Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di verde,
il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia; mormora
sommessamente di pace soave; culla il cuore come nel riposo
infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo stanco la porta
del giorno (le ciglia).
TRADUZIONE DI _Andrea Maffei_.
Quando l'aura leggera leggera
L'erbe e i fiori al maggese accarezzi,
E ne mandi la placida sera
Ombre molli, dolcissimi olezzi,
Quella calma spiratagli al core,
Che il dormente fanciullo conforta:
Poi chiudete del giorno, che more,
Alle stanche sue ciglia la porta.
Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo con
altrettanti imperativi. Nella traduzione del Maffei, le silfidi si
esortano ad operare ciò, che nell'originale decantano come effetto d'una
sera di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo
insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile armonia di verso questo
pensiero semplicissimo: che il crepuscolo vespertino suade pace
all'animo. Il Maffei si è ricordato del decasillabo del Berchet: _Una
brezza leggera leggera_; ma la reminiscenza è qui inopportuna,
trattandosi non di una fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un
tepido scirocco, grave di odori e di vapori. Quel _che more_ è un
riempitivo inutile, che guasta la metafora: _chiudete la porta del
giorno, che more, alle ciglia stanche!_ E, badiamo bene, _porte del
giorno_, chiama il Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da
Pitagora, che le addimandava _porte del sole_, secondo c'informa Diogene
Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte, lasciano entrare in noi il giorno,
il sole. Similmente _porte del desio_ ha chiamati gli occhi il de la
Fontaine: _Que dirais-je des traits, où les ris sont logés? De ceux, que
les amours ont entre eux partagés? Des yeux aux brillantes merveilles,
Qui sont les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles, Qui sont
les sources du plaisir?_ Non mi sovviene, qui su due piedi, d'alcuno
esempio Italiano di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale
mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe non è, per lo
stile e pe' concetti, se non un mediocre seicentista, e sebbene
quell'espressione vi ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar
da Venere _porte del cielo_ le palpebre di Adone, (III. 89) ma perchè
pone il suo paradiso negli occhi di Adone: _Sonno, ma tu, s'egli è pur
ver, che sei Viva e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile a
lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come, come potesti a' danni
miei, Entrar del ciel ne le beate porte? Con che licenza, oltre l'usato
ardita, Puoi negli occhi abitar de la mia vita?_ (Vedi anche _Adone_, I,
19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII) fa descriver così al Cavalier
del Sogno _la beltà falsa di sognate membra_, cioè la donna, per la
quale Amore l'avea piagato in sogno: _Quei labbri, ch'avrian vinto, o
ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è nel mar vostro, Con vaghezza
chiudean non vista unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro.
Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor di perle orientali.
Fra le quai se formava ella parola, Vista aperta del ciel la porta
avresti._ Qui _porta del cielo_ è adoperata metaforicamente per
felicità. Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora del Goethe, non
iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.
VERSI XXX-XXXVII. -- _Tedesco._
_Segue il Coro:_
Nacht ist schon hereingesunken,
Schliesst sich heilig Stern an Stern;
Grosse Lichter, kleine Funken,
Glitzern nah und glänzen fern:
Glitzern hier im See sich spiegelnd
Glänzen droben klarer Nacht;
Tiefsten Ruhens Glück besiegelnd
Herrscht des Mondes volle Pracht.