7. Seconda guerra punica [218-201].--Ma intanto risorgeva Cartagine,

meno indebolita giá che non concitata dal risultato della prima

guerra. Annibale, capo in quella repubblica del partito della guerra,

capitano giá vittorioso in Ispagna, e giovenilmente fecondo di quelle

idee nuove ed ardite onde sorgono le guerre e i capitani immortali,

ideò venir di Spagna a Italia per terra, attraversando Gallia

transalpina, Alpi e Gallia cisalpina. Cosí fece. Gran disputa ne

rimane tra gli eruditi, dove ei varcasse l'Alpi. Dicesi al Monginevra

o al Piccolo o al Gran San Bernardo, passi i piú consueti

nell'antichitá. Ma se fosse disceso per passi noti, sarebbe stato

notato; e da niuno di questi detti (bensí dal Moncenisio e da molti

altri) si vedono que' nostri piani, che le tradizioni dicono mostrati

allora per la prima di tante volte dal duce agli invasori stranieri.

Ad ogni modo Annibale scese ne' taurini, vinse i romani, prima al

Ticino, poi alla Trebbia, poi al Trasimeno. Ma, o sbigottito, come

molti, anche grandi guerrieri (non Alessandro, Cesare e Napoleone),

dal pericolo d'occupar dopo una gran guerra una gran capitale, o

veramente impotente a ciò, girò intorno a Roma, prese Capua; ed ivi e

nella penisola meridionale comunicante con la patria, colla Sicilia e

con Filippo re di Macedonia nuovo alleato suo, stabilí, come or si

direbbe, una nuova base d'operazioni. Ma Roma perdurava negoziando in

Grecia, e guerreggiando in Italia, in Sicilia e in Ispagna stessa. E

qui fu vinta primamente sotto due Scipioni. Ma mandatovi il terzo,

Publio Cornelio che è il grande, ei vi restituí e in breve vi fece

soverchiar la potenza romana, e ridusse il paese a province; mentre

Asdrubale ne partiva per Italia, e qui poi era sconfitto e morto,

prima di raggiungere Annibale fratel suo. E allora Scipione fatto

consolo, negletta la guerra di Annibale in Italia, ne portò una nuova

in Africa; e con Massinissa alleato suo vinse due battaglie contra i

cartaginesi e Siface, ed una terza ed ultima poi a Zama contro

Annibale sforzato ad accorrervi. Quindi Cartagine domata dovette fare

meno una pace che non una capitolazione; fu multata, spoglia di sue

navi e suoi elefanti, ristretta all'Africa, ivi diminuita a pro di

Massinissa, ed impegnata a non guerreggiare se non consenziente Roma;

ridotta, in somma, a poco piú che provincia.

8. Dieci anni di estendimenti [200-190].--Di nuovo seguono conquiste

piú facili, ma pur grandissime. Si assale, si vince Filippo re di

Macedonia, a castigo dell'alleanza testé pattuita con Annibale; si

restituisce di nome la libertá a' greci, in fatto si fanno alleati

cioè seguaci di Roma. Poi, prendendone pretesto a liberar pure i greci

d'Asia minore, si passa in quella, e s'assale Antioco re di Siria; si

vince in due battaglie navali ed una terrestre presso a Magnesia; e,

fatta pace, si dividono le conquiste d'Asia tra gli alleati di Roma.

Intanto si perseguitano fin lá in Asia i nemici nazionali, i galli,

che v'aveano spinta una migrazione; si ferma alleanza cioè

preponderanza su Egitto; e si guerreggia e vince in Liguria e in

Ispagna. Cosí la guerra e la politica romana s'estesero dall'Atlantico

all'Eusino; e ciò in quarant'anni; comparabili, anzi (posciaché durò

l'effetto loro) superiori a' dieci da noi veduti dell'imperio di

Napoleone.

9. Séguito e conseguenze [190-150].--Ne' quaranta seguenti, si

continuò ed ordinò il principiato. Si contese di nuovo con Filippo, si

guerreggiò con Perseo successore di lui, ed ultimo re di Macedonia.

Perciocché, vincitore dapprima, vinto poi a Cidna, ei fu preso e

tratto in trionfo a Roma; e Macedonia ne rimase liberata, a modo di

Grecia, sotto l'alleanza romana. E si continuò a guerreggiare in

Ispagna, Liguria, Sardegna, Corsica, Istria ed Illirio; e si decideva

a Roma delle successioni de' regni di Siria e di Egitto.

10. Terza guerra punica, l'acaica, la spagnuola ed altre

[150-134].--Dopo tanto padroneggiare tutto intorno al Mediterraneo era

conseguente, inevitabile compier l'annientamento dell'antica rivale.

Fu meno una guerra, che non un disarmamento e una distruzione;

provocata da Catone e da quel suo continuo «_delenda Carthago_», che

sarebbe stato piú generoso se detto contro un nemico piú forte.

Scipione Emiliano condusse quest'ultima guerra punica, eseguí la

distruzione [146]. Né furono diverse l'ultima guerra greca, la

distruzione della lega achea e di Corinto. E, distrutti cosí in un

anno i due maggiori centri commerciali del Mediterraneo, la

preponderanza marittima di Roma diventò signoria unica, e il

Mediterraneo lago italiano. Rimaneva, quasi sola grave, quella guerra

di Spagna, che s'era fatta tanto piú accanita dopo che, cacciati i

cartaginesi, rimanevano gli spagnuoli soli a difendere la propria

indipendenza. Allora furono que' magnifici esempi (cosí ben imitati lá

al nostro secolo) di Viriate, un «guerrigliero», che non cessò se non

quando fatto uccidere a tradimento; e di Numanzia, una cittá, che non

s'arrese se non quando distrutta. Finalmente, dopo sessanta e piú

anni, soggiacque sotto Scipione Emiliano tutta la penisola [133],

salvi i celtiberi, i piú perduranti fra que' perduranti.--E quasi a un

tempo, ma in modo opposto, per viltá, fu acquistato un regno in Asia:

quel di Pergamo, lasciato in testamento da Attalo re alla fortunata o

perfida Roma.

11. La corruzione, le fazioni interne.--Qui incomincia una seconda

parte della storia di Roma capo d'Italia. Fin qui i turbamenti civili

erano stati cosí poca cosa da non potersi notare in un sommario: le

guerre, le conquiste erano state tutto. Ora, estese queste in tutta

l'Italia propriamente detta, in Liguria, in quasi tutta Gallia

cisalpina, quasi tutta Spagna, quasi tutto il lido africano, e in Asia

e Grecia, Macedonia ed Illirio, si rallentano le conquiste e fervono

le guerre civili piú e piú per tutto l'ultimo secolo della repubblica.

La vinta Grecia vinse Roma coll'arti; l'Asia, col lusso e la

corruzione. Dicemmo i carichi accomunati per legge tra patrizi e

plebei; ma in fatto erano rimasti de' patrizi, e cosí questi

riportavano quasi soli dalle guerre le prede, i metalli tanto piú

preziosi a casa quanto ivi piú rari fin allora. E dicemmo molte cittá

d'Italia spogliate a pro dei cittadini romani, patrizi e plebei; ma di

fatto le porzioni de' plebei poveri, comprate a poco contante dai

patrizi arricchiti, ricaddero in questi quasi tutte. Quindi quell'ire

di popolo a nobili, legalmente ingiuste, equamente giustissime, ma

avvelenate dall'invidie; e adoperate poi dagli avidi di popolaritá,

non men frequenti ne' governi liberi che gli avidi di favore ne'

principati assoluti. In tutto, la condizione della repubblica romana

al principio dell'ultimo secolo era molto simile a quella

dell'Inghilterra presente: un'aristocrazia prepotente in ricchezze

territoriali e nelle forme costituzionali primitive, ma prepotente la

democrazia per il numero suo, e per le conquiste nuovamente fatte od

in corso di farsi in quella costituzione.

12. I Gracchi [134-121].--Lo scoppio venne dai Gracchi, una famiglia

nobile di parte popolana. Tiberio tribuno fece passare una prima legge

agraria che limitava la quantitá delle terre possedibili da ogni

cittadino; poi una seconda per lo spartimento de' tesori testé legati

dal re di Pergamo. Erano appunto di quelle leggi tribunizie, piú

facili a farsi che ad eseguirsi; ne sorsero turbamenti maggiori che

mai, e non terminati né dall'uccisione di Tiberio perpetrata in piazza

da Scipione Nasica, né dall'allontanamento di questo capo della parte

aristocratica. Successero nuovi capi. Scipione Emiliano della parte

aristocratica, Caio Gracco, fratello di Tiberio, della democratica;

poi nuove leggi agrarie, e parimente ucciso Caio; e allora la vittoria

parve rimasta al senato. Ma tra tuttociò s'erano inventate e

incominciate le distribuzioni di grano al popolo, nuovo incentivo ad

ozio e corruzioni; e s'era inventato e proposto quell'accomunamento

compiuto de' diritti romani ai popoli italici, dal quale, benché non

sancito allora, rimase l'addentellato a turbamenti maggiori.--Intanto,

s'era vinta una prima ribellione di schiavi in Sicilia; eransi

conquistate le Baleari; e passatosi oltre Alpi negli allobrogi, negli

arverni ed a Marsiglia, erasi intorno all'ultima stabilita quella

provincia romana che si chiama oggi ancora Provenza.

13. Guerra di Giugurta [118-106].--Sorse tra breve una guerra piú

grossa: una di quelle inevitabili tra la civiltá, di natura sua

progrediente, e la barbarie, di natura sua offerente occasioni a que'

progressi. Giugurta, re de' numidi, assalí ed uccise due principi

alleati romani. Si ruppe la guerra, si fece una prima pace. Ma

Giugurta, chiamato a Roma per giustificarsi, perpetrò una nuova

barbarie contra un altro principe parente suo. Si riaprí la guerra,

condotta male primamente da parecchi, poi felicemente da Quinto

Metello, e finita poscia da Mario suo subalterno che lo soppiantò. La

Numidia fu divisa tra parecchi principi di quella nazione e Bocca re

de' mauritani, giá alleato poi traditor di Giugurta, che egli avea

dato in mano a Mario. I romani non avean fretta mai di aggiungersi

province; furono meno avidi di conquiste che non si scrive, non le

fecero guari se non isforzati o poco meno; come i piú de'

conquistatori, quando una volta hanno incominciato, come ora gli

inglesi all'Indie.

14. Guerra cimbrica [113-101].--Intanto era sorta una guerra anche

maggiore, ed anche piú inevitabile. Que' gomer, kimri, cimbri o

cimmeri, che vedemmo invaditori dell'Eusino alla Gallia e alla

Britannia ed a noi fin da tre secoli addietro, convien dire che

avesser lasciato allora gran parte di sé nelle sedi primiere; ed è

naturale: i kimri o gomer furono una grande schiatta primitiva. Ad

ogni modo, questa seconda parte di essi invase ora l'Europa, risalendo

il Danubio; sconfisse un primo esercito romano in Stiria [113],

proseguí ad occidente, s'aggiunse genti teutoniche, passò in Gallia,

vi s'aggiunse probabilmente all'antiche consanguinee, vi sconfisse

quattro eserciti romani [109-105], arrivò a' Pirenei ed alla provincia

romana. Allora, vi fu mandato il vincitor di Giugurta, Mario; il quale

vinse i teutoni in una gran battaglia sul Rodano all'Acque Sestie, e i

cimbri poi in una non minore, che si disputa se sull'Adige o sulla

Toccia. La penisola nostra fu salva. I cimbri si dispersero e

confusero tra i teutoni e i consanguinei settentrionali.

15. Mario. Guerra italica [101-88].--Mario ne diventò primo capitano,

primo uomo di Roma. Egli era, non di quelle famiglie plebee che,

operando ed arricchendo, s'aggiungono piú o meno dapertutto, e tanto

piú ne' paesi meglio costituiti, all'aristocrazia, ma uomo nuovo del

tutto. Invidioso de' grandi, invidiatone, anzi impeditone sovente nel

proseguimento di sue vittorie, volle, potentissimo ora, diventar

prepotente. S'aggiunse a Saturnino tribuno e a Glaucia pretore.

Metello, giá soppiantato da Mario, fu contro a lui il primo capo della

parte de' grandi. Fu esiliato. Ma la parte popolana si divise nella

vittoria; e allora, mutata fortuna, Metello tornò, e Mario se ne fu a

guerreggiare in Asia.--Ma passati pochi anni comparativamente

tranquilli, sorse, istigata dalle parti della cittá, una guerra

esterna ad essa, ma pur civile rispetto allo Stato. Le cittá socie

dell'Italia venivan domandando esse quell'accomunamento compiuto della

cittadinanza romana, che i capipopolo di Roma avean giá domandato per

esse. Risuscitarono l'antico nome d'Italia, e il diedero alla cittá di

Corfinio, ove avean fatto centro; e ne restano monete ad irrefragabile

monumento, a suggello di quanto dicemmo dell'origine, del nome e della

collocazione degli itali primitivi. Se tale nome fosse originato (come

dissero i greci, e dietro essi quasi tutti) da un re, da una gente

particolare e piccola dell'ultimo corno meridionale della penisola,

come sarebbe cosí salito alla media, come fattosi cosí caro a que'

popoli, come preso a titolo o quasi bandiera d'una sollevazione, d'una

resurrezione nazionale? Ad ogni modo, questa s'apparecchiò nel 95,

scoppiò nel 91, fu capitanata pe' romani da Mario e Silla

principalmente, per gl'italici da Caio Papio. E fece, piú che niuna

guerra straniera, pericolare lo Stato di Roma; continuò con successi

vari fino all'88; fu terminata da Roma vincitrice col concedere i

diritti domandati, prima ai soci rimasti fedeli, poco dappoi agli

ostili. Grandi furono certamente l'aristocrazia, i governanti romani

in vigoria; ma grandissimi in prudenza governativa, in non ostinarsi

mai contro alle concessioni diventate necessarie. È vero, che

quest'ultima accrebbe smisuratamente numero e forza alla plebe, la

fece di potente prepotente. Ma chi può dire ciò che sarebbe succeduto

senza tal concessione? Forse il fine della repubblica un cinquant'anni

prima di ciò che avvenne; e il fatto sta, che tutti i governanti

d'allora in poi estesero per anco quella concessione, fino ad Augusto,

che la compiè concedendo la cittadinanza a tutta la penisola.

16. Mario e Silla, Mitridate [88-83].--Ma il peggior frutto di quella

guerra fu l'esservisi rifatto potente Mario, e fatto Silla. Capo

questi de' nobili come Mario de' plebei, le loro gare personali

ampliarono le due parti, occuparono la repubblica intiera. Giá sul

finir della guerra italica, Mitridate re del Ponto, uom diverso da

ogni altro asiatico, gran cuore, gran capitano, gran nemico di Roma,

aveva aperta guerra contro a lei, occupate Cappadocia e Paflagonia,

vinti Nicomede re di Bitinia e un esercito romano, trucidati i romani

sparsi in Asia minore, e finalmente occupata Grecia, minacciata

Italia. Silla ottenne la condotta di tanta guerra. Mario ne lo volle

spogliare. Silla coll'esercito che stava raccogliendo, ebbe la mala

gloria di esser primo tra tanti faziosi che marciasse sulla patria.

Ebbela, e fecene cacciare e proscrivere Mario e gli altri capipopolo.

Quindi riordinati a suo modo e pro il senato e i magistrati, partí per

Grecia. E vinti in parecchie battaglie gli eserciti di Mitridate,

presa e saccheggiata Atene [87], passò in Asia, e concedette pace a

Mitridate riducendolo al regno nativo. Né avrebbe conceduto tanto; ma

era pressato dalle mutazioni di Roma risollevata, ridivisa,

saccheggiata, piú turbata che mai da Cinna e Mario, e, morti essi, da

Carbone, Mario il giovane e Norbano, faziosi minori e forse peggiori.

Costoro avean mandato un nuovo esercito in Asia, ma men contra

Mitridate che contra Silla. Il quale perciò, fatta pace col nemico, si

rivolse all'Italia.

17. Silla dittatore, e conseguenze [82-72].--Approdatovi, vinse

Norbano, poi Mario il giovane in due battaglie, e fu raggiunto da

Pompeo e quasi tutti i grandi. Poi, vinto un terzo esercito d'italici,

che fra que' turbamenti avean tenuto per Mario, entrò in Roma,

proscrisse i nemici della parte sua e i suoi, e prese la dittatura. Se

ne serví ad inseguire i nemici restanti in Africa, a tôrre i diritti a

molti soci, a riordinare il senato e tutta la parte aristocratica; e

ciò fatto, lasciò dopo due anni la dittatura e gli affari pubblici; o

per infermitá, o per amor d'ozio e di vizi, o per disdegno di una

potenza giá tranquilla, o forse per orgoglio e vanto di lasciar andare

da sé la repubblica scelleratamente sí ma fortemente, e forse non

inopportunamente, ricostituita sotto l'aristocrazia. E per vero dire,

come nell'anno ch'ei sopravisse, cosí dopo, rimasero in piè gli

ordinamenti di lui, ed anzi compieronsi con varie vittorie sui

resistenti in Etruria e in Ispagna. In questa Sertorio, un fuggitivo

di Roma, continuò la parte di Mario, sollevando spagnuoli e lusitani

al nome d'indipendenza. Ma vinto finalmente anch'egli da Pompeo, il

maggiore fra i continuatori di Silla, fu ucciso da Perpenna.

18. Spartaco, i pirati, Mitridate, Pompeo magno [75-63].--Intanto,

eran sorti pericoli nuovi, vicini e lontani. Una turba di gladiatori e

schiavi fuggitivi tra que' trambusti s'era raccolta in Campania; e,

fatto capo Spartaco, avea corso l'Italia, minacciata Roma, vinti

quattro capitani romani. Furon vinti essi da Crasso, e dispersi poco

dopo.--Una turba di pirati, schiuma delle guerre straniere e civili

intorno e sul Mediterraneo, lo infestavano intiero, dalla Sicilia e

dall'Isauria principalmente. Furono vinti prima da Servilio che ne fu

detto «isaurico», e vinsero Marc'Antonio. Ma Pompeo, ottenuto tal

comando, li vinse ultimamente, li distrusse e tranquillò il mare in

quaranta giorni. Creta fu in tal guerra ridotta a provincia da

Lucullo.--Finalmente, Mitridate (che giá avea rotta una seconda guerra

con Silla e finitala in breve trattando) n'avea rotta ora [75] una

terza, all'occasione che Prusia re di Bitinia aveva anch'egli legato

il regno a' romani. Fu condotta da prima da Lucullo, il celebre

lussurioso. Tutta l'Asia occidentale, tutti quei resti di re greci, e

i parti, gente nuova che grandeggiava, vi preser parte. E Lucullo fu

vittorioso da prima; ma mal governando il proprio esercito e l'Asia

vinta, lasciò rifarsi il perdurante Mitridate. Allora, data tal guerra

al vincitor di Sertorio e de' pirati, a Pompeo, egli accorse e vinse

all'Eufrate, sottomise l'Armenia, fugò Mitridate alla Tauride, passò

vincendo al Caucaso, ed in Siria. Quindi, Mitridate si uccise [63]; e

Pompeo riordinò in province e regni poco diversi da province l'Asia

intiera dall'Eufrate in qua.--Noi vedemmo giá un'altra volta Roma

guerreggiare e conquistare dalla Spagna all'Asia minore, in dieci

anni; ora, in dieci anni pure, un solo romano guerreggiò, conquistò ed

ordinò dalla Lusitania all'Eufrate. Cosí la voce, l'opinione pubblica

della maggior nazione del mondo, diede a Pompeo vivente il nome di

«magno». Che se Cesare parve ai posteri piú grande ancora, non è forse

che facesse, ma perché lasciò cose piú grandi. La posteritá suol

giudicare men dalle fatte che dalle lasciate; ed ha ragione.

19. Pompeo, Crasso, Cesare, Cicerone, Catilina [70-60].--In cittá,

Pompeo era di quelli che vogliono esser potenti legalmente, per via

dell'opinione e del popolo; e corteggiava l'una e l'altro. Consolo con

Crasso [70], restituí la potenza de' tribuni abbattuta da Silla.

Crasso era di quelli i quali, piú che per altro, possono per le loro

ricchezze; e n'avea di tali che soleva disprezzare chiunque non avesse

da soldare un esercito. Catilina era un patrizio sfrenatamente

corrotto, che si sforzava di potere per via della corruzione e de'

suoi sozi in essa. Cicerone era il principale di quella condizione de'

cavalieri, che, intermediaria fin dall'origine tra il patriziato e la

plebe, era stata innalzata via via ne' turbamenti dall'uno e

dall'altra. Cesare poi era un giovane di gran famiglia, grande

ingegno, grandissima ambizione, che diceva voler essere primo in una

terricciuola anziché secondo in Roma, ma intendeva esser primo in

questa, con mezzi legali o non legali. Catone solo aveva forse

l'ambizione, magnificamente stolta oramai, di salvar la patria colla

virtú; aveva certo quella di vivere e morire virtuoso e libero in

qualunque caso.--Di tali e tante ambizioni che s'agitavano in quella

civiltá romana (e che rimaser poi tipi a tante altre tanto minori),

scoppiò prima, come succede, la piú corrotta, quella di Catilina. E

scoppiò nel modo usuale a tali uomini, colle congiure. Due tentonne.

Gli riuscí la terza[64]; fino a tal segno, che Cicerone consolo osò

trarre al supplizio i complici di lui, ma non lui. Fuggito e postosi a

capo de' compagni in Etruria, fu vinto facilmente dall'altro consolo,

e finí in breve, senz'altro effetto che il solito di simili imprese,

accrescere i turbamenti, la corruzione. La quale era accresciuta, del

resto, da Lucullo, Verre e gli altri proconsoli o governatori tornanti

dalle province predate, dall'Asia principalmente. Né saprei dire se ne

tornasse puro nemmen Pompeo; tornonne certo magnificamente, dopo aver

finito l'ordinamento di tutta quella parte di ciò che si poteva giá

chiamare il mondo romano [61].

20. Primo triumvirato [60-50].--Tornava quasi al medesimo tempo Cesare

dalla Lusitania; e frammettendosi a Pompeo e Crasso maggiori di lui e

rivaleggianti, salí a pareggiarli. La potenza dei tre, che suol

chiamarsi nella storia il «primo triumvirato», condusse la repubblica.

Allontanarono Catone mandandolo a Cipro, ridotta in breve a provincia,

ed esiliarono Cicerone. Ma Pompeo, che s'aiutava della virtú dell'uno

e dell'eloquenza dell'altro, li fece in breve richiamare. Le province

principali furono spartite fra i triumviri: Spagna ed Africa a Pompeo;

Siria colla guerra contro a' parti, la maggior che fosse allora, a

Crasso; Illirio e le due Gallie colla guerra lá sorgente da una

invasione di teutoni che incominciavano a chiamarsi «germani», a

Cesare. Solo pacifico dei tre il governo di Pompeo, il lasciava

rimanere a Roma. Cesare diedesi tutto alle Gallie, in cui scorgeva

occasione di gloria e potenza militare, strumenti massimi ad occupare

la repubblica. Volò oltre Alpi, respinse i germani-elvetici [58]; si

frammischiò alle parti, alle contese interne delle genti galliche;

vinse i belgi [57], gli aquitani [56]; e, giá domata tutta Gallia,

passò in Britannia [55] e in Germania oltre Reno [54], tornò su' galli

risollevati, e ridomolli [53-51]. Intanto era passato Crasso in Asia

contro a' parti, con un esercito raccolto a proprie spese, ma ch'ei

non seppe condurre; ondeché fu sconfitto ed ucciso [54-53]. E quindi

due grandi danni: i parti cresciuti a tal gloria e potenza che non

furono mai piú domati; ed in cittá, sciolto il triumvirato, ridotto a

duumvirato, piú difficile a durare. E tanto piú tra uno avvezzo a

massima potenza, e l'altro risoluto a non soffrirla.--Nel 53, Pompeo

si fece nomar solo consolo, quasi dittatore. Ma Cesare, quantunque

assente, giá poteva in cittá quanto lui. Seguirono negoziati,

proposizioni reciproche di smetter ciascuno il proprio comando; ma

ineseguite, forse ineseguibili. Finalmente [ai primi dí del 49]

Pompeo, senza smettersi, fece dal senato ordinare a Cesare di

smettersi. Era ordinar lo scoppio, e la propria sconfitta.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 3 / 25 段