II.

Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema suo. Se egli non

pruova una predilezione particolare per l'epoca, pe' fatti, per gli

uomini, dei quali prende a narrare, non conchiuderà nulla di buono. --

«Se, a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta geniale della

stoffa è per la fantasia una specie di scelta nuziale; que' capricciosi,

che, alla guisa degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro

capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale e rimangono

estranei alle loro opere». -- Così, benissimo, al solito suo, il nostro

Antonio Tari. -- Ma questa simpatia non deve essere di tal fatta da far

velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli uomini e di quegli

eventi; non rappresentar gli uomini e gli eventi in modo, che a te

piacciano; non fingerteli così e così per poi compiacerti della

creazione della tua fantasia. Questa è opera da poeta, non da istorico,

al quale nè l'amor di patria, nè l'amor di parte, che suol essere anche

più forte, ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto

deve indurre a declinar minimamente dal vero.

Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi più cosa sia davvero

patriottismo ed eroismo. L'eroismo ed il patriottismo non possono

trovarsi nel cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella limpida

schiettezza, che ammiriamo nelle pagine delle storie antiche. E sapete

chi li ha uccisi, o per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che

chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza, anzi eviratezza de'

costumi moderni; il rispetto delle persone e delle proprietà private,

sancito dalle consuetudini della guerra; lo svolgimento del diritto

internazionale; lo affratellamento degli uomini; e tanti altri pretesi

progressi, invocati come una benedizione, iniziati da' filosofi e da'

giuristi, che hanno risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che,

per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono, debilitano i più

nobili sentimenti dell'animo umano ed i più benefici.

Per qual ragione i popoli antichi difendevano con tanta pertinacia la

libertà loro; e, senza intempestivi giuramenti e ridicoli, combattevano

davvero fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente la morte alla

resa? Perchè ci dettero tanti esempli memorandi di città, che

preferirono la distruzione all'aprir le porte? di castella, onde il

nemico si impadronì solo, quando furono un mucchio di rovine; e nel

senso letterale della espressione, non già per modo di dire e per

iperbole, come avviene delle fortezze o delle città moderne? Perchè

quella concordia, quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia e

femminelle e gaudenti e vegliardi e persino i fanciulli consenzienti nel

proprio scempio, irridenti il vincitore? Perchè Sagunto, perchè

Cartagine?

La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte del vinto era

effettivamente e per ogni verso (non già solo metaforicamente e

moralmente), peggior della morte. Il vinto diventava cosa: perdeva

proprietà, famiglia, libertà individuale. Non si trattava della semplice

libertà politica o della mutazione di principato, come nelle guerre

moderne; non solo di interessi ideali e morali, che il volgo, le donne,

i fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon poco. Il vinto

vedeva confiscati gli averi suoi, farne bottino, ripartirli fra'

vincitori; si vedeva contaminar sotto gli occhi le donne di casa ed i

figliuoli e vendere e sparpagliare come un branco di pecore; lui stesso

era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche esorbitanti, condannato a

peggio, che un ergastolo. Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali,

per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco ostinatamente,

pervicacemente durassero alla fame, alla prepotenza? se respingessero

superbamente ogni patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano

accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada od incatenati sui

banchi de' rèmigi. Se gli abitanti di Strasburgo, di Metz, di Parigi,

eccetera, avessero avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e

convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze eroiche

avremmo forse da ammirare! E chi sa? resistenza eroica vuol dir forse

vittoria: di cosa nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti,

basta lo _aver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare, basta aver

fatto buona figura_, come dicono. La guerra diventa un torneo fra gli

eserciti. Si fa di tutto per diminuirne gli orrori. E non si considera,

se questa diminuzione di orrori non sia per caso con discapito della

grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo non poteva

isfuggire un tal fatto: -- «Il modo del vivere di oggi, rispetto alla

cristiana religione, non impone quella necessità al difendersi, che

anticamente era. Perchè allora gli uomini vinti in guerra o

s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo schiavi, dove menavano la loro

vita miseramente; le terre vinte, o si desolavano, o n'erano cacciati

gli abitatori, tolti i loro beni, mandati dispersi per il mondo, tanto

che i superati in guerra pativano ogni ultima miseria. Da questo timore

spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari vivi, ed onoravano

chi era eccellente in quelli. Ma oggi questa paura in maggior parte è

perduta; de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene lungamente

prigione, perchè con facilità si liberano. Le città, ancora che elle si

sieno mille volte ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini ne'

beni loro, in modo, che il maggior male, che si teme, è una taglia;

talmente, che gli uomini non vogliono sottomettersi agli ordini militari

e stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli pericoli, de'

quali temono poco». --

L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella mente l'assedio di

un'altra città, simile nella costruzione a Venezia, fabbricata anch'essa

sovra isolette in mezzo alle acque ed accessibile solo per mezzo degli

argini, dalla terra ferma, come Venezia solo pel ponte della Laguna. Io

parlo di quella Temistitan asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico

castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si noti, che i

Temistitanesi si trovarono in condizioni peggiori de' Veneziani.

L'estuario era sgombro di navi austriache, e solcato dalle nostre;

mentre il lago di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli. La

superiorità delle armi degl'invasori dell'America sulle difese degli

indigeni, era infinita; l'agglomerazione di bocche inutili, stoltamente

eccessiva. Le descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno

raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti, mangiavan

radici di piante lacustri; morivan d'inedia, antropofagheggiavano: _de

los niños, no quedó nadie, que las mismas madres y padres los comían

(que era gran lástima de ver, y mayormente de sufrir)._ Eppure, nè la

fame giunta a tal segno, nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa,

nè le morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e l'Ixtlilxocitl

fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono indurre quel popolo, cui pur

si offeriva una capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette

essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto significato della

espressione, abbattendone a mano a mano gli edificî e ricolmandone i

canali, ed ammazzando quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse avuto

polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo, ch'e' si sarebbe fatto

saltare in aria; e non c'è dubbio al mondo; che i sudditi avrebbero

acconsentito senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri, nello

stato della civiltà nostra, con le molli tempre nostre, sarebbe assurdo

il pretendere, che si rinnovassero simili esempli. Ma questa

impossibilità del pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere,

da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan, quello di Venezia

sembra come un assalto di scherma di fronte al duello fra Achille ed

Ettore.

Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per gl'Italiani una

leggenda, i cui santi protagonisti sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin.

Ma la fama del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque,

trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il primo alloro toccasse

al capo militare e non già al capo civile, la cui sola missione doveva

essere di somministrare al primo i mezzi di prolungare e sostener la

difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua, a Torino, e postagli

dalla pietà della vedova; ed un busto a Catanzaro, che per esser posto

nell'atrio dello Asilo Infantile, sembra una satira. E busto e statua

sono opere infelici e non ritraggono adeguatamente la bellezza veneranda

del vegliardo, ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli e

dello esercito di Gioacchino. -- Al Manin invece (se non è strettamente

vero quel, che dice lo Errera, che -- «Torino, Milano, Firenze, Genova e

quante sono le illustri città d'Italia, _gli_ eressero un monumento o

una lapide, o del suo nome intitolarono una via o un Istituto» --

perchè, per esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè Bologna, nè

Catania, città d'Italia anch'esse e tra le più illustri, gli han

decretati onori siffatti); al Manin il plauso è più concorde, più

prolungato. Ma perchè? Per gli atti delle sue dittature ed

amministrazioni? Niente affatto. Il vero motivo di quegli onori,

sproporzionati alle opere, ve lo accenna il dabben Cibrario, dicendo: --

«Io ho sempre rispettato e rispetto tutte le opinioni, che muovono da

intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che a Venezia, con sì

splendide memorie di repubblica, vi fossero repubblicani. Onorerei

Daniele Manin di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano; ma

più l'onoro e l'amo per avere con nobile e raro esempio riconosciuto più

tardi e dichiarato, che la salvezza d'Italia stava nella bandiera e

nella spada, che il Re di Sardegna avea consacrata a redimere questa

_gran madre d'eroi, saturnia terra_.» --

Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia nel M.DCCC.LVI. Il

presidente e dittatore di una effimera repubblichetta e microscopica,

sarebbe ora dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse perfidiato

nello sterile repubblicaneggiare (e mi si perdoni l'epiteto poco

parlamentare) stolido; rimarrebbe al più al più venerato da un

partitello, da un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi non

lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore; ma un poco il

presidente, che, sebbene di mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il

tre luglio M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte; e

moltissimo l'esule, che essendo stato presidente e dittatore, ancorchè

di repubblica effimera e microscopica, seppe passare bravamente il

Rubicone, rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale giovanile,

ravvedersi, distruggere il partito repubblicano, far tacere le

discordie, che avevan cagionato in gran parte le catastrofi e le

vergogne del quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte,

unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità e della

bontà della Monarchia unitaria. Questo atto il rende caro alla nazione

tutta e pregiato. Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa

dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto più all'unificazione

d'Italia ed alla liberazione. Tolto questo, la vita di lui sarebbe

quella di un agitatore e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha

tanti.

Fame usurpate · 第 66 / 72 题