XVIII. -- _Intervento diabolico._

Altro e maggior documento della leggerezza, della superficialità,

dell'inconsistenza messa in questo lavoro, si è la parte, che vi

rappresentano il diavolo e le streghe. I poeti hanno la nomea di

taumaturghi, e sono anch'io qui per attestare miracoli di più d'uno, il

quale mi ha fatto piovere

_... amare lacrime dal viso_

_Con un vento angoscioso di sospiri,_

miracoli certo un pochetto men dubbî del vescovile, attestato da Gian

Giacomo Rousseau, quando stava con la Warens; e del quale, giurerei,

Monsignor Tipaldi non avrebbe tentato di far la seconda edizione, a

proposito dell'incendio vuoi della Vicaria, vuoi dell'Arsenale. Ma,

taumaturgheggi pur lo scrittore a sua posta, non gli riuscirà mai di far

prendere sul serio agli uditori ed a' lettori, quanto difetta

necessariamente di serietà intrinseca per esso lui. Ora, nel _Fausto_

del Goethe, l'intervento diabolico non ha la benchè menoma ragion

d'essere; in tutto il poema, niente accade, che il dimostri utile o

necessario o concludente; è superfetazione mera; contatto infecondo, dal

quale nulla può derivar di vivo, come dagli amplessi della lussuriosa

figliuola di Cesare Augusto, che gli anneddotisti ci assicurano essersi

più che mai sfrenatamente abbandonata agli amanti nel tempo delle

gravidanze.

Nel mito popolare, e' si trattava di compier cose più che impossibili ad

ogni umana virtù: trasvolare, con la rapidità del pensiero, interminati

spazî; prevedere e predire _quid sit futurum cras_; soprattutto poi

sforzare le cancella di Dite, _irremeabilis unda_, ed amare e godere

Elena greco-trojano-egiziaca, (_trojana_ soprattutto!) polvere ed ombra

da trenta secoli; quindi ben si comprende, che, per soddisfare una

potenza di desiderio, impaziente d'ogni limitazione antropologica,

inappagabile ne' confini d'una contrada o d'un'epoca determinata, gli

escogitatori della favola ricorressero ad inficcarci Mefistofele, _ut

tragici poetae confugiunt ad deum, quum explicare argumenti exitum non

possunt_. Anzi in esso mito l'intervento soprannaturale, (che la critica

del settecento, gallicizzando, chiamava: _macchina_), è motore primo e

precipuo, scopo ultimo ed essenziale, principio e fine, succo e sangue

del lavoro. Ma gli amori di Fausto e della Ghita, che po' poi son tutta

la prima parte del _Fausto_, chi vorrà stimarli qualcos'altro di una

volgarissima avventura umana, di quelle, che quotidianamente

intervengono, in cui il più dappoco fra nojaltri si fiderebbe di

protagonisteggiare a dovere, senza bisogno che un principe infernale gli

tenga il candeliere, purchè sapesse sbrigarsi degli scrupoli? certe cose

piacciono più a vedersele in due, a quattr'occhi, fra te e me; ed un

giovane fanatico ed una sempliciotta innamorata o pronta a vendersi non

han bisogno che si scomodi Lucifero per metterli su. Togli Mefistofele

di mezzo; affededdio, che tutto camminerebbe egualmente bene. E non c'è

che dire, lo scrittore stesso ne ha piena coscienza, quando imbocca a

Fausto que' tre versi:

_Ah, se di requie io sol m'avessi un'otta!_

_Del diavolo davver non saria d'uopo_

_A raggirar cotesta sempliciotta_[25].

[25] _Hätt' ich nur sieben Stunden Ruh'_

_Brauchte den Teufel nicht dazu_

_So ein Geschöpfchen zu verführen._

O che altro fa egli, questo tizzon d'inferno messo in iscena con tanto

fracasso, che altro fa egli di necessario all'azione, se non procacciar

giojelli, abboccarsi con una ruffianaccia e preparar cavalli per la

fuga? Ogni Figaro, ogni cameriere, ogni mozzo di stalla sarebbe da

tanto. Per sì poco non si scomodano quegli angioli rubelli. Quanto al

tempo abbreviato, può aver luogo solo mediante un imperfetto svolgimento

psicologico.

E poi! Il Fausto mitico è cristiano: patteggia col diavolo, perchè cerca

un alleato contro quel dio personale e tirannico, che Pier Giuseppe

Proudhon (un suo discendente, m'immagino) stimava di aver

irrefutabilmente dimostrato sinonimo del male; e' crede nell'esistenza

del diavolo e ne paventa il potere, e dio è per lui qualcosa

d'effettivo, una persona viva, che egli odia, appunto come solo può

odiarsi una persona ed un vivo. Ma un dottor Fausto scettico, anzi

panteista (non si giunge ad appurare, ad assodare, a chiarire, che

diamine sia; ora ti par questo, ora ti par quello!) un dottor Fausto, il

quale si dà a quel diavolo, in cui non crede, rinnegando quel dio, che

per lui è un _flatus vocis_,..... caspita! io non so due parole per

indicare un'idea: è un bell'assurdo, anzi un brutt'assurdo. Il suo

apostatare è una semplice simulazione di apostasia, giacchè rinnega

iddio, ch'egli nega, per darsi al diavolo, cui logicamente non può

credere, se discrede in dio. Dal momento che riconosce a pruova

l'esistenza del diavolo, gli deve esser dimostra quella di dio, ed

allora come può rimaner ateo?

Insomma la sua apostasia è qualcosa di prosaico, di schifoso, come

quella di certa gente, sapete, la quale, con nuova speculazione, si fa

protestante in Italia nostra, _incredibile dictu!_ quasi che le

burattinate del protestantesimo potessero allignare in una chiara mente

Italiana ed abbarbagliarla! quasi che un Italiano potesse di buona fede

rinnegar la religione cattolica per un'altra! E prima di tutto, vi

rammenterò una bella parola di quel celebre Pietro Paolo Royer-Collard,

che Don Ferrante, vivendo ai nostri dì, chiamerebbe senza dubbio come

Giovanni Bottero: _galantuomo sì, ma acuto_. Eccola: _On ne divise pas

l'homme, on ne fait pas au scepticisme sa part; dès qu'il a pénetré dans

l'entendement, il l'envahit tout entier._ Comprendo, che un uomo creda

la ragione impotente a scoprire il vero, e si sobarchi ad un'autorità, e

s'inchini a tutta l'impalcatura dommatica della Chiesa Romana. Comprendo

del pari, che uno creda nella virtù della mente umana, ed allora rifiuti

ogni forma di cristianesimi. Quel che umilmente confesso di non

comprendere, è il venire a patti del raziocinio e della fede, è una

ragione, che ammetta qualcosa d'indimostrabile; è una tiepida fede, che

accetta dieci dommi e repudia l'undecimo. O dentro o fuori, non c'è via

di mezzo: _En présence du ciel il faut croire ou nier._ Il

protestantesimo storpia ed inrachitichisce l'intellettiva: l'Italiano,

che si sfranca della chiesa cattolica, non può credere in altra

religione, anzi va difilato a prostrarsi agli altari negativi di San

Razionalismo. Perchè? perchè non è nell'arbitrio nostro il creder quel,

che ne pare, anzi l'individuo può solo digerir diversamente le credenze,

le quali alimentano le facoltà morali dell'organismo nazionale, in cui

rappresenta una cellula. Ora, il cattolicismo è prodotto Italiano, è

manifattura nostra; è il velluto in cui abbiamo trasformato l'organzino

giudaico; è l'oro in cui tramutammo alchimisticamente il piombo delle

dottrine neoplatoniche miste di caldaismo; in esso è trasfuso gran parte

del nostro antichissimo politeismo; e quindi ha profonde radici nella

coscienza nazionale, contiene il concetto di dio, della religione, quali

emergono storicamente dal nostro enucleamento religioso ed

intellettuale. Ma tutte le sette protestanti son per noi qualcosa

d'immediato, di estraneo al carattere, alla coscienza popolare; e quindi

è un bell'impossibile che abbian presa sugl'individui.

Ohimè, ch'io m'accorgo di aver nuovamente digredito! Il fatto è fatto;

ma, credetemi, stavolta, non l'ho proprio fatto apposta e prometto di

non farlo più. E, tornando a quanto dicevamo a proposito dell'essersi il

Goethe discostato dal mito, trasformando il suo Fausto in uno scettico,

soggiungeremo, che, in tale caso, v'era pur sempre modo da cavarne

partito, ma non più ingenuamente. Bisognava rappresentarmelo volteriano,

incredulo, pirronico, in mezzo alle più scompigliate taumaturgie

diaboliche e celesti, occupato a discuterle ed a sofisticamente

spiegarle co' mezzi semplici della natura; a provare al demonio, che sel

porta via, che esso è una _vanità, che par persona_; all'inferno, che lo

abbrucia, ch'esso non esiste e che quelle fiamme sono mera illusione; al

Sabaot, che il percuote e castiga, ch'esso è un _nome vano, senza

subjetto_. Bisognava insomma esplicare in Fausto il carattere, appena

accennato nel _Proctofantasmista_ della tregenda.

Fame usurpate · 第 41 / 72 题