XV. -- _La novella del_ Fausto _ed una romanza di Federico Schiller_.

Questo modo, in cui s'è formato, o meglio (poichè si tratta d'un

prodotto inorganico) cristallizzato il _Fausto_ nella mente del Goethe,

ci dà l'intelligenza del come egli potesse confondere ed amalgamare due

temi eterogenei: una leggenda epica ed una novella. Per lui non è stata

mai incombenza seria lo svolgere il mito faustesco: ha pensato solo a

prenderne, a derivarne occasioni più o meno propizie, per isfogare i

proprî affetti, per esporre ed estrinsecare mille concetti suoi

subjettivi, per isghiribizzarsi insomma. Quindi, ha indugiato di

preferenza, non già dove ragion comandava, che il subjetto più

largamente si esplicasse, anzi dov'egli più si compiaceva. Così l'asino

_ricco e quartato_, che non viaggia mica pel minimo scopo, girovagando

pel mondo, non si trattiene ne' luoghi, dove potrebbe lavorare od

imparare di più, anzi là dove una qualunque momentanea capestreria

l'arremori. Quindi si spiega, come l'incidentale sia spesso spesso

svolto con accuratezza maggiore dell'essenziale; come un episodio possa

acquistar proporzioni da rincantucciare il soggetto primitivo in un

angoletto della tela. Quindi si capisce, perchè il Goethe non abbia

avuto tanto discernimento critico o tanto istinto produttivo, da

scernere i due temi d'indole diversa, affacciati contemporaneamente alla

sua fantasia, e, per conseguenza, o da ottare fra' due, come un

onorevole eletto in più collegi, o da lavorarli separatamente in due

produzioni diverse. E sapete, che ha ottenuto dal congiungere in istrano

nodo due composizioni di natura e di caratteri ripugnanti, eh? Il

plasmare un mostro letterario, non dissimile da quel mostro

teratologico, che furono Rita e Cristina: due testoline da' pensieri

distinti, due corpicciattoli di temperamento differente, collegati

eteroclitamente per le spine dorsali, i quali avevano alcune vertebre

comuni in siffatta guisa, che dava loro ogni podestà, anzi necessità di

nuocersi e nessunissima di giovarsi. La prima parte del _Fausto_, così

com'è, si suddivide in due; come la luna, ha due emisferi: uno

perpetuamente volto alla terra, l'altro eternamente sottratto alla

nostra vista. Dal principio alla scena della strega, prevalgono

esclusivamente gl'ingredienti leggendarî, dall'incontro della Margherita

sino al fine, e' si naviga in piena novella. E, quel ch'è peggio, le due

metà non sono organicamente congiunte, anzi arbitrariamente saldate; non

vediamo prorompere la novella analitica e psicologica, che è il forte

de' moderni, nel bel mezzo dell'ingenuo ed allegorico mondo della

leggenda; non acquistar coscienza l'uomo, il quale prima si è creduto

aggirato da potenze soprannaturali estrinseche ed ora finalmente

riconosce di non aver seguito se non l'indole e le passioni proprie, di

avere in sè le sue determinazioni. No, no: il prodotto di quest'unione

non è mica la fusione organica de' due generi, come nel centauro la

fusione del tipo umano col cavallino, anzi un impasto informe:

_... turpiter atrum_

_Desinet in piscem mulier formosa superne..._

_... donna leggiadra_

_Ne l'aspetto, si strema in atra coda_

_Di sozzo pesce..._

L'aquila che spiccava il volo verso l'Olimpo è impaniata! Una volta

arrenato nella novella, per quanto poscia messer Goethe s'arrabattasse e

sgobbasse e si sfacchinasse in ben sessantadue anni a sferrare la

navicella dello ingegno da quel banco di sabbia, fu indarno.

Ma, come c'è banco e banco, così pure c'è novella e novella; arrenare

alle foci del Tevere è una bùzzera: alleviato d'un po' di zavorra, il

bastimento si rialza di per sè; incagliare in un banco corallino a mezzo

le solitudini del Pacifico, è qualcosa di più serio. Veramente, la

novella è siffattamente connaturata, da tenere più o meno del prosaico;

essendo solo l'esposizione artistica di un caso, che rompe la monotonia

della vita ordinaria e vulgare, e quindi presupponendo la non esistenza

d'un mondo poetico, la nessuna poesia dell'epoca e del luogo. Il fatto,

da essa registrato, è una oasi, che presuppone il deserto; è la vita

organica, che vellica appena la prima buccia dell'immensità inorganica,

senza la quale sarebbe un impossibile; è uno sprazzo di luce nella

tenebria prosaica. Come se l'universo fosse una di quelle sterminate

basiliche, di quelle mostruose cattedrali buje buje nelle ore

vespertine, e come se qua e là poche lampade rischiarassero sulle pareti

o qualche affresco mezzo obliterato di Ambrogiotto Bondone o qualche

bassorilievo mezzo adeguato di Niccolò Pisano. La poesia sparita, almeno

agli occhi dello scrittore, dal corpo sociale, dalla vita complessa, si

rintana in qualche individuo, in qualche avvenimento.

Le forme artistiche e letterarie possono quasi quasi classificarsi come

le malattie. Alcune felicitano l'uman genere solo in certe date epoche,

sono _epidemiche_, come il signore o la signora Còlera o Colèra (non so

come abbia a dirsi, che, grazie al cielo, fra di noi, non s'è giunti ad

appurarne nemmanco il genere e la quantità!) Altre imperversano solo in

determinate contrade e sono _locali_; come esempligrazia l'avvenente

damigella Pellagra, buona ragazza, che, in Italia, non esce mai di casa

sua, della pianura lombarda. Vediamo il tal secolo o la tal gente

incapaci, incapacissimi di accozzare un dramma od un'epopea. Impossibile

ad un poeta ebreo di combinare un'opera drammatica pur che fosse,

ancorchè inferiore alle premiate dall'Accademia Pontaniana. Proverbiale,

che il francese _non ha testa epica_, nè la _Franciade_ del Viennet

(Potentissimo Sovrano, Gran Commendatore, Gran Maestro e Presidente del

Supremo Consiglio della Frammassoneria Scozzese antica ed accettata per

la Francia e sue dipendenze) smentisce il proverbio. Ma v'ha pure forme

letterarie comuni a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a tutti i popoli;

che _mutatis mutandis, servatis servandis, ommissis ommittendis_,

fioriscon sempre e dovunque. Fra queste, principalissima è la novella,

genere tanto facile, da crescere, _sit venia verbo_, spontaneamente,

come i fiorellini de' campi inculti, cui la mancanza d'innesto e

d'educazione non toglie o riseca gentilezza. Spesso il novelliere non

fece se non guardarsi intorno, intinger la penna: _Poi quel che vide ei

scrisse_; e, tante volte, dopo che egli si fu scapato ad inventare un

bel fatterello, eccolo accader tale e quale e' l'aveva immaginato: cosa

da ammattire! Delle cento novelle del Certaldese, chi nol sa? ve n'ha

tante, delle quali può provarsi ed un dabben uomo, il Manni, ha difatti

prolissamente tentato di provar di molte, co' documenti in mano, la

positività storica; ma forse non tutti sanno le più ritrovarsi nelle

altre letterature, e non solo nelle coeve, anzi pure nelle antichissime,

a cominciar dalla sanscrita: o che il medesimo fatto più volte

accadesse, o che gli eventi commettessero un plagio verso la poesia. La

credula zoologia d'un tempo ritenne le perle stille di rugiada

purissima, raccolte in mare da qualche ostrica: or bene, il mare salso e

sterile è questa vita umana; le stille di rugiada son quei rari e brevi

eventi, che l'addolciscono; l'ostrica è il povero scrittore; e la perla

è la novella, ch'egli forma in sè.

Avrebbe quindi torto marcio, chi si dolesse di non trovare nella Novella

l'idealità, che forma lo incanto di altre forme poetiche, putacaso dello

Idillio. Ma c'è un più ed un meno; c'è la novella, che quasi raggiunge e

tocca la pura atmosfera poetica, e ci ha quella, che riman fitta nella

mota; dalla gentilezza squisita di _Paolo e Virginia_ al cinismo

ributtante dell'_Angelo Gabriello_ o della _Pastorella_ del nostro

Marini, oh! v'è che ire! E sfido, sì davvero, ad accennarmi fra le più

oscene, di cui giustamente insuperbisce la Letteratura Italiana,

malgrado le ciance di chi pretenderebbe degradar la poesia ad ancella

della morale, sfido ad accennarmi una Novella più schifosamente prosaica

di quella, in cui immette e si conchiude la prima parte del _Fausto_ del

Goethe. Il protagonista seduce la Ghita non tanto con l'affetto, quanto

co' doni: pensando quell'anima di fango della ragazza, che tutti _corron

dietro all'oro, che dall'oro dipende tutto, che la beltà stessa del

povero è inutile e si loda mezzo per compassione_ (scena serale nella

cameretta della Ghita). Non basta, che Fausto ricorra ad una ruffiana

per trovar modo di affiatarsi con la ganza; per cattivarsi la mezzana,

commette una falsa testimonianza, cioè uno di quegli atti abjettissimi,

che non possono redimersi, se non col proprio sacrificio per degno

scopo, come accade nell'episodio di Olindo e Sofronia. Non basta, che la

volgarissima Ghita si conduca da sua pari; bisogna di giunta, che

avveleni la mamma; e, quel ch'è più, non intenzionalmente, anzi per

isbaglio. Non basta, che Fausto disonori Valentino; è d'uopo che

l'uccida, giovandosi slealmente delle arti diaboliche, e due persone

contr'una. E poi non solo abbandonerà la druda, anzi l'abbandonerà

incinta e nella miseria e senza che si capisca perchè; e la derelitta

commetterà un infanticidio e la processeranno e l'impiccheranno...

Ahimè, dove siamo cascati! Nella novella giudiziaria; anzi nel fatto

diverso di cronaca, per servirmi del gergo giornalistico! E tutto ciò

non è nemmanco, ultima speranza, non è nemmanco svolto con l'analisi

psicologica severa, accurata; che sola può render tollerabili siffatti

personaggi e cotali avvenimenti; che somministra tanta virtù

d'ossessione alle figure del romanzo moderno, e, richiedendo

imperiosamente i comodi dalla forma narrativa e la prolissità

dell'orazione sciolta, esclude in modo assoluto que' fatti e que'

caratteri dalla tragedia, anzi forse in genere ed in massima dalla forma

drammatica. Dove siamo? fra gente e condizioni, che, nella vita salda,

addimanderemmo svergognati e sozzure; e che, trattandosi d'Arte, ci

basterà chiamare roba impoetica, perchè deficienti della motivazione ed

esplicazione, che possono ancora destare un certo interesse estetico,

ancorchè di bassa lega.

Il Goethe, in un suo epigramma, si fa prima rimproverbiare d'aver

rappresentato sempre istrioni e zingari e simil gentame, quasi che non

conoscesse la buona società; e poi rimbecca la critica, rimpolpetta gli

oppositori, rispondendo: -- «Ho visto anche troppa buona società; la

chiaman buona, appunto perchè non dà il menomo appicco alla menoma

poesiucola!» -- L'epigramma (caratteristico assai pel Goethe)

sproposita, attribuendo al puro tematico vieppiù importanza, che non

abbia. Un galantuomo in sè non è certo più, ma non è neppure manco

poetico d'un furfante. La Poesia è arte assolutamente spirituale, che ci

affranca in tutto e per tutto dalla tirannide della materia: non siamo

più nella pittura, dove certamente una rovina incarna il concetto

dell'Arte, viemmeglio del più splendido palagio, ed un cencio

pidocchioso è incomparabilmente più pittoresco d'una _giamberga_

conforme all'ultimo figurino. Il poetico è nell'intima ragione de'

caratteri e non già nella pura apparenza del personaggio. Rappresentami

il boja, se ti pare; ma non me n'hai da darmene le vesti, l'abituro e

simili accessorî; anzi l'animo, che si dimostri nell'azione.

In che abbiano attinenza col mito faustesco la falsa testimonianza, il

matricidio involontario, lo infanticidio, l'alienazion mentale ed il

processo, questo subisso di prosa prosaica insomma, lascio giudicare al

benevolo lettore o malevolo. A me pare, che valga solo a diradare

l'atmosfera poetica, a farci ripiombare dall'olimpo leggendario in

galera e ne' postriboli: _Da tanta altezza in così basso loco._ Eppure,

il Goethe era siffattamente innamorato dell'episodio della Ghita; il

considerava qualcosa di tanto bello ed indovinato; che nella propria

autobiografia (da lui con troppa ingenua sincerità intitolata: _Verità e

favola_) si rammarica della facilità giovanile, con cui parlava de'

lavori in corso e se ne consultava con gli amici. Facilità, che gli

procacciò il dispetto di vedersi rubàto questo tema e sfruttato da

molti, prima ancora della stampa de' suoi frammenti fausteschi. Oh!

fatuità ingenua! Che c'è egli in questo episodio, che non sia triviale,

che non possa venir in mente ad ogni fedel minchione? Fra le altre

trattazioni, la men cattiva e più nota si è l'_Infanticida_, romanza

giovanile di Gian Cristoforo Federico Schiller (ch'era di due lustri

appunto minore del Goethe); cui nessun ingrediente, ch'è nella prima

parte del _Fausto_, manca, tranne Mefistofele; e, non rappresentando

Mefistofele nulla nulla nell'episodio della Margherita, ch'è po' poi

tutta la prima parte del _Fausto_, non per questo vi manca cosa alcuna.

Ma la forma di romanza è viemmaggiormente acconcia alla natura del

subjetto, dando campo di concentrar tutta la luce e l'attenzione sul

voluto momento poetico e facoltà di rincalzar nell'ombra i prosaici;

facendo del componimento uno sfogo lirico (ciò, che il Byron chiamò

poscia _monodia_) della rea nell'ascendere il patibolo. Chi non iscorge

quanto una simile posizione è favorevole alla poesia, la quale ama di

evocare, come una successione di lampi sempre più sfolgoreggianti, mille

immagini del passato, acciò meglio si vegga la tenebria del vedovo

presente? Cui non sovviene immediatamente lo strazio, che, da una

posizione consimile, ha saputo distillare Giacomo Leopardi nelle sue

_Ricordanze_? Chi non rammenta il soliloquio del Conte di Carmagnola,

incarcerato e presso a morte? non è se non un seguito di esclamazioni,

ma ogni esclamazione evoca un fantasma ed uno strazio. Se non che

l'_Infanticida_, scritta con l'enfasi rettorica e la smania d'effetto,

che lo Schiller non seppe o non volle ismetter mai e che gli fanno

scambiare il frastuono col vero, l'idropico col pingue, i tropi e le

figure (veste) col sentimento (corpo), non giunge (come fanno

stupendamente il Leopardi ed il Manzoni, ch'eran ben altre paste di

poeti) ad incarnare un'immagine ben contornata e viva; anzi si perde in

un linguaggio vago, incerto, che nulla poteva rappresentarmi allo

scrittore e nulla dice al lettore. Udite un po', come la Luisa ricorda i

suoi tempi giovanili! -- «Addio, sogni tessuti di oro, figli del

paradiso, fantasie! Ahi! che morirono nel bocciuolo, senza poter mai

fiorire alla luce! Mi copriva l'abito di cigno dell'innocenza,

leggiadramente adorno di rosei nastri,» -- eccetera. Questo è linguaggio

idropico, che mi cuopre il vuoto. I sogni non sono prodotto botanico,

del quale si abbiano a raccontar le vicissitudini; l'innocenza non è una

sartina, della quale vogli descrivermi gli abiti! Anzi e quelli e questi

sono stati contenuto della vita della Luisa, ed innanzi alla fantasia di

lei dovrebbero non presentarsi nell'indeterminato del nome generico,

bensì nella ricchezza del fatto speciale; come il _dato_ sogno, come la

_data_ azione, in cui si esternava l'innocenza! Il reato è scoverto, la

giustizia accorre: -- «Il bargello picchiava orribilmente, e più

orribilmente il mio cuore; lieta, io mi affretto a spegnere le fiamme

del mio dolore nella fredda morte.» -- Freddure e concettini invece di

sentimento. Da ultimo si accorge di aver commosso ad inutil pietà gli

astanti e finanche il boja. Qui dovrebbe balenarle la speranza

momentanea della salute, tosto dolorosamente rintuzzata e strozzata

dall'irremovibile realtà; ma invece essa dice: -- «Lacrime, lacrime

nello sguardo del carnefice? Bendatemi tosto gli occhi. Manigoldo, non

sai tu spezzare un giglio! pallido manigoldo, non tremare.» -- E

quest'ultimo tratto bellissimo davvero, o perchè deve essere

neutralizzato dalla ridicolaggine di quel pretensioso paragonarsi al

giglio; che non fu del resto mai simbolo delle sgualdrinelle? Lo

Schiller, come poeta lirico, è poco al disopra del nostro Parzanese; e,

come poeta drammatico, rimane inferiore al Niccolini... Ma noi Italiani,

passato il primo momento d'_engoûment_, siamo giusti estimatori del

merito de' nostri e non faremo certo mai per Bista Niccolini tutte le

pulcinellate, che i tedeschi han fatte per lo Schiller. Gli è pur vero,

che abbiamo di meglio del Niccolini e gli alemanni non hanno nulla di

superiore allo Schiller.

Fame usurpate · 第 38 / 72 题