XVII. -- _Disocchiatezza e la scena della maliarda._

Questo _infraddue_, quest'oscillare del poeta, questa indeterminatezza

del sentimento, quando gli fa trascorrer dinanzi inavvertiti i più be'

momenti originali offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli e

gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da fare. Ne prendo ad

esempio gli amori di Fausto con l'Elena greca; amori, che formano la

parte più suscettiva di un concettoso svolgimento poetico nell'antico

libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena greca: la prima, si racconta

come Fausto l'evocasse, innanzi agli attoniti studenti, ragunati per

cenare a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero talmente

accesi, da non poter chiudere occhio nella nottata; la seconda, come

Fausto ne facesse la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che

segue.

Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto, e rilegata nella

seconda parte, quell'avventura, che avrebbe dovuto essere l'essenziale,

anzi il fondamento dell'opera, è trasformata in un assurdo (in un _fuori

del tempo_, come Vittorio Hugo intitola un suo canto, che differisce ben

poco da un _fuori d'opera_;) diventa, come avemmo a dire, episodio

inconcludente, senza scopo nell'economia totale dell'opera, senza

influsso determinato sulla sua enucleazione. Per amor di brevità mi

diffonderò solo sopra un altro esempio oltre a questo.

Dopo la scena della cantina, stomachevolmente sciocca (mi servo de'

termini adatti e proprî, e, come diceva il Boleo, _J'appelle chat un

chat et Rolet un fripon_), nella scena della cucina stregonica,

nauseosamente insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di inconcludenza,

salutiamo ad un tratto un concetto sublime con più frenesia, che non

ingombrò le zucche de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron

gridare _terra, terra!_ o le menti de' compagni del greco Senofonte,

quando poteron gridare _mare, mare!_ Fausto è un vecchio, che, per

godere il mondo, la vita, da lui trascurati in gioventù fra _carcami di

bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi e tarlati_, si

fa ringiovanire per virtù d'incantesimi. Al lettore s'apre issofatto una

ridente prospettiva di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui nel

_Romito del Cenisio_, si scopre il _sorriso dell'Italica pianura_. Egli

tripudia al pensiero di farla finita con le astruserie, di far punto e

basta con le conversazioni inconcludenti e di vedersi balzar viva

rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al pubblico napoletano,

quando, alla prima recita del _Carmagnola_, vide, in una delle ultime

scene del quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:

_finalmente!_ Mi par di vederlo, quel dabben lettore, sdraiato sulla

poltrona a dondolo, cavarsi di bocca il sigaro, che fin allora avea

masticacchiato dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo di

bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera e fantasticare

fra sè e sè. Ascoltiamolo, quand'anche dovessimo meritarci la taccia

d'indiscreti: -- «Oh cattera, ci siamo! diceva ben io: non si può, non

può scroccarsi di pianta una riputazion colossale, gigantesca,

piramidale, come quella del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a

comprenderti, t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno di

presentarsi quale puro sfogo declamatorio, anzi si realizzano, si

effettivano, si concretano in una situazione. Mo' sì, che Fausto

simboleggerà davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente,

impremeditatamente, come semplice risultato dell'opera. Falcia, falcia

il mio Goethe; qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo la

terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori d'un vecchiardo

ringiovanito dagl'incantesimi; la senilità sconsolata del pensiero

ammogliata alla gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia e

contamina la vergine innocente. Bell'intreccio! il quale mi rappresenta

in modo stupendo la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge

d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni momento della vita,

spoetizzandoli sempre anticipatamente, non lasciando campo ad alcun

inaspettato, ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad alcuna illusione,

ad alcun errore, escludendo la _dolce e timida asinità giovanile_, come

dice lo Heine.... e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura

scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci lascia provar solo

una reminiscenza di quanto sappiamo altri aver provato! Fausto diventa

voi, me, noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca prima d'esser

sazi; che dico! prima di aver fatto checchessia, che possa stancarci!

pe' quali le passioni, pregustate con la cognizione, non han più

soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente vagheggiate

ed ultimate con la fantasia le sue creazioni, allorchè finalmente

impugna lo scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato dell'opera,

non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo impazienti dall'infanzia il

promesso destarsi de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così

minutamente quanto e quale avrà da essere, che, giunto, non ha più la

verginità d'impressione, la quale principalmente gli avrebbe attribuita

dolcezza, nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento

d'affetto, senza presentire, presapere, che il violeremo; non

desideriamo una donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni

hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo precondannati a far della

vita un'esercitazion rettorica, a ricalcare le orme de' predecessori, a

rifare e riprovare quanto altri han fatto e provato meglio assai di noi,

perchè ingenuamente, senza modelli e maestri. Ed i men persuasi

dell'autenticità della Bibbia, rimangon compresi dalla verità d'alcune

parole dell'Ecclesiaste: _Quid est quod fuit? ipsum quod futurum est.

Quid est quod faciendum est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole

novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens est». Iam enim praecessit

in saeculis quae fuerunt ante nos._ Magnifica occasione questa, che

s'offre al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato dello

Chateaubriand è abbozzo informe; e di darcela, rinsanguinando le forme

mitologiche cristiane. E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza

nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni parte della tragedia, e

risulterà la catastrofe. Bravo il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» --

Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza l'oste, prego. Non

applaudire il Goethe pel pensiero, che tu gli supponi e ch'egli, ahimè!

non ebbe. Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto, che

stimarono Pio IX riformatore e liberale per certe idee, che al povero

Papa non vennero in capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non

possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione di serietà, da

permetterci di perpetrarne impunemente senza discapito. Il Goethe poteva

fare, quel che tu dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche

altrimenti, e vo' dirti in che modo, io; come avrebber fatto forse

Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo negletti nostri secentisti

svolgendo ed incarnando il concetto, espresso nell'ultimo distico della

scena dell'incantesimo:

_Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere_

_Elena greca in qualsivoglia femmina_[23].

[23] _Du siehst, mit diesem Tranke in Leibe,_

_Bald Helenen in jedem Weibe._

Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico Fausto non

pure innamorato di _non so che Gentucca_, (giacchè in fatto di

volgarità, la Ghita lascia poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso

a venerare qualche decrepita sbilenca meretrice come le colonne di

Ercole e del buono e del bello. A che prostituisce la sua scienza

impareggiata? a giustificare con sofismi l'error suo. A che degrada la

necromanzia e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e terra a porsi in

ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo; a soddisfarne i capricci

dissennati:

_Un cotal matto intrabescato, in aria,_

_Puffete! e luna e sole ed ogni stella_

_Scoppiar faria, per divertir la bella_[24].

[24] _So ein verliebter Thor verpufft_

_Euch Sonne, Mond und Sterne,_

_Zum Zeitvertreib dem Liebchen in die Luft._

In questa crociata per imporre al mondo il proprio errore, come

l'Occidente medievale pretendeva imporgli le sue superstizioni, in

questo conflitto, debbe fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile

è accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per virtù di succhi

d'erbe, fa innamorare la Titania, Regina de' Genî, del rozzo tessitore

Bossom, che di giunta uno spiritello maliziosetto ha _tradotto_, come

gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in una testa d'asino:

ch'è presso a poco il modo di tradurre adoperato da' traduttori

Italiani, ch'io conosco, col _Fausto_. Lo stesso Aristofane non avrebbe

avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso Molière,

nell'_Ammalato immaginario_ e nel _Borghese Gentiluomo_, non avrebbe

tanto velenosamente sbuffoneggiate le traveggole umane. O la favola

veramente acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare del nostro uman

genere per altre favole, portati dell'idealismo medievale, con tutte le

loro parti brutte e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico

del Rabelais e del Machiavelli, quando esso uman genere, che stimava

stringere al seno i pomi de' giardini esperî, si accorse _De presser

tendrement un navet sur son coeur!_ Il Goethe non era forse incapace di

accogliere simili concetti, per dir così, titanici; e ne fan fede, per

tacer d'altro, le poche scene frammentarie intitolate _Satiro_, ben

degne che qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera colossale:

ma la sua naturaccia molle e mutevole, quasi meretricia, (e questa sua

conscia femminilità spiega, come al dio biblico virile del _Prologo

celeste_ surrogasse un _eterno muliebre_ in fine alla seconda parte) non

era atta a covarli con la costanza e l'esclusività, che solo potevano

condurle a buon porto. E neppure nel _Satiro_, del resto, fu originale;

giacchè l'argomento è preso dal _Fauno, finto dio_, favola boschereccia

d'Illuminato Perazzoli da Imola (_Bologna_ M. DC. IV) e da' _Falsi dei_,

favola pastorale _piacevolissima_ di Ercole Cimilotti, Estuante,

accademico inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino e Zani vengon

presi per dei dagli abitanti di Arcadia.

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