XVI. -- _Incertezze._

Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; ma _chi troppo

abbraccia nulla stringe_. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra

leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha

soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per

voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir

di fame _en bloc_;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un

solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è

stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un

avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il

suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada

e ragion per noi di dire: _dov'è tutto, non è nulla._ Malgrado

l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni

i frammenti del _Fausto_, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra

prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il

ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo.

Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare,

come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo

piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al

poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo

beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far

nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza

conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà

significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto,

soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni intrinseche, ciò

sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà

di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe

dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra

'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento,

che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di

Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano

bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o

svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no,

gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e

rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma

quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai

fare, implicando inconcettosità, _id est_ mancanza d'un concetto

definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe

in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era

appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il

comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato,

fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore

s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la

capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le

disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni

subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello

scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse

perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi,

per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un

modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva

con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano

con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme

invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella

contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne

costituiscono il fondo. (_Sconfinare da un conflitto_! Che frase! Non

dirò _Intendami chi può che m'intend'io_; perchè so, che il lettore m'ha

capito. Nè d'altro ho cura).

Ma che? se _il prologo celeste_ del _Fausto_ mi fa supporre un'opera

ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco

nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò

confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena

m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!

_Sperando meglio, si divien veglio_, dice l'adagio toscano. Durante

l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col

comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto

all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto,

nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo,

e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra'

due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto

lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le

scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare

perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue,

senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.

Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo

pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali

erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que'

momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non

ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia,

e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio: _uomo

solitario o bestia o angelo..._ (Nota, lettore, che l'angelo e la bestia

hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi

l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della

bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità;

mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta

bianca e non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io

mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al

bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava

sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un

cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si

usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che

venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi

ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni

tratto: -- «Povera Carmela mia! povera Carmela!» -- Se avessi sentito

solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un

corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano

semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso

nell'apatia poltrona digestiva _ut supra_.

Appunto così rimane il lettore del _Fausto_; manca il tono generale,

difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo

tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno.

Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le

parole, che Piero, nel _Convitato di pietra_ del Molière, dice alla sua

Carlottina in francese contadinesco: _Je te dis toujou la même chose,

par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la

même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose._

Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando

il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione.

Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e

della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del

protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta,

intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide,

che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica

brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea

necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un

acido corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la

negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner

ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello

studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte.

Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di

qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e

combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui

stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di

fondersi a monade in personalità viva ed intera.

Fame usurpate · 第 39 / 72 题