Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne e credere, che
tu sia peggio stanco di me: potrei continuare un pezzo ancora per
infastidirti, essendo il mio tema su per giù del genere di quelli
mentovati dal Coleridge: _Soggetti, su' quali e' mi sarebbe malagevole
non dir troppo, sebben certo al postutto di tacer sempre la miglior
parte e di lasciar più da spigolare altrui che non avrò mietuto io_; ma
per la meglio conchiuderemo. Una scrittura non deve aspirare ad esaurire
qualsiasi argomento, anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta
nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel darle una buona
spinta durevole per un pezzo; come quel gran calcio, col quale il Padre
Eterno, secondo l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti.
Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato alquanto a sbalzi,
quantunque abbia spesso fuorviato in digressioni, pure ho inteso di
svolgere un ordine di pensieri logicamente concatenati.
Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe, vi abbiamo ravvisato
un triplice contenuto eterogeneo: epopea, leggenda e novella. Vedemmo
l'epopea starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non fuse in una
monade artistica, appaiono solo agglutinate esternamente. Esaminammo la
novella, che rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea;
nell'esecuzione, difettosa dello sviluppo psicologico, il quale suol
formare il poetico e la malia del genere. Notomizzata poi la leggenda,
vi scoprimmo la deficienza d'un concetto organico, _caussa ex qua_ (per
trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica del Van
Helmonzio) necessariamente derivasse ogni membro, ogni scena, ogni
verso; invece regnarvi sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni
ed esasperazioni momentanee dello scrittore, che ne desumeva pretesti ed
occasioni per isfogare i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze,
cioè dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì dell'opera
che dell'autore, giudicammo risultare tutti gli altri difetti organici
della tragedia, l'incertezza del tono, l'ironia neutralizzata, la
disocchiatezza pei migliori momenti poetici, la sproporzione delle
parti, la disutilità della macchina, l'insussistenza dei caratteri, la
mancanza d'idealità e la sovrabbondanza d'Allegorico: colpe artistiche,
che non si ricomprano o compensano da bellezze particolari ed
incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente supporre,
e noi le abbiamo supposte arcigrandissime, per dispensarci
dall'esaminarle, senza incorrere nella taccia di parzialità.
-- «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita dalle opere del
Goethe in generale e dal _Fausto_ in particolare?» --
-- «Dove? in Lamagna o fuori?» --
-- «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il fenomeno è quel desso
dovunque s'avveri.» --
-- «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente diverso secondo il dove.
Distinguiamo, amico lettore stimatissimo.» --
-- «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla, tranne un po' di
fiato. Dunque, in Germania?..» --
-- «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella virtù l'amor proprio e
quel cosiddetto patriottismo, che n'è una forma particolare. Dice il
proverbio veneziano: _a tutti ghe sa de bon la so scorezeta!_ I prodotti
patrî sembran sempre portenti. Ricordati la gioia di Vittorio Alfieri,
nell'incontrare un somarello a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava
l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine nel rimpatriare: _la
melma della strada consolare era fango patrio! I cavalli scodinzolavano
confidenzialmente, come se fossimo stati antiche conoscenze, e le loro
mete mi parean belle quanto i pomi di Atalanta!_ Quel fango e quello
sterco eran la Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del
_Fausto_, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo, ancorchè questo
feticcismo dipendesse dall'imperfezione delle sue facoltà estetiche,
quistione etnografica ed antropologica, che qui non occorre sviscerare;
da quella imperfezione, che gli fa attribuir tanta tanta esagerata
importanza all'arte sua epigonica di stufa, e sentenziare tanto
erroneamente sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri
paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed alla cervogia, non puoi
pretendere fine giudicio sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e
del pan buffetto.» --
-- «Questo potrebbe correre, laddove la Germania fosse sola ad
applaudire il _Fausto_! Ma il mondo intero non può errare: _voce di
popolo, voce di dio!_»
-- «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come chi prendesse due
colombi ad una fava. _In primis_, non tutto il mondo consente, perchè,
se non altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi... supponendo che
tu sappi di latino, eccoti una sentenza ciceroniana: _Ego hoc iudico, si
quando turpe non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine
laudetur._ O, caso ti fossi in mal punto lasciato indurre da quel Mastro
di scuola (eminente se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e
non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar Cicerone, _non più d'una
vil succiola_ (per dirla col Redi), e quindi non attribuissi autorità
alle sue parole, eccoti qualcosa di patavino: _nil tam inaestimable est
quam animi multitudinis._ O, caso ti fossi lasciato sedurre da quel
Bertoldo anzi Cacasenno del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una
ghiarabaldana...»
-- «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo a sperdere nuovamente
in digressioni e citazioni, non la finiremmo più. Conosco i miei polli e
la tua chiacchiera!» --
-- «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore, scapatello e
bizzarro, fu chiamato in un paesucolo di provincia, sepolto fra gli
Appennini, ad impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete o
vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato all'Assunta. Que'
bravi provincialoni, te lo pagano anticipatamente e profumatissimamente,
te lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non tratteremmo
l'uomo, che pienamente incarnasse l'Universale del Pittore: feste e
cortesie! Capirai che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce od
i colori in vista delle occupazioni maggiori, che il trattenevano notte
e giorno vuoi nell'osteria a classificare i vini del contado per ordine
di merito, e sentenziar quali potrebbero figurare nella prossima
esposizione agronomica, vuoi presso qualche forese, che addottrinava non
so se nella filantropia o nella filandria. Frattanto si avvicinava e
finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora de' cieli e
patrona di quel borgo; ed il poverino si destò imbarazzatissimo: la
dimane dovea scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse, ahimè!
bianca come ei l'avea trovata.» --
-- «Scusa, sai, se t'interrompo: l'aneddoto è patetico, niuno più alieno
di me dal negarlo, commoventissimo, ma che c'entra?...»
-- «Col _Fausto_, eh? Ascolta ed impara. Ho riletto di fresco
l'Evangelia e ne ho appreso il parlar per parabola. Dunque, il nostro
pittore in imbarazzo, pensa, ripensa, escogitò una sottil malizia. Balza
di letto, scapigliato, scamiciato, e _sit venia verbo_ allenzuolato,
corre al terrazzino ed improvvisa un baccano del trentamila. Trae gente,
si fa popolo; che è? che non è? L'uomo al balcone somiglia un invasato
ed annunzia d'aver fruita una visione. Il pezzo più grosso tra'
celicoli, l'Assunta in propria persona, gli si è manifestata in sogno
(niente meno!) per ringraziarlo di averla così ben dipinta. E gli ha
dato l'annunzio d'averlo posto all'ordine del giorno delle legioni
celesti e proposto per non so qual paradisiaca decorazione (il Puoti mi
correggerebbe: _onorificenza_). Ed ha soggiunto, che, per dargli
maggiore e particolar segno della sua compiacenza, avea disposto, a nome
della barbara logica divina ed ahi! pur troppo patologica, secondo la
quale i figliuoli scontano pe' genitori.... Ma lasciami far punto a
questo maledetto periodo; e' mi vuol mancare il fiato. Dunque, l'Assunta
avea decretato e decretava, che nessun figliuolo di mignotta potesse
veder quella pittura, che anzi a costoro la parete apparisse nuda e
bianca. La fama della visione miracolosa si divulgò ratta qual lampo;
sembrò segno patente della protezione concessa dall'Assunta al popolo
suo; e, come ogni coglioneria, che venga sfrontatamente asserita, trovò
credito. Que' foresi avrebbero piuttosto rinnegati tutti gli articoli di
fede, che dubitato della sua verità. La dimane chiesa piena zeppa,
popolo stivato, accalcato; tutti col naso in aria. Il pittore disammanta
le pareti, supposte dipinte; ed un clamore unanime di ammirazione sorge
e rimbomba per quelle vòlte: _Bello, stupendo! Oh ma il viso di quella
madonnina! Oh gli angioletti! Oh quelle merite! Oh quella gloria! A me
piaccion più que' santerelli! Capolavoro! Il nostro pittore è un Sanzio
ed un Santo! Egli sarà cittadino de' cieli col favore della madonna,
accordiamogli il diploma di cittadino onorario del comune, così vivremo
sicuri che il nostro paese venga rappresentato in paradiso!_» --
-- «Ma dunque c'era dipinto qualcosa? o credevano di vedercela?
illusione ottica, eh?».
-- «Nòe, fratel mio. Non c'era nulla, non vedevan nulla, ma nessuno
ardiva confessarsi figliuolo di mignotta. Pari sorte a quegli affreschi
è toccata al _Fausto_. I tedeschi han tanto asserito, ch'era un
capolavoro e la più bella cosa, nonchè del Goethe (ciò potrebbe
accordarsi) ma di quante letterature fur, sono e saranno, ed han tanto
fama di gente ammodo e dabbene; che gli altri popoli, quantunque forse
non vi scorgessero tante bellezze, non vi scoprissero tanta profondità,
non volendo passare ad ogni modo per zotici, han fatto coro. Così va il
mondo, amico; impara, impara. S'io fossi stato un di que' vecchi, de'
quali il Veneto dice: _i nostri vecci i stava cent'ani col cul a la
piova prima de far un proverbio_: ed anche: _i n'ha magnà la roba e i
n'ha lassà i proverbi_; francamente, fossi stato un di loro, ne avrei
fatto quest'uno, che mi par bellissimo e verissimo, (notalo nel tuo
taccuino): _Faccia di mattone e cuor di leone, signor del mondo fanno
ogni minchione._ Fa tesoro di quest'apoftegma, c'ha pochi d'ugualmente
inconcussi».
Questa è una ragione; ce n'ha poi du' altre, cioè _la nostra facilità ad
ammirare l'esotico e l'esser di moda la tedescheria_; ragioni queste,
che mi dispiace assegnare, perchè sembrerà a taluno, ch'io caschi nel
rettorico dell'amor patrio, come certi farisei, che si crocesegnano nel
sentir nominare cose forestiere. Ma non è colpa mia, se quel, ch'essi
blaterano accademicamente per crassa ignoranza, concorda in parte, con
quel, ch'io dirò, per saldo e maturo consiglio, frutto di parecchi begli
anni impiegati nello studio di letterature straniere. Nè mi pento
d'averveli consacrati, essendosi così rinvigorita la mia coscienza
d'Italiano, tanto che una rivista filosofica tedesca ha pensato
vituperarmi con l'epiteto ironico d'_Italianissimo_; suppongo che
intendesse offendermi, nè poteva conferirmi titolo, che maggiormente mi
solleticasse. A' tempi di fra Paolo si ripeteva nelle Lagune: _prima
veneziani e poi cristiani_; io dico: _prima Italiano e poscia omo_; e
m'appoggio al teorema filosofico che l'universale, il generico non può
esprimersi nell'individuale, tranne mediante il particolare. L'Uomo è un
tipo perfettamente astratto; di reale c'è solo l'uomo determinato come
razza e patria e cittadinanza.
Dunque, fonte dell'errore è l'ossequio eccessivo, l'ossequio pecorino ed
irrazionale tributato alle cose germaniche, da chi in buona fede le
ammira, senza conoscerle, come se lo svolgimento della stessa filosofia
alemanna avesse per maggiore importanza oltre una dotta curiosità. Qui
non è luogo a diffondermi sull'argomento; per conseguenza mi basta
indicare, che una filosofia non può prendersi a prestanza da un altro
popolo, ma bisogna ad una nazione saperla generar da sè. -- «Quand'anche
potessimo esser dotti dell'altrui sapere, almeno savî possiamo esser
solo della nostra propria saviezza» -- come ben dice Michele Eyquem di
Montagna. Sottosopra, il lettore se n'è certo avveduto, io seguo
l'estetica ed in genere la filosofia stessa, insegnata dallo
hegelianismo. Ma le seguo perchè quella dottrina è dimostrabilmente
conseguenza logica implicita, ancorchè non normale di tutta
l'enucleazione filosofica del pensiero Italiano. Ed appunto per assodar
questo punto non arrischio mai un teorema senza corroborarlo con una
citazione letteraria de' nostri classici. Vorrei così aprir gli occhi a
molti; e far loro toccar con mano da quanto tempo fossero retaggio
comune, ricchezza gratuita appo noi, tante dottrine, ch'essi, per
inscienza di storia letteraria ed artistica, reputano nuove di zecca,
solo perchè oltr'alpi circolano da poco. Vorrei far lor comprendere
quanto danno rechi il rendersi incomprensibile, adoperando formole
algebriche, indegne della limpidità della nostra favella.
Pappagalleggiando, non acquisteremo sicuro la stima degli stranieri,
veh! Certamente non vi possono essere due assoluti, uno per noi, uno pe'
tedeschi: ma vi possono essere centomila modi di conoscerlo quest'uno
assoluto, anzi vi sono e si adattano alle coscienze nazionali ed alle
individuali. Il Monte Bianco è sempre il medesimo, ondunque si guardi:
ma qual differenza di aspetti, secondo che stai nella valle d'Aosta od
in quella di Sciamuni, e secondo il punto della vallea, dal quale
guardi! Nondimeno, finchè si rimane in Metafisica, la disputa è più
terminologica che altro; ma quando si scende all'applicazione nelle
singole scienze, _comincian le dolenti note_. La filosofia tedesca si
propone esclusivamente (nèd oso basimarnela) di glorificare il
germanismo, di mostrare, che quelle nazioni lì furono principalissime
fra le storiche, che meglio delle altre incarnarono ed incarnano le
parti civili, che la loro filosofia, le loro istituzioni, le loro arti,
le loro letterature oscurano quelle de' rimanenti popoli. Parecchi
babbei se l'han bevuta e predicano questo nuovo evangelo. Ma figuratevi
l'impiccio d'ogni Italiano, che abbia mezza dramma di pudore e di buon
senso (so cattedratici, che ne vivono sprovvisti) quando s'è trattato
non più dell'importazione della metafisica hegeliana, anzi delle branche
della filosofia applicata! E veramente riuscirà un po' difficile il
persuaderci che la Riforma sia stata una bella cosa e buona, che tutti i
nostri grandi operassero inconcludentemente, che la nostra letteratura
non abbia importanza a petto alla tedesca, e che l'Arte nostra classica
impallidisca a fronte agli impiastri di Monaco e Düsseldorf! Le credenze
degl'individui sono il risultato dell'enucleazione intellettuale del
popolo; il che rende le opinioni viemmen libere, che altri non creda. Ma
quando ci faremo a studiare il nostro passato, ad indagarne le leggi?
quando cercheremo di pensare la nostra vita nazionale? e di rivendicare
a noi la gloria, che davvero ci spetta? quando ci avvedremo che chi più
accanitamente grida: _Hegel, Hegel! Goethe, Goethe! Kaulbach, Kaulbach!_
è d'ordinario chi men li conosce e meno può giudicarne, apostolo
farabutto d'un falso messia, che egli stesso ignora?
Il nutrir fastidio delle cose nostrali, e fanciullesca passione per
l'esotico ci disonora. Studiatelo almeno seriamente e non
dilettantescamente codesto forestierume; paragonatelo alle produzioni
indigene e poi sputate pure sentenze e cujussi; non è male saper di che
si parla. Volete miracoli da adorare? Io vi dirò, che pur è meglio non
adorar nulla: ma, quando persistiate, neh dove trovereste maggiori
miracoli dei vostri? Che se poi amate il subjetto della parola del
Cambronne, io vi consiglierò di guarire questa depravazione di gusto, ma
quando la coprofagia in voi si riconosca insanabile, beh! invece di
raccorre preziosamente stronzi _per l'Alemanno barbaro paese
discorrendo_ (come diceva Masuccio Salernitano) per minor male
invaghitevi dello sterco Italiano: ce n'abbiamo tanto!