5. I tre ultimi della famiglia di Cesare [37-68].--Succedette Caio

figlio di Germanico, adolescente di speranze, giovane voluttuoso,

crudele e poco men che impazzato. L'uccisero dopo quattro anni i

pretoriani, e gridarono imperatore lo zio di lui Claudio, che ne li

pagò con un donativo. Quindi il modo cattivo di successione diventò

pessimo.--Claudio era giá di cinquant'anni, uom mediocre per sé,

peggiorato dall'ozio, dal sospetto in cui eran tenuti i collaterali di

casa Cesare, come quelli poi di casa Ottomana. Debole, ghiotto,

donnaiuolo, governarono per lui donne e liberti, Agrippina, Messalina,

Pallante, Narciso, nomi infami. Regnò tredici anni, morí di veleno

datogli per affrettare la successione a Nerone genero di lui.--Questi

era giovane di diciassette anni, pur esso di speranze, allievo di

Seneca filosofo. Diventò crudele per paura. Incominciò con uccider

Britannico cugino suo, proseguí contra quanti appartenevano piú o meno

alla famiglia di Cesare; finí con uccidere sua moglie Ottavia che

l'avea fatto salire a quella famiglia, sua madre Agrippina che l'avea

posto in trono, e Poppea sua seconda moglie che l'avea spinto e amato

tra tutto ciò. Poi, macelli di grandi e piccoli numerosissimi; fra gli

altri di molti cristiani, a trastullo; e poi voluttá, nefanditá,

pazzie. Sorsero parecchie sollevazioni; i pretoriani l'uccisero dopo

quattordici anni di tirannia; e con lui finí la famiglia vera de'

Cesari. Ma tutti i successori ne serbarono il nome.--Sotto Claudio

s'estesero i limiti in Britannia, e si ridussero a provincia

Mauritania, Licia, Giudea e Tracia; sotto Nerone fu di nuovo estesa e

ridotta a provincia Britannia; e si guerreggiò in Armenia, e in Giudea

giá sollevata, e contro a' parti.

6. I tre primi contendenti, e i tre Flavi [68-96].--Galba, vecchio

capitano di settantadue anni, era stato gridato imperatore in Ispagna,

mentre s'uccideva Nerone. Venuto a Roma, vi fu riconosciuto dal

senato, mal veduto da' pretoriani e sbalzato in pochi mesi da Ottone

[68-69]. Il quale riconosciuto in Roma e non dalle legioni germaniche,

andò loro incontro, ne fu vinto, e s'uccise; durò tre mesi

[69].--Vitellio condotto a Roma da quelle legioni, vi fu riconosciuto;

ma, disprezzato in breve per libidini e crudeltá, fu sconfitto ed

ucciso in pochi altri mesi dalle legioni di Siria e del Danubio, che

acclamarono e condussero a Roma Flavio Vespasiano [69].--Quindi la

nuova famiglia de' Flavi che imperiò per tre generazioni. Vespasiano

tranquillò, riordinò l'imperio sovvertito nei cinquantacinque anni dei

quattro Cesari nefandi, e dall'ultime competenze. Dovette accrescere i

tributi; abolí le accuse di maestá, ributtò i delatori; fu buon

principe; guerreggiò co' batavi risollevati tra le ultime contese

dell'imperio; co' giudei sollevati, a cui Tito distrusse Gerusalemme

[71]; co' britanni e co' caledoni vinti da Agricola; ridusse o

confermò a province Rodi, Samo, Licia, Tracia, Cilicia e

Comagene.--Successegli Tito figliuolo di lui, stato giá devoto a lui

ed alla patria, capitano vittorioso e per que' tempi clemente; modello

de' principi ereditari. Non regnò se non due anni [79-81], e gli

bastarono a farsi modello de' regnanti.--Seguí Domiziano fratello di

lui, ma troppo diverso; vano, invido, sospettoso, crudele, richiamò

Agricola vittorioso dalla Britannia, guerreggiò or a pompa in persona,

or pe' capitani contro a' germani e ai daci, or vanamente, or cosí

vilmente che patteggiò un tributo agli ultimi. Fu ucciso per congiura

di palazzo [81-96].

7. Nerva, Traiano, Adriano [96-138].--Posto in trono da' congiurati

Nerva, un vecchio onorando di settanta anni, furono restituiti

l'ordine, lo splendore dell'imperio; e continuati, accresciuti poi per

una serie di buone adozioni durante quasi un secolo. Questo fu, senza

paragone, il piú, od anzi il solo buon secolo di quella grande

autocrazia; fu, secondo l'espressione d'un autocrata moderno, caso

fortunato. Nerva regnò poco piú d'un anno; ma in quello, fece uno

forse de' piú rari, certo uno de' piú utili atti adempibili da un

principe, apparecchiossi un successore maggiore di lui [98].--Traiano

figliuolo adottivo di Nerva, spagnuolo, e cosí primo degli augusti che

non fosse italiano, gran capitano, grande uomo di Stato, fu tale sul

trono, che può credersi sarebbe stato grande senz'esso, sarebbe stato

gran cittadino di una patria libera. Ordinò, temperò il principato;

abolí i giudizi di maestá; restituí al popolo i comizi, le elezioni

lasciategli da Augusto, al senato la libertá delle deliberazioni. Non

solamente lavorava ma operava molto; in finanze era gran massaio e

grande spenditore insieme; in monumenti e strade pubbliche (quella

antica gloria romana che giunse allora al sommo) splendidissimo. Fece

molte guerre contro ai parti, agli arabi e ai daci, che a taluni paion

troppe, ma che forse eran necessarie, e ad ogni modo furon tutte

gloriose. Prima di lui non erasi guerreggiato se non per mantenere i

limiti d'Augusto, o tutto al piú per ordinare in province alcune genti

inchiuse in essi; egli li estese, e passando il basso Danubio contro a

quei daci a cui Domiziano avea testé pagato tributo, li vinse e

ridusse a provincia romana.--Successegli [117] Adriano suo figliuolo

adottivo, principe pacifico. Trattò co' parti ed abbandonò tutte le

conquiste asiatiche incominciate dal padre. Buon ordinatore, buon

amministratore anch'egli; piú che mai splendido, ma forse giá men buon

gustaio in arti e monumenti; gran viaggiatore in tutte le parti

dell'imperio, fu in complesso principe buono dopo un grande. S'era

apparecchiato un cattivo successore adottando Lucio Antonio Vero; ma

morto quello, ne adottò uno ottimo, Antonino.

8. Gli Antonini [138-192].--Antonino Pio continuò, accrebbe la pace,

l'ordine dell'imperio; e si contentò di difenderlo pe' suoi legati

contro alle genti che l'assalivano all'intorno.--E cosí Marco Aurelio

figliuolo adottivo di lui [161-180]. Salendo al trono adottò Lucio

Vero e il chiamò non solamente cesare (titolo dato fin d'allora a'

figliuoli e successori), ma augusto, e cosí l'associò intieramente

all'imperio; e fu il primo esempio di due imperatori regnanti insieme.

E diedero i due l'esempio, non guari seguíto, di regnare concordi.

Marco Aurelio effettuò quel desiderio di non so quale antico, di veder

sul trono un filosofo. Fu tale non soltanto speculando, ma scrivendo;

che è forse troppo per chi ha l'ufficio del fare, superiore a quello

dello scrivere. Lucio Vero fu dissoluto. E guerreggiarono i due or per

sé or pei legati contro a' parti felicemente; ma con successi vari

contro a' marcomanni, una lega di popoli germanici del confine (come

suona il nome stesso) i quali penetrarono una volta fino in Italia. E

allora [166 circa] per la prima volta furono assoldate, e stanziate

entro a' limiti, genti intiere di barbari; per l'addietro non s'erano

assoldati se non militi sparsi. È incontrastabile: due de' maggiori

danni dell'imperio, il trono diviso e lo stanziamento de' barbari,

furono inventati innocentemente dal principe filosofo. Premorto Vero,

morí Marco Aurelio nel 180; lasciò l'imperio al figliuolo Commodo.--Il

quale, indegnissimo de' cinque predecessori, dissoluto, crudele,

sfrenato, comprò la pace co' marcomanni, tiranneggiò in Roma, fecevi

l'istrione, il gladiatore, l'Ercole, sui teatri pubblici, abbandonò il

governo ai prefetti del pretorio ed ai liberti; e costoro, di concerto

con le meretrici, l'uccisero finalmente [192].

9. Il terzo secolo dell'imperio giá decadente [193-285].--Quindi, per quasi

un secolo, nuove contese di successione, ed imperatori cosí moltiplici che

appena si possono numerare.--Pertinace innalzato dagli uccisori di Commodo

per tre mesi, e poi ucciso [193]; Didio Giuliano, che comprò l'imperio

all'incanto dai pretoriani; Pescennio acclamato dalle legioni di Siria,

Albino dalle britanniche, Settimio Severo dall'illiriche. Vinse l'ultimo;

fu buon soldato, sconfisse i parti, regnò diciassette anni [193-211], e

lasciò l'imperio ai due figliuoli suoi Caracalla e Geta.--I quali regnarono

per poco insieme, odiandosi. Caracalla uccise il fratello in grembo alla

madre; e, come era conseguente, tiranneggiò poi. Guerreggiò con gli

alemanni, una nuova lega (come suona il nome) di germani diversi

raccogliticci che si vede sottentrar ora a quella che sparisce de'

marcomanni. Caracalla fu quegli che estese il diritto di cittadinanza

dall'Italia a tutte le province. Dicesi il facesse per accrescer l'entrate,

estendendo i carichi pubblici; ed è strano veder quindi che questi avesser

pesato piú su coloro i quali aveano diritto e nome di cittadini, che non

sui provinciali. Ad ogni modo, cosí cessò il nome stesso di quel primato

conquistato giá con tanto sangue dagli italiani, sancito in essi da

Augusto. Mentre Caracalla guerreggiava co' parti, fu ucciso dal prefetto

del pretorio [211-217].--Questi, Macrino, comprata la pace da que' barbari,

era tuttavia in Asia, quando le legioni innalzarono Eliogabalo, un giovine

sacerdote del Sole, che Soemi sua madre proclamò figliuolo di Caracalla.

Battutisi i due, rimase vincitore e imperatore il giovine sacerdote

[217-218]. Il quale portò sul trono di Roma, pur giá tanto macchiato, nuove

infamie, nuove superstizioni; e fu trucidato in men di quattro anni dalle

guardie [218-222].--Alessandro Severo cugino di lui, e adolescente egli

pure, fu tuttavia diversissimo. Costumato, belligero, restaurator di

discipline, guerreggiò co' persiani, i quali avean testé distrutta la

potenza de' parti non saputa distruggere mai da' romani, ed avean cosí

fondato un nuovo imperio, anche piú pericoloso. E guerreggiando co' germani

fu trucidato da' soldati impazienti della rinnovata disciplina

[222-235].--Massimino, un soldato trace semibarbaro e feroce, mal innalzato

cosí, guerreggiò tuttavia felicemente contra i germani, i pannoni e i

sarmati stessi piú lontani; ma intanto furono gridati in Roma, prima due

Gordiani padre e figlio; poi, morti questi, un Papieno, un Balbino. Contra

i quali scendendo Massimino dal Sirmio, furono uccisi tutti e tre, ciascuno

da' propri soldati, e rimase solo un terzo Gordiano, figlio e nipote de'

due altri [237-238].--Il quale, quasi fanciullo, regnò prima sotto la

tutela d'un prefetto del pretorio, e fu sei anni appresso ucciso da un

altro [238-244].--Costui, un arabo, chiamato Filippo, tenne cinque anni

l'imperio, disputatogli in varie province, toltogli colla vita da Decio suo

capitano, ch'egli avea mandato a combattere competitori in Pannonia

[244-249].--Decio guerreggiò contro a' goti invadenti per la prima volta

l'imperio di qua dal Danubio, e morí col figlio, sconfitto da essi

[249-251].--L'esercito acclamò Gallo, l'uccise tra pochi mesi; acclamò

Emiliano e pur l'uccise, acclamando Valeriano [251-253].--Valeriano ebbe a

difendere i limiti giá intaccati in tutto il giro dagli alemanni sul Reno e

l'alto Danubio, da' goti sul basso, dai persiani sull'Eufrate. E li difese

contro a' primi e a' secondi, ma succombette e fu preso da' terzi

[253-259].--Succedettegli Gallieno figliuol suo, giá associato all'imperio;

e quindi vidersi due imperatori romani, padre e figlio, languire e perir

l'uno ne' ferri barbarici, seder l'altro sul maggior trono del mondo; e

sorger quindi tanti altri imperatori in ogni provincia, che chi ne conta

diciannove, chi trenta, detti nella storia i trenta tiranni. Allora ebbero

grand'agio i barbari ad ordinarsi, ad assalire su tutti i limiti. E tre

grandi leghe di genti germaniche ne sorsero o crebbero dalle bocche del

Reno alle bocche del Danubio: quelle de' franchi, degli alemanni e dei

goti, che furon poi le principali distruggitrici dell'imperio

[259-268].--Morto Gallieno, successegli, chiamato da lui, miglior di lui,

Aurelio Claudio che vinse prima uno de' competitori, gli alemanni, poi i

goti, ma morí in breve di peste a Sirmio. Il senato gl'innalzò poi

meritamente una grande statua d'oro in Campidoglio [268-270].--Furono

acclamati dal senato Quintilio fratello di Claudio, e dall'esercito,

Aureliano; e uccisosi il primo, dopo pochi giorni di porpora, rimase solo

il secondo e regnò gloriosamente cinque anni. Respinse gli alemanni e i

goti, non piú invasori solamente de' limiti, ma d'Italia, dell'Umbria! E

vinse e prese Zenobia, la famosa regina di Palmira, invaditrice d'Asia

minore, Siria ed Egitto. E vinti i rimanenti tiranni in Gallia, Spagna e

Britannia, ed abbandonata la Dacia e cosí ridotti i limiti di Traiano, ma

restituiti tutt'intorno quelli d'Augusto, poté apparir vincitore,

restauratore dell'imperio. Ma fu per poco: dopo cinque anni gloriosissimi,

fu ucciso come uno de' volgari imperatori, e ricadde l'imperio nello

strazio consueto [270-275].--Seguí anzi, strazio nuovo, un interregno di

sei mesi; senato ed esercito si rimbalzavan la scelta; non che conteso,

l'imperio non era piú desiderato. Finalmente fu eletto dal senato Tacito,

un vecchio di settantacinque anni, che morí guerreggiando contro ai goti

dopo altri sei mesi [275-276].--Successero Floriano, fratello di Tacito,

per elezione del senato, e Probo, gridato dall'esercito di Siria. Ed ucciso

in breve il primo dai propri soldati, rimase solo il secondo. Imperiò e

guerreggiò sei anni sul Reno e il Danubio, tra' quali innalzò un gran muro,

vana difesa; fu ucciso al solito dai soldati, i quali tolleravano anche

meno i forti imperatori che non i dappoco [276-282].--Innalzarono Caro

prefetto del pretorio che guerreggiò felicemente contro ai goti, ed

avviatosi contro ai persiani, morí, dicesi, di fulmine [282-284].--E

successero insieme i due figliuoli di lui Carino e Numeriano. Ma in breve,

ucciso Numeriano dal suo prefetto del pretorio, e innalzato a luogo di lui

Diocleziano, e ucciso pur Carino da un tribuno a cui egli avea tolta la

moglie, rimase solo Diocleziano [284-285]. Tristo secolo, deplorabile

imperio, noiosa storia!

10. Diocleziano e i successori fino a Costantino [285-306].--Quando

uno Stato è venuto decadendo per parecchie generazioni, il restaurarlo

è difficile a un uomo solo quantunque grande per sé e per potenza,

perché non trova appoggio nel proprio popolo corrotto; gli è d'uopo

procacciar primamente che sia piú o men rinnovato dall'esempio de'

popoli vicini non corrotti. Ma ciò è impossibile nelle civiltá

corrotte tutt'intiere. Tuttavia un grand'uomo che si trovi in

occasione di tale impresa, non suole, non può tenersi dal non

tentarla; e nella storia, ne' giudizi de' posteri resta poi sempre

dubbio, se il tentativo abbia ritardata o non forse accelerata la

caduta. Ciò avvenne a Diocleziano e Costantino, restauratori, mutatori

indubitati dell'imperio. Propensi noi a lodare chi opera grandemente,

quand'anche sventuratamente, anziché chi aspetta, oziando, la fortuna,

a noi paiono essi tutti e due uomini grandi nati in tempi

dappoco.--Diocleziano vide i due sommi pericoli dell'imperio: le

contese di successione tra i capi degli eserciti, e l'invasione de'

barbari giá prementi su tutti i limiti; e tentò riparare ai due

insieme con un ordinamento grande, un pensiero generoso. Solo signor

dell'imperio, solo augusto, non solamente fece augusto e pari suo

Massimiano, ma in breve aggiunse a sé ed al socio due cesari, o

successori designati, Valerio e Costanzio Cloro. Né furono piú di

quelle associazioni vane od anzi pericolose per l'imperio, utili

solamente all'imperatore che guarantivano: fu vera divisione del

territorio, che non era difendibile oramai da un solo imperatore.

Distribuí le province tra i quattro: l'Asia a sé; Tracia ed Illirico a

Valerio, cesare suo; Italia ed Africa a Massimiano augusto; e Gallia,

Spagna, Britannia e Mauritania a Costanzio, l'altro cesare. Cosí

(essendo tenuta dai due augusti una supremazia sui due cesari),

l'imperio, giá unico, rimase fin d'allora diviso in que' due,

orientale ed occidentale, che mutarono e rimutarono sí continuamente

limiti e signori, ma si ricostituirono e durarono in lor dualitá poco

meno che due altri secoli. Roma e l'Italia giá fin da Caracalla cadute

in condizioni pari alle province, ne decadder molto indubitatamente: e

ne patirono tutti i popoli che ebbero a far le spese a quattro palazzi

imperiali in luogo d'uno; e tanto piú, che moltiplicaronsi d'allora in

poi, in quei palazzi diventati vere corti, le pompe, gli uffici, i

titoli, i rispetti, all'uso antico orientale. Ma i due intenti del

riformatore furono arrivati: le successioni (che nella storia

appaiono, moltiplicandosi e incrociandosi, anche piú complicate)

furono in effetto men contese coll'armi, rimasero piú lungamente nelle

medesime famiglie; e le frontiere difese da quattro principi, ciascuno

dal posto suo, furono, secondo ogni probabilitá, difese meglio che non

sarebbero state da un principe universale, sforzato ad accorrere

dall'oceano settentrionale al golfo persico, e a lasciar un pericolo

d'invasione esterna ed uno d'usurpazione interna in ciascuno degli

eserciti ove non si trovasse.--E di fatti, vinsersi allora facilmente

alcuni competitori: e mantenuti i limiti europei, s'estesero

momentaneamente gli asiatici dall'Eufrate al Tigri. Ma nulla è che

stanchi come una operositá, una fortuna stessa, che si sperimentino

insufficienti allo scopo prefisso. Dopo venti anni di regno glorioso,

Diocleziano abdicò e fece abdicar Massimiano l'augusto, compagno suo

[285-305].--I due cesari, Galerio e Costanzio ne diventarono essi

augusti; ma molto disugualmente, rimanendo al primo (con due nuovi

cesari, Severo e Massimino) l'Oriente, l'Italia e l'Africa, ed al

secondo Britannia, Gallia e Spagna solamente. E morto in breve

Costanzio e succedutogli il figliuolo Costantino, prese il titolo

d'augusto, ma non fu riconosciuto se non come cesare da Galerio [306].

E ne seguirono nuove guerre, finché rimase solo Costantino.

11. Il cristianesimo [1-306].--Ma ci è debito qui accennare i princípi

e i progressi di quella religione cristiana, che, nata coll'imperio,

cresciuta mentre questo decadeva, e compressa, perseguitata fin ora,

salí ora a un tratto a condizione di religione trionfante e

regnante.--Nato in Giudea sotto Augusto, nella famiglia regia ma

decaduta di Davidde, un fanciullo chiamato Gesú, era cresciuto in casa

al mestiero paterno di falegname, e vi si era trattenuto trenta anni;

ed avea predicato poi per tre altri, sé professando il Messia

aspettato da sua nazione, sé il Cristo profetato, sé figliuolo di Dio,

rinnovatore ed estenditore all'intero mondo della religione primitiva

d'un solo Dio. Morto esso al tempo di Tiberio, sulla croce, per opera

degli ebrei che aspettavano un liberatore politico, un Messia

temporale, e che scandalezzandosi abborrivan questo; subito dopo,

dodici discepoli principali di lui, detti «apostoli», e sessanta

altri, tutti gente incolta, popolana, bassissima, e di quella nazione

dispregiatissima, s'eran dispersi ad annunziare il gran fatto che

l'Uomo Dio era risuscitato e salito al cielo, che regnerebbe

spiritualmente a poco a poco sulla terra tutta, fino al fine de'

secoli, ed altre simili novelle, dette fin d'allora da nemici ed amici

«stoltezze de' cristiani», «stoltezze della croce». Eppure furono

credute via via, secondo che si spargevano; e si sparsero prontamente,

largamente. In molte cittá di Giudea, d'Asia, di Grecia, sorsero

adunanze, chiese di cristiani. Il principale de' principali discepoli

ne fondò una in Antiochia, poi in Roma, centro dell'imperio; e questa

fu quindi la principale e centrale di tutte. Cosí l'Italia ebbe da Dio

quest'ufficio di centro della cristianitá: un ufficio, come tutti

quelli di quaggiú, dotato di diritti e vantaggi, carico di doveri, che

vedremo, nella storia seguente, perenni. In quelle chiese o congreghe

primitive s'accumunavano dapprima tutti i beni; poi, tanto almeno da

mantenerne i fratelli poveri; del resto, un solo Dio in cielo, una

sola fede in terra, una sola donna a ciascuno, le passioni umane

condannate, il corpo vilipeso, l'anima eterna sola importante;

insomma, una credenza e una morale purissime, non dissimili veramente

da quelle speculate invano da alcuni filosofi, ma fatte ora effettive,

universali tra questi novatori, ma fondate su principi, su fatti i piú

contrari che potessero essere alla ragione pura, filosofica,

precedente o non ammettente que' fatti. Quindi, non che aiuto,

repulsione, guerra di questi filosofi allora trionfanti, guerra di

ogni uomo dell'antica coltura allora avanzatissima, guerra d'ogni uomo

devoto alle religioni patrie, guerra di ogni uomo di Stato serbatore

di queste contro ai nuovi settari. E quindi supplizi, martíri,

persecuzioni legali contro essi. Dieci principali se ne contano, sotto

Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino,

Decio, Valeriano, Aureliano, e finalmente la piú feroce e piú

universale sotto Diocleziano; imperatori diversi, come si vede, gli

uni tiranni, gli altri buoni, altri grandi, e nel numero Traiano il

sommo uomo di Stato, Marco Aurelio il filosofo, tutti uniti nella

massima di Stato di distrurre la nuova setta. Eppure, tra tante

opposizioni e persecuzioni, e contro ad ogni ragione e probabilitá

filosofica, politica e storica, contro ad ogni andamento consueto

degli eventi umani, queste «stoltezze cristiane» s'erano sparse fin

da' tempi di Traiano cosí, che Plinio si lagnava ne fosser deserti i

templi de' numi patrii, e che al principio del terzo secolo se ne

scorgon pieni il palazzo, Roma, le province, le legioni. E tutto un

altro secolo durò, crebbe, soffrí questa societá religiosa che taluni

osan chiamare setta filosofica o politica, ma che fu tutto

all'opposto; non filosofica, posciaché, imponendo dommi e virtú

asprissime alla natura umana, conquistò pure quelle moltitudini dove

niuna filosofia riuscí mai a penetrare; e non politica nemmeno,

posciaché appunto diventò moltitudine e pluralitá di cittadini, senza

entrar una volta nelle contese, nelle congiure, ne' tumulti, nelle

turpitudini dell'imperio. Ed ora, siam per vedere l'imperatore farsi

cristiano, senza un interesse che potesse muoverlo, se non di prendere

l'opinione, la religione de' piú; e cristiano palesarsi a un tratto

l'imperio tutto intiero. E quindi (benché non sia istituto mio di

persuader nessuno, ma solamente, com'è ad ogni storico, di presentare

gli eventi col carattere che vi vedo), quindi parmi dover notare, che

tutta questa serie d'eventi naturalissimi non poté succedere se non

sopranaturalmente, dico per intervenzione straordinaria, immediata,

manifesta della Providenza divina. Sant'Agostino e Dante posero questo

dilemma di che non s'esce: o la propagazione del cristianesimo

innaturale in ogni etá, innaturalissima in quella della massima

coltura antica, fu effetto de' miracoli che persuasero i neofiti;

ovvero avvenne il miracolo maggiore, d'un fatto grandissimo

adempiutosi contro a tutte le ragioni naturali, un effetto senza

causa; e nell'un caso e nell'altro dunque, v'è miracolo,

sopranaturalitá, intervenzione, rivelazione, religione divina.--E il

vero è poi, che senza sopranaturalitá non si spiegano né il principio,

né il mezzo, né l'andamento, né lo scopo del genere umano, non la

storia universale; e men che niuna, non la storia speciale

dell'Italia, sede del miracolo perenne della centralitá da diciotto

secoli.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 5 / 25 段