XIX. -- _I caratteri de' protagonisti._

Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai se più di passioni o di

godimenti. Non lascia intentato alcun Regno del pensiero, alcun angolo

della natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da ogni albero

scienza e voluttà, nè si appaga, se non dopo averne tocco l'apice in

grembo alla sua famigliuola storica. Fausto è lo scienziato del

rinascimento, che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca, e tenta di

costituirne un'altra; però, potendosi con l'empirismo asseguir bensì

cognizioni staccate, ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane

inappagato. Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato a creder solo

_fatti_, vuole almanco verificarli tutti ad uno ad uno co' sensi proprî.

Quindi le arti necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro

mondo,

_... monde étrange, absurde, inhabitable,_

_Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,_

_N'a pas même un instant eu besoin d'exister;_

quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie; quindi quel

fare assumere al succubo la forma d'ogni bella, ch'ei pensa.

L'insaziabilità non rimane parola vuota, anzi s'incarna in un seguito

d'azioni, costituisce il carattere.

Ed il Fausto del Goethe?

Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja ed in parte

bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento, d'irrequietezza,

d'inappagabilità; ma le ciance son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non

corrispondono! Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere della

Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere: _Or madre, or moglie, e

non mai moglie o madre_; dice aureamente, la cosa esser più facile ad

esprimersi in un verso, che a rappresentarsi per cinque atti. So quel,

che volete dire; vi s'affaccia sulle labbra il giudizio, che Mefistofele

fa di Fausto:

_... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,_

_Che ognor trascorre, e troppo impazïente_

_Di questo mondo un sol piacer non gode_[26]:

[26] _Ihm hat das Schicksal einen Geist gegeben,_

_Der ungebändigt immer vorwärts dringt;_

_Und dessen übereiltes Streben_

_Der Erde Freuden überspringt._

e quanto soggiunge altrove:

_... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga_

_Per mutabili forme egli arde ognora_[27].

[27] _Seconda parte, in fine:_

_Ihn sättigt keine Lust, ihm gnügt kein Glück,_

_So bühlt er fort nach wechselnden Gestalten._

So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di Fausto nel

sottoscrivere il patto: _Acchetiamo le ardenti passioni negli abissi

della sensualità: ogni portento sia pronto in impenetrabile veste

necromantica. Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare degli

avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo e noja si avvicendino

celeremente._ Ma in quali fatti, in quali azioni si esplicano,

s'incarnano queste rotonde parole?

Sono un programma da deputato della sinistra, che gracchia su tutti i

toni: _abbasso i consorti, onestà, disinteresse_; e poi? poi va al

Parlamento per vendere il suo voto o le assenze od il silenzio, per

isbrigar faccende avvocatescamente, per carpire impieghi e ricevitorie,

non già per l'incorruttibile signoria sua, ohibò! anzi solo per una

sesquiserqua di parenti prossimi o remoti; per ottenere un titolo

buffonesco di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici son

ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro una baronia legittima,

ne usurpano persino da bravi qualcuna più o meno spuria, come vediamo

farsi dall'autopseudo barone Nicotera.

Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora senza il programma mi

sarei accorto ben io come stavano le cose. L'assenza di misura e di

scopo, la impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi ad

intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare e raffigurarmi

il tumulto della vita sociale per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva

condursi davvero, come se il suo programma di vita fosse questo:

Stender convien la destra ad ogni frutto,

Abituarsi a qualsivoglia affetto;

Gustare in questo mondo un po' di tutto

Pisciando in molte nevi e in più d'un letto;

Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto,

Al bene, al male, assuefarsi il petto,

Ne' rapidi momenti tra la culla

E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.

Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è la più contentabil

persona, che immaginar si possa, vera figura comica. Gli è un bimbo,

irrequieto finchè l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene

fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da spassarsi quieto

quieto e quatto quatto, allegro del più semplice giocattolo; gli è una

cagnuola, che non sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata

per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove mai dimostra

incontentabilità, insaziabilità? Non certo quando una brigatella

d'ubbriaconi e la prima sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo

quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante avrebbe detto: _Il

voler ciò mirare è bassa voglia_) d'una brutale gozzoviglia, la quale

che non si fa amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti;

nè quando e' si diverte a fare il giocatore di bussolotti. Non quando,

appena vista l'immagine dell'Elena nello specchio magico, va in estasi.

E molto meno, quando, incontrata una fanciulla per via, subito spasima e

s'acqueta in quell'amore e non chiede oltre. L'impazienza e

l'intolleranza di ogni cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del

Fausto mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni, non è più

innata nel Fausto Goethiano, che ogn'istante ha d'uopo di essere

spronato e rinzelato da quella pittima cordiale di Mefistofele.

Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità spiccate, anzi

due spicchî d'una medesima e sola personalità. I loro colloquî si

potrebbero arcibenone trasformare in un lungo soliloquio senza mutarvi

presso che nulla: così, tante volte, noi nel ragionare con noi stessi,

dialogizziamo il pensiero per maggior comodo. Mefistofele è formato da

una costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola d'Adamo: ma,

quando la costola del padre putativo dell'uman genere divenne una

persona autonoma, in Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè

personalità, nè consistenza, qualità essenziali e _sine qua non_ del

personaggio poetico. Sembra, che il Goethe si sia scritta una lista di

tutte le parti più o men diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia

fabbricato il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha da essere osceno e

cinico, gli ficca di quando in quando una parolina poco decente in

bocca; e perchè il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce qua e

là una bugiuola, e via discorrendo. Ma questo non è il modo nè di

percepire, nè di rappresentare un personaggio poetico, un fantasma! Il

cinismo non vien rappresentato da una porcheria, nè lo spirito da una

spiritosaggine; ma e l'uno e l'altro debbon divenir fondamento del

carattere, debbono informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser sempre

ugualmente presenti in ogni parola ed in ogni fatto. Il Diderot dice un

gran bel vero, quando asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma

parte di un certo corpo, la natura necessariamente non può farvi altre

parti corrispondenti, se non ricostruendo quel dato corpo tale e quale

ed in quella tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto

pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente distinguere il vero

cinico, che può avere un linguaggio compostissimo, da chi è

semplicemente sboccato così per vezzo o per mal vezzo.

Questo vale anche e più pel carattere di Fausto. Il poeta mi deve

rivelare in ogni caso tutto il personaggio, e non già dimostrarmi

separatamente in venti scene, in venti episodî, altrettante parti del

suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non di artista, e gli

anatomisti dell'opera d'Arte siamo in un certo senso noialtri critici.

L'Arte sta appunto nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola, tutto

l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il percepisca ed il

comprenda, lì, nella sua totalità complessa e mel veggia viver dinanzi;

e non istà mica nello sciorinarmene successivamente queste

determinazioni, _membra disjecta_. Che il procurator generale dimostri

il tale imputato ubbriacone documentando un fatto, il manifesti

giuocatore rendendo inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo,

provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene un solo,

siete in obbligo di rappresentarmi quel tale, (poniamo che sia Panurgo,

e che voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore e

presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo. Non dovete mostrarmi il

Triboulent, come Vittorio Hugo nel suo _Roi s'amuse_, prima buffone e

poi padre, ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di padre e di

buffone.

-- «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle parti di un carattere

sono per lo più successive!»

-- Apparentemente, perchè nella Natura non c'è la concentrazione, la

perfetta unità tra l'Idea e la immagine, che costituisce il _Bello_; ed

appunto per questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra

perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed è pur la strana cosa, che

gente dotta in Italia disconosca una verità fondamentale di

quest'importanza, alla quale le nostre plebi sono giunte per istinto da

secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono sublimare oltre ogni

dire la bellezza d'una innamorata, la chiamano _fatta con la penna, col

pennello, di stucco, dipinta con vero pennello_.

_Sei tanto bella, iddio ti benedica,_

_Par che t'abbia dipinto Santo Luca._

Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto, abbiamo il dritto di

chiedere: _qual Fausto? di quale scena?_ Certo, che quello del primo

soliloquio non ha molto di comune con quello della cucina magica o con

quello, che di soppiatto entra nella cameretta di Rita e che ne fugge,

giurando di non riporvi il piede mai più. Non basta dire: _ho due anime

in petto, che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia

appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni costo innalzarsi

all'empireo degli avi_[28]: bisogna esplicarne e realizzar questo

contrasto. Ed è appunto ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane

inglese gli confessava di trovare il _Fausto_ difficiletto; ed egli

rispose -- :«Certo gliene avrei sconsigliata la lettura. Si tratta d'una

stravaganza, che eccede il sentir comune. Ci si è impegolato senza

consultarmi? Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo singolarissimo:

a pochissimi è dato compenetrarsi dello stato dell'animo di lui.

Parimente il carattere di Mefistofele è difficile per l'ironia come

risultato vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le riesce capirne!»

-- Quanta fatua presunzione! Come uno scrittore può illudersi in tal

forma sul valore delle cose proprie?

[28] _Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust;_

_Die eine will sich von der andern trennen:_

_Die eine hält, in derber Liebeslust,_

_Sich an die Welt mit klammernden Organen;_

_Die andre hebt gewaltsam sich vom Dust_

_Zu den Gefilden hoher Ahnen._

Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico in que' turpi

caratteri sta nell'esplicazione psicologica, che qui veniva

implicitamente esclusa dalla forma drammatica; forma ripugnante al

contenuto.

Il _Fausto_ del Goethe è un capolavoro sbagliato, è l'aborto d'un

capolavoro: non è quindi meraviglia, se in esso trovi parti ben

conformate, che, raggiungendo un più maturo sviluppo, avrebbero potuto

ammaliare; come non è meraviglia, se in un aborto si ravvisano gli

organi, che esplicati e compiuti avrebber composti un uomo od una donna

bellissima. La fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la buona

fede o dabbenaggine latina potranno accordargli una voga più o men

duratura, ma il tempo ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda

solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo da più d'un

fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora adoperabile, non ha ricevuto

forma definitiva. Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una

grande stregua estetica, non s'è appagato della forma da lui imposta al

mito: e questo è già l'implicita condanna del suo poema. Parecchi, dopo

di lui, hanno (ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel grande

e vastissimo argomento, che rimane fin qui come l'arco d'Ulisse, inutile

a' Proci, aspettando forse che un genio Italiano sorga e compia anche

per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per gli altri grandi

cicli poetici del Medio-Evo.

Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo disacconcio collare,

esaminiamo ogni scena per sè, ogni parlata a parte, ogni perla

isolatamente, allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir

l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare la prona

ammirazione de' fanatici del Goethe: ci sarà forza convenire, poche

opere contener tante bellezze poetiche quante ne racchiude questo

mostro. Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè ciechi per

esse; e se ora non le analizziamo ad una ad una e non le facciamo

risaltare nel pieno loro fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non

le conosce? sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle ad una

ad una; le son tante e tanto note, che han fatto velo a molti e

tutt'altro che volgari uomini sul merito essenziale dell'opera stessa

totale, e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno dal

pieno obblio. A noi conviene non disconoscere questi meriti, ma non

permettere altresì, che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo

l'impressione e il giudizio.

Fame usurpate · 第 42 / 72 题