XX. -- _Conclusione._

Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne e credere, che

tu sia peggio stanco di me: potrei continuare un pezzo ancora per

infastidirti, essendo il mio tema su per giù del genere di quelli

mentovati dal Coleridge: _Soggetti, su' quali e' mi sarebbe malagevole

non dir troppo, sebben certo al postutto di tacer sempre la miglior

parte e di lasciar più da spigolare altrui che non avrò mietuto io_; ma

per la meglio conchiuderemo. Una scrittura non deve aspirare ad esaurire

qualsiasi argomento, anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta

nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel darle una buona

spinta durevole per un pezzo; come quel gran calcio, col quale il Padre

Eterno, secondo l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti.

Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato alquanto a sbalzi,

quantunque abbia spesso fuorviato in digressioni, pure ho inteso di

svolgere un ordine di pensieri logicamente concatenati.

Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe, vi abbiamo ravvisato

un triplice contenuto eterogeneo: epopea, leggenda e novella. Vedemmo

l'epopea starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non fuse in una

monade artistica, appaiono solo agglutinate esternamente. Esaminammo la

novella, che rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea;

nell'esecuzione, difettosa dello sviluppo psicologico, il quale suol

formare il poetico e la malia del genere. Notomizzata poi la leggenda,

vi scoprimmo la deficienza d'un concetto organico, _caussa ex qua_ (per

trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica del Van

Helmonzio) necessariamente derivasse ogni membro, ogni scena, ogni

verso; invece regnarvi sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni

ed esasperazioni momentanee dello scrittore, che ne desumeva pretesti ed

occasioni per isfogare i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze,

cioè dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì dell'opera

che dell'autore, giudicammo risultare tutti gli altri difetti organici

della tragedia, l'incertezza del tono, l'ironia neutralizzata, la

disocchiatezza pei migliori momenti poetici, la sproporzione delle

parti, la disutilità della macchina, l'insussistenza dei caratteri, la

mancanza d'idealità e la sovrabbondanza d'Allegorico: colpe artistiche,

che non si ricomprano o compensano da bellezze particolari ed

incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente supporre,

e noi le abbiamo supposte arcigrandissime, per dispensarci

dall'esaminarle, senza incorrere nella taccia di parzialità.

-- «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita dalle opere del

Goethe in generale e dal _Fausto_ in particolare?» --

-- «Dove? in Lamagna o fuori?» --

-- «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il fenomeno è quel desso

dovunque s'avveri.» --

-- «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente diverso secondo il dove.

Distinguiamo, amico lettore stimatissimo.» --

-- «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla, tranne un po' di

fiato. Dunque, in Germania?..» --

-- «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella virtù l'amor proprio e

quel cosiddetto patriottismo, che n'è una forma particolare. Dice il

proverbio veneziano: _a tutti ghe sa de bon la so scorezeta!_ I prodotti

patrî sembran sempre portenti. Ricordati la gioia di Vittorio Alfieri,

nell'incontrare un somarello a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava

l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine nel rimpatriare: _la

melma della strada consolare era fango patrio! I cavalli scodinzolavano

confidenzialmente, come se fossimo stati antiche conoscenze, e le loro

mete mi parean belle quanto i pomi di Atalanta!_ Quel fango e quello

sterco eran la Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del

_Fausto_, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo, ancorchè questo

feticcismo dipendesse dall'imperfezione delle sue facoltà estetiche,

quistione etnografica ed antropologica, che qui non occorre sviscerare;

da quella imperfezione, che gli fa attribuir tanta tanta esagerata

importanza all'arte sua epigonica di stufa, e sentenziare tanto

erroneamente sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri

paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed alla cervogia, non puoi

pretendere fine giudicio sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e

del pan buffetto.» --

-- «Questo potrebbe correre, laddove la Germania fosse sola ad

applaudire il _Fausto_! Ma il mondo intero non può errare: _voce di

popolo, voce di dio!_»

-- «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come chi prendesse due

colombi ad una fava. _In primis_, non tutto il mondo consente, perchè,

se non altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi... supponendo che

tu sappi di latino, eccoti una sentenza ciceroniana: _Ego hoc iudico, si

quando turpe non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine

laudetur._ O, caso ti fossi in mal punto lasciato indurre da quel Mastro

di scuola (eminente se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e

non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar Cicerone, _non più d'una

vil succiola_ (per dirla col Redi), e quindi non attribuissi autorità

alle sue parole, eccoti qualcosa di patavino: _nil tam inaestimable est

quam animi multitudinis._ O, caso ti fossi lasciato sedurre da quel

Bertoldo anzi Cacasenno del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una

ghiarabaldana...»

-- «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo a sperdere nuovamente

in digressioni e citazioni, non la finiremmo più. Conosco i miei polli e

la tua chiacchiera!» --

-- «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore, scapatello e

bizzarro, fu chiamato in un paesucolo di provincia, sepolto fra gli

Appennini, ad impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete o

vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato all'Assunta. Que'

bravi provincialoni, te lo pagano anticipatamente e profumatissimamente,

te lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non tratteremmo

l'uomo, che pienamente incarnasse l'Universale del Pittore: feste e

cortesie! Capirai che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce od

i colori in vista delle occupazioni maggiori, che il trattenevano notte

e giorno vuoi nell'osteria a classificare i vini del contado per ordine

di merito, e sentenziar quali potrebbero figurare nella prossima

esposizione agronomica, vuoi presso qualche forese, che addottrinava non

so se nella filantropia o nella filandria. Frattanto si avvicinava e

finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora de' cieli e

patrona di quel borgo; ed il poverino si destò imbarazzatissimo: la

dimane dovea scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse, ahimè!

bianca come ei l'avea trovata.» --

-- «Scusa, sai, se t'interrompo: l'aneddoto è patetico, niuno più alieno

di me dal negarlo, commoventissimo, ma che c'entra?...»

-- «Col _Fausto_, eh? Ascolta ed impara. Ho riletto di fresco

l'Evangelia e ne ho appreso il parlar per parabola. Dunque, il nostro

pittore in imbarazzo, pensa, ripensa, escogitò una sottil malizia. Balza

di letto, scapigliato, scamiciato, e _sit venia verbo_ allenzuolato,

corre al terrazzino ed improvvisa un baccano del trentamila. Trae gente,

si fa popolo; che è? che non è? L'uomo al balcone somiglia un invasato

ed annunzia d'aver fruita una visione. Il pezzo più grosso tra'

celicoli, l'Assunta in propria persona, gli si è manifestata in sogno

(niente meno!) per ringraziarlo di averla così ben dipinta. E gli ha

dato l'annunzio d'averlo posto all'ordine del giorno delle legioni

celesti e proposto per non so qual paradisiaca decorazione (il Puoti mi

correggerebbe: _onorificenza_). Ed ha soggiunto, che, per dargli

maggiore e particolar segno della sua compiacenza, avea disposto, a nome

della barbara logica divina ed ahi! pur troppo patologica, secondo la

quale i figliuoli scontano pe' genitori.... Ma lasciami far punto a

questo maledetto periodo; e' mi vuol mancare il fiato. Dunque, l'Assunta

avea decretato e decretava, che nessun figliuolo di mignotta potesse

veder quella pittura, che anzi a costoro la parete apparisse nuda e

bianca. La fama della visione miracolosa si divulgò ratta qual lampo;

sembrò segno patente della protezione concessa dall'Assunta al popolo

suo; e, come ogni coglioneria, che venga sfrontatamente asserita, trovò

credito. Que' foresi avrebbero piuttosto rinnegati tutti gli articoli di

fede, che dubitato della sua verità. La dimane chiesa piena zeppa,

popolo stivato, accalcato; tutti col naso in aria. Il pittore disammanta

le pareti, supposte dipinte; ed un clamore unanime di ammirazione sorge

e rimbomba per quelle vòlte: _Bello, stupendo! Oh ma il viso di quella

madonnina! Oh gli angioletti! Oh quelle merite! Oh quella gloria! A me

piaccion più que' santerelli! Capolavoro! Il nostro pittore è un Sanzio

ed un Santo! Egli sarà cittadino de' cieli col favore della madonna,

accordiamogli il diploma di cittadino onorario del comune, così vivremo

sicuri che il nostro paese venga rappresentato in paradiso!_» --

-- «Ma dunque c'era dipinto qualcosa? o credevano di vedercela?

illusione ottica, eh?».

-- «Nòe, fratel mio. Non c'era nulla, non vedevan nulla, ma nessuno

ardiva confessarsi figliuolo di mignotta. Pari sorte a quegli affreschi

è toccata al _Fausto_. I tedeschi han tanto asserito, ch'era un

capolavoro e la più bella cosa, nonchè del Goethe (ciò potrebbe

accordarsi) ma di quante letterature fur, sono e saranno, ed han tanto

fama di gente ammodo e dabbene; che gli altri popoli, quantunque forse

non vi scorgessero tante bellezze, non vi scoprissero tanta profondità,

non volendo passare ad ogni modo per zotici, han fatto coro. Così va il

mondo, amico; impara, impara. S'io fossi stato un di que' vecchi, de'

quali il Veneto dice: _i nostri vecci i stava cent'ani col cul a la

piova prima de far un proverbio_: ed anche: _i n'ha magnà la roba e i

n'ha lassà i proverbi_; francamente, fossi stato un di loro, ne avrei

fatto quest'uno, che mi par bellissimo e verissimo, (notalo nel tuo

taccuino): _Faccia di mattone e cuor di leone, signor del mondo fanno

ogni minchione._ Fa tesoro di quest'apoftegma, c'ha pochi d'ugualmente

inconcussi».

Questa è una ragione; ce n'ha poi du' altre, cioè _la nostra facilità ad

ammirare l'esotico e l'esser di moda la tedescheria_; ragioni queste,

che mi dispiace assegnare, perchè sembrerà a taluno, ch'io caschi nel

rettorico dell'amor patrio, come certi farisei, che si crocesegnano nel

sentir nominare cose forestiere. Ma non è colpa mia, se quel, ch'essi

blaterano accademicamente per crassa ignoranza, concorda in parte, con

quel, ch'io dirò, per saldo e maturo consiglio, frutto di parecchi begli

anni impiegati nello studio di letterature straniere. Nè mi pento

d'averveli consacrati, essendosi così rinvigorita la mia coscienza

d'Italiano, tanto che una rivista filosofica tedesca ha pensato

vituperarmi con l'epiteto ironico d'_Italianissimo_; suppongo che

intendesse offendermi, nè poteva conferirmi titolo, che maggiormente mi

solleticasse. A' tempi di fra Paolo si ripeteva nelle Lagune: _prima

veneziani e poi cristiani_; io dico: _prima Italiano e poscia omo_; e

m'appoggio al teorema filosofico che l'universale, il generico non può

esprimersi nell'individuale, tranne mediante il particolare. L'Uomo è un

tipo perfettamente astratto; di reale c'è solo l'uomo determinato come

razza e patria e cittadinanza.

Dunque, fonte dell'errore è l'ossequio eccessivo, l'ossequio pecorino ed

irrazionale tributato alle cose germaniche, da chi in buona fede le

ammira, senza conoscerle, come se lo svolgimento della stessa filosofia

alemanna avesse per maggiore importanza oltre una dotta curiosità. Qui

non è luogo a diffondermi sull'argomento; per conseguenza mi basta

indicare, che una filosofia non può prendersi a prestanza da un altro

popolo, ma bisogna ad una nazione saperla generar da sè. -- «Quand'anche

potessimo esser dotti dell'altrui sapere, almeno savî possiamo esser

solo della nostra propria saviezza» -- come ben dice Michele Eyquem di

Montagna. Sottosopra, il lettore se n'è certo avveduto, io seguo

l'estetica ed in genere la filosofia stessa, insegnata dallo

hegelianismo. Ma le seguo perchè quella dottrina è dimostrabilmente

conseguenza logica implicita, ancorchè non normale di tutta

l'enucleazione filosofica del pensiero Italiano. Ed appunto per assodar

questo punto non arrischio mai un teorema senza corroborarlo con una

citazione letteraria de' nostri classici. Vorrei così aprir gli occhi a

molti; e far loro toccar con mano da quanto tempo fossero retaggio

comune, ricchezza gratuita appo noi, tante dottrine, ch'essi, per

inscienza di storia letteraria ed artistica, reputano nuove di zecca,

solo perchè oltr'alpi circolano da poco. Vorrei far lor comprendere

quanto danno rechi il rendersi incomprensibile, adoperando formole

algebriche, indegne della limpidità della nostra favella.

Pappagalleggiando, non acquisteremo sicuro la stima degli stranieri,

veh! Certamente non vi possono essere due assoluti, uno per noi, uno pe'

tedeschi: ma vi possono essere centomila modi di conoscerlo quest'uno

assoluto, anzi vi sono e si adattano alle coscienze nazionali ed alle

individuali. Il Monte Bianco è sempre il medesimo, ondunque si guardi:

ma qual differenza di aspetti, secondo che stai nella valle d'Aosta od

in quella di Sciamuni, e secondo il punto della vallea, dal quale

guardi! Nondimeno, finchè si rimane in Metafisica, la disputa è più

terminologica che altro; ma quando si scende all'applicazione nelle

singole scienze, _comincian le dolenti note_. La filosofia tedesca si

propone esclusivamente (nèd oso basimarnela) di glorificare il

germanismo, di mostrare, che quelle nazioni lì furono principalissime

fra le storiche, che meglio delle altre incarnarono ed incarnano le

parti civili, che la loro filosofia, le loro istituzioni, le loro arti,

le loro letterature oscurano quelle de' rimanenti popoli. Parecchi

babbei se l'han bevuta e predicano questo nuovo evangelo. Ma figuratevi

l'impiccio d'ogni Italiano, che abbia mezza dramma di pudore e di buon

senso (so cattedratici, che ne vivono sprovvisti) quando s'è trattato

non più dell'importazione della metafisica hegeliana, anzi delle branche

della filosofia applicata! E veramente riuscirà un po' difficile il

persuaderci che la Riforma sia stata una bella cosa e buona, che tutti i

nostri grandi operassero inconcludentemente, che la nostra letteratura

non abbia importanza a petto alla tedesca, e che l'Arte nostra classica

impallidisca a fronte agli impiastri di Monaco e Düsseldorf! Le credenze

degl'individui sono il risultato dell'enucleazione intellettuale del

popolo; il che rende le opinioni viemmen libere, che altri non creda. Ma

quando ci faremo a studiare il nostro passato, ad indagarne le leggi?

quando cercheremo di pensare la nostra vita nazionale? e di rivendicare

a noi la gloria, che davvero ci spetta? quando ci avvedremo che chi più

accanitamente grida: _Hegel, Hegel! Goethe, Goethe! Kaulbach, Kaulbach!_

è d'ordinario chi men li conosce e meno può giudicarne, apostolo

farabutto d'un falso messia, che egli stesso ignora?

Il nutrir fastidio delle cose nostrali, e fanciullesca passione per

l'esotico ci disonora. Studiatelo almeno seriamente e non

dilettantescamente codesto forestierume; paragonatelo alle produzioni

indigene e poi sputate pure sentenze e cujussi; non è male saper di che

si parla. Volete miracoli da adorare? Io vi dirò, che pur è meglio non

adorar nulla: ma, quando persistiate, neh dove trovereste maggiori

miracoli dei vostri? Che se poi amate il subjetto della parola del

Cambronne, io vi consiglierò di guarire questa depravazione di gusto, ma

quando la coprofagia in voi si riconosca insanabile, beh! invece di

raccorre preziosamente stronzi _per l'Alemanno barbaro paese

discorrendo_ (come diceva Masuccio Salernitano) per minor male

invaghitevi dello sterco Italiano: ce n'abbiamo tanto!

Fame usurpate · 第 43 / 72 题