Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano; ma _chi troppo
abbraccia nulla stringe_. Il Goethe, come non ha saputo scegliere fra
leggenda, epopea e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha
soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a mo' di chi per
voler far allevar tutti i micini alla su' povera gatta li facesse morir
di fame _en bloc_;) così pure non gli diè il cuore di sacrificare un
solo di mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro. Ognuno è
stato ammesso ad inspirare un verso, una parlata, una scena, un
avvenimento, secondo che una impressione od un affetto qualunque il
suscitava; quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro aggrada
e ragion per noi di dire: _dov'è tutto, non è nulla._ Malgrado
l'affezione, con cui il Goethe ha lavorato e rilavorato per anni ed anni
i frammenti del _Fausto_, aggiungendone sempre di nuovi, non sembra
prender tanto sul serio il lavoro, che non gli venga arcispesso il
ghiribizzo di contemplarlo ironicamente, di satireggiarlo e parodiarlo.
Ora, non c'è che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare,
come più gli andasse a sangue, il mito popolare; di ritrattarlo a suo
piacimento; d'imporgli insomma lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al
poeta non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire a suo
beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè non è nel suo arbitrio il far
nulla d'arbitrario, anzi, se egli è poeta, non può concepire senza
conformarsi alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà
significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere soggetto,
soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni intrinseche, ciò
sono le più necessarie e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà
di scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e ciò, che potrebbe
dirsi il metodo secco della letteratura, fra 'l pianto ed il riso, fra
'l tragico e l'umoristico; nulla ostava a che trattasse quell'argomento,
che riassume in sè tutti i miti stregoneschi, come appunto Michele di
Cervantes-Saavedra ed assai meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano
bistrattato il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna o
svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo sul serio (perchè no,
gua'? c'è gente, che prende sul serio roba anche più bislacca!) e
rinsanguinare la forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo. Ma
quel, che non potea far lui, che nessun poeta al mondo potrebbe mai
fare, implicando inconcettosità, _id est_ mancanza d'un concetto
definito, (ch'è in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe
in morale); quel che non era in poter del Goethe di fare, gli era
appunto quel, ch'egli ha preteso fare: l'oscillare fral sublime ed il
comico, fral tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato,
fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere, che il lettore
s'immedesimi talmente, non con l'andamento dell'opera, anzi con la
capestreria dello scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le
disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per sue ragioni
subjettive, che non c'entrano con le necessità e le determinazioni dello
scritto. Ora, in Arte, il capriccio è inammessibile; ed ecco forse
perchè le donne non sanno concludervi mai null'altro se non che fiaschi,
per quanto la generosità virile le degni talora di plauso. Adottato un
modo di vedere per un lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva
con ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo supremo e sovrano
con ogni objetto, sbrigliato è soltanto in apparenza; in fatto, ha norme
invalicabili, nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da quella
contraddizione sentita fra la forma tiranna e l'idea rubella, che ne
costituiscono il fondo. (_Sconfinare da un conflitto_! Che frase! Non
dirò _Intendami chi può che m'intend'io_; perchè so, che il lettore m'ha
capito. Nè d'altro ho cura).
Ma che? se _il prologo celeste_ del _Fausto_ mi fa supporre un'opera
ironica, volto poi la facciata ed incontro l'arcisublime (almanco
nell'intenzione) monologo del protagonista. A quale impressione dovrò
confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una altra scena
m'illumini sul carattere del lavoro. Ed avrò un bell'aspettare, si!
_Sperando meglio, si divien veglio_, dice l'adagio toscano. Durante
l'intero dramma, osserviamo un parallelismo incessante del sublime col
comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte dell'altro, l'uno accanto
all'altro, ignorandosi e distruggendosi a vicenda, nello stess'atto,
nella stessa scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo medesimo,
e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo: non c'è mediazione fra'
due termini, non c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto
lettore non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene dileggiar le
scene, le parlate caricatureggiar le parlate, ed i personaggi fare
perpetuamente le fiche ai personaggi; e rimane sbalordito, infraddue,
senza sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi di risa.
Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha guari in campagna. Avevo
pranzato non malaccio, e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali
erano assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno di que'
momenti d'apatia somma, ne' quali proprio l'uomo è materia inerte, non
ha più sentimenti, non ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia,
e le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il proverbio: _uomo
solitario o bestia o angelo..._ (Nota, lettore, che l'angelo e la bestia
hanno di comune la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi
l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto assai della
bestia; perchè questa possiede l'istinto almeno e l'individualità;
mentre il signor angelo è pura neutralità, acqua fresca mera, carta
bianca e non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo, ch'io
mi fossi in quel punto, appartato dagli amici, percoreva su e giù al
bujo una filza di stanze. In fondo, v'era una finestra, che affacciava
sur un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio d'un
cembalo ed il tripudio d'una tarantella prolungata. Dirimpetto, si
usciva sur una loggia; e di lì potevo ascoltar le grida disperate, che
venivano da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai singhiozzi
ed il pianto, malgrado le vane ciance delle vicine, sclamava ogni
tratto: -- «Povera Carmela mia! povera Carmela!» -- Se avessi sentito
solo le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato ad un
corso di pensieri o mestissimi o giulivi; ma così giungevano
semplicemente a neutralizzarsi nell'animo ed a lasciarlo immerso
nell'apatia poltrona digestiva _ut supra_.
Appunto così rimane il lettore del _Fausto_; manca il tono generale,
difetta il sentimento dominante. Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo
tautologicamente su tutti i toni, a rischio di diventare importuno.
Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando all'indulgenza tua con le
parole, che Piero, nel _Convitato di pietra_ del Molière, dice alla sua
Carlottina in francese contadinesco: _Je te dis toujou la même chose,
par ce que c'est toujou la même chose; et si ce n'était pas toujou la
même chose, je ne te dirais pas toujou la même chose._
Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco Mefistofele, evocando
il Re de' ratti, far la parodia della propria precedente incantazione.
Nella scena del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele e
della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente idillici del
protagonista, e della Margherita, li rendono burleschi: il poeta,
intendendo augumentar l'effetto colla contrapposizione, non si avvide,
che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una coppia alla comica
brutalità dell'altra, il momento più forte ed intenso dovea
necessariamente distruggere ed assorbire il più fiacco. Il riso è un
acido corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca: la
negazione è da più della semplice affermazione. Così pure il Wagner
ecclissa ed annulla Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello
studente è il punto culminante della metà leggendaria della prima parte.
Così, per finirla, Fausto e Mefistofele sono solo due semicaratteri, di
qua tutto il sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti e
combinati normalmente nella stessa persona bella o poetica, ma che qui
stanno disgiunti in due personaggi, rimasi imperfetti, invece di
fondersi a monade in personalità viva ed intera.