XIV. -- _Genesi del Fausto e la Dedica._

Appunto come i _Patimenti del giovane Werther_, quantunque in guisa meno

apparente, maturarono presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le

opere del Goethe, ed il _Fausto_ anch'esso in capolista. Dell'_Affinità

elettiva_ l'Autore diceva: -- «Non v'è rigo, ch'io non abbia _vissuto_;

e v'è ficcata dentro più roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in

una sola lettera». -- Non vi pare di sentire un ciarlatano vantare il

suo cerotto? Del _Fausto_ poi dice: -- È qualcosa di affatto

incommensurabile. Si rifletta, che la prima parte fu prodotta da uno

stato alquanto torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto. Appunto

questa oscurità adesca gli uomini, che vi si affaccendano volentieri

intorno, come a tutti i problemi insolubili.» -- Dire, che l'autore vi

si è dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue anni, gli è un

dire appunto, che non ha mai saputo trovarne il bandolo. Tante volte

l'innamorata, per farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua,

è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle mani qualche

matassaccia arruffata di filo, che vuol raggomitolare; e noi,

perfidamente, invece di agevolarle il compito, facciamo il possibile per

iscompigliar sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza si

prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar qualche groppo, la

maliziosetta possa portar la fronte quasi fino alle nostre labbra e far

come se non si avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei

beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe essersi

imbertonato della Melpomene; e, mentre questa gli avea dato a tenere la

matassa del mito faustesco, intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo,

farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam fatto, ma con

qualcosa d'un po' meno stantio della Melpomene. Ripeto, in un tema

poetico c'è tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la

neutralità, il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo, è d'uopo che

si sviluppino in esso le forze chimiche e le fisiche e le dinamiche e

poi la vita organica. Perchè un tema poetico si trasformi in opera

d'arte, bisogna che l'autore vi trasfonda lo _spiritus dei_ biblico, il

quale noi addimandiamo concetto, come più gli aggrada o comico o

sublime, che poco importa. Pienissima libertà nella scelta del concetto,

ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà sparisce; come già,

in un paese benordinato, ci è largo campo a discuter le proposte, che,

una volta convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente senza

recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di far la zuppa nel

paniere. Ove il poeta rimanga imparziale fra venti concetti attagliabili

al tema, infraddue fra il tragico ed il buffonesco, tirato

egualissimamente da _uno ed altro desio_,

_..... sua cura_

_Sè stessa lega sì che fuor non spira._

Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni de' conti di fate,

sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su la verga, non ne stillerebbe un

gocciol d'acqua; Columella, ad ararli e vangarli e zapparli, non vi

farebbe venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri del mondo, a

sviscerarlo, non ne ricaverebbero un filone di metallo, un catollo di

carbon fossile. Pure, basta pronunziar sommessamente la parola magica, e

s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi d'incredibile fasto,

in fondo in fondo dei quali, ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi

da spessi cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate,

più belle del sole, simboli delle creazioni immortali di monna poesia.

Il Goethe non seppe trovare la parola dell'incantesimo pel _Fausto_ suo:

nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in fondo al bicchiere

la virtù poetica, come vi trovava la sua amabilità nella conversazione,

almeno secondo la competentissima Anna Maria Germana, Baronessa di

Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a dirgli ad un pranzo di corte: --

«di non poterlo sopportare, se non quando avesse un par di bottiglie di

Sciampagna in capo.» --

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una parentesi.

Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò sotto voce in

tedesco (e si noti, che l'autrice del libro _sull'Allemagna_, simile

solo in questo al vecchio Tacito, non intendeva sillaba di tedesco):

_bisogna dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie volte insieme_. Il

motto è riferito da lui stesso, se non isbaglio, negli _Annali_ (per

quanto eccessiva sia la mia smania d'esattezza nelle citazioni, non

m'incomoderò a scartabellare cinque o sei volumi per tale inezia). Io

gliel credo ed ammiro: chè, in verità, neppure uno sguattero Italiano

oserebbe dire ad una signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma

nella corte granducale vimariense, questo si stimava un tratto di

spirito: tra' ciechi il monocolo è Re. Ecco un fatterello (non oso

chiamarlo _aneddoto_, ricavandolo da un libro a stampa) che dimostrerà

il buon tono introdotto in quella corte microscopica da Carlo Augusto,

granduca, e dal Goethe, favorito. Questi due monelli di quaranta o

cinquant'anni, una sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di

corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che galateo, chiamar le

persone, le signore e sian pure signore da strapazzo, con soprannomi

beffardi!) mentre saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso, giunge

al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma che? non trova nè legname,

nè toppe: con le mani tocca una parete liscia, continua. Comincia a

turbarsi, a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre dalla

Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave e non risponde al picchio.

Risale, ritasta le mura: indarno! Ed in quel buio d'una nottata

freddissima, ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso principe

e l'arguto poeta avevan fatto tòrre l'uscio e murar la stanza!

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la parentesi aperta più

sopra.

Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per ogni banda, ma non ha

studiato, come sarebbe stato il debito, quel miracoloso tema inciampato;

appunto come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro, senza

trovar la porticina per entrare in istanza. Ha fatto a mo' de'

viaggiatori economi e prudenti, che, invece di ascendere il Monte

Bianco, si contentano di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi;

come chi per conoscer Napoli non vi mettesse il piede sul lastrico, non

vi dimorasse e praticasse, pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e

da Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo che soffiava il

vento o che gli ribolliva nell'animo, ha derivato dal mito faustesco il

pretesto, l'occasione d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in

cui, quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi; e questo ad

intervalli di tempo grandissimi, e più che sufficienti a render

qualunque uomo, non che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo

all'antico Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il materiale così

accatastato ammontava a quantità ragguardevole, ci si è messo intorno

una e due e tre volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo ad

unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo così detto delle Finanze

o di San Giacomo o de' Ministeri qui nella nostra Napoli, dove furono e

sono ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano in quel luogo

molti edifizî pubblici e privati, diversissimi d'epoca e di struttura e

fra gli altri una chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone

Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse di comporre tutti que'

pezzi diversi ad un conglomerato, a _monade_ di palazzo, aggiungendovi

il necessario. Che pasticcio ne sia risultato e quanta poca relazione

abbia la facciata della fabbrica con la disposizione interna, è inutile

il dirlo.

Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo _monade_, che

pensatamente ho scritto. La legge eufonica è suprema nella lingua

Italiana, come la _salus patriae_ nella politica. Dicendo: _un'unità_,

formi la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere dalla

monotonia, che in ogni volume un po' astratto, risulta fatalmente dalla

sovrabbondanza dei sustantivi in _ità_. Ecco le ragioni buone o cattive,

le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo _unità_, il

vocabolo _monade_, che in greco vuol dire il medesimo; ch'è più

armonico, ch'è già naturalizzato ed un po' più legalmente di Giuseppe

Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non appartenendo al

linguaggio vulgare, è scevro da ogni amalgama d'idee accessorie, ha

l'impassibilità, la neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà

per un termine scientifico e che il povero Geremia Bentham arrabbiava

tanto di non trovare quasi mai nella nomenclatura legale ed economica.

Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima della monade e delle

Finanze? Mi rammento! Dunque, il Goethe, per comporre a monade i

frammenti ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed ordinato! E

qua una zeppa, e là un puntello, più su mastice, più giù colla; e

dovunque e soprattutto intonaco e vernice di spirito, di frizzi,

d'epigrammi; profusione d'immagini e sentenze ed illecebre! E poi

allegoria in buon dato per nascondere le commettiture, perchè la statua,

incollata da centomila scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il

Giove Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio apparisca

ricavato da un masso o da una fusione! Non è d'uopo aggiungere, che,

s'egli non è riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che

chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi immaginabili e

concepibili, sono impotenti, inefficaci a riparare ed anche a

dissimulare il peccato originale della mancanza d'un concetto organico!

E questo benedetto peccato originale è d'una razza, la quale, in poesia

almeno, non si cancella con un risciacquo, con un battesimo

_Heu, nimium faciles qui tristia crimina...._

_Fluminea tolli posse putatis aqua!_

Dicevo: _in poesia almeno_, perchè in patologia, gli idroterapisti

sostengono il contrario, e guariscono con docce ed aspersioni e

bagnature ogni malore ereditato più o men legittimamente. Di quanto si

dice in teologia, mi astengo dal parlare: _haec neque affirmare neque

refellere operæ pretium est... famæ rerum standum est_, dirò con Tito

Livio _passim_.

Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non pentito nella _Dedica_,

uno de' più discreti squarci lirici, che mai prorompessero da petto

tedesco. Esso produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto

del _Commiato d'Haydn_; sinfonia, che (dicono) stringa il cuore, quando

si ode ammutolire uno strumento dopo l'altro e si veggono uno per volta

i sonatori finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare il quaderno

ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave, c'è uno strazio da non dirsi

del poeta e dell'uomo, che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto

mondo, tra la _folla sconosciuta_, poichè le _anime, alle quali avea

cantato i primi, non ascoltano i versi seguenti_; cui ogni _incerto

fantasma_ del suo poema è una reminiscenza _de' primi amori ed amicizie:

e rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare_. Il poeta

stesso non vede in quelle forme se non mera nebbia; e per lui non hanno

altra parte di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza

del sentito e del provato in altr'epoca.

Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta un seguito di

frammenti senz'altro nesso oltre i nomi de' personaggi; e dico i nomi,

perchè vedremo inconsistenti i caratteri. E prima scaltramente l'aveva

pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che non poteva star

meglio, e non obbligava ad applicarle la stregua, con cui misuriamo i

lavori poetici, che si presentano con mutria e sussiego, quasi

incarnassero dio sa quali concetti profondissimi, altissimi, lunghissimi

e larghissimi. Deposta l'idea di trovarceli, ed esaminando il _Fausto_

scena per iscena, parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come

cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti dello

scrittore; noi troviamo qua e là idillî passabili, non brutti brani

lirici, discreti epigrammi. Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso

comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre le scene della strega

e della tregenda e soprattutto l'intermezzo delle _Nozze d'oro d'Oberone

con Titania_) ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe

tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti malconnesse, di suoni e

tinte, che stonano, offende, assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto

stilistico, buttato su queste brutte conformazioni, sì che non giunge a

nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio l'effetto d'una preziosa

veste sugli omeri d'uno scimmione:

_Humani qualis simulator simius oris,_

_Quem puer arridens pretioso stamine serum_

_Velavit, nudasque nates ac terga reliquit_

_Ludibrium mensis._

Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari fatti della vita

del Goethe risultasse il _Fausto_, si dia la pena di scartabellarne

l'autobiografia e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle prime

pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione del biografo, non

tarderà a ravvisare ad uno ad uno tutti i personaggi della tragedia.

Fame usurpate · 第 37 / 72 题