10. Roma [754-390].--Quell'animosa cittá si chiamava Roma. Sedeva, in

un angolo tra il Tevere e l'Aniene, su un suolo che era stato

anticamente de' siculi, poi triplice confine degli etrusci, de' sabini

e de' latini. Era stata fondata, o forse rifondata, l'anno 754 da

Romolo, che le diede o forse ne prese il nome; e, fatta asilo, mercato

di quelle tre genti diverse, antichi tirreni i primi, iberici itali

probabilmente i secondi, e mistura d'itali, di pelasgi e d'elleni i

terzi; avea raccolti abitatori da tutte tre. Ma da' latini

principalmente ella professò tener suoi fondatori, sue origini, sua

lingua; la confederazione de' latini fu quella a cui prima ella fu

addetta e si fece capo. Poi s'era ampliata, popolata, arricchita ed

afforzata a spese degli altri due vicini, sabini ed etrusci; ma cosí

lentamente, che dopo tre secoli e mezzo, le due recenti conquiste di

Falerio e di Veio erano le maggiori che ella avesse mai fatte; e

l'ultima era pure a un dieci miglia dalla cittá.--Del resto, regnata

giá come tutte le altre cittá d'Italia e d'Etruria od anzi della

penisola, od anzi come tutte le genti primitive stanziate od erranti,

cioè retta da un principe, da un senato di patrizi e da un'adunanza

popolare, aveva (secondo le tradizioni) obbedito cosí a sette re:

Romolo [754-717], Numa Pompilio [717-679], Tullo Ostilio [679-640],

Anco Marzio [640-617], Tarquinio Prisco [617-578], Servio Tullio

[578-534], e Tarquinio Superbo [534-509]. Quindi, cacciato l'ultimo

nell'anno 509, era passata a governo repubblicano quasi a un tempo che

le cittá elleniche; una contemporaneitá molto notevole, e che mostra,

questa rivoluzione antichissima dai principati alle repubbliche

essersi estesa serpeggiando di regione in regione, a modo di molte

moderne. Del resto, queste rivoluzioni in generale, e la romana in

particolare, fecero poco piú che mutare il sommo magistrato, giá unico

ed ereditario od a vita secondo le occorrenze, in parecchi elettivi ed

a tempo; serbando le «gerontie» o senati e le assemblee popolari,

l'aristocrazia e la democrazia. In Roma i sommi magistrati fecersi

annui, e chiamaronsi «consoli»; e continuò a preponderare il senato,

l'aristocrazia. La quale poi fu fortissima od anche superba in

quest'occasione, contro ai galli. Non che dare i giovani ambasciadori,

i Fabi, chiesti a vittime, li fece capi al proprio esercito. Ma vinto

questo all'Allia, fu occupata la cittá di Roma. Molti patrizi vi si

fecero uccidere, dicesi, sulle lor sedie curuli; altri racchiusersi

nella ròcca od _arx_ del Campidoglio, e vi durarono assediati sette

mesi; altri si raccolsero fuori in Veio, la nuova conquista; altri

intorno a Furio Camillo che n'era stato il conquistatore, e che,

invidiato poi, traeva l'esilio in Ardea. E Camillo (il piú grande

forse fra le migliaia d'esuli italiani) guerreggiò dapprima per gli

ardeati; poi, fatto dittatore, per la ingrata patria, contro agli

stranieri; poi, quando gli assediati del Campidoglio ebber patteggiato

co' galli, e se ne furon liberati a peso d'oro e d'umiltá, egli il

dittatore annullò il patto, ed inseguí e sconfisse i vincitori

predoni, e li ricacciò, per allora, a lor sedi.--Cosí l'aristocrazia,

conservatrice di natura sua, conservando la patria nei pericoli

estremi di guerra, mostrossi degna di conservarne il governo in pace.

E cosí Roma arrestò per sempre l'invasione straniera, a' limiti di

quella che allora si chiamava Italia; cosí ella si pose a capo della

guerra d'indipendenza; cosí ella salí a potenza, dapprima su

quell'Italia, poscia a poco a poco su tutta la penisola; e

contemporaneamente su quasi tutt'Europa, e molta Asia e molta Africa,

tutto il gran cerchio del Mediterraneo. Potenza ammirabilmente

originata e meritata.

11. Religioni.--Perciò qui dove incominciò Roma a mutare e fermare le

condizioni politiche della nostra patria, noi terminiamo l'etá dei

nostri popoli vaganti e primitivi. De' quali diremo intanto quali

sieno state le condizioni religiose, civili, e di coltura.--E

primamente, non soltanto la storia sacra ma anche tutte le profane

mostrano che tutte le religioni incominciarono dal monoteismo,

dall'adorazione d'un solo Dio. Ma in breve caddesi per corruzione nel

politeismo, moltiplicaronsi gli dèi in vari modi. Fecesi un dio

diverso d'ogni diverso nome di Dio, il Signore, il Creatore, il Santo,

il Giusto ecc.; deificaronsi le grandi potenze della natura, l'aria,

il fuoco, il sole, altri astri, il cielo, la terra; e deificaronsi i

padri delle grandi schiatte e delle genti. Poi si cadde piú giú,

nell'idolatria, nell'adorazione delle immagini, dei simboli di tutti

quegli iddii moltiplicati; e si precipitò finalmente nell'eccesso di

quest'eccesso stesso, nel feticismo.--Questa serie di corruzioni o

regressi primitivi è tutta contraria a quella dei progressi o

perfezionamenti delle religioni primitive, che fu idea di alcuni

filosofi recenti. Ma io confido al presente e vero progresso delle

scienze storiche, mitiche, filologiche e filosofiche, le quali

giudicheranno, od han giá giudicato, quale delle due serie sia piú, od

anzi sia sola consentanea ai fatti ed alle ragioni, ai nomi, alle

genealogie, agli atti di tutti questi iddii, ed all'umana natura.--Del

resto, ognuna delle tre grandi schiatte, semiti, chamiti e giapetici,

ebbe suoi modi particolari di corruzioni. I semiti, anche gli erranti,

serbarono piú a lungo il monoteismo, aggiunsero meno numi al Signore

primitivo Adonai, Adone. I chamiti al lor Signor sommo Baal, Belo,

aggiunsero antichissimamente il Sole, il Fuoco; e gli egizi in

particolare idearono essi tutta quella genealogia, quella famiglia

d'iddii, che i pelasgi recarono poi di lá e volgarizzarono tra' popoli

elleni, tirreni ed italici; e i giapetici, piú scostatisi dalla culla,

piú vaganti, piú moltiplicati, si scostarono anche piú dalla religione

primitiva; non serbarono a lungo o almeno non ci tramandarono niun

nome loro del Signor sommo (se tal non sia forse quel di Brahama);

fecero loro dio sommo il Cielo, o il Signor del Cielo, Thian alla

Cina, Zeus in Grecia, Saturno forse in Italia. Che questi fosse tra'

nostri maggiori iddio sommo prima che Zeus o Iupiter, sembra accennato

dal mito che l'ultimo togliesse al primo lo scettro degli iddii, e dal

nome di Saturnia dato giá alla patria nostra. Ancora, fu certamente

dio speciale, nazionale de' nostri maggiori, quel Giano, che non si

ritrova in niun'altra mitologia, e il cui nome è cosí simile a quello

di Iavan, che non parmi da dubitare essersi cosí adottato lo stipite

comune delle due schiatte primitive degli iberici e dei celti; e parmi

confermata tal congettura dalla doppia faccia di quel Dio, e dal

tempio a lui innalzato dai romani sul limite degli uni e degli altri,

e dall'aprirsi e chiudersi di esso secondo che era guerra o pace.--Ad

ogni modo, sopraggiunti nella penisola nostra, come giá nell'ellenica,

i pelasgi, e diffusivi parimente lor numi e lor culti, ne risultò in

Etruria e in tutta la bassa penisola una religione cosí simile alla

greca, che tradotti i nomi delle divinitá dall'une lingue nell'altre,

le due religioni apparvero identiche; e che qua come lá s'ebbe quella

medesima famiglia di Saturno, Giove, Giunone, Apollo, Diana, Minerva,

Venere, Vulcano, e via via tutti quegli dèi moltiplici, che furono

illustrati poi dai poeti delle due nazioni. E l'Etruria, stata sede

principale de' pelasgi, serbò cosí nome, vanto ed ufficio di nazione

sacerdotale sopra l'altre nostre.

12. Condizioni politiche.--Delle condizioni politiche di tutte queste

nostre genti antichissime, molto si scrisse, poco rimane certo.

Evidentemente le prime genti immigrate, tirrene, iberiche ed umbre,

furon nomadi sino intorno alla cacciata de' pelasgi all'epoca di Troia

[1150]; perciocché di quel tempo ancora sono e la traslazione de'

siculi, dal mezzodí della penisola in Sicilia, narrata da Dionisio, e

quella degli itali, che presero il luogo lasciato da' siculi. Ed anche

i pelasgi errarono molto, tra noi come in Grecia e dapertutto; ma poco

numerosi certamente (come venuti dal mare), il loro errare e stanziare

fu meno da genti nomadi che da venturieri quasi feudali, quali vedremo

molti secoli appresso i normanni nelle medesime regioni. Gli

stanziamenti ellenici poi, furono colonie e non piú; e conquiste

quelle degli etrusci nell'Insubria; ma di nuovo immigrazioni vere ed

ultime, quelle de' galli nel sesto secolo.--Fin da' pelasgi, e tanto

piú dopo, vedesi la _civitas_ (di cui ciò che chiamiam noi «cittá»,

non era se non il centro), cioè lo stanziamento d'ogni gente o tribú,

aver costituito uno Stato, un'unitá politica per sé; come in Grecia,

del resto, od anzi come in tutto l'Occidente. Bensí, le diverse genti

e cittá d'ogni schiatta o nazione rimasero certamente confederate tra

sé; ed in confederazioni si riunirono pure le cittá che si vennero

innalzando di genti raccogliticce e diverse. Sono evidenti nelle

storie la confederazione etrusca, l'umbra, la latina, la sabina, la

sannite e parecchie altre. Ed evidenti in ciascuna di quelle cittá,

dapprima quella costituzione che accennammo delle cittá etrusche e di

Roma, il principato temperato d'aristocrazia e democrazia; e poi la

mutazione sorvenuta dal principato alle repubbliche similmente miste.

Il fatto sta che la prima di tali costituzioni, la quale riunisce e

contempera tutti tre i poteri politici naturali o possibili, il poter

d'uno, quel de' grandi e quel di tutti, fu forse la piú antica, certo

la piú consueta in tutte le etá e tutte le regioni del globo; tanto

che chi ne faccia il conto regione per regione o tutte insieme,

troverá essere stati retti gli uomini piú sovente sotto tal forma del

principato temperato, che non sotto quella del principato assoluto

senza quel moderame, o della repubblica senza principato, prese

insieme. E sarebbe ragione di chiamar normale, naturale quella forma

mista dei tre poteri; e di tornarvi quanto prima da chi non l'abbia, e

tenervisi fermi quanto piú si possa da chi l'abbia.--Del resto, sembra

questa nostra Italia primitiva essere stata ricchissima di cittá, di

popolazioni, di biade, d'armenti, d'industrie e di commerci, di

navigazioni. I tirreni in generale, gli etrusci principalmente, furono

potentissimi, rimasero famosi in mare; e di Roma, tuttavia cittaduzza

latina, sopravive un trattato di commercio dell'anno 508 con

Cartagine. Che anzi, la potenza di questa non sembra esser diventata

preponderante nel Mediterraneo, se non appunto quando cadde l'etrusca;

e la rivalitá che siam per vedere di Roma con Cartagine non fu

probabilmente se non retaggio tramandatole dalla Etruria.

13. Colture.--Da quanto venimmo esponendo delle tre prime e principali

schiatte popolatrici della nostra penisola, si può dedurre, che tre

famiglie di lingue dovettero nascerne; la tirrena degli etruschi ed

osci; l'iberica dei liguri, siculi ed itali; e la celto-umbra;

diversissima la prima dalle due ultime, piú simili probabilmente

queste tra sé, come iavaniche amendue. Certo, non pochi fatti

confermano tal deduzione. La lingua etrusca si trova cosí diversa da

ogni altra nostra o straniera, che resiste finora a qualunque

interpretazione: leggesi, ma non s'intende ne' monumenti.

All'incontro, la lingua latina, che venne senza dubbio principalmente

da' siculi ed itali, padri aborigeni de' latini, sembra per l'una

parte aver grandi somiglianze colla vicina umbra che si trova sulle

tavole eugubine; e dall'altra colle antiche lingue dell'Iberia, come

si scorge dal trovarsi lá e qua molti nomi simili od anzi identici di

cittá; ed anche da ciò, che, quando la lingua latina fu piantata poi

in tutta Europa dalle conquiste romane, niun'altra delle nazioni

conquistate la prese cosí facilmente, la coltivò cosí elegantemente,

la serbò tra i barbari posteriori cosí costantemente, come la nazione

iberica; tantoché, se parecchie lingue moderne paion figlie della

latina antica, e sorelle della italiana moderna, questa e la spagnuola

paion gemelle. Del resto, e la lingua etrusca e la latina preser

probabilmente molte parole dalla pelasgica, e non poche certamente

dall'ellenica. E tutte quattro e l'umbra ancora si scrisser poi con

caratteri poco diversi da quelli pelasgici, che furon portati di

Fenicia in Europa da Cadmo o quali che siensi altri di que' marittimi

erranti.--Del resto, di nessuna di quelle lingue non ci rimangono

monumenti letterari (se tali non voglian dirsi le dette tavole

eugubine), e nemmen nomi di scrittori; grande argomento a credere che

fu poca la coltura letteraria di quelle lingue antichissime. I grandi

monumenti delle lettere sogliono sopravivere alle nazioni e far

sopravivere le lingue: i nomi de' grand'uomini sopravivono alle lingue

stesse; e se ne fossero stati, specialmente tra gli etrusci, essi

sarebbero rimasti illustri tra' romani cosí vicini di luogo e di

tempo. Il fatto sta che furono molto piú antichi (senza contare i

nostri scrittori sacri antichissimi di tutti) Valmichi, Omero, Esiodo

e parecchi altri, di cui restano i nomi e gli scritti; e che della

nostra stessa patria, della Magna Grecia, restano, se non monumenti,

almeno nomi d'uomini famosi in lettere e scienze, famosissimo fra

tutti quello di Pitagora. Nato in Samo, ma venuto in Magna Grecia, vi

fu intorno al 500 legislatore di parecchie cittá, e gran filosofo

matematico, fisico, metafisico e morale, ed origine delle due scuole

dette italica ed eleatica.--All'incontro ci abbondano i monumenti

dell'arti, e le mostrano avanzatissime. Giá accennammo le mura

pelasgiche, simili tra noi a quelle che pur restano in Grecia, non

dissimili nella costruzione (di sassi ora irregolari or regolari) agli

edifizi egizi. Veggonsene resti in Fiesole, in Roselle, in Cortona, in

Volterra, in Faleri, in Tarquinia, ecc. Ed in Tarquinia, Vulci, Ceri,

Albafucense ed altrove se ne veggono di templi, e massime di

magnifiche tombe, scolpite e dipinte; da cui e da altri scavi, si van

traendo innumerevoli statuette, e vasi fittili e gioielli e gemme e

monete. Tutto ciò di stili progredienti, dalla somma rozzezza

all'ultima perfezione ellenica; e tutto ciò in vari luoghi, etrusci,

italici, intermediari ed elleni. E quindi pare indubitabile, e fu

naturale: un solo stile progrediente, un solo progresso, una sola arte

fu a que' tempi, nella Grecia propria e nella Magno-Grecia, in quella

che allor chiamavasi Italia ed in Etruria. Ma ella giunse a piú

perfezione nella Magno-Grecia che in Etruria e in Italia, ed a piú

grandezza nella Grecia propria che nella Magno-Grecia; onde, anziché

dirla arte etrusca od itala, od anche italo-greca, ogni spregiudicato

la dirá francamente e principalmente arte greca. Quanto poi al

crederla originata tra noi e andata da noi in Grecia, dove si veggono

tanti monumenti dell'origine e d'ogni progresso via via, ella mi pare

una di quelle pretensioni, di quelle adulazioni o gloriuzze

retrospettive, di che si trastullano e consolano le nazioni, non meno

che le famiglie nobili decadute[1]. Del resto, anche cedendo a tal

debolezza, noi avremmo ben altre glorie piú certe e piú grandi da

vantare. Ma sarebbe anche meglio imitarle; e basterebbe forse che ne

imitassimo una: quella che siamo per vedere, della romana costanza

contro agli stranieri.

[1] In tutta questa etá, e principalmente nelle origini, io mi sono

scostato sovente da coloro che ne scrissero fin qui. I miei fonti

e le mie ragioni sono esposti nell'_Antologia italiana_,

1846, fascicoli II e III; e saranno ulteriormente nelle

_Meditazioni storiche_.

LIBRO SECONDO

ETÁ SECONDA: DEL DOMINIO DELLA REPUBBLICA ROMANA

(anni 390 circa-30 av. G. C.).

1. Origine della grandezza di Roma.--Machiavello, Bossuet, Vico,

Montesquieu e gli altri scrittori che ragionarono della grandezza di

Roma ne cercarono per lo piú le cause nelle leggi, nell'interna

costituzione di lei. Ma cosí succede nella storia, come nell'altre

scienze progredite, che gli uomini minori ma posteriori, valendosi

delle fatiche altrui, de' fatti nuovamente scoperti, de' progressi

della scienza, possano forse aggiungere alcunché alle conchiusioni di

que' sommi. Certo che le due costituzioni monarchica e repubblicana di

Roma, mettendo in opera, riunendo all'opera tutte le forze vive dello

Stato, furono belle, virili, vigorose, progressive costituzioni. Ma

ogni ragione è di credere oramai che le cittá circonvicine e molte

delle piú discoste, come le umbre e le sanniti, le quali si mostrarono

poi cosí forti contro a Roma stessa, avessero non solamente simili

costituzioni, simili ordini civili e militari, ma non dissimile virtú;

e il fatto sta che ne' trecentosessantaquattro primi anni suoi (poco

meno della metá di sua esistenza da Romolo ad Augusto), Roma non

ottenne, non asserí niuna grande superioritá sulle cittá

contemporanee, niuna vera preponderanza, anzi niuna grande potenza

nella penisola. Ed all'incontro il fatto sta che da quell'anno 390,

dalla magnifica rivendicazione dell'indipendenza propria contro ai

galli, dalla piú magnifica rivendicazione dell'indipendenza di tutte

le genti italiche antiche ch'ella intraprese allora contro ai

medesimi, incomincia, e piú non cessa, e s'accresce d'anno in anno la

potenza materiale, il credito, la preponderanza politica di Roma fra e

sopra tutte quelle cittá, quelle genti, quella nazione d'Italia.

Questa, dunque, evidentemente è la principal causa causante, qui è

l'origine della meritata grandezza di Roma; l'avere bene ed

opportunamente assunta la rivendicazione dell'indipendenza nazionale.

Né, del resto, fu cosa nuova nella storia delle genti: molte, antiche

e nuove, si fecer grandi allo stesso modo: la gente tebana tra

l'antichissime egizie, la persiana tra le mediche, l'ateniese e la

spartana tra l'elleniche, la castigliana tra le spagnuole, la

prussiana tra le recenti germaniche. E gli etrusci avevano bensí

esercitato sette secoli addietro tale ufficio contro a' pelasgi,

epperciò erano diventati grandi tra le genti italiche; ma non

esercitandolo, come decaduti, sufficientemente contro ai galli, Roma

intanto cresciuta, sottentrò loro nell'impresa, nella grandezza,

nell'impero d'Italia.--Ad ogni modo, questa epoca in che Roma

incominciò a ponderare e preponderare in Italia ci parve molto piú

importante, piú atta a segnare il fine della etá primitiva, il

principio d'una seconda etá della nostra storia, che non sia l'epoca

della fondazione di Roma, scelta a ciò dalla maggior parte degli

storici moderni. E tanto piú che gli antichi diedero a Camillo, il

gran motore di quell'impresa, il nome di «secondo fondatore di Roma»,

e che antichi e moderni concordano a dire incerta e poco men che

favolosa o poetica tutta la storia romana precedente la guerra de'

galli.

2. Mezzi; costituzione e mutazioni.--Camillo e Roma furono poi

ammirabili dopo la prima vittoria; si apparecchiarono a proseguirla

colle mutazioni interne opportune; innalzarono se stessi alla

cresciuta fortuna; non si arrestarono nella virtú; la passata fu ad

essi non piú che principio della avvenire.--La costituzione era questa

allora. Un senato di patrizi ereditari, ma che ammettevano nel loro

seno ogni popolano fatto grande nella patria; un popolo che s'adunava

al fòro in varie forme, le une piú, le altre meno soggette alla

influenza dei patroni su' clienti, dei patrizi su' popolani; ondeché

lo stabilire e l'usar l'una o l'altra forma fu soggetto di dispute

grandi e frequenti colá, come furono e saran sempre le leggi

d'elezioni ne' popoli moderni di governo rappresentativo. Il popolo

eleggeva i magistrati: due consoli annui, poco men che principi in

cittá e all'esercito; pretori, loro aiuti dentro e fuori; e poi edili,

tribuni ed altri uffiziali minori. All'infuori di questa gerarchia, i

censori, che facevano ogni quinquennio il censo o statistica, e

n'aveano grande autoritá mutando di grado e di condizione i cittadini,

e sindacando, o, come fu detto, censurando i costumi; il dittatore,

magistrato straordinario ed assoluto eletto nelle occasioni di gravi

pericoli militari o civili: il pontefice massimo e molti minori; oltre

i tribuni della plebe, difensori allora, estenditori poi de' diritti

popolani.--Le elezioni a tutti questi carichi erano state

originariamente fatte dal popolo, ma tra' patrizi. Ora, appunto ne'

primi anni della impresa nazionale contro ai galli, i patrizi

accomunarono que' carichi a' plebei; ed accomunaron le nozze; grandi

arti (male imitate ai tempi nostri) ad accomunare gli animi, e farsi

forti tutti insieme contro allo straniero. E giá dal tempo

dell'assedio di Veio erasi compiuta un'altra mutazione; quella della

milizia annuale in stanziale e perciò pagata. E questa pure fu

mutazione grande e feconda di conseguenze. La legione romana, forte

allora d'un cinque o seimila uomini, e formata di fanti gravi e

leggeri e di cavalli, era senza dubbio una bella unitá militare. Ma

forse nemmen questa fu esclusivamente de' romani; ed all'incontro tal

fu allora la milizia stanziale. Cosí si maturò la costituzione civile

e militare, ad uso delle esterne conquiste.

3. Un secolo di guerre ed estensioni circonvicine [390-290].--Le quali

furono proseguite meravigliosamente dalla rinnovata Roma fin dal primo

secolo. Coi galli ella non s'alleò mai contro ad altri popoli

nazionali come facevan questi tra lor gare domestiche. Poche paci od

anzi tregue, guerre quasi continue.--Con gli etrusci all'incontro, ora

guerre, ma ora alleanze; e per mezzo dell'une e dell'altre, sempre

estensioni in quell'Etruria oramai decadente a precipizio. Cosí con

gli altri popoli via via incontrati nell'estendersi, umbri, campani,

sanniti, lucani, apuli. I sanniti furon l'osso piú duro a frangere;

con essi durò la guerra oltre a cinquant'anni [343-290]. Una volta

[321] parve perduta; quando un esercito romano sconfitto alle Forche

caudine passò sotto il giogo. Ma perdurando, Roma vinse finalmente; e

il Sannio vinto, lasciò tutta la penisola meridionale (salvi i greci),

l'Italia d'allora, soggetta, o piuttosto aggiunta a Roma per l'imprese

ulteriori. Perciocché il dominio romano in quest'Italia non fu da

signore a servi, ma poco piú che da capo a membri di confederazione.

Nella quale poi erano gradi diversi d'unione, procedenti per certo da

diversi gradi di parentela della gente romana colle circonvicine:

alcune furono fatte partecipi di tutti i diritti romani, salvo quello

di voto in fòro; e furono perciò dette «_municipia_». Le antiche

latine s'eran date a patti simili all'incirca, e il lor complesso fu

quello detto «_ius Latii_». E il _ius italicum_ piú lato in

territorio, piú ristretto in privilegi che non il _ius latinum_, prova

che la gente italica comprendeva fra l'altre le latine, le quali

comprendevano fra l'altre Roma; e questa è tutta la spiegazione

dell'antica Italia. Le une e le altre eran _socii_; poche furono

ridotte a condizione di sudditi (_dedititii_). A queste sole si

mandavano magistrati romani (_praefecti_), e toglievasi parte delle

terre; donate poi alcune a cittadini romani rimanenti in Roma (che

vedremo occasioni di gran dissensioni), e alcune ad altri mandativi ad

abitare con nome di coloni, sfogo alla popolazione soverchia di Roma,

e posti avanzati a tenere i sudditi, ed anche gli alleati.

4. Guerra di Pirro [290-264].--Venivano intanto con gli altri cadendo

sotto a Roma anche i magno-greci. Ed era pure il tempo della maggior

potenza esterna di lor nazione; il tempo che gli Alessandriadi tenean

regni dall'Illirio all'Indo. Taranto assalita dai romani ricorse al

piú vicino di coloro; ad uno, se non de' piú potenti, certo de' piú

prodi e piú ambiziosi, a Pirro re dell'Epiro. Venne questi nel 280, e

vinse due volte a Pandosia e ad Ascoli; ma, perdurando al solito i

romani, ed attendendo egli meno a proseguir la guerra difficile che a

farsi un imperio facile, si distrasse in Sicilia. E sí tornonne; ma fu

sconfitto allora a Benevento e ripatriò in Epiro. E, caduta Taranto

nel 272, la potenza romana s'estese sui greci nell'ultima penisola.

5. Prima guerra punica [264-241].--Tra breve n'uscí per la prima volta

invadendo Sicilia, ed assalendovi Cartagine che signoreggiava i greci

signori degli antichi siculi. Cartagine, fondata parecchi secoli prima

di Roma, giá colonia de' fenici o _poeni_ di Sidone, giá regno, poi

repubblica indipendente, aveva estese le proprie colonie e il dominio

in tutta l'Africa occidentale, in Iberia, in Sicilia. Roma cittaduzza

latina avea sanciti trattati di navigazione con lei [508], Roma giá

potente gli avea rinnovati [345]. Ma ora Roma cresciuta in signoria ed

ambizione occupava Messina [264]. Cartagine nol patí, e la guerra

diventò terrestre insieme e marittima. I romani, con quella facilitá

che ebber sempre a mutar modi di guerra come di governo secondo le

occorrenze, a prendere ciò che paresse lor necessario da fuori come

d'addentro Italia, da' nemici come dagli amici, armaron flotte alla

cartaginese, diventaron potenza di mare, e vinsero due grandi vittorie

navali all'abordaggio, modo solito de' piú arditi e men periti in

quell'arte. Quindi passarono in Africa, per ferire, secondo loro uso,

il nemico al cuore. Ma furono vinti lá; e vi rimase prigione quel

Regolo, che, rimandato in patria per negoziare, si fece immortale

tornando a' ferri per morirvi, e cosí lasciar Roma libera nel suo

costume di perdurare finché vincesse. Ed ella vinse di nuovo in mare

ed in terra, e compiè la conquista di Sicilia; e allora fece pace,

escludendo la rivale dall'isola. La quale fu poi la prima che ella

governasse come vinta, a «provincia», cioè con un pretore che

signoreggiava cittá e principi governanti in apparenza.

6. Nuove estensioni [241-218].--Alle vittorie contro ai forti sogliono

succedere conquiste minori, vittorie contro ai deboli rimasti

indifesi. In una ventina d'anni, Roma aggiunse al suo giá lato e vario

impero, la Sardegna e la Corsica; guerreggiò e vinse nell'Illirio, e

cosí asserí sua potenza nell'Adriatico e s'appressò a Grecia; e,

spingendo contro ai galli la guerra allentata giá ne' pericoli,

pressata sempre ne' respiri, vinse presso a Chiusi, giunse al Po, ed

ivi piantò due colonie, Piacenza e Cremona.

Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, sommario. v. 1 · 第 2 / 25 段