Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo
molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade
agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati,
gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser
gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto
tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la
politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito
ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia
ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti
esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e
credere, che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità
classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse
fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse
capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni
dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della
ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo,
io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin,
che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio
anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti
finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana
offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la
costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate
e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: --
«Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione
nazionale.» -- L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a
merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza
di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi
unanimità, che approvò la proposta.
Bene osserva il Rovani, che: -- «se ci facciamo a riandare il tempo
speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel
M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a
capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di
racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita
di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita
di azione». -- Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. --
«Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima,
che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si
presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi
nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». --
Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, anzi
fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi
a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare.
Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le
assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o
capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle
difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non
possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede,
che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione,
entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni
giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera
ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di
certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan
fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare
quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)
Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in
arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a
quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di
governare, quanto è detto nel _Romanzo Borghese_ di Antonio Furetière di
chi verseggia senza studio: -- «Belastre se hazarda de repondre que
c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient
point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu
de livre et sans que ce fust leur mestier: _Hò par la mort, non pas da
ma vie_, reprit chaudement Charrosselles _pourquoy diable s'en
mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé
d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal
faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se
mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de
valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et
monstrer là sa poltronnerie?_». -- Giustissime sono le osservazioni del
Vitet: -- «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera
al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita
tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi,
quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata
alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se
non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti
anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga
come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche
invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».
Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da
Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il
ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli
agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più
reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro
sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia
Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi
al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano
più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai
disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e
le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che
grida a' guerrieri cristiani:
Questa sanguigna spada è quella stessa.
Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.
Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,
Ch'udirà la novella ei volentieri.
E caro esser gli dee, che 'l suo bel dono
Sia conosciuto al paragon sì buono.
Ditegli, che vederne omai s'aspetti,
Ne le viscere sue più certa pruova;
E quando d'assalirne ei non s'affretti
Verrò non aspettato ov'ei si truova.
La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli
occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti
assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non
impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente,
esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed
assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello
Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior
Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica di _trama subdola_
(sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune
col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato,
non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la
guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne
fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e
vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del
Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo
il Cornelio:
Si ce désordre était sans chef et sans conducte
Je voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:
Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.
Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;
Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;
Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;
Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,
Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.
Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli
ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di
Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo
forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e
de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha
avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle
rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente questi fatti, compendiando
un discorso del Manin:
.... Si scuote, si rinfiamma ed arde
D'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,
Con l'opre nuove, che non son bugiarde.
Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce
L'austriaca possa; e quell'altier prestigio
De' vanti austriaci in un balen svanisce.
Bastan due giorni all'immortal prodigio.
Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;
Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.
Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere,
proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? -- «Perchè non basta
avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno
nuovo; ed il più adatto ci _sembra_ quello «della repubblica, che
_rammenti le glorie passate_». -- Così il Manin: ma la ragione _non ci
sembra_ molto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di
reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una
gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata
dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel
perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente
d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una
Venezia aristocratica.
Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve
ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e
soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle
provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate
memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in
obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia -- «a manifestare
sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi
del malumore;» -- e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento
della unione con la Lombardia, e dimostravano in mille modi la poca
fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza
e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi
quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse
portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura.
Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma
forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza
infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il
Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di
condur gli affari, ministri ed ambasciadori _pour rire_, da commedia.
Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di
dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano
allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie
note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, -- «sono
ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla
ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del
Tommaseo». -- Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli
esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita
persino dal Manin, che gli scriveva: -- «Ameremmo, che foste meno
proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite
di verità». -- Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso
ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della
trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la
padella, che dice al tegame: _fatti in là, chè tu mi tengi._
Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi
ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro,
denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve
ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E
non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della
piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, invece di
far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte,
invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan
fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio
Evo:
De tributo Caesaris nemo cogitabat,
Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.
Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co'
circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro,
dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti
guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse
piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa
dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla.
L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo
particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto
di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le
ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne,
i _Te-Deum_, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda
la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non
distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano
increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di
redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla,
anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo
si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le
parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che
dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria.
Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più
giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco,
(l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene
inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada
del Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giurò _di morire
per San Marco_. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei
di no. Ma, se un prete _guappo_ e sanguinario, può sembrar lodevole, a
chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del
vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione
cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi
concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie
ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè
marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di
Vinegia: -- «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso,
trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il
podestà ed i capitani della guardia civica». -- Così pure Piersilvestro
Leopardi narra: -- «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare
Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due
miglia». -- Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far
di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!
Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla
fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio
Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli
sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale
a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia,
nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge: _Non poteris alterius
gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus._ -- «Non potrai
darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». -- L'indipendenza
nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era
un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e
soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che
l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore,
speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o
cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con un esercito
numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per
l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed
al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar
solo forze tumultuarie e di poco conto.
Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel
che ne scriveva il Mérimée: _Un de mes amis qui revient d'Italie a été
pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de
meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible
de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être
partout._ Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al
postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni
esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della
forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani,
ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un
esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva
confidenzialmente alla mogliera.
Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva
aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi
l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in
fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, il _giogo
piemontese_ sarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè
un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche
s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio
di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente
confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.
Il Tommaseo scriveva al Leopardi: -- «Potete ben credere, che l'unità
vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che
taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con
modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno,
e preparano nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche».
-- Chi non _desidera_, anzi _vuole_, l'unità vera d'un popolo, ch'è la
politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa,
con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano
in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi
nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: -- «decidere subito
sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non
decoroso: non _inevitabile_, perchè l'immediata fusione non faceva
sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; non _utile_, perchè il
decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione
di più; non _decoroso_ per Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione
di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le
battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». -- Da ultimo uscì in
campo -- «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino
fosse unificato all'Italia» -- come dice l'Errera; proposta, la cui
opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era
ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il
mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di
Genova.
Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e
frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero
stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo
di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto
poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia,
eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo
comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a
guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati
e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini!
Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed
alle imposte, dovevano essere obbligatorî; ma quelli delle provincie
poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed
arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine,
fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi,
sol quando ci s'impone dal più forte.
L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare
cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di
malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano
loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava
nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso
pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: -- «Ciò
in Venezia sembrava ai più essere _intempestivo_ e pericoloso:
intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a
territorio sgombro ed a guerra finita; _pericoloso_, perchè la guerra
avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e
quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi
d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». -- La
miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto
costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una
dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie
sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non
avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da'
negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso;
ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare
taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e
far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo,
che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la
quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è
facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII
dello Errera).
L'Unione francamente accettata da' Ducati, era francamente desiderata
dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al
Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti
della leva ordinata dal Governo Provvisorio: -- «Si fa di tutto; ma i
Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione
col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». -- Qui
lascio la parola al Cibrario: -- «Milano, già travagliata da una setta,
che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri
discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò
la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea
costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo
rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto
all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi
a pro d'Italia, perchè già _ab antico_ era fortemente organizzata.
Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed
intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi
termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in
presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio
parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri,
opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale,
presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di
scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse
attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per
gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella
condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con
gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè
si accettasse. Egli dicea tra sè: _O saremo vincitori e col favor della
vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per
noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente_». --
Lealtà rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano.
Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi
indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a
tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del
cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali
ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo
doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra
'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di
Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta,
simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.
Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava
antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura
costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: -- «Fui, sono
e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente;
posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». -- Insomma que'
signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro;
e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non
lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.
Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari
piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè:
tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo
avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti
i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto
giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del
mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però
avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili
in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al
Pepe: -- «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e
diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi
preghiamo, fuori al più presto». -- Il Pepe al Leopardi: -- «Ascendono
queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la
disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali
superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». -- «Sono qui
combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far
partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra
la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e
seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli
di mille cose, che mancano». -- Si chiedevan sempre denari ed uomini al
Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come
dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la
fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti!
L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e
nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo
aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che
firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, che _la città
riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di
munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea_. Ed i repubblicani
milanesi accoglievano quindi con ovazioni e -- «levavano alle stelle
quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un
competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» -- come
testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.
Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di
fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie
austriache. -- «E che sia il vero» -- scrive il Carrano -- «venne in
mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le
difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre
avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da
Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello
Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...
Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della
polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la
confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di
Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel
brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva
canzonare da simili furfanti». -- Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis
stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: -- «Il Cavedalis, anima
dell'anima di (_sic_) Manin, senza di cui egli non osava portare più
innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato
triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come
direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî
dell'Austria». --
Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e
tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera
dice, che a furia d'_errori_ si alienava l'animo de' cittadini; e fra
questi _errori_ pone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver
ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena
di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti
tumultuosi; l'aver vietato -- «ai giovani delle scuole di esercitarsi
nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese
fosse agguerrito» -- eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir
si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti
ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili
ragazzate, per le quali _inorgogliva_ e _s'inteneriva_ il Manin, sono
trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire,
che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel
non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene
personali severissime per ricuperar le armi?
Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia
alla sovranità di Venezia, anzi solo lo sgombero di essa dalle forze
piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e
proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura
militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una
persona per raggiunger meglio uno scopo determinato[29], e se in Venezia
si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle
cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era
ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol
di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data
funesta dell'_XI agosto_, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi
da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine,
cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una
cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La
città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del
battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano,
ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe
proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse
il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea
di proseguir nella difesa, -- «perocchè non impossibile il ripigliarsi
più tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e
all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva
essere di grande aiuto e sostegno» -- come dice il Carrano; ed anche per
semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non
far cadere una seconda volta il leone di San Marco _senza mandar
ruggito_. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame delle
spade: _Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza
onore._ Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola
non dava forza, tutt'altro.
[29] «Il dittatore era fatto a tempo e non in perpetuo; e per ovviare
solamente a quella cagione, mediante la quale era creato. E la sua
autorità si estendeva in poter deliberare per sè stesso circa i
modi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa senza consulte, e
punire ciascuno senza appellazione; ma non poteva far cosa, che
fosse in diminuzione dello Stato, come sarebbe stato tòrre autorità
al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della città o
farne di nuovi». -- _Mach._ _Deche._ c. XXXIX.
Pure la proclamazione fece gridare il Manin: _Salvatore della patria_,
che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio.
Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò
messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una
mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i
modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna
rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni,
che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali
fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per -- «aver
destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser
appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e,
anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città
anseatica». -- Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato,
nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose:
_Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio._ Le
risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo
stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli
ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se
avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E
poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed
impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza
di Venezia? Il Manin diceva: -- «Intervenite per lavar l'onta di
Campoformio». -- Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta
arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de'
Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di
Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva
disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta ci fu, ce ne fu
solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non
per chi vende o per chi compra. -- «Intervenite» -- dicevano i Veneziani
-- «in nome della umanità». -- Questi interventi filantropici son cosa
da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed
il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare
indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de'
premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: -- «Noi
abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel
dimostreremo». -- E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E
voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti
per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli
dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene,
perchè guai alla nazione, che il dimentichi!
Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle?
Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria
questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può
prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» -- diceva il
Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la
prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare.
-- «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la
Venezia coi suoi ventinove forti,» -- scriveva il Pepe -- «e intanto il
generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel
distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non
ne bastano tremila.» -- È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il
sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come
pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia
inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva:
ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio
austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice il
Carrano: -- «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio
accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante
provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di
novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il
blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non
nasce cosa?» -- Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la
difesa: molti e molti preferirono -- «le facili dimostrazioni di piazza
e le sterili proteste»; -- e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli
alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned
altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco
zelanti al servizio militare.
Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:
Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armis
Et tamen audaci pectore bella geram.
Confertas turbabo acies: densosque per hostes
Deferar et praeceps in media arma ruam.
Vivere quippe aliis; Venetis ea denique vera
Vita est, pro patria decubuisse sua.
Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: --
«Vi andremo tutti,» -- (e giurerei e scommetterei, che degli
schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin
rispose: -- «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma».
-- Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero
fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi
fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia
già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le
direbbe più neppure frate Pantaleo.
Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già
detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel
mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita de'
piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta
minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata
all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta
napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista
un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le
forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si
credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori;
_l'elemosina per la patria_, (che doveva essere raccolta da' parrochi in
persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse);
il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a
raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: --
«siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno
e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una
copiosissima messe;» -- ) l'accettazione della carta veneta dalle casse
degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe
mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione
e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe
piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete,
con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in
foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissione _per
istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente
togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni
della carta_. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito
della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta
scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la
miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera
sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni
diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè
le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.
La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) condannò
Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla
mente del Manin, aver egli creduto _preparati a Torino i casi di
Novara_! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro,
partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo
Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel
sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli,
perchè _infinita è la turba degli sciocchi_! Tanto egli era lontano,
nonchè dal possedere il _senso profetico_, che l'Errera vorrebbe
attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più
semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre
sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e
sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni
fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan
cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata
all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di
Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento
l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e
respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero
paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse
dinastico. _O tutto in una volta, o nulla_; e non si ebbe nulla. Se si
fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là
da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar
Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della
rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di
tutti; era pronto nel quarantotto a gridar _tradimento, tradimento_, se
il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel
cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.
Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti,
sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo
Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che fa
grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù
d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle
assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e
pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed
amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi
su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta
principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse
fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e
certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più
capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile;
si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma
nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci
vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza
amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello
impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli
allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una
gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il
pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la
storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne
ammaestri e ne scaltrisca. -- «Tagliar la verità, come un vestito, al
dosso della passione, non fa per noi;» -- «Bisogna aver faccia di dir la
verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la
mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita,
ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando
occorre, saper contrastar alla passione;» -- diceva il d'Azeglio. Troppo
sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate,
esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente
brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e
dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la
Francia, la Spagna, le repubbliche americane. Della difesa militare di
Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal
genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito
irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non
possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E
basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior
gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo
una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui
portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto
prezioso della concordia nazionale.