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SCRITTORI D'ITALIA
CESARE BALBO
DELLA STORIA D'ITALIA
DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI GIORNI
SOMMARIO
A CURA DI
FAUSTO NICOLINI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI--EDITORI--LIBRAI
1913
A SUA MAESTÁ
VITTORIO EMANUELE III
GLI "SCRITTORI D'ITALIA"
EDITI COL CONSIGLIO DI B. CROCE
E CON LA CURA DI F. NICOLINI
PERVENUTI AL L VOLUME
LA CASA G. LATERZA & FIGLI
DEDICA
COME LA SUA OPERA PIÚ FERVIDA
IN SERVIGIO DELLA PATRIA
CESARE BALBO
DELLA STORIA D'ITALIA
DALLE ORIGINI FINO AI NOSTRI GIORNI
SOMMARIO
A CURA DI
FAUSTO NICOLINI
VOLUME PRIMO
BARI
GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI
1913
PROPRIETÁ LETTERARIA
MARZO MCMXIII--34360
RESTI
CONSACRATO ALLA MEMORIA
DEL MIO RE
CARLO ALBERTO
QUESTO VOLUME
SCRITTO GIÁ
TRA GLI URGENTI DESIDÈRI
DEL GRAN TENTATIVO
DI LUI
OMAGGIO POSTUMO ORA
DI GRATITUDINE E DEVOZIONE PERDURATE
TRA LE CONCITAZIONI GLI ERRORI E I DOLORI DELL'IMPRESA
CRESCIUTE
DALLE SVENTURE E DALLA MORTE
DI LUI
SOMMO MARTIRE DELL'INDIPENDENZA
SOMMA VITTIMA DELLE INVIDIE
ITALIANE
PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE
(Losanna, Bonamici, 1846).
Il presente ristretto è stato scritto ad uso dell'_Enciclopedia
popolare_ che si viene stampando in questa cittá. Gentilmente
richiestone, or fa l'anno, da quegli editori, io accettai molto
volentieri l'incarico, l'occasione di raccogliere in uno e compendiare
i vari studi di storia d'Italia che io era venuto facendo dal 1824 in
qua. Ma il tempo, lo spazio or concedutimi erano brevissimi; e poi,
quelle condizioni della pubblicitá in Italia che ognun sa, sforzavano
quegli editori, ed, accettato l'incarico, me stesso ad alcune
soppressioni. E di queste, ed anche piú di quella fretta, rimangono
numerose tracce e nell'edizione dell'_Enciclopedia_, ed in quella
staccatane e lasciata, salvo il sesto e l'errata, compiutamente
conforme, affinché ella fosse sofferta dove era stata sofferta la
prima. Quindi io avea premura, lo confesso, di sottoporre a' miei
compatrioti un'edizione compiuta, e quanto sapessi, nel medesimo
tempo, corretta.--E tale è questa.
Ma a malgrado la nuova o totale elaborazione, niuno sa meglio di me
quanto rimanga questo lavoro pieno di difetti; irreparabili gli uni
come dipendenti dalla natura dell'opera o da mie forze inadeguate, piú
o meno correggibili gli altri. I quali ultimi poi possono essere di
due sorte: errori e dimenticanze di fatti importanti, errori di
giudizi, di opinioni.
Degli errori e delle dimenticanze di fatti, io desidero, io domando a' miei
colti leggitori, di volermi donare quante piú correzioni vengano loro
vedute possibili, serbando la natura, l'estrema brevitá dell'opera; e di
donarmele privatamente o pubblicamente, in qualunque modo paia loro piú
opportuno e piú comodo. Se mai con qualche lavoro precedente o col presente
io mi sia acquistata la benevolenza di alcuni, io questi prego specialmente
di essermi larghi di tale aiuto. Ed oso pur pregarne quegli stessi a cui lo
scrittore rimanga indifferente, ma a cui tal non sia la storia di nostra
patria, o l'uso che si può fare di essa. Finché non avremo un grande e vero
corpo di storia nazionale, da cui si faccia poi con piú facilitá e piú
esattezza uno di que' ristretti destinati ad andar per le mani di tutti, o
come si dice, un «manuale», io non so se m'ingannino le mie speranze di
scrittore, ma tal mi pare possa esser questo. Né mi porrò a dire l'utilitá
che verrebbe d'un tal manuale ben fatto; ma è appunto a far questo intanto
il men cattivo possibile, ch'io domando l'aiuto de' compatrioti. E giá il
signor Predari direttore dell'_Enciclopedia_, a cui debbo inoltre
l'occasione di questo libro, e via via i signori Carlo Promis, Federigo
Sclopis, Luigi Cibrario, Roberto e Massimo d'Azeglio, Ricotti e Carena non
mi negarono di tali aiuti; i quali io nomino ed a gratitudine ed a vanto,
né senza speranza di poter a questi aggiugner altri onorati nomi, quando
che sia.
Quanto alle opinioni storiche o politiche, io so bene, che voglia io o
non voglia, me ne saranno fatte critiche, piú o meno moderate, piú o
meno cortesi, piú o meno esatte, secondo la natura, l'educazione e gli
studi di ciascuno; e che l'ultime di queste potranno certo esser utili
agli studiosi di nostra storia. Ma non paia superbia se aggiungo, che
queste critiche, cioè in somma queste esposizioni delle opinioni
altrui, potran difficilmente mutar le mie; siccome quelle che sono non
solamente sincere, ma da lunghi anni concepite e quasi fattemi passar
in sangue, e dall'educazione ricevuta da un padre lungamente,
onoratissimamente sperimentato ne' pubblici affari, e da quel poco di
sperienza che potei acquistar io stesso dal 1808 al 1821, e dall'aver
sofferto per esse poi, e dai non brevi studi fatti d'allora in poi. E
mi si conceda aggiugnere, che pochi uomini, anche de' paesi piú
liberi, hanno al par di me quell'indipendenza di opinioni che è somma
forse di tutte, quella che viene a uno scrittore dall'aver poco a
temere, nulla a sperare politicamente per sé. È vero, che, come ognuno
che scriva, io tengo in gran pregio, io desidero con ardore quel
consenso de' leggitori, quella simpatia de' compatrioti che si chiama
«popolaritá», e che è insieme sanzione di ciò che s'è voluto far per
la patria, e mezzo a servirla ulteriormente; ed è vero che quando io
n'ebbi alcun cenno (da que' giovani italiani principalmente, nelle cui
mani son per passare i destini della patria), mi venner dimenticate
tutte quelle pene, che non son poche, dello scrivere in Italia, e
dimenticate le risoluzioni di non iscrivere piú. Ma appunto la
popolaritá mi parve sempre, come i pubblici uffici, mezzo di potenza,
mezzo di servire la patria, e non piú; come scopo ultimo, nulla sono
gli uffici, nulla la popolaritá. E quindi chi è ridotto a servir la
patria d'«opere d'inchiostro», cioè d'opere di veritá, se abbandoni
scientemente questa la quale sola può giovare, per correr dietro alla
popolaritá, ei corre dietro a un mezzo senza scopo, a un nulla che
porta a nulla. Ei mi fu detto giá, che alcune opinioni mie non sono
popolari in Italia. Tanto meglio dunque l'averle scritte: quando si
scrive con vero e vivo convincimento, non si suole scriver ciò di che
tutti sien giá persuasi; si scrive appunto per far passare le proprie
opinioni dalla minoritá alla pluralitá. E quest'è che dá sovente piú
calore agli scritti della minoritá: la brama di diventar pluralitá
colle ragioni. Il che poi, sol che si potessero far correr davvero e
sufficientemente le ragioni, sarebbe forse piú facile in Italia che
altrove; perché, tra tutti i vizi acquistati, ella serba
indestruttibili, e prime forse del mondo, le sue facoltá, le sue virtú
intellettuali.
Il desiderio di rimanere indipendente, non solamente da altrui ma per
cosí dir da me stesso, da ciò che possa essere in me men ragione che
sentimento, mi fece fermarmi all'anno 1814. Giá lungo tutta l'opera
m'era paruto penosissimo quell'ufficio storico del giudicar cosí
brevemente tanti fatti, tanti uomini grandissimi; la brevitá aggiugne
inevitabilmente alla severitá; le parole stringate e tronche prendono
naturalmente aspetto di assolute, aspre, superbe. E giá, appressandomi
a' tempi nostri, mi si era raddoppiata tal pena. Ma ei mi sarebbe
riuscito intollerabile cosí giudicare gli uomini viventi, e a me non
ignoti, né per benefizio né per ingiuria. Io mostrai in altro scritto
non aver ripugnanza, non timor forse al discorrere delle cose
presenti; ma appunto ne discorsi lá distesamente, e prendendo agio a
quelle eccezioni e spiegazioni, che sole fan tollerabile un tal
discorso alla coscienza d'uno scrittore. Ei fu detto giá, doversi ai
morti non piú che la veritá, ma ai vivi anche riguardi. Ma io non so
fino a qual punto sia giusta tal distinzione; parendomi che a morti e
vivi si debbano veritá e riguardi; salvo un solo di piú ai vivi,
quello di lasciarli finir lor vita prima di giudicarli definitamente e
assolutamente. Iddio stesso fa cosí; finché dura lo stato di prova, ei
lascia a tutti di poter giustificare e ricomprar le opere fatte colle
fattibili: non tronchiamo a nessuno il tempo conceduto da Dio.--Del
resto, l'aver appunto parlato del tempo presente in un altro studio
mio, m'era nuova ragione di non riparlarne qui. Io desidero che il
presente studio rimanga introduzione o compimento a quello.
Finalmente, parrá forse ad alcuni che un semplice sommario avrebbe
potuto e dovuto scriversi sciolto da qualunque opinione, e che cosí
scritto avrebbe potuto durar utile piú a lungo. Ma prima, ei mi parve
sempre materialmente impossibile scrivere una storia, o un compendio,
o una stessa tavola cronologica, senza esprimere piú o meno le proprie
opinioni: chi si vanta di cosí fare, nol fa all'opera; e per applicar
qui un modo di dire napoleonico, le opinioni si scopron fin dietro
alle date ed alle virgole. E poi, elle mi paiono forse piú necessarie
e piú utili ad esprimersi in un compendio che in una storia distesa;
piú necessarie, perché quanto meno si scende ai particolari, tanto piú
diventa indispensabile spiegar i fatti con quelle esposizioni
generali, che in somma sono esposizioni di opinioni; piú utili, perché
quanto piú si accumulano e si ravvicinano fatti a fatti, tanto piú ne
risultano a vicenda spiegate e quasi commentate le opinioni. E cosí,
per vero dire, veggo essere stato fatto da Bossuet, da Hainault, que'
modelli de' compendiatori, ed anche da Mignet e Zschokke a' nostri dí.
Che anzi, perché non dirlo? non che vergognarmene, io me ne vanto: un
compendio destinato non agli eruditi, non ai letterati; ma a' semplici
colti, e cosí ai piú numerosi e piú pratici uomini d'una nazione,
porge un'ottima occasione a persuadere i compatrioti, una di quelle
occasioni che non si lasciano sfuggire da nessuno sinceramente
convinto delle proprie opinioni, e caldo quindi a promuoverle. E
quanto al durare o non durare, io temo che duri pur troppo lungamente
opportuno l'inculcare nelle menti e nei cuori italiani quel principio
d'indipendenza che è il nucleo, il substrato di tutte le mie opinioni
storiche o politiche. E venga pur il tempo che non si tratti piú
d'acquistare ma solamente di applicare quel principio, quella fortuna,
quella virtú. Non che invecchiare, io credo che ella sará allora
ringiovenita, piú cara a tutti; ed io la veggo aver cosí ispirate le
migliori storie delle piú indipendenti nazioni del mondo. Del resto,
porti pur questo libretto le tracce del tempo suo: è destino di ben
altri e maggiori, e le storie specialmente (se ne persuadano
leggitori, scrittori, critici e governi), o bisogna spegnerle del
tutto, o lasciarle ritrarre insieme e i tempi di che elle scrivono, e
quelli in cui elle furono scritte.
Torino, 16 novembre 1846.
PREFAZIONE
PROGETTATA DALL'AUTORE PER L'EDIZIONE NONA
Nella prefazione all'edizione terza di Losanna 1846, ho esposto come
mi venisse scritto questo volume ad uso di un'enciclopedia, quali
aiuti e difficoltá vi avessi, quali opposizioni io prevedessi
dall'opinione di quei tempi; tutti que' particolari insomma, che sono
o paiono necessari a dirsi, al momento di una pubblicazione. Ma
passati pochi anni, tuttociò non ha guari piú interesse se non per chi
scriva forse qualche articolo di bibliografia, biografia, o storia
letteraria.
E cosí sará probabilmente dei particolari seguenti che mi paiono ora
necessari. Non tenendo conto delle due edizioni fatte senza mia saputa
(con data di Bastia... e Losanna 1849)[1], questa è la prima, che
rifaccia io dopo quella terza del 1846. Ora, cosí facendo dopo quattro
tali anni, io v'avevo due soli modi schietti: primo, ristampare
esattamente il mio testo del 1846, per serbare cosí intiero quel poco
di merito o di fortuna che poté essere allora a prevedere e suggerire
qua o lá alcuni «invidiati veri». E confesserò che, oltre alla
pigrizia, la mia vanitá letteraria, od anche politica, mi fece pendere
a tal modo. Ma per cosí fare con indisputabile ischiettezza, era
necessario non introdurre una correzione né di storia, né di stile, o
nemmeno di stampa; lasciare il testo scrupolosamente qual era, e poter
dire che non vi s'era mutato una sillaba. E mi parve men bello, e
forse brutto sagrificare a quelle vanitá quanti miglioramenti avessi a
fare, ora omai, al mio lavoro. Se io ristampassi quelle opere
politiche che scrissi giá a diverse occasioni, io mi terrei a siffatto
modo di riproduzione letterale, sola onesta in tal caso. Ma qualunque
scritto fatto con intenzione a tutti i tempi, e perciò qualunque
storia, deve certamente migliorarsi dallo scrittore, finché e quanto
piú possa.--Quindi mi appigliai e seguii il secondo modo; di fare
tutte le correzioni di stampa, di stile, di storia, od anche di
politica, che mi venisser sembrando necessarie od utili, senza niun
ritegno né cattiva vergogna. Io m'ero giá dato l'esempio di non temer
condannarmi, accennando ai fatti del 1809; che se poi io abbia forse
dimostrata qualche consistenza di princípi e di fatti nella mia non
breve vita letteraria o politica, io me l'attribuisco non a merito ma
a fortuna; alla fortuna primamente dell'educazione e degli esempi
paterni, ed a quella pur forse d'essermi rivolto a questi studi della
storia nostra. Né di biasimo, ma di lode mi sembran degni coloro,
pochi pur troppo, i quali sanno fare buon pro degli insegnamenti dati
dalla sperienza o dallo spettacolo di grandi eventi.
[1] Le edizioni che si fecero di questo libro senza saputa
dell'autore furono cinque, fatte a Losanna nel 1848 e nel 1849, a
Milano, a Napoli ed a Bastia; onde l'ultima del 1852 fatta a
Torino, con consenso dell'autore, riuscí la nona, e la presente è
la decima, se non se ne son fatte altre (Nota dell'edizione Le
Monnier).
Ma il fatto sta che effettuando con tali propositi le mie correzioni,
e facendone innumerevoli di stampa e di stile, ed alcune ne' fatti
storici, non ne trovai, ch'io ne sia conscio, una sola da fare ne'
miei princípi storici o politici, ed una sola (che notai) nelle mie
previsioni; e che tutte le altre mi sembrano anzi, esser consistite in
porre al passato alcune allusioni le quali erano al futuro, ovvero in
confermare, e rinforzare i princípi giá posti.--Del resto, le due
edizioni sono lí, facili ad aversi alle mani da chiunque voglia
comparare, giudicare o biasimare. Io abbandono il mio libro e me
stesso a' miei critici nemici od amici. Non trovai tempo finora, ed
ancor meno genio a scrivere delle cose mie; né forse ne troverò: e
rimango intanto non senza fiducia che la mia indifesa perseveranza sia
per aggiungere qualche conferma a quei princípi, di che penetrato io
ogni di piú, è naturale ch'io desideri penetrare i miei compatrioti.
A coloro poi i quali biasimano, quasi contrario alla imparzialitá
della storia, questo modo di scriverne, non solamente narrando ma
giudicando, io ho giá risposto e nella citata prefazione ed altrove.
Ma perché, se v'è colpa, io l'ho aggravata nella presente edizione,
aggiugnerò qui: che l'imparzialitá mi sembra consistere non nel non
giudicare, ma nel giudicare imparzialmente; che anzi non capisco come
possa essere imparzialitá dove non sia giudizio; che senza questo non
può essere se non indifferenza, e che le storie (fortunatamente rare)
scritte con indifferenza alla virtú od al vizio, alla buona od alla
cattiva politica della patria, adempiono male quell'ufficio, che pur
si pretende imporre alla storia, di maestra della vita pubblica degli
uomini e delle nazioni. Del resto, tutto ciò tocca a una questione piú
che letteraria e delle piú importanti nelle condizioni presenti della
patria nostra. A qualunque nazione è necessario farsi e tener ferma
una politica nazionale. È chiaro per sé; uomo o nazione, niuno vive
bene senza uno scopo buono e ben tenuto; e la fortuna è de'
perduranti. Ma abbondano gli esempi a conferma: Roma antica, ed anche
moderna; casa d'Austria da parecchi secoli; casa Prussia e casa Russia
da poco piú di uno; il piccolo e nuovo Belgio da vent'anni; e
sopratutto quei due popoli che vantan comune il vecchio sangue
sassone, ma si trovano in condizioni e luoghi cosí diversi; vecchio
l'uno sul proprio suolo, monarchico, ed in mezzo agli interessi
europei; nuovo l'altro all'incontro, repubblicano ed isolato fra le
solitudini americane; e che tutti e due colla fermezza delle loro
politiche interne sono cresciuti, l'uno da centocinquanta l'altro da
settantacinque anni, a tal grandezza da contendersi e dividersi oramai
l'imperio, il primato, l'egemonia dell'orbe intiero. Noi siamo lungi
da siffatti destini; non abbiamo da conquistar egemonie, preoccupate
da altri, impossibili a tramutarsi, stolte a sognarsi, per ogni
avvenire prevedibile. Ma abbiamo conquiste molto piú importanti a fare
o compiere; la libertá e l'indipendenza importano incomparabilmente
piú che l'imperio del mondo. Né arriveremo mai a siffatti scopi, se
non sappiamo prefiggerli a noi stessi con sapienza, e tendervi poi con
virilitá e costanza; cioè se non sappiam farci e seguir poi una buona
politica nazionale. Miriamo agli esempi contrari e fatali del secolo
presente: Francia, Spagna, Germania, Polonia; o meglio, miriamo a noi
stessi da quattordici secoli in qua fino a ieri.
Nelle monarchie assolute e nelle aristocrazie, le politiche nazionali
si fondano e si serbano molto piú facilmente; basta un gran principe o
un gran cittadino ad inventarle; e si tramandano poi per successione,
per educazione, per tradizione. Fu giá piú difficile nelle democrazie
antiche e del medio evo, dove molti giá concorrevano ad avviare o
sviare la cosa pubblica; ma negli Stati rappresentativi moderni
(repubbliche o monarchie con poca differenza, benché con qualche
vantaggio dell'ultime) i concorrenti alla cosa pubblica non sono piú a
migliaia, né a centinaia di migliaia, come i cittadini raccolti sulle
piazze di quelle repubbliche municipali; bensí a milioni sparsi su
territori estesi e diversi; ondeché è cresciuta d'altrettanto,
dall'uno al mille talora, la difficoltá di formare e serbare
quell'opinione comune e costante che forma e serba qualunque politica
nazionale. Che anzi, la difficoltá sarebbe impossibilitá senza
quell'aiuto, quello stromento somministrato a tempo dalla Provvidenza
conduttrice degli eventi umani; non fu possibile il vero e durevole
ordinamento de' governi rappresentativi, prima che si fosse inventato
e diffuso un mezzo ad ampliare la discussione della cosa pubblica in
quella medesima proporzione, prima che si fosse inventata e diffusa la
stampa. Io ho accennato in questo volume l'epoca dell'invenzione della
rappresentanza, precedente di due secoli alla invenzione, di tre o
quattro alla diffusione della stampa. E l'invenzione della
rappresentanza non serví, venne meno, si neglesse, si perdé, finché
non fu fatta e diffusa quella della stampa.
La stampa aiuta il buono ordinamento degli Stati rappresentativi in
tre modi: 1° diffondendo in tutti gli angoli del paese, portando a
cognizione di tutti i concorrenti alla cosa pubblica gli atti e i
discorsi e le opinioni degli uomini pubblici che la conducono; 2°
discutendo via via quegli atti, que' discorsi, quelle opinioni, tutta
la politica giornaliera; 3° innalzandosi a discutere, sforzandosi a
stabilire una politica permanente della nazione. I due primi uffici
sono della stampa giornaliera; dove questa esiste ed è libera, cessa
l'utilitá e la frequenza di quegli scritti politici fatti
all'occasione, che si dicono altrove «di circostanza», «_brochures_»,
«_pamphlets_». Ma tutt'all'incontro, l'ufficio di fondare la politica
permanente d'una nazione qualunque non può esser adempiuto bene dalla
stampa giornaliera; preoccupata della giornaliera politica; non si
può, non si suole adempier bene da essa, nemmeno presso alle nazioni
raccolte in uno Stato, dove sono una cosa sola la politica della
nazione e quella dello Stato; ma è piú impossibile che mai presso a
una nazione divisa in vari Stati, dove perciò sono cose
necessariamente moltiplici la politica della nazione intiera e le
politiche parziali degli Stati divisi. Non serve deplorar sempre i
fatti deplorabili; bisogna mutarli dove sia possibile; e dove no,
sapervi applicare la politica giornaliera o permanente della patria. E
cosí in una divisa in parecchi Stati, quand'anche fossero tutti
rappresentativi, bisogna saper vedere che la politica nazionale
permanente non è possibile a formarsi bene né dagli oratori né dai
pubblicisti giornalieri di ciascuno di quegli Stati; non è possibile,
se mai, se non da quegli scrittori che rotti alla pratica ed allo
studio della cosa pubblica ne sappiano raccôrre i risultati in
iscritti posati e meditati con mira alla patria intiera. Dico che
questi soli hanno probabilitá di fondare una politica permanente della
nazione italiana, perché non tengo per probabilitá computabile, tengo
per poco piú che caso, quello che avvenisse mai d'un principe od uomo
di Stato, cosí grande insieme e cosí fortunato, da vincere le
discordie e le invidie, da raccôrre in una le diverse opinioni, le
politiche parziali italiane.
Tolto un tal caso, un tal dono di Dio, che non si sprechi l'ufficio di
fondare la futura politica patria, non può appartenere se non agli
studi, agli scritti gravi, lungamente, virilmente apparecchiati e
condotti; non può appartenere se non a voi, giovani scrittori italiani
i quali venite su in etá tanto piú fortunata che non la nostra, i
quali v'avete non solamente quella libertá di scrivere e pubblicare,
quelle occasioni e quegli eccitamenti che non avemmo noi, ma uno scopo
oramai determinato e magnifico, lo scopo di mantenere ed estendere la
libertá e l'indipendenza. Non vi lasciate forse ingannare da vane
speranze o vani timori, lusinghe d'ogni pigrizia, impedimenti ad ogni
operare. Questa politica nazionale non ci è, ma ci può essere per
opera virile di voi. Non ci è, posciaché si tituba ancora; ne' fatti,
tra l'assolutismo e la libertá rappresentativa; e nell'opinione, tra
la monarchia rappresentativa e le repubbliche rappresentativa o
democratica o sociale o che so io, posciaché si dubita forse della
stessa necessitá dell'indipendenza, certo sui modi di acquistarla ed
ordinarla. Ma ella può essere poi certamente. Non sono i compatrioti
vostri piú ottusi o men capaci di ragione degli altri popoli civili;
sono, è vero, piú appassionati nell'azione, piú disavvezzi d'ogni
politica, piú nuovi alla rappresentativa: ma non vi lasciate
sgomentare; tali difficoltá son di quelle che si vincono. Voi
vincerete le passioni colla ragione, purché vogliate ragionare,
valendovi de' riposi che avvengono sempre tra le rivoluzioni; voi
vincerete ogni ignoranza con gli studi vostri, purché li sappiate fare
e scrivere poi con sinceritá, semplicitá e virilitá. Né vi lasciate
soverchiare, nemmeno dal sentimento (quantunque bello, in voi giovani
principalmente) del rispetto ai maggiori. I vostri grandi avi,
iniziatori di tutta la coltura e di gran parte della civiltá europea,
scrissero secondo le opportunitá e le possibilitá di quei princípi;
non potevano scrivere secondo le possibilitá e per le necessitá de'
vostri tempi progrediti e progredienti. I vostri avi piú vicini e
minori scrissero di ciò che potevano, e cosí non, o male, di politica,
lungo i tre secoli di servitú. E i vostri padri poterono a stento
abbozzare, accennare desidèri. Voi avete un dovere, un destino severo,
ma magnifico; avete tutto da fare in materia di politica nazionale,
avete un'opera meno da compiere che da fare o rifare tutta intiera;
tutta l'opera politica della patria vostra, tutte le parti ond'ella si
compone: spiegazioni del passato, esposizioni del presente, previsioni
dell'avvenire, storia generale della patria, storie speciali de'
diversi Stati e delle diverse etá, politica generale e politiche
speciali, statistiche od inventari delle forze vive o morte della
nazione, comparazione con quelle degli avversari, degli alleati, di
tutti i compagni di civiltá; ed avete ad inventare per fino le forme,
i mezzi, lo stile e la lingua a tutto ciò. Tutto ciò decadde ne' tre
secoli, né si può imitare da modelli piú antichi, antiquati. Voi avete
tutto a fare; voi siete nella piú bella condizione che sia o possa
essere al mondo, per uomini giovani, forti, e bramosi di servir la
patria.
Quanto alla storia in particolare, io non vorrei cadere in quel vizio
o pedanteria di esagerare l'importanza di quello studio a che abbia
atteso ciascuno piú specialmente. E quindi non aderirò a quel detto,
che la storia non sia la gran maestra della vita pubblica agli uomini
ed alle nazioni; piú gran maestra agli uni e all'altre è la pratica
senza dubbio. Ma dove manchi la buona pratica (e tale è il caso nostro
pur troppo), la storia è pure il miglior aiuto, il miglior fondamento
che si possa avere ad una politica nazionale. Mal si fonda qualunque
politica sulle piú profonde considerazioni teoriche o filosofiche,
ovvero sulle stesse condizioni naturali del paese o delle schiatte. A
quel modo che non poche cose fatte di mano degli uomini, come le
fortezze, le vie, i canali, i porti di mare e le grandi cittá
diventano condizioni del paese non meno reali od importanti che le
naturali, i monti, i fiumi, o le marine; cosí i fatti de' maggiori
lasciano tradizioni, memorie, nomi, glorie, addentellati, che son pur
essi realitá in mezzo a quelle de' fatti presenti. E la storia poi è
il solo registro di tali realitá; sola ella ricorda come sí sien poste
in opera or bene or male queste e tutte le altre realitá naturali od
artefatte, tutte le forze vive o morte della nazione; sola ella può
giudicare quali esempi patrii sieno da imitare, quali da fuggire. Una
nazione nuova senza storia (come l'americana) ha nel fondare la sua
politica i vantaggi degli uomini nuovi; piú operositá, piú o sola
preoccupazione avvenire, niun impaccio di diritti o pregiudizi
passati. Ma una nazione vecchia, e che perciò abbia storia, ma non la
sappia, non ha i vantaggi né degli uomini nuovi né degli antichi, ha
tutti gli svantaggi degli uni e degli altri, orgogli con ignoranze,
pregiudizi senza tradizioni, i vizi senza le virtú degli avi,
impossibilitá di rifare il passato, incapacitá di farsi un avvenire.
Non v'è rimedio; non si può uscire dalle condizioni del proprio
essere; bisogna saper esser bene ciò che si è; chi ha un passato,
debbe tenerne conto nel presente, se vuole apparecchiarsi un avvenire.
Ma io tronco questo discorso di un tempo che si annunzia oramai sereno
all'operositá italiana, per tornare alla mia oscuritá. Fu giá sogno di
mia gioventú letteraria scrivere una storia generale di mia patria. Fu
colpa mia non averlo adempiuto? Dio solo sa ciò che avrebbono potuto
gli uomini. Ad ogni modo questo volume è misero resto di quel sogno.
Sia tale almeno, che porti seco tutta quella utilitá che può avere. Un
ristretto come questo non può recare quegli esempi particolari che
soli servono d'insegnamento alla vita pubblica degli uomini; ma
raccogliendo in poco spazio e presentando cosí alla memoria ed
all'attenzione altrui la vita intiera d'una nazione, può servir talora
alla formazione della politica permanente di lei. Non aggiungo alla
piccolezza del lavoro né la miseria delle vanitá personali né quella
di troppa obbedienza alle supposte od anche alle buone regole. Se si
trovi soverchio il mio discorrere per un sommario, si muti questa
parola sul titolo, e vi si ponga _Discorsi_. Ci sará cosí almeno
conceduto il discorrere.
Per servire al medesimo scopo, ho esteso e posto al passato il cenno
ch'io faceva giá degli anni non finiti allora dal 1814 al 1848; ed ho
aggiunte alcune parole sugli anni presenti.--Debbo i miglioramenti
tipografici, e quello principale dell'indice dei nomi, a' miei
editori; e debbo al signor Reumont, tedesco caro all'Italia, alcune
correzioni dei fatti storici: ne avrei potute far altre, se in questi
anni in che si pensava a tutt'altro che libri, non avessi smarrite
alcune simili note mandatemi da altri benevoli ed attenti leggitori.
Se non fosse indiscrezione nuova, pregherei questi a rimandarmele, e
chicchessia a mandarmene altre. S'intende sempre correzioni di fatti;
ché, quanto a' princípi od opinioni, è piú difficile che mai ch'io ne
muti nessuna.
Torino, 5 novembre 1850.
LIBRO PRIMO
ETÁ PRIMA: DE' POPOLI PRIMITIVI
(anno 2600 circa--390 circa av. G. C.).
1. I tirreni.--Gli antichi, ed alcuni moderni, credettero i popoli
primitivi nati sul suolo in varie parti della terra; ma le scienze
fisiologiche, le filologiche e le storiche progredite non concedono
tali origini moltiplici; ne ammettono una sola, dall'Asia media tra
l'Indo e l'Eufrate, e da una famiglia cresciuta in tre schiatte,
semiti, camiti e giapetici.--L'Europa, salve poche e piccole
eccezioni, fu tutta de' giapetici. I primi stanziativi furono, secondo
tutte le apparenze, i iavani, iaoni, o ioni; i quali popolarono ciò
che chiamiam Grecia e i paesi all'intorno, e diedero nome di Ionio al
mare ulteriore.--I secondi furono probabilmente i tiraseni, tirseni,
raseni o tirreni, i quali occuparono ciò che chiamiamo Italia, e
diedero similmente il nome di Tirreno al mare ulteriore ad essi.
Vennero dalla punta dell'Asia minore, dall'ultime falde del Tauro, da
quelle regioni che si chiamaron poi Lidia; come risulta da tutte le
tradizioni italiche, duranti a' tempi ancora di Tacito. Dimorarono e
dieder nomi in Tracia; stanziarono nella nostra penisola; e par che vi
si dividessero in tre parti principali: i taurisci o montanari a
settentrione, di qua e forse di lá del nuovo Tauro, cioè dell'Alpi
nostre: i tusci od etrusci in mezzo: gli osci a mezzodí. E, fosser
parte della medesima grande schiatta, o solamente compagni della
medesima migrazione, par che insieme o poco appresso venissero i
veneti, e stanziassero nei paesi detti poi Venezia ed Illiria.--Perchè
poi da queste regioni si sparsero a settentrione molte genti, dette
giá veneti, illirici, pannoni, sarmati, e poi tzechi, lechi e russi,
ed ora comprese tutte sotto il nome di «slavi»; e perché, s'io non
m'inganno, alcuni segni di consanguineitá rimangono tra le lingue
slave ed italiche; perciò io crederei comune pure alle due schiatte
l'origine tirasena. Ma è semplice congettura.
2. Gli iberici.--Migrarono parimente nella penisola e nell'isole
nostre, gli iberici e i kettim, kelti o celti; due popoli ch'io
crederei staccati dalla famiglia de' iavani. Gli iberici (che nominiam
cosí per non entrare in lunga discussione sul nome loro primitivo),
giunti alla nostra penisola, si divisero; e gli iberi propriamente
detti progredirono oltre alle bocche del Rodano ed alla penisola detta
poi Iberia da essi, mentre gli altri rimasero da noi. Questi si
suddivisero poi, nominandosi ligi o liguri all'occidente di nostra
penisola sulle bocche del Rodano fin oltre i Pirenei, e probabilmente
anche nell'isole di Corsica e di Sardegna; vituli, viteli od itali, in
mezzo; siculi, siceli e sicani, nel mezzodí e nell'isola detta da essi
Sicania e Sicilia; nella quale, come nell'altre isole, tutti questi si
sovrapposero a' ciclopi, lestrigoni ed altre genti fenicie, camitiche
o semitiche. Ma tutti questi iberici, par che fossero men numerosi che
non i tirreni; e certo non occuparono definitamente se non la metá
occidentale della penisola, sia che ne cacciassero i tirreni, o che si
sovrapponessero ad essi e li signoreggiassero.
3. I celti-umbri.--Della migrazione celtica io crederei ch'ella si
dividesse prima di giugnere a noi in due grandi fiumane, di lá e di
qua dell'Alpi. La settentrionale risalí il Danubio, e stanziò intorno
ad esso; finché spinta innanzi dai dod, toth, deudch, teutch o
teutoni, passò il Reno ed occupò la gran regione detta da essi
Celtica, da qualche gente di essi Gallia, e l'altra detta Britannia.
La migrazione meridionale e minore dei celti-umbri entrò nella nostra
penisola, e vi si sovrappose a' tirreni in tutta la parte orientale
della nostra penisola dall'Alpi piú o meno fino al Metauro; onde ella
fece una punta tra gli Appennini lungo l'Ombrone, fino al mar Tirreno.
Ed essa pure vi si suddivise in tre: gl'isumbri od insubri sul Po; i
vilumbri alla marina; gli olumbri tra l'Appennino. Né faccia specie
questa divisione in tre, cosí costante tra' popoli italici: si ritrova
in ben altri; in quasi tutti quelli del globo, principalmente nei
giapetici.
4. Tempo, ordine di queste tre immigrazioni primarie [anni 2600
circa-1600 circa].--Tuttociò nel millenio dall'anno 2600 al 1600,
approssimativamente. La prima di quest'epoche ci è data con gran
probabilitá dal trovar incontrastabilmente popolate giá allora non
soltanto l'Egitto e l'India piú vicine, ma anche la Cina piú discosta
che non le terre nostre dalla culla comune; la seconda con piú
certezza, dal trovar allora incontrastabili qui tutte tre le grandi
schiatte e le suddivisioni accennate.--Piú dubbio può rimanere
sull'ordine delle tre immigrazioni tirrena, iberica, umbra. Ma i
tirreni si trovan dapertutto, gli iberici nella metá piú lontana dal
punto d'arrivo, gli umbri piú vicini, e i tirreni sparsi, soggetti tra
gl'iberici e gli umbri; ondeché par probabile l'ordine detto: venuti
primi i tirreni; poi gl'iberici e gli umbri insieme, ovvero secondi
gli iberici e terzi gli umbri. Ad ogni modo, queste tre immigrazioni
precedettero senza dubbio le altre, si trovano stanziate quando
avvennero l'altre, e si possono quindi dir primarie.
5. I pelasgi; immigrazioni secondarie [1600 c.-1150 c.].--Durante quel
millenio [intorno al 1900] una serie d'immigrazioni marittime
succedettersi in Grecia, e furono secondo ogni probabilitá
principalmente di semiti. Venner cacciati probabilmente d'Egitto, di
Palestina o Fenicia; e col nome di pelasgi o _phalesgi_, che in lor
lingua suonava «dispersi» o «raminghi», si sovrapposero colá ai ioni
primitivi, occuparono e nomaron da essi Pelasgia la penisola
meridionale, salirono alla media, ed in Tessaglia. Regnarono,
guerreggiarono, sacerdotarono, incivilirono dapertutto. De' ioni
vinti, parte migrarono probabilmente, e son forse quelli veduti; parte
rimasero, o sudditi, o rifuggiti a' monti, e furono gli elisi o
elleni. Ridiscesero questi, o si sollevarono guidati da Deucalione ed
altri eroi; e, combattuta una lunga guerra d'indipendenza, di cui
l'ultima gran fazione fu la distruzione della pelasgica Troia intorno
al 1150, cacciarono dal suolo patrio gli stranieri pelasgi, ridotti
cosí a nuovo errare.--I piú e principali di questi cacciati migrarono
via via nella nostra penisola. La storia n'è chiara da molte
tradizioni; precipuamente da quelle raccolte da Dionisio
d'Alicarnasso, scrittore screditato giá da alcuni moderni, riposto in
onore da parecchi contemporanei nostri. Egli distingue le migrazioni,
le narra con particolari, ne cita e discute i fonti, le date; niuna
critica sana lo può rigettare.--La prima invasione venne dunque
intorno al 1600; approdò al seno de' peucezi, passò all'opposto degli
enotri (genti sicule probabilmente), s'estese, salí su per la penisola
fra altre genti sicule, itale, osche e tusche fino intorno a Rieti--La
seconda scese alla bocca meridionale del Po, a Spina, vi stanziò in
parte e fu distrutta, e parte penetrò fra gli umbri, gl'itali e i
tusci a raggiungere i consanguinei. Allora lá intorno a Rieti (in
quelle regioni dov'era stato probabilmente il centro degli itali, dove
fu poi certamente quello della gran sollevazione italica contro ai
romani, dove restano anche oggidí i nomi dell'«umbilico d'Italia», del
«gran sasso d'Italia») fu il centro della potenza pelasgica. Di lá
raggiarono, occupando e fortificando cittá e castella; lá abbondano
anche oggi le rovine di lor mura militari, simili alle pelasgiche di
Grecia nella costruzione e nel nome (_argos, acros, arx_). I siculi
furono rigettati a raggiungere i consanguinei in Sicania o Sicilia;
gl'itali, gli osci, i tusci, dispersi a' monti o soggiogati, come gli
elleni nell'altra penisola.
6. Continua.--E come gli elleni, essi ricacciarono poi quegli
stranieri. Perciocché l'ira degli dèi, dice Dionisio, l'ira del
servaggio diremo noi, sollevò tutti i nostri popoli primari contra a
questi secondari; l'unitá del servaggio li riuní in una impresa
d'indipendenza, simile all'ellenica, prima dell'italiche. E forse fin
d'allora crebbe il santo nome d'Italia, estendendosi dalla gente
prima, o piú ardita nell'impresa, alle seguaci. Ad ogni modo questa
incominciò e finí in poco piú d'una generazione, intorno al tempo
dell'assedio di Troia [1150 circa]. I pelasgi, ricacciati al mare per
la terza o quarta volta (dall'Egitto, dalla Palestina, dalla Ellenia
ed or dalla Tirrenia od Italia), si dispersero per l'ultima volta, or
pirateggiando, or rifuggendo in vari luoghi del continente e delle
isole elleniche, e fino in Tracia, dove alcuni pochi serbarono gran
tempo lor lingua, trovata barbara da Erodoto. Forse alcuni ne rimasero
nell'Italia o penisola inferiore. Ma furono pochi per certo; ondeché
di tanti sangui fin d'allora rimescolati nell'italico, non rimase
certamente se non a stille il pelasgico. Rimasero sí comuni co'
pelasgo-ellenici molte parole e numi, riti, costumi e simboli, e stili
di belle arti.
7. Magno-greci; immigrazioni terziarie [a. 1150 c.-600 c.].--Oltreché,
fosse per finir di cacciar di qua come da Troia gli odiati pelasgi, o
fosse per imitarli e sottentrar loro dopo che furono cacciati, ad ogni
modo gli elleni essi pure migrarono ripetutamente in Italia.--Le prime
migrazioni elleniche si confondono colle ultime pelasgiche, in guisa
da non potersi chiaramente distinguere. Pelasgiche od elleniche furono
quelle di Evandro e di Pallante alle bocche del Tevere.--Ellenica
forse quella di Ercole (eroe, mito, simbolo, a parer mio, dapertutto
della lotta ellenica contro a' pelasgi), il quale dicesi approdato
prima ai liguri, poi a quel medesimo Tevere.--Pelasgico-troiane
certamente quella di Antenore alle foci del Po, e quella di Enea che
fu terza sul Tevere.--Ed elleniche poi quelle posteriori e moltiplici,
per cui furono fondate le colonie di Taranto, Crotona, Sibari, Turio,
Locri, Regio, Cuma, Partenope e parecchie altre sulle due marine
meridionali; e Siracusa, Girgenti, Messina, Selinunte ed altre in
Sicilia; Cagliari in Sardegna; Alaria in Corsica.--Tutti insieme poi
questi elleni chiamaronsi «greci»; un nome che dicesi significasse
«antichi», e fu forse preso dagli elleni ad accennare la prioritá di
loro schiatta su quella de' pelasgi negli stanziamenti comuni. Perché
poi i nostri si dicessero, a differenza degli altri, «magno-greci»,
parmi difficile a risapere; essendo certamente men numerosi essi, e
men lati questi loro stanziamenti occidentali, che non gli originari
nella Grecia propriamente detta. Ad ogni modo, religioni,
costituzioni, dapprima regie, repubblicane poi, costumi, lingua ed
arti, tutta la civiltá e tutta la coltura, furono comuni alla madre
patria ed alle colonie, alla Grecia e alla Magna-Grecia.
8. I popoli itali, etrusci ed altri contemporanei [1150 c.-600
c.].--Ma questi magno greci non occupavano forse tutte le marine, né
certo l'interno delle nostre regioni meridionali. Ivi duravano gli
itali principalmente, venutivi dalla media penisola, e sottentrativi
giá, poco prima o poco dopo della cacciata de' pelasgi, a' siculi loro
fratelli, quando passarono allora in Sicilia. E duravano, pur risorte
dopo quella cacciata, parecchie genti osche, ed altre dette latini,
sabini, sanniti, marsi, peligni, campani ecc.; de' quali sará forse
sempre impossibile determinare se appartenessero a questa o quella
delle schiatte primarie, secondarie, od anche terziarie, o se e come
si componessero di parecchie. Ad ogni modo, tutte insieme possono
considerarsi come membri di una civiltá e coltura intermediaria tra la
magno-greca a mezzodí, e l'etrusca a settentrione. Perciocché gli
etrusci furono il popolo principale risorto dopo i pelasgi. Liberati a
un tempo e da questi cacciati al mare, e dagli itali cacciati, o
progrediti da sé al mezzodí, rinnovarono la potenza tirrena. Furono
ristretti dapprima tra il Tevere, la Macra e l'Appennino; tra i popoli
testé nomati a mezzodí, i liguri a settentrione-ponente, gli umbri a
settentrione e levante; poco piú che la Toscana presente. Dodici cittá
principali vi ebbero, ma molte altre pure, regnate ciascuna
probabilmente da un principe chiamato «lucumone», governate inoltre da
un'aristocrazia di nobili chiamati «lars», confederate certamente
tutte tra sé. Niuna colonia straniera, niuna altra gente dominante
tramezzo. Quindi indipendenza compiuta, tranquillitá almeno esterna, e
commerci, marineria, arti, culti splendidi, civiltá e colture, o
eguali o poco minori dell'elleniche. E in breve, allargamenti,
conquiste. Condusser guerre secolari contro agli umbri; e il risultato
fu un'Etruria nuova, stabilita nell'Insubria tra l'Appennino, le Alpi
e quel mare che appunto allora, da Adria una di lor colonie, fu detto
Adriatico. Ivi pure dodici cittá principali; e i medesimi ordini
civili, i medesimi splendori di coltura. Ancora, pare che a mezzodí si
estendessero intorno al Liri, e v'avessero altre cittá; ma se queste
fossero propriamente etrusche, o solamente consanguinee tirrene-osche,
sará forse impossibile determinarsi mai, anche in istudi piú
speciali.--Ad ogni modo, dall'Alpi al mezzodí della penisola era
risorta la potenza, cresciuta la civiltá e la coltura degli antichi
tirreni; ma erasi concentrata dalla nazione intiera nella gente
etrusca. E le facevan quasi corona all'intorno, i liguri alla marina
oggi ancora nomata da essi, e sull'alto Po nelle sedi degli antichi
taurisci mescolati forse con essi e detti allora «taurini»; i veneti
sull'alto Adriatico; gli umbri ridotti forse fin d'allora a ciò che
ancor si chiama Umbria; le genti italo-osche, e i magno-greci a
mezzodí. Queste furono le condizioni de' nostri padri, per li quattro
secoli e mezzo dopo la cacciata de' pelasgi.
9. I galli, immigrazioni quaternarie [600 c.-391].--Ma fin dal secolo
sesto av. G. C. s'era raccolto in Asia un altro di que' nembi di
genti, che precipitaron di lá per tanti altri secoli ancora
sull'Europa. Un gran rimescolio, una gran contesa ribolliva in tutto
il settentrione dalle fonti dell'Indo fino alle bocche del Danubio,
tra le genti dette gog e magog, geti e massageti o piú modernamente
sciti, e quelle dette gomer, kimri, cimbri o cimmeri. Le prime, piú
orientali, cacciarono e spinsero le seconde in Europa. Queste, i
kimri, inondarono Germania, Gallia, e fin l'ultima Britannia, or
confondendosi, or frammettendosi tra le antiche schiatte teutoniche e
galliche. La Gallia, par che rimanesse divisa diagonalmente tra i
kimri a nord-ovest e i galli a sud-est verso noi. Ivi compressi,
travasarono questi nella nostra penisola, con immigrazioni successive,
le quali, tutte insieme e rispetto a noi, diremo quaternarie. Cinque
furono principali.--La prima sotto Belloveso scese pel Monginevra,
soggiogò i liguri taurini, entrò, passando il Ticino, nella Etruria
nuova; e ritrovativi gli antichi consanguinei, restituí forse ad essi
la libertá, e il nome d'Insubria, e fondò in mezzo Milano (forse
Mid-land o Mid-lawn), una grande e principal cittá.--La seconda sotto
Elitovio raggiunse la prima, compiè la conquista della manca del Po
fino a' veneti, e fondò Brescia e Verona.--La terza mista di galli e
liguri scese per l'Alpi marittime, e, rimasta a destra del Ticino,
stanziò in Piemonte.--La quarta mista di galli e kimri scese per
l'Alpi pennine, occupò i piani tra il Po e l'Appennino, e stanziò
principalmente nell'etrusca Felsina, nomata quindi Bologna da' boi una
di quelle genti.--La quinta si diffuse tra gli umbri dell'Adriatico,
e, passando gli Appennini, piantò, e da' senoni nomò Siena in grembo
alla stessa antica Etruria. Tuttociò dal 587 al 521; e la durata, la
moltiplicitá di queste invasioni, sembrano accennare una lunga e forte
difesa degli etrusci, e cosí non esser questi troppo decaduti lungo i
secoli di lor fortuna; che è vanto raro nell'antichitá, quando la
somma fortuna soleva esser seguita dappresso dalla corruzione.--E
tanto piú, che, anche cosí ridotti a men che lor sedi antiche, gli
etrusci durarono, senza piú scemare che si sappia, altri centotrenta
anni. Non che fosser salvi del tutto delle scorrerie galliche, le
quali pur vennero estendendosi giú per l'Adriatico sino a'
magno-greci; ma né greci, né etrusci, né itali, osci o latini, non par
che fossero piú cacciati da niuna lor sede notevole durante tutto
questo tempo.--Finalmente nel 391, o fosse una di queste scorrerie, od
una di quelle inimicizie consuete pur troppo in Italia tra vicini, ad
ogni modo i galli senoni vennero ad assediar Chiusi. Questa cittá
antichissima e delle principali etrusche, ricorse non piú a'
consanguinei oramai impotenti, bensí ad una cittá vicina ma straniera,
anzi nemica degli etrusci, ed ultimamente salita in fortuna ed
orgoglio, per la conquista di due cittá etrusche Falerio e Veio. La
cittá cosí invocata accettò la protezione, mandò ambasciadori a' galli
tre giovani patrizi suoi; i quali, tentato invano di trattare,
combatterono per li nuovi alleati. E i galli, orgogliosi anch'essi,
lasciata la conquista minore, si rivolsero alla maggiore, convocando
compatrioti da tutta la Gallia cisalpina.