compagnia, alcuni usi di conquista, che pur si ritrovano piú o meno in
tutti i nuovi regni romano-tedeschi.--Molte, forse le piú delle genti,
le giapetiche principalmente, le tedesche sopra tutte, furono, giá
l'accennammo, divise in tre parti. E quindi molte delle migrazioni
fecersi da uno o due de' terzi; e ciò spiega come si ritrovino sovente
i nomi delle genti migrate sul suolo primiero. E ciò spiega un altro
fatto, anche piú importante qui: come, perché i piú degli invasori
pretendessero, pigliassero un terzo, talor due delle terre invase. Era
naturale, pareva loro giusto e moderato. Avevano abbandonato uno, due
terzi delle terre avite; pigliavano la medesima quota delle
conquistate.--Questo terzo poi, o due terzi delle terre conquistate
chiamavasi la «parte de' barbari» (_pars barbarorum_), e ridividevasi
in parecchie altre: una grandissima al re, una grande ancora ai conti,
tungini, centenari e decani, tutti ufficiali pubblici posti a tempo ed
al piacer del re; e finalmente la parte di ciascun milite, che
traevasi a sorte, ed era quindi detta «sorte dei barbari» o «parte
comune» (_sors barbarorum_ o _barbarica, allod, allodium_), od anche
«terra franca», «salica», «borgognona» ecc., dal nome degli invasori.
Ma in ciò furono usati due modi molto diversi. 1° In alcuni de' nuovi
regni la parte barbarica, l'allodio era dato in terra a ciascuno de'
barbari, co' servi (_coloni, liti, aldii_) che giá erano sul suolo
romano. 2° Talora, benché piú di rado, la parte barbarica non era data
in natura al barbaro: era riscossa, fosse terzo o due terzi, da lui
sull'abitatore romano, che rimaneva proprietario unico sí, ma
proprietario «aggravato» (che cosí appunto si disse) di questo
gravissimo carico, oltre forse i tributi. Nell'un caso e nell'altro,
ogni barbaro cosí accoppiato ad ogni romano chiamavasi «ospite»
(_hospes, ostes_) di lui; e l'abitazione sua «_hospitium_»,
«_alberg_», «_albergum_». Era questo modo secondo piú spedito, piú
facile, piú utile al barbaro, che non s'aveva ad impacciare di
amministrazione né coltivazione: e fu cosí usato da' barbari piú
barbari, meno inciviliti; ma gravò molto piú sugli abitatori antichi,
ridotti essi stessi cosí a condizione poco men che di coloni.--Ma
oltre a tutto questo spartimento generale, spartivasi poi la parte
particolare del re. Il quale non solamente ne manteneva alla corte i
suoi commensali o fedeli o gasindi, a modo degli antichi capi di
compagnia, ma, perché non poteva egli stesso amministrare le terre
vicine o lontane, le dava a governare a questi suoi gasindi, qua e lá,
in tutto il regno; e questi amministratori regi furono detti
«_gast-halter_», «_gastaldii_», e i beni regi cosí dati furono
chiamati «beni donati» o «beni de' fedeli», «_fee-od_», «_feuda_»,
«feudi», od anche «_beneficia_» per equipararli a quelli guarentiti
alla Chiesa. Perciocché questi, sia che fosser lasciati tutti gli
antichi posseduti dagli ecclesiastici sotto l'imperio romano, sia che
diminuiti nella conquista, sia che poscia accresciuti, tutti sempre
furon lasciati indipendenti da ogni altra supremazia, sotto la
protezione, la tutela immediata e sola (_mund, mundium, mundiburgium_)
del re. E cosí quindi i feodali. Questo era l'ordinamento de' barbari,
i quali soli governavano, soli militavano. E talora questo ordinamento
era solo legale, serviva a' barbari signori ed ai romani civilmente
servi; ma talor all'incontro, allato o piuttosto sotto all'ordinamento
barbarico, serbossi il romano, inferiore e dominato sí, ma pur
riconosciuto e legale.--E di tutte queste varietá siam per vedere
esempi nella misera Italia; tanto piú misera, che variarono in essa i
modi di servitú, mentre furono piú costanti e perciò alla lunga piú
tollerabili negli altri regni contemporanei. La miseria speciale
d'Italia in tutte le etá seguenti fu il non fermarsi in niuna servitú,
il rimutar padroni continuamente. Degli altri popoli giá provinciali,
ultimamente consudditi nostri nell'imperio, niuno ebbe a soffrire
tante conquiste come noi; per gli altri, queste furon finite alla fine
del secolo quinto: e cosí de' popoli romani e tedeschi insieme poteron
sorger miste e farsi uniformi colá quelle popolazioni spagnuole,
francesi ed inglesi, che resistettero quindi piú facilmente alle
conquiste piú moderne. In Italia, all'incontro, vedrem succedersi
barbari d'Odoacre, goti, longobardi, franchi antichi, francesi nuovi e
tedeschi antichi e nuovi; e gli invasori antichi incalzati da' nuovi
non ebbero quasi mai tempo a fondersi nella nazione. E quindi, ciò che
si suol dire dell'altre nazioni moderne europee, che il lor sangue
servile di provinciali romani fu rinnovato dal sangue libero tedesco,
non è vero per l'Italia. Il vantato puro sangue italiano, non servile,
per vero dire, come di provinciali, ma servilissimo, come di piú
imbelli e piú avviliti sotto la piú vicina tirannia imperiale, non si
rinnovò di niun sangue libero e militare per gran tempo. I guerrieri
settentrionali non si confusero co' servi italiani se non piú tardi;
quando furono essi pure, a vicenda, invasi e conservi.
5. I barbari d'Odoacre [476-489].--I distruggitori dell'imperio
occidentale furono una compagnia raccogliticcia di eruli, rugi, sciri,
turcilingi e forse altri. Gli eruli, probabilmente piú numerosi
(posciaché si trovano in varie storie aver dato nome alla compagnia),
furono probabilmente tedeschi; cosí i rugi, parte de' quali stanziati
sul Baltico, diedero nome all'isola di Rugen. Degli sciri non saprei.
I turcilingi paion dal nome turchi venuti con Attila. Odovacar o
Odoacre, figlio d'Edika giá duce de' rugi, stato poi de' protettori o
guardie imperiali, li raccolse; parte forse in Italia ove militavan
ancor essi, parte certamente in Pannonia, ove vagabondavano tra le
disperse orde d'Attila. Sollevaronsi o vennero, chiedendo, a modo di
tutti gli altri barbari, il terzo delle terre d'Italia. Presa Pavia,
gridarono re loro (_rex gentium_) Odoacre addí 23 agosto 476; e tra
breve, prese Ravenna e Roma, ucciso Oreste patrizio, chiuso a languire
e morire nell'antica villa di Lucullo presso a Napoli Augustolo,
l'imperator fanciullo, Odoacre padroneggiò, regnò su tutta Italia.
Mandato dire all'imperator orientale che «bastava oramai un imperatore
al mondo», ebbe da quello e da Nipote (un altro imperator occidentale
superstite in Dalmazia) quel titolo di «patrizio», che era grande ma
indeterminata dignitá del basso imperio, e che fu tenuto anche da
altri re barbari. Ucciso Nipote da due suoi conti, Odoacre mosse a
vendicarlo; ma riuní Dalmazia al suo regno e patriziato. Il quale,
oltre la penisola, comprendeva le due Rezie e Sicilia, restando
Sardegna e Corsica ai vandali d'Africa. Del resto, Odoacre non prese
la porpora, mandò gli ornamenti imperiali a Costantinopoli, serbò in
Roma il consolo solito nomarsi in Occidente, e il senato; nelle cittá
i governi municipali, le curie; tutto il governo romano allato al
barbarico: l'ordinamento del suo Stato fu di quelli misti testé detti.
Né, oltre alle prime occasioni della conquista, ed al pigliar il terzo
delle terre, sembra ch'egli incrudelisse, predasse o tiranneggiasse.
Gli si trova data questa lode, semplice, ma molto insueta ad un
distruttor d'imperio ed invasor di popoli: «fu uomo di buona volontá».
Bisogna dire che paresse una benedizione quell'invasione stanziata
dopo tante momentanee, piú crudeli e piú sovvertitrici; a quella che
par talora la tirannia, ai popoli stanchi ed avviliti dalle momentanee
e ripetute rivoluzioni.--Ma tutto ciò non durò che dieci anni. Nel
487, egli mosse una guerra in Pannonia contro ai rugi compatrioti suoi
colá rimasti; e, vintili, non serbò lor paese, ma li trasse esso in
Italia; evidentemente, ad accrescervi le forze, le genti dominatrici.
E Federico, il re spogliato e scampato, rifuggí in Mesia a Teoderico
re degli ostrogoti.
6. Teoderico e gli ostrogoti [489-526].--I goti tutti insieme furono una
gran gente, salita giá dall'Asia alla Scandinavia, e quindi ridiscesa sulle
sponde settentrionali dell'Eusino. Molto si disputa a qual famiglia di
genti appartenessero, se a quelle de' geti, o degli sciti, o de' germani. A
me pare provato (se non altro, dal trovarsi cosí tedeschi tanti lor nomi di
persone e d'uffici, e la lor traduzione della Bibbia fatta da Ulfila nel
quarto secolo) che essi furono probabilmente teutoni; forse de' kimri o
cimbri, certo d'una di quelle due schiatte da cui sorsero la nazione e la
lingua tedesche.--Ad ogni modo, gli ostrogoti o goti orientali erano una
parte di questa nazione, rimasta giá sulle bocche del Danubio, quando i lor
fratelli visigoti o goti occidentali n'erano partiti, poco men che un
secolo addietro, a correr l'Europa, a capitare e fondare un regno sul
Rodano e in tutta la penisola spagnuola. Erano stati congiunti coll'imperio
di Attila; rovinato il quale, n'eran rimasti la frazione principale.
Correvano, dominavano dalla Pannonia fin presso alle mura di
Costantinopoli; ed ora avean per duca o re Teoderico degli Amali, giá
statico ed educato nella corte greca, poi a vicenda capitano ed avversario
di essa: un misto di barbaro e incivilito, un ambizioso, un grand'uomo. E
fosse spinto dal proprio pensiero, o dal re rugo a lui rifuggito per
vendicarsi, o dall'imperator greco per liberarsene, ad ogni modo nel 488
ebbe da questo (pretendente dominio sull'imperio occidentale invaso) la
concessione d'Italia. Cosí per la prima volta il nome, la memoria, il
vanto, il diritto preteso dell'imperio romano furono funesti all'Italia,
furono causa di nuova e di prontissima mutazione.--S'incamminò con tutta
sua gente, guerrieri, vecchi, fanciulli, donne, armenti, carri e
masserizie; guerreggiò per via, e s'ingrossò d'altre genti, passò l'Alpi
carniche, giunse all'Isonzo, dove l'aspettava alla riscossa Odoacre,
ingrossato anch'egli di genti e re alleati. Combatterono lí, addí 27 marzo
489 una prima volta, poi una seconda sotto Verona, e fu vinto Odoacre nelle
due. Fuggí a Roma, fu ricevuto a porte chiuse: evidentemente gl'italiani
parteggiavano e s'illudevano giá per l'imperio, in nome di cui veniva
Teoderico. Il quale poi, non per l'imperio ma per sé prendeva Milano,
Pavia, tutta l'Italia superiore; vinceva all'Adda per la terza volta
Odoacre, e chiudevalo in Ravenna. Tre anni l'assediò, preselo nel 493,
ucciselo pochi dí appresso, in convito, alla barbara: tutta l'Italia fu
sua.--Noi vedemmo giá un'antichissima guerra d'indipendenza combattersi
dagli itali ed etruschi per due generazioni contra i pelasgi, e finir con
buttar questi al mare; e vedemmo una seconda guerra d'indipendenza
intraprendersi da' romani a capo dei popoli italici contro a' galli, e
durare da trecentosessanta anni poi, e finir colla soggezione de' galli
cisalpini e transalpini. Or qui, con questo accostarsi degli italiani
all'imperio contro ad Odoacre, noi veggiamo incominciata la terza guerra
d'indipendenza italiana, la guerra contro a' popoli tedeschi, che dura da
milletrecentocinquantasette anni, e non è finita.
7. Continua.--Teoderico poi ordinò, governò, estese il regno cosí,
ch'ei si può dire il piú civile insieme e il piú grande dei re
romano-barbari. Come quel d'Odoacre il governo di lui fu misto,
duplice, de' goti e de' romani. Serbati alcuni, cacciati i piú de'
barbari precedenti, lor terzo di terre passò ai barbari nuovi; i
romani non par che ne patissero altrimenti: sembra anzi in tutto
migliorata lor condizione, accresciuta lor ingerenza. Goto il re, per
vero dire, goto l'esercito, gote l'oltrepotenze, e quindi senza dubbio
le prepotenze; ma romano il principal ministro del regno, Cassiodoro,
romani molti altri minori; ed in ciascuna delle grandi cittá (aboliti
allora o prima i duumviri) un _graf_ goto a governare e giudicare i
goti, un _comes_ romano pe' romani. Del resto, leggi e grandi
raccomandazioni di esser buoni co' romani, di vestire, radersi, vivere
alla romana: i monumenti antichi di tutta Italia, que' di Roma
principalmente, visitati dal re, fatti serbare, restaurare; altri
nuovi (a Ravenna principalmente) edificati; papi e vescovi rispettati;
rispettata dal re e da' suoi barbari, tutti ariani, la religione
nazionale italiana, che fu dall'origine e sempre la cattolica.--Di
fuori Teoderico, che non era un barbaro venturiero come Odoacre, ma
della schiatta regia, anzi Ansa, cioè eroica e mitologica degli Amali,
e portava la porpora, ed avea dato o fatto dare a parecchi sudditti
suoi il titolo di patrizio, portato allora da parecchi re barbari,
s'apparentò, trattò, guerreggiò con molti di questi, men da pari che
superiore. S'apparentò coi re de' borgognoni in Gallia, de' turingi in
Germania, de' vandali in Africa, de' goti in Ispagna, e con quel
Clodoveo uno de' re franchi, il quale allora appunto veniva
sollevandosi sopra gli altri, e cosí fondando quella monarchia tanto
minore allora, tanto piú durevole poi, che non quella di
Teoderico.--Signor giá della penisola, della Sicilia, delle due Rezie
e del Norico, incominciò nel 504 nuove guerre e conquiste. E prima,
contro ai gepidi e bulgari in Pannonia, la quale conquistò fino al
Sirmio; poi contra Clodoveo, che estendendosi avea sconfitto e morto a
Poitiers [506] il re de' visigoti, ed occupate tutte lor province di
Gallia, tranne Provenza e Rossiglione. Teoderico salvò queste sí ad
Amalarico re fanciullo figliuolo dell'ucciso, ma gli mandò a tutore
Teuda uno de' suoi conti; e pare che il facesse governare in nome suo,
e prendesse egli titolo di re dei visigoti. Morto poi Clodoveo,
continuò a guerreggiar co' franchi e co' borgognoni; ed insomma, o in
nome proprio o del pupillo, vedesi Teoderico signoreggiare, intorno al
520, Illirio occidentale, gran parte di Pannonia, Norico, Rezie,
Gallia meridionale e Spagna. La Theiss, il Danubio, il Rodano, la
Garona erano limiti all'incirca del magnifico regno.
8. Continua.--Il quale tuttavia incominciò, lui vivente, a minacciar
rovina; ed al medesimo modo che quel d'Odoacre, per impulso venuto
dall'imperio, per le inopportune memorie, per gli stolti affetti degli
italiani a quel nome, a quel resto d'imperio, tutt'altro oramai che
italiano. Giustino, l'imperator di Costantinopoli, seguendo l'uso di
quella corte troppo e mal teologhessa, si pose a perseguitar gli
ariani. Teoderico ariano, ma tollerantissimo fin allora, perseguitò
ora a rappresaglia i cattolici. Quindi ire, sospetti reciproci, tra
goti ed italiani. Primo Albino un grande romano, poi Boezio anche piú
grande, poi Simmaco suocero di lui, poi Giovanni papa, furono accusati
«d'avere sperata la libertá di Roma», di carteggiare coll'imperatore,
e via via. Boezio e il papa morirono in carcere, Simmaco decollato.
Finalmente, in agosto del 526, Teoderico fulminò un decreto per dar le
chiese de' cattolici agli ariani; ma morí prima del dí fissato
all'eseguimento, tra' rimorsi e i prodigi, disse il volgo, tra le
esecrazioni di esso certamente; e troppo tardi raccomandando a' grandi
goti e romani, raccolti intorno al letto suo, quella concordia, che è
cosí difficile sempre tra conquistatori e conquistati, ch'egli giovane
e forte avea saputa mantenere, ma che invecchiato avea lasciato
allentarsi giá, e stava ora per isciogliersi del tutto in mano di una
donna, un fanciullo ed un letterato.
9. Caduta de' goti [526-566].--Succedette Atalarico, fanciullo di
sette anni, figlio d'Amalasunta, figlia di Teoderico, la quale fu
reggente. Eran nel regno le quattro parti che sempre sono in un regno
di stranieri: i nazionali amici e i nemici degli stranieri, gli
stranieri amici e i nemici de' nazionali. Amalasunta e Teodato un suo
cugino, eran de' goti romanizzati, inciviliti, letterati. Amalasunta
educava il re alla romana. I goti puri se ne turbarono, e le tolsero
il giovane; il quale allevato quindi alla barbara, oziando,
gozzovigliando e corrompendosi, si consunse e morí di diciotto anni
[534].--Cacciata Amalasunta in un'isoletta del lago di Bolsena, dove
ella tra breve fu tolta di mezzo, regnò Teodato. Pare che fra questi
pericoli Amalasunta avesse giá trattato, ed or certo Teodato trattò
coll'imperatore greco per averne aiuti o rifugio. Imperatore era
allora Giustiniano, il gran raccoglitor di leggi e codici romani, il
gran riconquistatore di molta parte d'Occidente. Triboniano ed altri
giureconsulti l'avean aiutato alla prima gloria; Belisario ed altri
capitani l'aiutarono alla seconda; ma restò a lui la gloria personale,
e sempre grande a un principe, d'aver saputo scegliersi aiuti, senza
invidia. Belisario avea giá vinti i persiani, e ritolte ai vandali
Africa, Sardegna, Corsica. Erano tra l'imperatore e i re goti piccole
contese di limiti; ed erano allettamento a quello le dissensioni di
questi. Belisario scese in Sicilia e la conquistò, passò Napoli e la
prese, senza che si movesse Teodato. Contro al quale insospettiti o
sdegnati finalmente i goti di Roma, escivano della cittá, e facean lor
re Vitige, non principe, semplice guerriero, ma buono. E Teodato,
fuggendo, era scannato per via [536].
10. Continua.--Vitige disapparecchiato lasciò Roma, e Belisario
v'entrò [dicembre 536]. Ma non forte abbastanza per ispingere i goti,
vi si chiuse e fortificò con cinque o sei mila uomini, e tra breve
Vitige venne ad assediarlo, dicesi, con centocinquantamila. Fu famosa
fazione: durò un anno [marzo 537-marzo 538]. Ma Belisario aiutato dai
romani, e ricevuti rinforzi, sconfisse piú volte i goti, e finalmente
li respinse ed inseguí. Prese Ancona, Milano, Fiesole; corse mezza
Italia, corsa intanto da un nembo di borgognoni e franchi, predoni
terzi sopravvenuti tra i contendenti. Finalmente Belisario assediò
Ravenna, giá capitale de' goti, ora lor rifugio; e presela con Vitige
e il nerbo de' goti ch'ei trasse poi seco prigioni a Costantinopoli
[fine 539].--Rimanevano quindi i greci mal capitanati da parecchi
duchi, i quali dividevansi le cittá, le governavano militarmente,
sovranamente, serbando sí i governi municipali ma ponendovisi essi a
capo, successori insieme de' grafioni goti e dei conti romani, e
taglieggiandovi probabilmente ognun per due. Allora a rivolgersi
gl'italiani, a desiderar di nuovo i goti; e questi a raccogliersi, a
rinnovar la guerra. Rimanevano loro Verona, Pavia, e forse tutta
l'Italia occidentale allor detta Liguria.--Gridan re, prima Ildibaldo
un nobile e forte guerriero, in breve ucciso per vendetta privata; poi
si dividono tra Eurarico e Baduilla, ed ucciso quello, resta solo
questo, chiamato poi Totila o «il vittorioso». Quindi incomincia
un'ultima guerra di riscossa, che è la piú nobil parte della storia
de' goti in Italia. Sorge Totila [541] da Verona con cinquemila
uomini, batte e disperde i duchi greci a Faenza, s'allarga prendendo
cittá in Emilia, in Toscana; poi gira intorno a Roma e Napoli, corre
tutto il mezzodí; torna su Napoli, la piglia [543] e non la
saccheggia. Chiaro è: i goti rinnovati dalla sventura, erano
ridiventati non solo forti, ma piú miti e migliori in tutto che i
greci. Allora, perduta oramai, fuor di Roma e Ravenna, quasi tutta
Italia, la corte donnaiola di Costantinopoli rimandava il conquistator
Belisario; ma tra' molti intrighi, e con poco esercito, pochi danari,
poco favore. Scese a Ravenna: ma rinchiusovisi, seguí una guerra
sminuzzata; finché Totila vittorioso pose finalmente assedio a Roma, e
la prese in faccia a Belisario accorso ad aiuto [dicembre 546]; e
allora, inasprita oramai la guerra contro alle popolazioni italiane,
saccheggiò, disertò la cittá, n'atterrò le mura e lasciolla. Fu
rioccupata da Belisario, riassalita da Totila; combattevvisi intorno
tre dí, e fu vinto Totila; ma con poco frutto: ché dopo poco di guerra
spicciolata fu in breve, per nuovi intrighi di corte, richiamato
Belisario, il quale avea cosí guastata la gloria di sua prima impresa
d'Italia. Allora (tra una nuova invasione di franchi ed una prima e
breve di longobardi) Totila riprese Roma e restaurolla, passò in
Sicilia e presela pur quasi tutta.--Finalmente, dopo parecchi altri
capitani greci tutti cattivi, venne uno che pareva dover essere il
pessimo: Narsete, un eunuco del gineceo imperiale, vecchio di presso a
ottant'anni, e che nella prima guerra di Belisario era stato sotto lui
uno dei duchi piú indisciplinati. E tuttavia, costui vinse e finí la
lunga guerra. Forte in corte, e cosí ben proveduto di danari e di
uomini (fra cui un duemila longobardi), venne [552] per l'Illirio e la
Venezia a Ravenna: e quindi uscito in breve, marciò contro a Totila
che s'avanzava da mezzodí. Incontraronsi presso a Gubbio; e fu una
gran rotta di goti: Totila che avea combattuto de' primi e degli
ultimi, da re, morí ferito nella fuga.--Fu in Pavia gridato a degno
successore di lui Teia, uno de' capitani principali. Il quale in pochi
mesi raccogliendo le forze restanti a' suoi nazionali, scese giú per
la penisola contro a Narsete, che dopo aver ripresa Roma (quinto
eccidio di essa in quella guerra), assediava ora il castello di Cuma,
ov'eran serbate le insegne regie e il tesoro de' goti. Combattessi una
seconda gran battaglia alle falde del Vesuvio; e vi pugnò Teia come
Totila nella prima: piú felice di lui, morendo sul campo, e, dicesi,
dopo aver cambiati parecchi scudi, carichi, l'un dopo l'altro, di aste
nemiche. Allora si arresero tutti i goti lá restanti [553]; e chi li
dice poi cacciati fuor d'Italia, chi sparsi in essa. Certo, molti
rimaneano ancora. Forse essi furono che chiamarono una grande
invasione d'alemanni; i quali sotto Leutari e Buccellino corsero e
predarono la penisola uno o due anni, finché furono vinti essi pure da
Narsete. Vedonsi, ad ogni modo, continuare sollevazioni e piccole
guerre di barbari qua e lá, e non conquistata tutta la penisola se non
al fine de' dodici anni che durò la signoria greca. E cosí, con difesa
perdurante fino all'ultimo, veggonsi finire a poco a poco que' goti,
il cui nome non ritrovasi piú nelle storie; le cui reliquie durano
forse qua e lá tra le terre e i monti d'Italia. Nobile e forte
schiatta, per vero dire, e piú che niun'altra barbara mansueta ai
vinti, in Italia come in Ispagna! Ondeché non merita il mal nome che
le restò nella storia nostra, mal fatta e rifatta per lo piú co'
pregiudizi romani, imperiali. Se non era de' quali, chi sa? sarebber
rimasti e durati questi goti tra noi, come lor fratelli in Ispagna e i
franchi in Francia; e misti noi con essi, non avremmo mutate tante
signorie, né avuta a soffrire la divisione d'Italia; di che siamo per
vedere i princípi.
11. I greci.--Veggiamo intanto qual profitto avesser tratto que'
nostri maggiori, al rifarsi imperiali, al ridiventare, come dicevasi
allora, romani, in realtá provinciali greci. E prima, poiché non
furono finiti di cacciare tutti i barbari se non uno o due anni prima
che venissero i longobardi, vedesi che la misera Italia non respirò se
non d'altrettanto. Poi, gl'italiani, che, come pare accennato da certi
negoziati tra Vitige e Belisario, e come, del resto, è naturale
immaginare, aveano sperato riavere un imperator occidentale, ebbero a
governator sommo Narsete eunuco, maestro de' militi, patrizio e gran
ciamberlano, e sotto a lui, un prefetto del pretorio. Non trovo se i
due sedessero in Roma o Ravenna: è probabile in questa. Di rettori od
altri governatori di province, non è cenno. Probabilmente, i duchi
continuarono ad esser tutto in ciascuna delle cittá, con territori piú
o meno fatti a caso dalla guerra. Sotto essi i giudici, governatori
civili, capi de' corpi municipali, ma non eletti da essi, anzi dati,
talor forse dai duchi, certo sovente da' vescovi, e perciò chiamati
«dativi». I membri di questi corpi non eran piú detti «decurioni», ma
indeterminatamente «principali» od anche «consoli», nome vecchio,
significazione nuova, non piú di capi, ma di consiglieri municipali.
Roma stessa, ridotta a par dell'altre, ebbe un duca. Che diventò il
terzo barbarico delle terre? Non è probabile fosse restituito ai
possessori antichi italiani. Dovette essere incamerato, od anzi
distribuito o preso dai duchi ed altri greci. Non n'è cenno nella
prammatica del 554, che Giustiniano gran promulgator di leggi fece a
riordinar Italia, e che non riordinò nulla. Del resto, da ciò e da
tutta la storia vedesi, che fu un governo da stranieri lontani,
peggior sempre che quello di stranieri stanziati. E il pessimo e piú
vergognoso (ma non insueto a tali stranieri) fu che non seppero nemmen
difender la conquista da stranieri nuovi.--Morto Giustiniano nel 565,
succedutogli Giustino molto dammeno, questi richiamò Narsete; dicesi,
perché non mandava danari in corte; onde sarebbe a dire la corte
lontana peggiore che il governatore vicino, e richiamato questo per
non aver saputo farsi abbastanza cattivo: né sarebbe insueto ciò
nemmeno. Dicesi poi, fosse richiamato con quelle parole vituperose
della nuova imperatrice: «che tornasse l'eunuco a far filar lane nel
gineceo»; ed adiratone egli, perciò chiamasse i longobardi. I quali
vennero ad ogni modo tre anni appresso.
12. I longobardi prima della conquista.--Qui incomincia la seconda e
piú lunga parte di questa etá dei barbari. I longobardi furono
antichissimamente d'una gente scandinava detta vinnuli o vendeli; un
terzo della quale passato il Baltico, e preso quando che fosse il
nuovo nome dalle lunghe barbe o dalle lunghe aste, posarono primamente
nell'isola di Rugen, poi sull'Elba. Tacito li dice «nobilitati da lor
pochezza», a malgrado la quale sempre rimasero indipendenti; e Velleio
Patercolo «gente piú feroce che non la germanica ferocitá». E pochezza
con ferocitá furono i due distintivi serbati da essi poi. In Germania
appartennero all'antica confederazione degli svevi, e probabilmente a
quella piú nuova de' sassoni, di cui pur furono gli angli, padri
degl'inglesi, bella parentela. Soggiacquero agli unni, occuparono in
Pannonia il Rugiland o terra de' rugi, vuotata giá da Odoacre; e
rivaleggiarono lá co' gepidi; e li vinsero in due grandi battaglie;
dove Alboino figliuolo del re longobardo nella prima, re nella
seconda, uccise di mano sua i due re gepidi, Torrismondo e Cunimondo.
Cumulazione poi di barbarie, poco men che incredibile ora, ma
attestata da tutte le tradizioni, il feroce uccisore sposò Rosmunda
figlia e nipote dei due uccisi; e del teschio del suocero fecesi un
bicchiere a banchettare. I gepidi eran distrutti; il loro nome non
trovasi piú; i rimasugli si perdettero certo nelle due genti de'
longobardi e degli unni-ávari lor alleati. E, fosse stato patto
dell'alleanza, o che le due discese giá notate di alcuni longobardi in
Italia li avessero invogliati del bel paese, o fossero essi tratti,
come poc'anzi altri barbari, dalla debolezza de' greci, od invitati
veramente da Narsete; il fatto sta, che i longobardi lasciarono,
appena compiuta, lor conquista di Pannonia a quegli alleati, i quali
le diedero poi il nome proprio di Unn-Avaria od Ungheria; e che essi
ingrossati di varie frazioni di genti, gepidi, bulgari, sarmati, svevi
e principalmente sassoni, scesero in Italia l'anno 568. Né inganni
siffatta moltiplicitá di nomi sul numero degli invasori. I longobardi
furono certamente i piú numerosi tra essi di gran lunga; eppure furono
pochi. Trovansi divisi in quelle migliaia, centinaia e decanie (ma
decanie di dodici) che dicemmo; e tutta la gente composta
probabilmente di tre dozzine di queste migliaia, cioè in tutto di poco
piú che sessantaduemila guerrieri. Ad ogni modo, la loro pochezza si
manifesta da ciò, che non poterono, né nell'invasione né poi mai, né
occupare tutta Italia contro a' greci, né difenderla contro a'
franchi. E cosí continuò il danno vecchio, che ogni potenza sorgente
da noi lasci nel proprio edificio l'addentellato alla potenza
ulteriore; e sorse il danno, nuovissimo allora, il dividersi la
penisola per non riunirsi forse mai piú.