Questo _infraddue_, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza
del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be'
momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e
gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad
esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la
parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico
libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta
come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per
cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente
accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come
Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che
segue.
Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella
seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale,
anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in un _fuori
del tempo_, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben
poco da un _fuori d'opera_;) diventa, come avemmo a dire, episodio
inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza
influsso determinato sulla sua enucleazione. Per amor di brevità mi
diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.
Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de'
termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo, _J'appelle chat un
chat et Rolet un fripon_), nella scena della cucina stregonica,
nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza,
salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non
ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron
gridare _terra, terra!_ o le menti de' compagni del greco Senofonte,
quando poteron gridare _mare, mare!_ Fausto è un vecchio, che, per
godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fra _carcami di
bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati_, si
fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una
ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nel
_Romito del Cenisio_, si scopre il _sorriso dell'Italica pianura_. Egli
tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e
basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva
rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano,
quando, alla prima recita del _Carmagnola_, vide, in una delle ultime
scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:
_finalmente!_ Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla
poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea
masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di
bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare
fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia
d'indiscreti: -- «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non
può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca,
piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a
comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di
presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si
effettivano, si concretano in una situazione. Mo' sì, che Fausto
simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente,
impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia
il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la
terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo
ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero
ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e
contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta
in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge
d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita,
spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun
inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione,
ad alcun errore, escludendo la _dolce e timida asinità giovanile_, come
dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura
scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo
una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa
voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser
sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci!
pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più
soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate
ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente
impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera,
non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il
promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così
minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la
verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita
dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento
d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non
desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni
hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della
vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a
rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi,
perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi
dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune
parole dell'Ecclesiaste: _Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est.
Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole
novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit
in saeculis quae fuerunt ante nos._ Magnifica occasione questa, che
s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello
Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme
mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza
nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e
risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» --
Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non
applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè!
non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che
stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero
Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non
possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da
permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva
fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche
altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse
Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti
svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della
scena dell'incantesimo:
_Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere_
_Elena greca in qualsivoglia femmina_[23].
[23] _Du siehst, mit diesem Tranke in Leibe,_
_Bald Helenen in jedem Weibe._
Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non
pure innamorato di _non so che Gentucca_, (giacchè in fatto di
volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso
a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di
Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza
impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la
necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in
ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci
dissennati:
_Un cotal matto intrabescato, in aria,_
_Puffete! e luna e sole ed ogni stella_
_Scoppiar faria, per divertir la bella_[24].
[24] _So ein verliebter Thor verpufft_
_Euch Sonne, Mond und Sterne,_
_Zum Zeitvertreib dem Liebchen in die Luft._
In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come
l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in
questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile
è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi
d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore
Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto ha _tradotto_, come
gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino:
ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori
Italiani, ch'io conosco, col _Fausto_. Lo stesso Aristofane non avrebbe
avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière,
nell'_Ammalato immaginario_ e nel _Borghese Gentiluomo_, non avrebbe
tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola
veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman
genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le
loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico
del Rabelais e del Machiavelli, quando esso uman genere, che stimava
stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorse _De presser
tendrement un navet sur son coeur!_ Il Goethe non era forse incapace di
accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per
tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolate _Satiro_, ben
degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale:
ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua
conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile del _Prologo
celeste_ surrogasse un _eterno muliebre_ in fine alla seconda parte) non
era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano
condurle a buon porto. E neppure nel _Satiro_, del resto, fu originale;
giacchè l'argomento è preso dal _Fauno, finto dio_, favola boschereccia
d'Illuminato Perazzoli da Imola (_Bologna_ M. DC. IV) e da' _Falsi dei_,
favola pastorale _piacevolissima_ di Ercole Cimilotti, Estuante,
accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon
presi per dei dagli abitanti di Arcadia.