21. Cesare dittatore [49-44].--Cesare raccolse sue vecchie legioni in

Cisalpina, passò il Rubicone, limite all'oriente tra quella provincia

e l'antica Italia, occupò Roma e tutta la penisola, in due mesi.

Pompeo fugato raccolse suo nerbo in Grecia, pur tenendo Africa e

Spagna, sue vecchie province. Allora si guerreggiò in tutto il mondo

romano. La posizione di Cesare dall'Italia, centro locale e politico

insieme, era di gran lunga vantaggiosa; e Cesare uomo da valersene. Fu

vinto dapprima in Africa dove non andò egli, ma vinse dovunque andò; e

prima in Ispagna, onde tornato prese facilmente la dittatura, poi il

consolato per cinque anni. Poi [48] passò in Grecia, v'assalí Pompeo,

il vinse e distrusse a Farsaglia [48]. Pompeo fuggitivo approdò in

Egitto e vi fu morto dal vil re Tolomeo. Cesare ve l'inseguí; e

rivoltosi contro al re assassino, ma distratto dall'amor di Cleopatra

sorella di lui, vi rimase e perdé sei mesi. Poi preso definitamente il

nome di dittatore con potenza estesa a dieci anni [47], passò in Asia,

vinsevi il figlio di Mitridate sollevatosi, e fermò in tutto Oriente

la propria potenza. Tornato a Roma inquieta, la tranquillò co' soliti

mezzi suoi, clemenza, alacritá ed operositá; poi ripassò in Africa

[46], vinsevi i pompeiani e loro alleati, ridusse Catone ad uccidersi,

e la Numidia a provincia. Tornato a Roma, e ripartitone a Spagna,

vinsevi a Munda i due figliuoli di Pompeo, uccisovi l'uno, fugato,

ridotto l'altro a partigiano nei celtiberi [marzo 45]. Allora, preso

il nome vecchio, ma con potenza nuova, d'«imperatore» o signor

militare, tornò a Roma. Né giá a fruire oziando, anzi ad usare

operando la signoria universale, incontrastatagli oramai. Superati

tutti, intendeva, secondo la magnifica espressione di Plutarco,

«emular se stesso»; intendeva passare in Asia, vendicarvi Crasso e la

dignitá romana contro a' parti; e vintili, per la Scizia, d'intorno al

Ponto prendere a spalle i germani giá da lui stati assaliti di fronte;

e per l'Alpi tornare a Roma, fatta signora d'ogni gente nota di qua

dell'Eufrate. Dicesi, volesse il nome odiato di «re», prima di

partire; certo poteasi temere che il prendesse tornando. Ne fremevano

i repubblicani; legittimisti poco politici, che non vedevano

l'impossibilitá di restituire una repubblica cosí lata, cosí corrotta.

Bruto e Cassio ordinarono una congiura, un'uccisione che poté parer

legale allora, ch'or si chiama «assassinio». Cesare fu pugnalato in

senato addí 15 marzo del 44; e non se n'ebbe altro, che quattordici

anni di guerre civili, e mutata la clemenza in proscrizioni, mutato un

regno che sarebbe stato probabilmente sincero, costituito e temperato,

in una signoria indeterminata, epperciò tanto piú sfrenata; insomma,

mutato un Cesare in un Augusto.

22. Agonia, fine della repubblica [44-31].--Morti tutti i sommi,

sorsero, come succede, tutti i minori di quell'etá malamente ma

grandemente operosa: Antonio e Lepido, i due vecchi e principali fra'

partigiani di Cesare; Ottavio giovanissimo, nipote ed erede di lui,

detto quindi Cesare Ottaviano; Bruto e Cassio i due uccisori; Cicerone

il grand'oratore; Sesto Pompeo sceso da' Pirenei, prima a

pirateggiare, poi a poter grandemente sul mare. Tra costoro, Antonio e

Lepido eran per sé; tutti gli altri, anche Ottavio dapprima, per il

senato, per la repubblica. I quali, sorretti in cittá dall'eloquenza

di Cicerone, aprono la guerra nella Cisalpina, intorno a Modena contra

Antonio, che, vintovi, s'unisce a Lepido nella Gallia transalpina

[44-43]. Ma tra breve Ottavio lascia la parte del senato, e si unisce

ai due cesariani; ne sorge il secondo, il pessimo triumvirato; ed,

occupata Roma, proscrivono tutti i nemici di ciascuno, superando le

memorie di Mario e Silla. Cicerone fu il massimo di que' proscritti.

Allora Antonio e Ottavio, i due operosi del triumvirato, si volgono

contra Bruto e Cassio che s'eran rinforzati in Grecia, Asia ed Egitto,

tutto l'Oriente. Seguirono due battaglie a Filippi; e disfattivi

Cassio e Bruto, s'uccise il primo dopo la prima, il secondo dopo la

seconda [fine 42]. Quindi, mentre Marco Antonio si perdeva ad ordinar

l'Asia e l'Egitto ed a poltrirvi egli pure e peggio con Cleopatra,

Ottavio tornava a Italia, vi si volgeva contro Lucio Antonio fratello

di Marco. Accorso questo, seguiva fra' triumviri e Sesto Pompeo un

accordo, un nuovo spartimento di province; che costoro sognavan forse

far perpetuo, e simile a quello giá degli Alessandriadi [40]. Ma

Pompeo riapre la guerra navale, la fa due anni, e poi vinto da Lepido

e da Agrippa fugge e muore in Asia [38-36]; e Lepido vincitore perde

l'esercito guadagnatogli da Ottavio, onde anche questo triumvirato è

ridotto a duumvirato tra Marco Antonio ed Ottavio. Quindi seguono

quattro anni di respiro interno e di guerre straniere: Ottavio contro

ai dalmati e i pannoni, Antonio in Egitto e contro ai parti. Ma vinto

questo nell'impresa superiore a sua virtú, ed aggiunte alla vergogna

di vinto quelle del mal governo d'Asia, e del nuovo poltrire presso a

Cleopatra, ed offeso Ottavio con repudiare la sorella di lui [32],

s'aprí finalmente la guerra tra' due; e si finí in un atto, in una

gran battaglia navale ad Azio. Antonio vinto rifuggí alle braccia di

Cleopatra, ed inseguitovi da Ottavio vi s'uccise. Cleopatra l'imitò.

L'Egitto fu ridotto in provincia; il duumvirato diventò principato; la

repubblica, serbando il nome, fu tutta del nuovo e minor Cesare.

23. Religione, coltura.--Delle condizioni politiche e civili di questa

etá dicemmo via via, e cosí faremo per le etá seguenti; ondeché ne

diremo separatamente.--La religione poi, simile, come vedemmo,

nell'origine e nella genealogia degli dèi alla greca, si accomunò ora

interamente con essa; e perché i greci l'avean giá accomunata a tutto

l'Oriente, ed ella non trovava nell'Occidente numi e culti molto

diversi, ella diventò, senza difficoltá, universale nel mondo romano.

Ogni politeismo è naturalmente tollerante; serbando gli dèi propri,

ammette a secondari gli dèi stranieri. Del resto, tali religioni,

tutto esterne di natura loro, erano in Grecia diventate giá

indifferenti a chiunque vi s'internasse colla filosofia; e cosí

diventarono ai romani quand'ebber bevuta quella filosofia. La

religione rimase poco piú che arte politica, stromento, arcano

d'imperio, in mano a' patrizi, che serbarono fino alla fine della

repubblica la privativa del sommo pontificato e de' sacerdozi

maggiori.--Incominciata da Socrate, Platone, Aristotele e gli altri

capiscuola, questa fu la grande, la utile etá della filosofia; non ne

sorgerá mai piú un'altra tale. In seno alla religione vera, restan

minori di necessitá i destini della filosofia. All'incontro la

filosofia greco-romana andava molto piú oltre e piú giusto nella

veritá che non la religione contemporanea; e perciò fu grande ed

utilissima. E perciò Cicerone, tutti i romani professavano doversi

prendere da essa, eloquenza, lettere, _ius_ pubblico e privato,

costumi, ogni civiltá, ogni coltura, di preferenza che dalla

religione.--Le lettere specialmente dipendettero tutte, si

conformarono tutte dalla filosofia. Del resto, le romane furono sempre

figliuole delle greche; fin dall'origini, quando è tradizione che Numa

le prendesse da Pitagora (tradizione falsa quanto a Pitagora che fu

posteriore, ma giusta nel significato nazionale); quando Demarato le

portava giá dalla Grecia propria; e poi quando i romani piú rozzi

conquistarono i magno-greci piú colti, e finalmente i greci

coltissimi. Polibio, contemporaneo ed amico de' Scipioni, fu uno de'

primi e piú grandi venuti di Grecia a ingentilir Roma.--Nella quale

poi, come dapertutto, s'ingentilí la lingua poetica primamente: Livio

Andronico uno schiavo greco, Nevio un campano, Ennio un magno-greco,

Plauto un umbro, Terenzio schiavo cartaginese (tutti stranieri al

Lazio) furono i primi poeti e scrittori latini dal 250 al 150

all'incirca. Romani si furono i primi prosatori e storici, Fabio

Pittore e Catone il vecchio, di poco posteriori a' primi poeti.

Seguirono nell'ultimo secolo, e i piú negli ultimi anni della

repubblica, Lucrezio, Catullo ed altri poeti; Varrone, Sallustio,

Cesare ed altri storici e prosatori vari; e principalmente, com'era

naturale in quel governo libero, in quelle contese di libertá e di

parti, molti uomini di Stato, giureconsulti ed oratori, gli Scevola, i

Bruti, i Rufi, Ortensio, Cicerone; oltre poi tutti i grandi capi di

parte, che nominammo dai Gracchi fino ad Augusto, i quali non poterono

certo diventare tali, se non colla persuasione prima che coll'armi;

colla persuasione, che sovente non è retorica, talora non filosofia né

ragione né giustizia, ma sempre si deve dire «eloquenza».--Degno, e

forse importante, è poi ad osservarsi, che mentre fiorivano tuttavia i

piú e migliori di questi, giá erano nati ed educati Tito Livio,

Cornelio Nipote, Orazio, Virgilio, Ovidio e tutti insomma gli aurei

del secolo detto «aureo» al cader della repubblica. Figli dunque della

repubblica, cresciuti nella viva atmosfera della libertá, si debbono

dire tutti questi sommi latini, tutti questi splendori, che mal si

sogliono chiamare del secolo d'Augusto. I grandi son figli dell'etá in

cui s'allevano, e non di quella in cui finiscono; i secoli si

dovrebbero nominare da chi li genera ed educa, e non da chi li

termina; e il cosí detto secolo d'Augusto, finí ad Augusto e per

Augusto.--Ad ogni modo, questi ultimi scolari de' greci emularono,

arrivaron sovente, superarono talora i maestri. Non forse in poesia,

ma certo in parecchie di quelle lettere che dipendono dalla scienza e

dalla pratica di Stato. Nell'eloquenza, per vero dire, io odo i periti

delle due lingue por Demostene il sommo greco sopra Cicerone il sommo

romano; ed io m'accosto volentieri a tal opinione, e per quella

superior semplicitá che riluce nell'ateniese, e perché difensor

d'indipendenza, mi par piú fortemente ispirato che non il romano

difensor di libertá. Certo, se mi si conceda di giudicare (con metodo

opposto al solito) degli antichi da' moderni, tutti i grandi oratori

politici del secolo scorso e del presente, i Pitt, Fox, Burke,

Mirabeau, Foix, Canning, e i viventi, si veggono seguir molto piú

l'andamento oratorio demosteniano, che non il ciceroniano; ondeché si

può credere che il primo, il quale regge ai secoli e si rinnova cosí

in societá diversissime, sia piú naturale, piú universale, piú

pratico. Quanto agli storici mi pare che i romani tutti insieme

abbiano superati i greci. Niuna semplicitá, non quella stessa di

Tucidide, è superiore a quella di Cesare; e Cesare è superiore a

Senofonte nel parlar di sé, nel dettare storie personali, memorie

militari. Tito Livio (a malgrado gli assalti moderni i quali non

provano nulla contro a lui, se non ch'ei parlò incompiutamente e

dubitativamente di fatti trovati incompiuti e dubbi nelle tradizioni),

Tito Livio rimane pure a' nostri dí il piú grande, l'inarrivato, forse

inarrivabile esempio d'una storia nazionale, scritta ad uso non

d'eruditi, non di questa o quella condizione speciale d'uomini, ma di

tutte. Sallustio, non imitator de' greci, né di nessuno, fu primo e

forse sommo in quel modo stretto e forte, che fu imitato poi, e

portato oltre, da Tacito; e se è vero che fosse vizioso uomo alla

pratica, egli ha almeno il merito, pur troppo non cercato da' nostri

cinquecentisti ed altri moderni, d'esser rimasto virtuoso scrittore.

L'ipocrisia della virtú e l'ipocrisia del vizio, sono amendue brutte;

ma la seconda è piú dannosa. In tutto, niuna etá, niuna nazione, niuna

lingua finora, vanta una triade di storici come Cesare, Sallustio e

Tito Livio; senza contar Tacito posteriore. Finalmente, superiore a

tutti gli antichi, furono i giurisperiti romani. Poco resta, per vero

dire, da giudicar di quelli dell'etá repubblicana; tuttavia e quel

poco, e le tradizioni, e la ragione stessa ci fa certi che in

quell'etá dell'origini e della libertá furono le fondamenta di quella

scienza, la quale sopra ogni altra dipende dai fatti originari e si

fonda sulla libertá. In somma, di tutta questa letteratura latina, o

prima italiana, gli oratori, gli storici, i giureconsulti son quelli

che noi dovremmo studiare incomparabilmente piú. Ivi quello stile

piano e pratico, che è cosí raro nelle lettere italiane; ivi una

realtá, una vita, una libera operositá che si ritrovano sí ne' nostri

trecentisti e quattrocentisti, ma non guari piú giú; ivi poi una

grandezza degli affari trattati che non si ritrova forse (dirollo a

malgrado le invidie nostre ed altrui) se non ne' romani moderni, negli

inglesi. Né vogliamo studiare quegli stessi a servile imitazione od a

vano vanto: quella è pedanteria sempre, questo vergogna a decaduti.

Sopra ogni cosa di que' grandi maggiori nostri, imitiamo lo spirito di

pratica, la sodezza nello scrivere come nell'operare: questo è il

miglior modo di dimostrare la filiazione nostra da que' romani, che

furono i piú sodi, i piú pratici uomini del mondo antico.

24. Continua.--Di quelle scienze che alcuni chiamano «naturali», altri

«positive», ma ch'io chiedo licenza di chiamare, per piú precisione,

«materiali», poco è a notare in questa etá. Degli etrusci, dicesi

sapessero tirar il fulmine: sará! Dei romani, toltone Catone scrittor

d'agricoltura, non saprei qual altro un po' grande nomare. Ma se, come

dobbiamo, noi chiamiamo «italiani» tutti coloro che nacquero e

crebbero di schiatte diverse in qualunque delle terre che or si

chiamano Italia; noi abbiamo di quest'etá il maggiore scienziato che

sia stato nell'antichitá tutt'intiera. Archimede siracusano [--208],

gran matematico, gran filosofo, grande ingegner militare. Ma non si

vede che abbia avuta scuola; certo, tutte le scienze avanzate da lui,

non avanzarono dopo lui. Eppure, cosí positive come sono, cosí

appoggiate alla facoltá del ragionar forte, elle sembrerebbero aver

dovuto essere simpatiche al genio romano. Ma il fatto sta, che tal

genio non era a nessuna contemplazione, nemmeno questa; era tutto alla

vita attiva politica, finché fu conceduta.--E cosí è, che dell'arti

quasi niuna fu coltivata felicemente da' romani repubblicani. Della

musica non si trova vi ponessero di gran lunga quell'amore,

quell'importanza che i greci; quasi non pare la coltivassero.--Il nome

di Pittore aggiunto ad uno de' Fabi, è delle poche memorie che faccian

credere essere stata l'arte, bene o male coltivata da liberi anzi da

patrizi romani. Supplivano sí gli altri italiani. Quest'è l'etá a cui

si riferiscono dagli archeologi presenti que' monumenti piú perfetti

dell'arte italo-greca, che s'attribuirono giá agli etrusci piú

antichi. E giá accennammo quanti di que' monumenti siensi trovati

nelle cittá italiche. Ma è piú meraviglioso ciò che ce n'è detto dalle

storie: duemila statue, dice Plinio, essere state in Volsci, quando fu

presa da' romani, spinti dal desiderio di esse. A questo modo i romani

ornavano lor cittá. Se non che le pitture, che si facevano allora le

piú sulle mura, non potevano esser trasportate; e cosí essi fecer

probabilmente venir di fuori piú pittori, ma anche scultori,

fonditori, figulini, incisori di monete e di gemme.--In una sola arte

(fossero cittadini od altri italiani o greci gli artisti) si può dire

che i romani avessero stili propri, peculiaritá: nell'architettura; e

le loro peculiaritá vi furono le due solite, la sodezza e l'utilitá.

Usarono fin da principio, molto piú che i greci, le vòlte, gli archi;

furono, a dir di Strabone, inventori degli acquedotti; la cloaca

massima è del tempo dei re; l'emissario d'Albano, dell'etá

repubblicana [350 c.]. Ma la principale, piú certa e piú utile

invenzione loro, fu quella delle grandi, ben diritte e sodissime vie

pubbliche. Certo che anche prima di essi, in tutte le regioni

incivilite di Grecia o d'Asia, furono vie segnate e fatte dal lungo

passaggio; e certo che vi s'aggiunsero qua e lá tagli, argini, ponti,

opere d'arte; ma colá non erano opere d'arte le vie intiere. I romani,

all'incontro, le fecer tali fin da principio; e come vennero

estendendosi nella penisola, vi fecero a poco a poco una vera rete di

vie, non meno maravigliosa a quell'etá, di quel che sieno alla nostra

le reti di strade ferrate, promosse da' romani moderni che dicemmo.

Tanto s'assomigliano le operositá, le necessitá della civiltá

quantunque diversissime! O piuttosto, tanto s'assomigliano le civiltá

anche piú diverse! Lo spendere per il pubblico, il capitalizzare il

lavoro delle generazioni presenti a pro delle avvenire, è proprio

sempre di tutte le nazioni forti, che han fiducia nel proprio

avvenire, di quelle che sono conscie di lavorar per sé, non per

altrui.

LIBRO TERZO

ETÁ TERZA: DEGLI IMPERATORI ROMANI

(anni 30 av. G. C.--476 dall'èra cristiana).

1. Augusto [30 av. G. C.-14 dopo].--Il ritorno d'Augusto e i

quarantaquattro anni che seguirono di tranquillitá e d'ordine

restituito, furono in Roma molto simili a quelli veduti a' nostri dí

in Francia sotto Napoleone consolo. A' piú terribili e piú colossali

turbamenti che sieno forse stati mai in niuna gran civiltá,

succedevano clemenza, riposo, riordinamento. Le lunghe guerre, le

proscrizioni aveano spenti i piú appassionati, rinnovata la

generazione. Tutti erano stanchi, tutti capacitati dell'impossibilitá

d'una restaurazione repubblicana, tutti della necessitá del

principato. Cesare Ottaviano, tra breve per antonomasia, per

adulazione religiosa, detto Augusto, pareva nato a tale uffizio;

scellerato repubblicano, ottimo, modesto principe. Non ebbe corte

all'orientale, alla moderna; bensí, ad uso patrio, gran clientela, di

quasi tutti i grandi scrittori che nominammo testé, e di molti altri

men nominati o innominati, che sogliono far volgo in tutte le grandi

etá letterarie, e poi degli artisti ed artefici che abbellivan Roma a'

cenni di lui, e principalmente di tutti i postulanti o possessori

d'impieghi e cariche, e magistrati della repubblica. Perciocché ei

conservò di questa il nome e tutti gli uffizi, contentandosi di

usurpare e unire in sé i maggiori. Prese, non ottenuta l'ultima

vittoria, quello d'imperatore [31]; subito dopo, la potestá tribunizia

perpetua [30]; quindi il consolato dapprima annuo, poi perpetuo [19],

lasciandone gli onori senza potenza a due consoli supplementari

(_suffecti_); la censura, pur perpetua [id.]; e finalmente il

pontificato massimo [15].--Al popolo lasciò i comizi, ma ridotti a

poche elezioni. Le piú furono date via via al senato fatto e rifatto

da lui, tutto suo; e con questo divise le province, commettendogli le

piú tranquille, tenendo egli quelle di frontiera. Alle senatorie

furono eletti proconsuli, alle imperiali scelti legati.--Ordinò gli

eserciti in campi stanziali (_stativa_); una guardia del principe

(_cohortes praetorianae_), una urbana (_cohortes urbanae_) presso la

cittá; le legioni al Reno, al Danubio, all'Eufrate, al Nilo,

all'Atlante; due flotte di qua e di lá ai due mari d'Italia, a Miseno

e a Ravenna.--Ordinò le finanze: due casse distinte, il _fiscum_

dell'imperatore, l'_aerarium_ dello Stato; il primo, maggiore e

fornito dalle terre dette perciò «confiscate», e da' tributi delle

province imperiali; il secondo, da quelli delle province senatorie. Le

necessitá sorte a poco a poco avevano stabilita quella varietá di

tributi, che la scienza moderna disapprovò giá, ma approva ora

unanimemente; proprietá e mutazioni di proprietá territoriali,

commerci interni ed esterni, sostenevano il carico pubblico.--Né

trascurò, anzi compiè, le conquiste: e fermolle con ammirabile

opportunitá. E prima ridusse i salassi, ed altre genti galliche

alpestri; fatto piccolo ma notevole, perché solamente allora, e cosí

dopo quattro secoli, si vede terminata la gran guerra nazionale contro

ai galli, e compiuta la conquista della penisola, a cui intiera

s'estese allora il nome d'Italia. Né è senza onore al complesso di

queste genti, che diremo «italiane» d'ora in poi, che la conquista,

l'unione di esse a Roma, abbia cosí costato altrettanto tempo, quanto

appunto ne costò tutto il resto del mondo romano, tutto il cerchio del

Mediterraneo. Attorno al quale poi e nell'interno del continente

furono finiti di ridurre i celtiberi dei Pirenei, gli armorici ed

ultimi galli occidentali, i reti, i vindelici, i norici, i pannoni, i

mesii, tutti i germani e slavi di qua del Danubio, e in Asia gli

armeni. E furono tentati poi altri estendimenti; minacciati i parti,

ma non assaliti di fatto; tentati gli arabi e gli etiopi, ma fino al

deserto solamente, ed ivi lasciati; assaliti bensí piú volte e

fortemente i germani d'oltre Reno e Danubio, ma con successi vari

dapprima, e lasciandovi finalmente l'ossa delle legioni di Varo,

distrutte da un duce a cui ne rimase il nome generico di «guerriero»,

Heerman od Arminio [9]. Piansene Augusto, ma non era un Giulio Cesare

da andarvi e vincervi: mandovvi legati; e quella guerra trasmessa

dall'uno all'altro de' suoi successori, non proseguita da niuno di

essi, nemmeno forse da Traiano, coll'antica ostinatezza romana, quella

guerra germanica occupa tutta l'etá che incominciamo, non finisce se

non con lei, cioè coll'imperio occidentale.

2. Continua.--Limiti d'Augusto furono dunque, il Reno, il Danubio,

l'Eufrate e i deserti d'Arabia, di Nubia, di Numidia. In mezzo, il

Mediterraneo tutt'intiero, lago italiano, che non fu né sará,

probabilmente, mai piú lago di niun'altra nazione.--In Ispagna erano

tre province: lusitania, betica e tarragonese.--In Gallia transalpina,

quattro: narbonese, lugdunese aquitanica e belgica.--In Germania e ne'

paesi danubiani, otto: Vindelizia, Rezia, Norico, due Pannonie, due

Mesie ed Illirico.--In Grecia, tre: Macedonia, Tracia ed Acaia.--In

Asia, quattro: Asia, Bitinia, Cilicia, Siria, oltre Giudea, Comagene,

Cappadocia, Ponto, Licia, Samo e Rodi, Armenia e Mesopotamia, piú o

men libere o regnate di nome, ma rette di fatto da qualunque

proconsolo o legato romano, e che diventarono province poi.--In

Africa, tre: Egitto, Cirenaica ed Africa, oltre la Mauritania pur

retta a regno allora, pur divisa in province poco dopo.--E finalmente

in grembo al Mediterraneo, quattro: Siracusa e Lilibeo in Sicilia,

Sardegna e Corsica.--L'Italia, la penisola signoreggiante, non era

allor divisa in province; serbava tutte le distinzioni di sue genti

primitive, secondo i patti con cui ciascuna s'era aggregata a Roma; ma

queste distinzioni erano scemate dalla concessione, che Augusto fece

allora a tutte insieme, di quel diritto di cittadinanza, tanto

contrastato giá quando non era un'ombra.

3. Continua..--Molte leggi buone fece Augusto per tutto ciò, e per

restituir la pace e i costumi. Ma a confermarli, due pessime; non

abusate, per vero dire, da lui, bensí all'infinito da' successori:

quella di maestá (_Iulia de maiestate_) che faceva delitto d'ogni

menoma mancanza di rispetto all'imperatore; e quella che istituiva

commissioni speciali, tribunali eccezionali (_cognitiones

extraordinariae_), a perseguire questi od altri delitti. Ma il peggior

danno fatto da Augusto alla patria fu il non aver esso dato nome o

almen forma sincera di regno allo Stato, come avea voluto Cesare;

l'averlo lasciato non repubblica e non principato finito, il non avere

insomma osato far legge di successione. Destinò eredi prima Caio e

Lucio nati di Giulia figliuola sua; poi, morti i due, Tiberio Nerone

figliuolo di Livia sua seconda moglie. L'adottò; lo fece dal servo

senato chiamare a parte di tutte le magistrature che costituivano il

principato. I posteri piú sfacciati chiamarono questa e le simili poi

«_leges regiae_»; ma non erano tali né nulla di determinato, mezzi

termini e non piú. In alcune teoriche non dedotte dalla sperienza, il

principato elettivo fu giá detto migliore che l'ereditario; in

pratica, e perciò nelle buone teoriche, è preferito l'ereditario. Ma

in ogni maniera di pratiche o di teoriche, il pessimo de' principati è

quello in cui la successione, non determinata da niuna legge, si fa

volta per volta, per adozioni, per destrezze, per intrighi, per forza,

per compre. E tal fu quello lasciato da Augusto a tutto l'orbe romano;

alla misera Italia in particolare, sulla quale durò e pesò variamente,

ma poco men che senza interruzione, per diciotto secoli.

4. Tiberio [14-37].--Quindi la serie degli imperadori romani fu la

pessima che s'abbia di niun principato. Cosí lunga ed immane tirannia,

cosí prostrata servitú non sembrano essere state possibili in una

civiltá, con una coltura cosí progredite come le romane; e il fatto

dimostra la superioritá della civiltá e della coltura cristiane, in

mezzo a cui elle furono fin qui, e sono piú che mai impossibili

veramente.--La serie s'apre con uno dei peggiori, Tiberio. Era stato

uomo capace, forse virtuoso in gioventú; erasi pervertito tra le

ambagi, gli artifizi, gli ozi, i vizi dell'aspettazione; era falso,

sospettoso, crudele e perduto in voluttá, quando imperiò a

cinquantasei anni. Die' subito grande effetto alle leggi di maestá;

accrebbelo coll'incoraggiare, istituzione nuova, i delatori. Peggio

che mai, quando invecchiato lasciò il governo a Seiano, e andò a

marcire nei segreti di Capri, dove finí. Guerreggiò in Germania ed

Asia; non egli, dopo che fu imperatore, ma pe' suoi capitani, fra cui

principale, e perciò odiato, Germanico figlio di suo fratello. Sotto

lui furono ridotte a provincia Cappadocia e Comagene.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 4 / 25 段