e la libertá, cessa il cibo, il sangue, la
vita delle lettere; elle languono, si spossano, infermano talora fino
a morte. E cosí avvenne allora: l'eloquenza senza affari pubblici
diventò retorica, o panegirici, che suol essere lo stesso; la poesia,
tragica, epica, o lirica, inceppata dalle leggi di maestá, diventò
leggiera, concettosa, non efficace, non alta, non larga, versi non
poesia; la filosofia resistette, die' alcuni lampi, gli ultimi forse
di quell'etá; ma la filosofia, che ha pretensione di condurre ed è piú
sovente condotta dalle lettere, seguí poscia anch'essa la decadenza; e
la seguirono, come sogliono, le arti e le scienze stesse. Perciocché
insomma le lettere che si dicono talora (appunto quando la servitú le
ha fatte incapaci) la piú vana, la men positiva, la men produttiva fra
le colture, son pur quelle che nutrono, ispirano e vivificano tutte le
altre; ondeché, mancando la vita ad esse, manca a tutte le altre. Né
servono allora i rimedi delle protezioni, o, come si suol dire, dei
mecenati: non serví il vero e vivo Mecenate, non Augusto ad impedire,
non Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Antonino o Marc'Aurelio, a
trattenere di molto la decadenza. E tutto ciò è fuor d'ogni dubbio
chiarito dalla successione, dalle date degli scrittori via via
minori.--Di Tibullo e Properzio, aurei ancora, si disputa in qual anno
nascessero, ma si crede negli anni ancor della repubblica. Ovidio nato
negli ultimi è certo il meno aureo degli aurei. Fedro, un servo trace
nato piú o meno tra le due etá, è aureo di stile, ma il genere
trattato da lui è di quelli minori, scelti appunto quando vengon meno
i maggiori. Lucano, Persio, Stazio, Marziale, Seneca il tragico,
Seneca filosofo, del primo secolo dell'imperio, son tutti minori e
detti «argentei» unanimemente.--Quintiliano, fiorente tra il primo e
il secondo secolo, non se n'alza, pure sforzandosi di rialzar esso le
lettere cadenti. I due Plini, quantunque erudito il primo ed elegante
il secondo, e Giovenale stesso, quantunque generoso, non vi fecero
guari piú. Se avesse potuto farsi, sarebbe stato fatto da Tacito, uno
scrittore, un uomo (per quanto si sappia) di meravigliosa virtú in
tempi or viziosi, or almeno minori. Ma, vizio forse inevitabile in
qualunque uomo combattente il secolo suo, Tacito, resistendo alla
decadenza giá invincibile, e sforzandovisi, ne rimase aspro, duro,
travagliato oltre alle leggi del bello, che non è piú bello quando non
è facile. E cosí Tacito rimarrá immortalmente simpatico agli animi
virtuosi, che si confortano allo spettacolo della altrui virtú
infelice; ma riman segno egli stesso della decadenza invano da lui
trattenuta. Seguono decadenti via via piú Svetonio, Frontino,
Frontone, Petronio, numerati ancora fra gli argentei;--e poi nel
terzo, quarto e quinto secolo, detti di bronzo, di ferro e non so piú
che, una serie rara rara di minori, Ausonio, Claudiano, Eutropio,
Apuleio, Giustino, Macrobio, ed altri che non nomineremo.--Misti a
tutti questi latini, fiorirono alcuni greci, Plutarco solo grande, con
una turba di filosofi minori di varie scuole, od anzi di scuola
ecletica in Alessandria. E questi furono la speranza di Giuliano
apostata. Dopo il quale ancora, a' tempi di Teodosio, Simmaco, un
senatore principale di Roma, acquistava nome di eloquente o forse di
animoso fra' contemporanei, difendendo l'altare della Vittoria, ultimo
degli idoli nella curia. Ma giudichi ora ciascuno quale eloquenza,
qual filosofia, quali animi retrogradi dovessero esser questi; e qual
regresso si fosse fatto, in somma, dalle varie ma tutte vive ed
incalzanti parole d'un Catone, d'un Cicerone o d'un Giulio Cesare.--Le
arti, greche e purissime da principio, riempirono dapprima Roma, poi
l'imperio. Augusto vantavasi di aver trovata Roma di mattoni, e
lasciarla di marmi. E in Gallia, in Ispagna e nell'estrema Africa,
quasi come in Italia, si trovan resti da far meravigliare quanto se
n'empissero le cittá e le terre. Il fatto sta (e credo sia da notare
per l'avvenire dell'arti italiane che dovrebbon essere provveditrici
al mondo moderno), che l'ornamento dell'arti diventa un bisogno in
tutte le civiltá molto avanzate. Ancora, a tutte queste province fu
estesa dagli imperatori la rete delle strade romane. Tutto ciò fino
agli Antonini. Ma arti ed opere pubbliche furono neglette nel secolo
delle contese e de' moltiplici imperatori; e giá colle lettere si
trovano l'arti molto corrotte solto Diocleziano e Costantino, e
corrottissime poi al cader dell'imperio. I barbari sopravegnenti non
trovarono della coltura antica nulla da corrompere; tutt'al piú, resti
da disperdere.