Appunto come i _Patimenti del giovane Werther_, quantunque in guisa meno
apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le
opere del Goethe, ed il _Fausto_ anch'esso in capolista. Dell'_Affinità
elettiva_ l'Autore diceva: -- «Non v'è rigo, ch'io non abbia _vissuto_;
e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in
una sola lettera». -- Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il
suo cerotto? Del _Fausto_ poi dice: -- È qualcosa di affatto
incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno
stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto
questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri
intorno, come a tutti i problemi insolubili.» -- Dire, che l'autore vi
si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un
dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte
l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua,
è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche
matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi,
perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per
iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si
prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la
maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far
come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei
beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi
imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la
matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo,
farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con
qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema
poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la
neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che
si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e
poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera
d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lo _spiritus dei_ biblico, il
quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o
sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto,
ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già,
in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che,
una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza
recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel
paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili
al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato
egualissimamente da _uno ed altro desio_,
_..... sua cura_
_Sè stessa lega sì che fuor non spira._
Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate,
sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un
gocciol d'acqua; Columella, ad ararli e vangarli e zapparli, non vi
farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a
sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di
carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e
s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto,
in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi
da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate,
più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia.
Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pel _Fausto_ suo:
nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere
la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione,
almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di
Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: --
«di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di
Sciampagna in capo.» --
Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.
Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in
tedesco (e si noti, che l'autrice del libro _sull'Allemagna_, simile
solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):
_bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme_. Il
motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negli _Annali_ (per
quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non
m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io
gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano
oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma
nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di
spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso
chiamarlo _aneddoto_, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà
il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto,
granduca, e dal Goethe, favorito. Questi due monelli di quaranta o
cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di
corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le
persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi
beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge
al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname,
nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a
turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla
Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio.
Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata
freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe
e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!
Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più
sopra.
Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha
studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato;
appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza
trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de'
viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte
Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi;
come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non
vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e
da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il
vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il
pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in
cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad
intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render
qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo
all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così
accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno
una e due e tre volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad
unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze
o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e
sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo
molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e
fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone
Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que'
pezzi diversi ad un conglomerato, a _monade_ di palazzo, aggiungendovi
il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione
abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile
il dirlo.
Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo _monade_, che
pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua
Italiana, come la _salus patriae_ nella politica. Dicendo: _un'unità_,
formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla
monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla
sovrabbondanza dei sustantivi in _ità_. Ecco le ragioni buone o cattive,
le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo _unità_, il
vocabolo _monade_, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più
armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe
Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al
linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha
l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà
per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava
tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.
Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle
Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i
frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E
qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e
dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi,
d'epigrammi; profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi
allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua,
incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il
Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca
ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che,
s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che
chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e
concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a
dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico!
E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia
almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo
_Heu, nimium faciles qui tristia crimina...._
_Fluminea tolli posse putatis aqua!_
Dicevo: _in poesia almeno_, perchè in patologia, gli idroterapisti
sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e
bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si
dice in teologia, mi astengo dal parlare: _haec neque affirmare neque
refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est_, dirò con Tito
Livio _passim_.
Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nella _Dedica_,
uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto
tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto
del _Commiato d'Haydn_; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando
si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta
i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno
ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi
del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto
mondo, tra la _folla sconosciuta_, poichè le _anime, alle quali avea
cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti_; cui ogni _incerto
fantasma_ del suo poema è una reminiscenza _de' primi amori ed amicizie:
e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare_. Il poeta
stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno
altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza
del sentito e del provato in altr'epoca.
Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di
frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi,
perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva
pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star
meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i
lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi
incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi
e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando il _Fausto_
scena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come
cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello
scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani
lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso
comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega
e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delle _Nozze d'oro d'Oberone
con Titania_) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe
tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e
tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto
stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a
nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa
veste sugli omeri d'uno scimmione:
_Humani qualis simulator simius oris,_
_Quem puer arridens pretioso stamine serum_
_Velavit, nudasque nates ac terga reliquit_
_Ludibrium mensis._
Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita
del Goethe risultasse il _Fausto_, si dia la pena di scartabellarne
l'autobiografia e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime
pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non
tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.