12. Costantino [306-337].--Ripigliamo, or che il potremo capire,

Costantino. Ai tre competitori che egli avea contro, Galerio augusto,

Massimino e Severo cesari, se ne aggiunsero in breve tre altri: Massimiano

stesso che riprese nome di augusto, Masenzio figlio di lui e Licinio poi,

che il presero. Ma Costantino, buon capitano, e politico abile o talor

forse traditore, aspettando, trattando e guerreggiando diciassette anni, si

liberò di tutti sei. Severo fu ucciso da Massimiano, Massimiano da

Costantino a cui era rifuggito, Galerio dalle dissolutezze, Masenzio nella

gran battaglia presso a Roma [312]; Massimino da se stesso dopo una

battaglia perduta contra Licinio [313]; e finalmente Licinio, dopo aver

spartito con Costantino l'imperio, e tenutane la metá orientale nove anni

[314-323], da Costantino. Cosí questi si trovò e regnò solo poi altri

quattordici anni [323-337]. Continuò, compiè le novitá di Diocleziano, e

n'aggiunse due maggiori: la conversione al cristianesimo e la fondazione

d'una seconda capitale, detta Roma nuova o Costantinopoli.--La conversione,

ei la incominciò ponendo la croce sul suo stendardo o labaro, al dí della

battaglia di Roma contra Masenzio [312]: ma non la compié se non a poco a

poco e parecchi anni appresso, quando fecesi battezzare. E prima e dopo fu

principe cristiano piú zelante che prudente. Avvezzo al pontificato massimo

degli augusti, non poteva usurpare tal dignitá giá tutta ecclesiastica tra'

cristiani; ma non si tenne dall'usurparne quanto potesse, e die' il malo e

troppo seguíto esempio di un principe teologizzante e facente affari di

Stato delle dispute di Chiesa e dell'eresie; tanto che, come succede, egli

forse vi s'imbrattò. Del resto, convertí a templi cristiani molti idolatri

ed altri edifizi civili, e parecchi ne edificò; e molte chiese arricchí,

principalmente quella di Roma. Del che, mi perdonino Dante e i ghibellini

antichi, mi perdonino i protestanti e protestantizzanti moderni, io non lo

so parimente biasimare: perché, se è vero che il cristianesimo sia non

solamente religione ma civiltá, abbia non solamente il maggior ufficio di

condur gli uomini al cielo, ma anche quello minore e pur grande di condurli

intanto sulla terra alla civiltá, era, è, e sará pur sempre conseguente e

necessario ch'egli avesse ed abbia a ciò mezzi terreni, diversi secondo le

etá, ma durati e duraturi in tutte. Né gli abusi debbon toglier l'uso; ché

altrimenti si toglierebbe quello della religione stessa, abusata or da

ecclesiastici e pur da secolari, or da amici e pur da nemici di

lei.--Costantinopoli, ei la fondò, dicesi, per odio a Roma ostinata nella

religione antica; ma forse meglio per avere una grande, degna ed opportuna

residenza a quell'imperio orientale giá istituito da Diocleziano, giá

indispensabile contro ai goti, i piú vicini e piú formidabili minacciatori

di tutto il mondo romano. Che tal fondazione, tal sito fossero

opportunissimi, è dimostrato dal fatto, dall'esser caduta poi Roma, non

Costantinopoli mai, sotto a quelli od altri barbari settentrionali,

dall'aver durato l'imperio colá poco men che mille anni piú che a Roma.--Ma

la corte trasferita a Costantinopoli finí di dar forme, costituzione

orientale, asiatica, despotica, all'imperio. Diademi, vesti, eunuchi

all'antico uso medo od assiro. Un _praepositus sacri cubiculi_ e molti

_comites palatii e cubicularii_ (gran ciamberlano e ciamberlani), con altri

simili per tutte le parti del palazzo, tutte dette «sacre» fino alle

stalle; un _magister officiorum_ (ministro dell'interno e dell'estero), un

_comes sacrarum largitionum_ (delle finanze), un _quaestor_ (della

legislazione e giustizia), un _comes rei privatae_ (del tesoro del

principe), due _comites domesticorum_ (capitani delle guardie dette

«_scholae_»). Agli eserciti furon preposti un _magister utriusque

militiae_, e sotto esso due _magistri peditum ed equitum_, e sotto questi i

_comites_, ed ultimi i _duces_.--E cosí, spogli d'ogni comando militare,

furono ridotti a governatori civili i giá pericolosi prefetti del pretorio.

Quattro ne furon fatti per le quattro grandi divisioni dell'imperio giá

stabilite da Diocleziano, ora ordinate e chiamate «_praefecturae_». 1°

Prefettura d'Oriente, divisa in cinque diocesi (ogni diocesi poi in

province), Oriente, Egitto, Asia, Ponto e Tracia. 2° Prefettura d'Illirio,

divisa in due diocesi, Macedonia e Tracia. 3° Prefettura d'Italia, divisa

in tre diocesi, Italia, Illirio ed Africa. 4° Prefettura delle Gallie,

divisa in tre diocesi, Gallia, Spagna e Britannia. Alle diocesi e province

furono posti governatori di vari nomi, _rectores, proconsules, vicarii_,

ecc.--E sotto tutti questi, ultime e piú potenti forse fin d'allora

sorgevano le costituzioni delle cittá, stampate piú o meno sul modello

degli antichi municipi italiani: un'adunanza popolare, via via ridotta per

vero dire a poche elezioni, ma mantenuta poi principalmente per quelle de'

nuovi vescovi a cui contribuivano insieme col clero e coi decurioni; un

consiglio piú ristretto (resto dei senati) detto «_ordo_», «_decuriones_» o

«_patres_»; e due o piú magistrati esecutivi, per lo piú annui (resti o

imitazione dei consoli), detti «_duumviri_», «_triumviri_», ecc.; oltre

parecchi _tribuni_ ed ufficiali inferiori. I tributi furon dati a

riscuotere a que' decurioni, fattine garanti e quasi impresari; ondeché

fuggivasi tal dignitá diventata carico pesantissimo, e gl'imperatori

sforzavano le famiglie a serbarla od assumerla. Del resto, continuavano

questi tributi ad esser moltiplici; ma diventò principale il territoriale,

che si stanziò od indisse incominciando dal 312 (l'anno della vittoria di

Costantino) di quindici in quindici anni, periodo detto quindi

«indizione».--Tale, all'ingrosso, fu l'ordinamento del nuovo e ben detto

«basso imperio». Tal durò con poche mutazioni sino al fine della metá

occidentale. E tale il vedremo poi imitato dagli imperatori occidentali

rinnovati; ed anche (principalmente nella moltiplicitá degli uffizi

cortigiani) da altri principi minori fino ai nostri dí. Ma vedremo pure,

piú seria imitazione, quella dei municípi romani fatta dai comuni italiani.

13. I Costantiniani [337-379].--I tre figli di Costantino, cesari in

vita di lui, augusti dopo lui, tennero nell'imperio diviso, Costantino

II, la prefettura delle Gallie; Costante, l'italica e l'illirica;

Costanzio, la orientale. Tra breve, Costantino mosse guerra a

Costante, e vi morí; onde Costante riuní tutto l'Occidente. Ma fu poi

ucciso da Magnenzio nuovo competitore sorto in Gallia. Guerreggiarono

allora Magnenzio e Costanzio; Magnenzio vinto s'uccise, e Costanzio

rimase solo augusto.--Allora ei fece cesari prima Gallo, che in breve

ei temette ed uccise; poi Giuliano letterato filosofo, cui non temeva.

Questi governò dapprima in Gallia, e guerreggiò felicemente contro a'

franchi ed altri germani piú che mai prementi. Costanzio perdente

all'incontro dinanzi ai persiani, chiese a Giuliano cesare il suo

esercito; e l'esercito gridò augusto Giuliano stesso, il quale, morto

intanto Costanzio, rimase egli pure imperator solo.--Era capitano ed

uom di Stato non volgare; ma filosofo all'antica, romano stantío

retrogrado. Rinnegò la religion nuova, e perseguitolla a modo suo;

pochi supplizi e molti impedimenti (modo imitato in un grand'imperio

a' nostri dí); protesse, rinnovò all'incontro la religione vecchia,

nazionale, di che era capo.--Passato in Oriente corse contro a'

persiani, li vinse, giunse al Tigri, e vi perí in battaglia, ultimo

de' Costantiniani [363], ultimo degli imperatori idolatri; e dopo il

quale l'idolatria si ridusse a poco a poco al senato di Roma, alla

statua della Vittoria ivi serbata per qualche tempo ancora, ed agli

abitatori piú rozzi, men progressivi delle terricciuole, de' _pagi_,

onde furon detti «_pagani_».--L'esercito, rimasto senza imperatore,

acclamò Gioviano, che cedette subito a' persiani le conquiste e morí

fra pochi mesi di malattia.--Quindi fu similmente acclamato

Valentiniano, che si associò subito suo fratello Valente. Imperiò il

primo in Occidente, s'associò suo figliuolo Graziano, e guerreggiò co'

germani sul Reno e sul Danubio, e morto lui, nel 375, imperiò

Graziano, che s'associò suo fratello Valentiniano. E intanto imperiò

Valente in Oriente che guerreggiò e patteggiò co' persiani. Ed avendo

patteggiato poi co' visigoti spinti a spalle dagli unni, e conceduto

loro di passare e stanziare sulla destra del Danubio, egli fu in breve

assalito, vinto ed ucciso da essi ribellati. Questo fu il primo

stanziamento grande fatto da' barbari di qua da' limiti di Augusto.

Quindi spaventato Graziano, imperatore occidentale che avea giá un

socio ma fanciullo, s'associò Teodosio capitano di nome, dandogli le

prefetture minacciate d'Oriente e d'Illirio [379].

14. Teodosio [379-395].--È notevole, se non altro come aiuto di

memoria, che que' limiti dell'impero stabiliti giá nell'ultimo quarto

del secolo avanti Gesú Cristo da Augusto, furono oltrepassati intorno

al 75 da Traiano che v'aggiunse la Dacia oltre Danubio; ripresi,

abbandonata questa da Valeriano, un secolo appresso intorno al 175;

intaccati dopo un altro secolo intorno al 275; ora rotti del tutto

dopo un altro intorno al 375; e calcati, cancellati poi durante tutto

un ultimo secolo fino alla distruzione dell'imperio nel 476. Certo una

tal difesa, sia che si conti di cinque, sia che solamente di tre

secoli, fatta dall'imperio quantunque straziato addentro in tante

guise, contro alle genti affollantisi all'intorno, mostra una gran

vitalitá, una gran vigoria ed operositá nella schiatta italiana,

indubitata fondatrice e signora prima di quell'imperio. Ma questa

schiatta era venuta meno a poco a poco; ed ora erano figli degeneri di

barbari o barbari stipendiati, avviliti, e quasi apostati dalla

barbarie, que' cosí detti romani che difendevano contro ai barbari

veri e rimasti di puro sangue, l'imperio precipitante. Il quale resse

in Asia, non solamente contro a' persiani, ma contro alle stesse

nazioni settentrionali piú nuove e piú terribili, per la forza locale

di quella Costantinopoli cosí ben piantata a ciò. E videsi allora, che

giunsero quasi tutti que' barbari europei ed asiatici via via alle

foci del Danubio, anzi alle falde dell'Emo o Balkano, vicinissime a

Costantinopoli: e tutti furono, per forza di tal vicinanza, indugiati

prima, ribalzati poi d'Oriente ad Occidente, dall'Asia sull'Europa, da

Roma nuova sulla vecchia. L'indugio durò appunto quanto Teodosio, il

rimbalzo tutto il resto del secolo.--Teodosio, non piú che imperatore

orientale dapprima, sofferse i visigoti tra il Danubio e l'Emo; ma ve

li rattenne, e con essi quanti premevano addietro. Si frappose, forse

troppo anch'egli, nelle contese cristiane; ma almeno, tenendosi fermo

contro all'eresia ariana e all'altre, serbò unita la cristianitá

romana, contro ai barbari giá gentili, poi via via quasi tutti ariani.

E cosí la guerra, che giá era di civiltá contro alla barbarie, diventò

pure di religione; il che risponde all'accusa antica e nuovamente

fatta al cristianesimo d'avere menomata quella difesa dell'imperio. Se

questo avesse potuto o dovuto esser salvato, sarebbe stato da una

guerra di religione. Del resto, ucciso Graziano da Massimo un nuovo

augusto, Teodosio venne in aiuto a Valentiniano II, prese ed uccise

Massimo; e quando Valentiniano fu ucciso dal suo maestro de' militi

che innalzò Eugenio, egli, Teodosio, combatté e prese pur questo; e

cosí riuní per l'ultima volta, ma per poco, i due imperii. Morí l'anno

appresso, 395.

15. L'ultima divisione, l'invasione e la caduta dell'imperio

[395-476].--Per sempre dunque si ridivisero i due imperii: l'orientale

(compreso l'Illirio) sotto Arcadio primogenito; l'occidentale sotto

Onorio, l'altro figliuolo del gran Teodosio. Degeneri, mediocri

amendue, lasciarono governare lor maestri de' militi, lor cortigiani,

lor donne, loro eunuchi. Allora straripò, innondò la piena de' barbari

vicini, premuti a spalle piú e piú da quegli unni che giá vedemmo sul

Danubio, e di che si disputa tuttavia, da quali steppe dell'Asia

fosser giunti, di quale schiatta, finnica, turca, o propria, fosser

cresciuti.--Quindi, dal basso Danubio scesero i visigoti per mare e

per terra, in Grecia, Pannonia ed Illirio; dalla Germania, i vandali,

gli alani e gli svevi, in Gallia, e quindi attraversandola, in Ispagna

[400 c.]. Tra breve, Alarico re de' visigoti penetrò fino a Verona, e

vi fu vinto da Stilicone, maestro de' militi e poco men che tutore

dell'imperatore occidentale. E penetrò secondo Radagasio con un nembo

di genti varie fino in Toscana, e vi fu vinto dal medesimo Stilicone.

Ma venuto questo in sospetto, giusto, o no, di voler usurpare

l'imperio, ed ucciso nel 408, Alarico ridiscese subito fino a Roma che

multò; poi tornovvi l'anno appresso e la prese innalzandovi, contra

Onorio, Attalo ad imperatore [409]; poi tornovvi la terza volta e la

pose a sacco [410], e morí poi. Quindi Ataulfo suo successore lasciò

l'Italia, passò in Gallia meridionale e Spagna, fondovvi un regno

goto, unendosi ai barbari precedenti. Intanto Onorio faceva augusto

Costanzio un suo capitano vittorioso; e, morti i due [421-423], quel

resto d'imperio occidentale, occupato un momento da un Giovanni,

rimase a Valentiniano III figliuolo di Costanzio [424].--Sotto il

quale fu abbandonata dai romani ed occupata da' sassoni la Britannia

[426]; occupata l'Africa da Genserico e da' vandali di Spagna [429];

occupata Elvezia e Gallia orientale da' borgognoni [435]; cedute

Pannonia, Norico e Dalmazia all'imperio orientale [437].--Peggio fu

quando [444] innalzato a re degli unni Attila «_flagellum Dei_» (come

fu detto da' contemporanei), egli raccolse intorno a sé tutte le genti

unne, slave e germaniche colá ancor rimanenti e ribollenti. Volsesi

prima all'imperio orientale; ma questo se ne salvò con un tributo

annuo [450]. Allora precipitò il nembo sull'occidentale; attraversò,

s'ingrossò in Germania, piombò su Gallia. Ma riunitisi ivi sotto Ezio

i restanti romani e i nuovi visigoti contro ai novissimi invasori, li

vinsero a Châlons in gran battaglia [451], e cosí li rigettarono

sull'Italia. Penetrò Attila in questa, assediò Aquileia, giunse al Po

e fu ivi fermato, dicesi per miracolo, certo incomprensibilmente da

un'ambasceria romana a cui capo era san Leone, il quale si può contare

cosí per il primo de' grandi papi politici [452]. Morí Attila appena

tornato in Germania al suo _ring_, vallo, o campo, o cittá capitale; e

fu sciolto il suo barbaro e momentaneo imperio.--Ma sorsero dai

frantumi nuove leghe, nuovi duci di genti, che furono i definitivi

distruggitori dell'imperio. E tanto piú, che Ezio, il sommo o solo

capitano imperiale, fu ucciso per sospetti da Valentiniano III [454];

ucciso esso in breve da Massimo senatore, a cui avea rapita la donna

[455].--Seguirono venti anni d'agonia, nove ultimi augusti: Massimo

per tre mesi, mentre Genserico e i vandali venivan d'Africa a

prendere, saccheggiare e lasciar Roma [455]; Avito vinto e deposto da

Ricimero, un duce di genti barbare varie [456]; Magiorano innalzato e

in breve ucciso da Ricimero [457]; Livio Severo innalzato pur da

Ricimero, e lasciato imperiar di nome sett'anni, poi morto, forse di

veleno [465]; poi, dopo due anni d'interregno tenuto da Ricimero,

Antemio innalzato per accordo di lui coll'imperatore orientale [467],

da lui poscia combattuto, vinto ed ucciso [472]; poi morto Ricimero,

che stava per prendere esso l'imperio, Olibrio morto fra tre mesi

[472]; poi Glicerio imporporato in Italia, e Nipote nominato a

Costantinopoli, il quale cacciò l'emolo [474] e fu cacciato egli

stesso da Oreste suo maestro de' militi; e finalmente Romolo Augustolo

figliuolo d'Oreste, deposto in breve da Odoacre duce di genti

raccogliticce, le une sollevate in Italia e l'altre tratte d'in sul

Danubio dalle reliquie dell'imperio unno. Odoacre non istimò rifare

inutili imperatori, e fu finito l'imperio occidentale, l'imperio

italiano [476].

16. Coltura antica, idolatra.--Della religione giá dicemmo a suo

luogo, e cosí faremo pure per le seguenti etá, nelle quali le cose

religiose si verranno sempre piú mescolando colle civili e politiche;

ondeché non ci resta né resterá a parlare separatamente se non delle

colture.--Nella etá dell'imperio romano, come due religioni, cosí

furono due colture, una antica e cadente coll'idolatria, una nuova e

progrediente col cristianesimo.--Il cader della prima incominciò

vivente od appena morto Augusto, e continuò senza interruzione,

peggiorando via via poi; ondeché non può attribuirsi, come si fa da

alcuni, né ai barbari che erano tuttavia lontanissimi, né al

cristianesimo che era ancora impotentissimo a ciò. Alcuni altri, del

resto grandi, fanno causa di questa come d'ogni altra decadenza della

coltura, non so qual legge di periodicitá, a cui dicono soggetta la

natura umana; e per cui ogni coltura, giunta al sommo, dovrebbe sempre

e di necessitá cadere, fino a che sorga un'altra a succederle

crescendo, arrivando al sommo suo, e ricadendo di nuovo, all'infinito.

Ma costoro si lasciaron forse ingannare dallo spettacolo, frequente

sí, non costante, di siffatti periodi. I quali non si veggono dalla

scienza or progredita né nella coltura indiana né nella cinese; e men

che mai in nessuna delle moderne cristiane, non nell'italiana, né

nella francese, e men che in niun'altra forse, nell'inglese. E quindi

sembra da abbandonare del tutto questa supposta legge universale, e da

cercar piú attentamente in ciascuna delle colture decadute le cause

speciali che la fecero decadere. E cosí facendo della romana, parrá

chiaro ch'ella decadde originariamente e principalmente per la sola

ragione, che fu spenta lá la libertá. Questa, il vedemmo, avea

generati, educati prima d'Augusto tutti i grandi del secolo ben detto

«aureo», mal detto «d'Augusto». Sotto il quale o dopo il quale non

sorse piú uno pari a quelli, non uno forse che sia poi stato detto

«aureo». È accennato nel bellissimo opuscolo contemporaneo _Della

perduta eloquenza_, è volgare ai nostri dí: le lettere si nutron di

fatti gravi, importanti, da discutere, o narrare, o ritrarre in

qualunque modo di prosa e poesia; ondeché, cessando ovvero i fatti,

ovvero la libertá del discuterli o narrarli o ritrarli, ovvero peggio

ed insieme i fatti grandi e la libertá, cessa il cibo, il sangue, la

vita delle lettere; elle languono, si spossano, infermano talora fino

a morte. E cosí avvenne allora: l'eloquenza senza affari pubblici

diventò retorica, o panegirici, che suol essere lo stesso; la poesia,

tragica, epica, o lirica, inceppata dalle leggi di maestá, diventò

leggiera, concettosa, non efficace, non alta, non larga, versi non

poesia; la filosofia resistette, die' alcuni lampi, gli ultimi forse

di quell'etá; ma la filosofia, che ha pretensione di condurre ed è piú

sovente condotta dalle lettere, seguí poscia anch'essa la decadenza; e

la seguirono, come sogliono, le arti e le scienze stesse. Perciocché

insomma le lettere che si dicono talora (appunto quando la servitú le

ha fatte incapaci) la piú vana, la men positiva, la men produttiva fra

le colture, son pur quelle che nutrono, ispirano e vivificano tutte le

altre; ondeché, mancando la vita ad esse, manca a tutte le altre. Né

servono allora i rimedi delle protezioni, o, come si suol dire, dei

mecenati: non serví il vero e vivo Mecenate, non Augusto ad impedire,

non Vespasiano, Tito, Traiano, Adriano, Antonino o Marc'Aurelio, a

trattenere di molto la decadenza. E tutto ciò è fuor d'ogni dubbio

chiarito dalla successione, dalle date degli scrittori via via

minori.--Di Tibullo e Properzio, aurei ancora, si disputa in qual anno

nascessero, ma si crede negli anni ancor della repubblica. Ovidio nato

negli ultimi è certo il meno aureo degli aurei. Fedro, un servo trace

nato piú o meno tra le due etá, è aureo di stile, ma il genere

trattato da lui è di quelli minori, scelti appunto quando vengon meno

i maggiori. Lucano, Persio, Stazio, Marziale, Seneca il tragico,

Seneca filosofo, del primo secolo dell'imperio, son tutti minori e

detti «argentei» unanimemente.--Quintiliano, fiorente tra il primo e

il secondo secolo, non se n'alza, pure sforzandosi di rialzar esso le

lettere cadenti. I due Plini, quantunque erudito il primo ed elegante

il secondo, e Giovenale stesso, quantunque generoso, non vi fecero

guari piú. Se avesse potuto farsi, sarebbe stato fatto da Tacito, uno

scrittore, un uomo (per quanto si sappia) di meravigliosa virtú in

tempi or viziosi, or almeno minori. Ma, vizio forse inevitabile in

qualunque uomo combattente il secolo suo, Tacito, resistendo alla

decadenza giá invincibile, e sforzandovisi, ne rimase aspro, duro,

travagliato oltre alle leggi del bello, che non è piú bello quando non

è facile. E cosí Tacito rimarrá immortalmente simpatico agli animi

virtuosi, che si confortano allo spettacolo della altrui virtú

infelice; ma riman segno egli stesso della decadenza invano da lui

trattenuta. Seguono decadenti via via piú Svetonio, Frontino,

Frontone, Petronio, numerati ancora fra gli argentei;--e poi nel

terzo, quarto e quinto secolo, detti di bronzo, di ferro e non so piú

che, una serie rara rara di minori, Ausonio, Claudiano, Eutropio,

Apuleio, Giustino, Macrobio, ed altri che non nomineremo.--Misti a

tutti questi latini, fiorirono alcuni greci, Plutarco solo grande, con

una turba di filosofi minori di varie scuole, od anzi di scuola

ecletica in Alessandria. E questi furono la speranza di Giuliano

apostata. Dopo il quale ancora, a' tempi di Teodosio, Simmaco, un

senatore principale di Roma, acquistava nome di eloquente o forse di

animoso fra' contemporanei, difendendo l'altare della Vittoria, ultimo

degli idoli nella curia. Ma giudichi ora ciascuno quale eloquenza,

qual filosofia, quali animi retrogradi dovessero esser questi; e qual

regresso si fosse fatto, in somma, dalle varie ma tutte vive ed

incalzanti parole d'un Catone, d'un Cicerone o d'un Giulio Cesare.--Le

arti, greche e purissime da principio, riempirono dapprima Roma, poi

l'imperio. Augusto vantavasi di aver trovata Roma di mattoni, e

lasciarla di marmi. E in Gallia, in Ispagna e nell'estrema Africa,

quasi come in Italia, si trovan resti da far meravigliare quanto se

n'empissero le cittá e le terre. Il fatto sta (e credo sia da notare

per l'avvenire dell'arti italiane che dovrebbon essere provveditrici

al mondo moderno), che l'ornamento dell'arti diventa un bisogno in

tutte le civiltá molto avanzate. Ancora, a tutte queste province fu

estesa dagli imperatori la rete delle strade romane. Tutto ciò fino

agli Antonini. Ma arti ed opere pubbliche furono neglette nel secolo

delle contese e de' moltiplici imperatori; e giá colle lettere si

trovano l'arti molto corrotte solto Diocleziano e Costantino, e

corrottissime poi al cader dell'imperio. I barbari sopravegnenti non

trovarono della coltura antica nulla da corrompere; tutt'al piú, resti

da disperdere.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 6 / 25 段