Cicerone ha chiamata la storia _maestra della vita_, perchè c'informa
delle corbellerie delle generazioni precedenti, appunto come i maestri
c'insegnano gli spropositi fatti da loro... senza poter impedire, che se
ne faccia noi nuove edizioni ampliate e più scorrette. È una gran
consolazione il vedere, che, su per giù, gli uomini sono stati sempre
gli stessi ed il mondo è ito sempre ad un modo! Un galantuomo si
riconcilia co' suoi tempi e ci vive più rassegnato, scorgendo, che non
son da meno dei secoli precedenti.
Dunque, in una vecchia cronaca anonima della badia di Grottaferrata, ho
trovata una bella storia!
C'era una volta, _dove e quando dir non so_, un gran ricchissimo
mercante d'un ebreo. Il quale, o che fosse tocco dalla grazia divina; o
che venisse gentilmente _compulso_ alla conversione, come spesso usava
nel medio-evo; o che si seccasse, lui giovane, bello, facoltoso, di
abitare in ghetto, di portar la berretta gialla e d'essere trattato
peggio d'un cane; che non vedesse altro modo per salvar le proprie
ricchezze; o qual che se ne fosse la ragione; deliberò di farsi
cristiano. Nella sinagoga venne scomunicato, ed in chiesa accolto
trionfalmente. Nella Giudecca gli gridarono la croce addosso: _Racha!_
ma la parte cristiana della città gridò _evviva_ ed illuminò le finestre
la sera del suo battesimo. Ed ebbe per compare un vecchio porporato, de'
più influenti.
Baruccabà s'accorse presto, che chi teneva il mestolo in mano tra'
cristiani era il clero; il quale trattava il gregge popolare poco meglio
degli ebrei, oh, poco meglio assai! Volle imbrancarsi fra' dominatori;
ed entrò negli ordini. Ricco, audace, scaltro, protetto dal compare
cardinale, facendo mostre d'ingegno, ostendando virtù e devozione,
dispensando quattrini al bisogno, ed avendo cambiato paese, andò avanti,
salì rapidamente di grado in grado, di ufficio in ufficio. E, dopo molti
anni, quando il suo protettore era già morto, versando il Santo Padre di
allora in gravi difficoltà pecuniarie pe' molti cani e falconi da
mantenere, Baruccabà comperò un cappello cardinalizio per trentamila
scudi d'oro. Ed eccolo principe di Santa Chiesa. Nessuno a Roma
conosceva l'origine di lui; se no... Sapete pure, la Curia, che se ne
intende, non ha mai voluto ammettere il neofito negli alti gradi del suo
magistero, _ne in superbiam elatus, in judicium incidat diaboli_.
Passarono molti altri anni; morirono molti pontefici, si tennero molti
conclavi. In uno, i cardinali non potevano mettersi d'accordo; c'erano
varie parti e discordi, parecchi pretendenti. Si stava chiusi da mesi,
senza combinar nulla. Che ti fa il bravo cardinale Baruccabà? Si ricorda
del modo, con cui era divenuto cardinale, e se ne serve per divenire
papa. Comperò un nucleo di colleghi disperati; promise mari e monti a
quanti per incapacità od indegnità erano stati tenuti in disparte da'
pontefici precedenti, ed eccolo proclamato successore di san Pietro.
E fece da papa, come avrebbe fatto ogni altro in que' tempi, nè più, nè
meno. Predicò astinenze, bandì digiuni; istituì ordini religiosi; premiò
ed arricchì gli amici ed i fautori; si sbrigò dei nemici; scagliò
interdetti e fulminò scomuniche; edificò chiese; fece _abbruggiare_ vivi
gli eretici; conculcò gli antichi suoi fratelli giudei peggio che mai.
Ma, insomma, non c'era da dir niente sul suo zelo, nè da rimproverarlo
di poca e dubbia fede.
Eppure, c'era chi della sua fede dubitava. Quando un uomo va molto in su
e vien posto in evidenza, subito se ne rifrugano gli antecedenti. Così
fecero per il nostro Baruccabà; ed i cardinali, che gli erano stati
contrari in conclave; e gli scontenti e gl'ingrati della dimane,
scoprirono, ch'egli era ebreo di nascita, ch'egli era divenuto cristiano
solo in età matura.
Un papa ebreo! Com'è mai possibile, che sia degno vicario di Cristo?
Com'è mai possibile, che ci creda davvero davvero in tutto e per tutto?
Qualche magagna nella fede doveva averla! E deliberarono di farne la
prova.
Un giorno, mentre papa Baruccabà faceva colezione e mangiava del
prosciutto squisito, perchè bisogna dirvi, che egli affettava una
predilezione singolare per la carne di maiale, appunto acciò non si
credesse aver egli gusti israelitici... dunque, un giorno, mentre il
papa asciolveva, ecco ad un tratto tutte le campane delle
trecentosessantasei chiese di Roma sonare a gloria. Uno scampanio
spaventevole! Non s'udì mai simil frastuono! Ne disgrado una salva di
trecento cannoni Armstrong! Baum! Baum! Baum! Din, din, din! Campanoni,
Campanini, campanelle, campanacce. Pareva il finimondo, a dir poco,
pareva!
Al papa cadde dal pugno un bicchiere di vino, ch'ei portava alle labbra:
-- Che cos'è mai questo? Che nuova festa a mia insaputa? Che significa?
Chi ha dato ordine? Chi ha permesso?
-- Santità, non sappiamo.
-- Che qualcuno vada ad informarsi! Misericordia, che fracasso!
Esce un prelato; e, frattanto, non essendoci cosa alla quale l'uomo non
s'abitui, malgrado quel diavoleto, il papa proseguì la colezione.
Dopo un quarto d'ora, torna il prelato ansante:
-- Santità, Santità!
-- Che c'è?
-- Beatissimo Padre, non sa...
-- Oh se avessi saputo, c'era da mandar te ad informarsi?
-- La Beatitudine Vostra non può immaginare...
-- Che sai tu quel ch'io immagino o posso immaginare? Oh insomma! la
dici o non la dici? parli o non parli?
-- Sommo Gerarca, Ella non vorrà credere...
-- Che cosa?
-- Sente questo scampanìo?
-- Fra poco nol sentirò più, che mi avrà assordato...
-- Mi lasci riprender fiato! Son fuor di me! Dicono... dicono che
suonano a festa, perchè...
-- Perchè?
-- Perchè è nato il Messia!
A queste parole, Baruccabà, dimenticando luogo ed ufficio, salta come un
razzo malgrado la vecchiaia; e, rovesciando quasi col pugno il desco,
esclama:
-- Ma se lo dicevo sempre io, che ancora avea da nascere!
Lo deposero! ed il nome suo non figura più neppure nel catalogo de'
papi. Povero Baruccabà!
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Questa è la storia che ho letto nel manoscritto di Grottaferrata.
Manoscritto anonimo, di chiara scrittura monacale del XIV secolo,
segnato col numero 87 lettera F, che si conserva in quell'Archivio,
scaffale XVII; ed è curiosamente intitolato: _Memento Dierum
Reparationis._
Veniamo ora all'applicazione. C'è un regno nel mondo... un regno di
Madagascar o di Congo, dove un antico repubblicano, un bel giorno, si
trova, ministro degli interni!
Il repubblicano, ben inteso, fa il ministro, come qualunque altro
ministro, che fosse stato sempre e solo monarchico sfegatato. Della sua
lealtà non c'è a dubitarne menomamente. Ce l'assicura lui, ce
l'assicurano i suoi. Ne' banchetti fa brindisi al Re, nelle lettere a'
principi si professa devoto alla dinastia; esagera la parte.
Ma, che volete? che farci? chi rammenta gli antichi proclami, gli
antichi discorsi, gli antichi brindisi, le antiche lettere, ed il
passato di Sua Eccellenza, dubita! Non sa persuadersi!
Non della lealtà, no, questo mai! Non delle intenzioni, oibò! Dubita
della fede!
Se domani, per caso, in qualche angolo del Regno... di Madagascar o di
Congo, tutto ad un tratto, mentre il ministro siede a banchetto e porta
un brindisi agl'_inseparabili_, al Re ed alla patria, sonassero le
campane a gloria per la pretesa nascita della repubblica madagascarrese
o conghese? Se in un cantuccio del reame, un gruppo di antichi amici di
Sua Eccellenza trionfasse e inalberasse una bandiera non macchiata da
croce alcuna?...
Son cose che si son vedute!
Chi toglie dal capo a' memori il sospetto, che, in quel momento supremo,
il ministro del re di Madagascar o di Congo, ritornando suo malgrado,
involontariamente, alle antiche credenze, non balzi in piedi e non
esclami anche lui:
-- Ma se l'avevo detto sempre, che la repubblica aveva da venire.
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