APPENDICE

L'Imbriani, permettendo la ristampa del suo _studio letteraturografico_

sull'Aleardi, nel giornale di Foligno, _L'Umbria_, (30 Gennaio, 1866) vi

premetteva la seguente avvertenza.

L'Italia, per necessità storiche, delle quali sarebbe vano e stolto

l'affliggersi, si trova in un'epoca di raccoglimento, ossia

d'improduttività artistica e massime poetica; da queste epoche

_maggesi_, si ripete la fecondità delle seguenti; e quindi ora forse più

che mai, importa il dare lo sfratto ad ogni critica superficiale ed

arbitraria e il diffondere idee vere sulla poesia, acciò l'epoca

produttiva, che deve seguire, che non può non seguire, che seguirà, non

trascorra in insanie, non ristagni in angiporti mefitici; come

esempligrazia è accaduto a quell'epoca produttiva, che per la

letteratura francese succedette alla sterilità della fine del secolo

scorso, e de' due primi decennî di questo; epoca che comincia colla

pubblicazione delle poesie postume di Andrea Chenier nel 1821. Ed io ho

consacrato e spero utilizzare la mia poca virtù all'opera di formulare

per la coscienza di tutti quel concetto del poetico che è nel sentimento

di ognuno, di mostrare come questo concetto si svolga e s'affermi

storicamente ne' nostri capo-lavori letterarî. Il difficile dell'impresa

è nella necessità di dedurre ogni principio della critica dalla scienza

estetica, quando i cari nostri compatrioti hanno più avversione pe'

_succhi amari_ della filosofia, che gli idrofobi per _chiare, fresche e

dolci acque_. Ma Torquato e prima di lui Lucrezio, ci hanno insegnato a

superare queste difficoltà,

_..... porgendo aspersi_

_Di soave licor gli orli del vaso._

Quindi, volendo dire che sia la _poesia_, che si richieda per formare un

capolavoro poetico, io non ho scritta una lista d'ingredienti, una

ricetta, come si suol fare. Anzi, partendo dal principio che ogni

critica deve contenere un intero concetto della poesia, _alias_ tutta

un'estetica, appunto come ogni lavoro poetico deve contenere un intero

concetto dell'universo, ho preso Aleardo Aleardi, ed ho cercato di

dimostrare com'egli non incarnasse _alcun momento dell'idea poetica_.

Sapevo di dir cosa che a molti parrebbe eresia, ma ho dovuto convincermi

con piacere, che moltissimi la pensavano come me, e che parecchi si sono

lasciati convincere da' miei argomenti; alcuni hanno contradetto,

nessuno ha confutato.

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(Dal _Fanfulla_, Domenica 13 Aprile, 1879).

Pomigliano d'Arco, 5 aprile.

_Caro Fanfulla_,

Nel numero del 2 corrente, parlando delle traduzioni del Maffei, le

giudichi _troppo e burbanzosamente e ingiustamente dispregiate da

altri_. Ch'io sappia, a dispregiarle fummo in tre: il Mazzini, (ahi

fiera compagnia!), la Percoto ed un tuo servo. Se il Mazzini e la

Percoto fossero burbanzosi ed ingiusti, non so nè mi curo indagare. Il

servo tuo non si limitò a spigolare qua e là qualche errore; anzi

confrontando tutta la prima scena della seconda parte del _Fausto_, ch'è

lunghetta, tradotta dal Maffei con l'originale, a parola a parola,

conchiuse il Maffei tradire, non tradurre. Sarò stato ingiusto; e molti

me l'hanno detto, sebbene nessuno abbia dimostrato insussistente un mio

appunto; ma come può chiamarsi _burbanzoso_ un raffronto lungo,

paziente, coscienzioso? Burbanza sarebbe stato lo affermare, senza

ragionamento e senza allegar fatti. Ti prego dunque di eccettuare da

quegli _altri_, che _burbanzosamente_ dispregiarono e dispregiano le

versioni del Maffei, il tuo

_Vittorio Imbriani._

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(Dal _Supplemento della Gazzetta d'Italia_, Domenica 17 Giugno, 1877).

A proposito di una critica di D. Gnoli.

_Pregiatissimo Signor Direttore_,

Molti si sono spassati a fulminarmi con articolesse, pel mio libro _Fame

usurpate_; e tutti, manifestando un santo orrore per l'iconoclasta il

quale non ammira pecorinamente, nè gli eroi _façon_ Sapri, ned i poeti

sul genere dell'Aleardi. Non uno però, che abbia stimato debito suo,

oltre l'inorridire, anche il confutare; il provare, che io sragiono o

mentisco, il contrapporre raziocinio a raziocinio, dimostrazione a

dimostrazione, sebbene il cosiddetto Cigno dell'Avon affermi le ragioni

esser più comuni delle more lungo le siepi nell'agosto; i miei terribili

contradditori han preferito allo addurne, il sopraffarmi di contumelie.

Non una asserzione di fatto speciale, non un ragionamento m'han

confutato questi sedicenti critici. Buon pro faccia a' valentuomini ed a

chi giura nelle parole loro una critica siffatta.

Ultimo, ma non diverso, è venuto fuori nella _Nuova Antologia_ lo

sproloquio d'un signore, il cui nome ricorda la voce del micio, Gnoli,

ed il quale mi fa persin dire quanto non ho mai sognato di dire, per

poter avere il destro di farmi rimproveri, apparentemente ragionevoli.

Basti un esempio; asserisce, ch'io chiami _birba e pretazzuolo

schiericato_ un messere _perchè_ mi aveva mosso un appunto; e si

scandalizza di tanta irruenza. Oh galantuomo! Io ho scritto che una

birba di pretazzuolo schiericato, mi aveva mosso uno sciocco appunto ed

erroneo, non che quel tale fosse birba per avermi censurato: la qualità

di birba, come quella di cattivo prete, preesistevano in lui. S'io

dicessi esempligrazia lo _svescione dell'autopseudo barone Nicotera è

tanto ignorante da scrivere maggistratura, così con due gg_, non

intenderei certo di stabilire un nesso di derivazione fra la ignoranza

supina del signor ministro e la sua smania esternativa e l'usurpazione

del titolo. Potrebbe anch'essere prode come Maurizio di Sassonia e

barone autenticissimo senza pratica maggiore di studi e di libri! S'io

dicessi _il prof. Gnoli stampa spropositi ed inezie_, non verrei mica a

dire, che egli è professore per le inezie e gli spropositi suoi, ch'io

conosco, anzi per quelle altre bellissime e sapientissime cose, ch'io

non conosco.

Questo dotto signore, si meraviglia ch'io chiami il Goethe, _Gian Lupo_;

ed ammettendo, che dalla prima sillaba del nome Wolfgang possa ricavarsi

l'Italiano Lupo, non sa capire come dal _gang_ io abbia fatto _Gianni_.

Ahimè! Il Goethe si chiamava _Johannes Wolfgang_ ed io rendo _Johannes_

con _Gianni_ e _Wolfgang_ con _Lupo_ e parmi tradur bene. Si noti, che

il Gnoli ha testè pubblicato un volume di circa quattrocento pagine, in

cui traduce ed illustra liriche del Goethe: con quanta coscienza e

competenza, può supporsi dall'ignorare egli persino il nome esatto del

francofortese! Non debbe averne lette nè le opere nè la vita!

Condizione, senza dubbio, ottima per tradurlo, illustrarlo e guardar

dall'alto in basso chi giudica capolavoro sbagliato il _Fausto_, dopo

lungo studio ed allegandone il _perchè_! Per norma del Gnoli,

gl'insegnerò esser costume alemanno, diverso dall'italiano, di chiamare

le persone dall'ultimo dei nomi di battesimo. Un Prosdocimo Bartolomeo

Zebedeo Gnoli, per esempio, nell'uso comune, se italiano, sarebbe

chiamato Prosdocimo Gnoli, se tedesco, Zebedeo Gnoli.

Basti quest'unico esempio a dimostrare la levità e l'incompetenza del

Gnoli, ed esautorarne il giudicio. E mi creda, non è per proposito di

stravaganza, ch'io contraddico spesso alle opinioni ed alle consuetudini

volgari, ma bensì perchè il volgo è composto da un numero infinito di

Gnoli, a' quali non somiglio e non voglio somigliare, ecco!

Non valeva certo la pena, egregio signor Direttore, d'importunar Lei ed

i suoi lettori per una miseria tale: nè di rompere lo sdegnoso silenzio,

che soglio osservare verso chi, invece di ragioni, m'affastella contro

solo chiacchiere o contumelie. Ma desideravo da gran tempo un pretesto,

per testimoniarle pubblicamente la gratitudine, che io, come ogni

Italiano veramente devoto alla Dinastia ed alla Unità, sento per l'opera

santa del suo giornale, il quale dura imperterrito sulla breccia, senza

pensolare, senza curarsi delle insidie, dei tradimenti e delle

sconfessioni dei timidi ipocriti, che in cuor loro si rallegrano di

quanto fingono deplorare corampopulo. Ella, | _Sans chercher à savoir et

sans considérer | Si quelqu'un a penché, qu'on aurait cru plus ferme, |

Et si plusieurs s'en vont, qui devraient demeurer_, combatte i

farabutti, gli affaristi ed i demagoghi, mascherati per amor della

cuccagna, che minano la Monarchia e preparano la dissoluzione della

patria. Quanto Le invidio di potersi purgare quotidianamente e

pubblicamente d'ogni sospetto di rassegnazione; nonchè di complicità,

ne' vituperî presenti, nel disordine odierno delle cose! Prosegua nella

onesta via, dispregiando le furie degli smascherati ed il biasimo

gesuitico de' menni, anzi rallegrandosene ed insuperbendone.

Fame usurpate · 第 69 / 72 题