Le idiosincrasie degli scrittori spiegano le peculiarità delle
scritture.
Cos'ha mai ricavato il Goethe da questo enorme tema, vasto in guisa che
l'intera divina Comedia dantesca v'è inclusa in forma d'episodio? Qual'è
il concetto del poema, o, come a lui piace scrivere, della _tragedia_,
ch'egli ha bravamente architettata sul sustrato mitico? Spiattellamola
com'ella è:
_......... amphora coepit_
_Institui; currente rota, cur urceus exit?..._
_.... Anfora a far s'imprese; e perchè poi,_
_Gira la ruota e n'esce orciuol?...._
Perchè? Vel dirò. La mente dello scrittore non ha saputo cogliere e
fermarsi ad esplicare un particolar lato poetico del subjetto vastissimo
ed un po' indeterminato, anzi vi ha spaziato dentro quasi a diporto,
senza nè volontà nè valore di abbracciarlo, comprenderlo, rimpastarlo ed
imprimervi la propria immagine e similitudine; ha rimaneggiata la cera
senza imprimervi alcun determinato suggello, senza volerne perdere il
minimo avanzo; ha fatto come il proto, quando, rimaneggiando una
composizione, cambia la giustificazione, cambia il formato, ma non muta
i tipi, nè molto meno le espressioni od i pensieri. Il Goethe, che
s'arrabatta col Fausto, mi ha l'aria d'un inquilino di locanda, il quale
si permette al più più di sparpagliare qualche sua masseriziuola su'
marmi de' cassettoni e del camminetto, di far appendere alla parete
qualche ritrattino a lui caro, di far traslocare qualche suppellettile,
ma che non ha nè dritto ned ardire di rimutare ogni cosa, di trasformare
l'arredatura della cameretta a suo capriccio e di pianta; perchè insomma
insomma poi non è il padron di casa. Faceva d'uopo d'un Atlante per
suffolcere il mondo, il microcosmo del mito faustesco; ed il Goethe ha
dimenticato, che quando si scardina un mondo, s'hanno da aver omeri da
sorreggerlo. E sì, che non ha mai neppure ammessa la possibilità di far
fiasco, neppure sospettato di essere impari a tanto tema; e che il mito
di Fausto non era peso dalle sue braccia, _nè ovra da polir con la sua
lima_. La mente sua non s'è mai agghiacciata estimandosi giustamente.
Per ammirarlo, dobbiamo ammettere,
_Qu'il est beau qu'un mortel jusques aux cieux s'élance,_
_Qu'il est beau même d'en tomber!_
Certo, se d'alcun'altra mai, ben potrà dirsi di questa fantastica
leggenda popolare o letteraria, ch'essa circoscrive in sè qualunque
concetto possa avere qualsivoglia ottimo artista: ma per arrivare a
quello con _la man, che obbedisce all'intelletto_, e' si richiede senza
meno, che un concetto sia nell'intelletto, sia nell'artista. Per fare lo
spezzatino di lepre, ci vuole, prima di tutto, una lepre. Il mito è
materia inerte come il marmo, come la donna amata; ed in esso si
nasconde tanto il comico quanto il sublime;
_... Il mal, ch'io fuggo; e 'l ben, ch'io mi prometto;_
_In te, Donna leggiadra, altera e diva,_
_Tal si nasconde;...._
spetta all'ingegno mio di cavarne quel, che meglio m'aggrada. Ma
concetti determinati poetici mancavano al Goethe. Parrà un paradosso! ma
tant'è! prego il cortese lettore di rammentarsi la distinzione stabilita
più su fra concetti scientifici e poetici. Un concetto poetico manca in
presso che tutti i lavori di lunga lena del Goethe: ed il difetto si
spiega agevolmente dal modo, in cui lavorava l'Eccellenza sua e dalla
natura intima delle opere, le quali sono per lo più in un certo senso,
mere poesie d'occasione. Non iscaturivano da potente esaltazione della
fantasia favoleggiatrice; anzi servivano di sfogo momentaneo per ogni
affetto, che ingombrasse, opprimesse l'animo dell'autore. Il poetare
equivaleva pel Goethe ad un purgante morale. Gli è uno spingere un
pocolino troppo in là o per dir meglio un prender troppo letteralmente
l'aristotelico concetto della _catarsi_; gli è un abbassare la poesia
nella cerchia dell'igiene e della dieta; gli è un dare all'attività
poetica simiglianza un po' po' eccessiva ed indiscreta col ponzare.
Io non conosco metodo più acconcio ad iscacciare il malumore, a dar
l'ostracismo alla melanconia, nè so che altri abbia sperimentato rimedio
più efficace a' maggiori turbamenti d'animo, alle passioni più
tempestose, dello scapricciarsi da solo a solo con madama penna, del
tentare di ritrarre e descrivere quel malumore, quella melancolia, que'
turbamenti, quelle passioni. _Probatum est!_ E stimo di poter esser buon
giudice in questo, perchè (o ch'io sia nato tale, o che tale io mi sia
divenuto per colpa propria od altrui) fatto sta, che sono una bestia
ipocondrica, ma come ce n'ha poche; ed appena ricordo d'aver riso di
cuore qualche rara, rarissima volta tanto, tanto tempo fa. Caso patissi
dello stesso malore, amico lettore, prova la mia ricetta: al primo
accesso d'umor nero, presto, lesto, impugna la penna, siedi a tavolino e
studiati di dire quel, che ti bolle in corpo. Doppio effetto benefico:
tutta la parte indeterminata, vaga, il _flebile nescio quid_, il _nequeo
quin fleam_ senza un perchè, il musicale dell'affetto insomma, svanisce,
non potendo concretarsi in parole; riman solo la parte salda del dolore,
la piaga vera davvero. Tenta di scandagliarla, auscultarla, specularla
ben bene: e, dopo cinque minuti, l'interesse tuo sarà trasferito dalla
passione alla descrizione della stessa, la guarderai objettivamente ed
ormai con più curiosità che partecipazione. Sarai rasserenato, e da
paragonarsi a que' studenti fanatici di medicina i quali inoculatosi il
viro sifilitico o trangugiati farmachi mal noti, per istudiare le fasi
vuoi dell'infezione, vuoi dell'attossicamento, tutti intenti nelle
osservazioni, non provano più il dolore. S'è dato il caso, che vedeste
di que' ritratti fotografici, venuti pur ora di moda, in cui la persona
medesima è riprodotta du' volte sul medesimo fondo in due atteggiamenti
diversi? esempligrazia, mentre vende guanti a sè stessa; mentre tocca il
polso al suo signor sè coricato ed infermo; mentre, con la pistola
ancora in pugno, urta col piede il cadavere della signoria propria, che
ha uccisa in duello? Oh que' ritratti! Io non so guardarli senza un
brivido strano! Dico bene? La più atroce fantasia, che possa assediar
l'uomo in sogno, non è, che le cariatidi del portone scuotano il pondo
dell'architrave e da que' robusti giganti, che pajono, salgono le scale
o scrollino alla Sansonesca l'edificio, per far le tarde vendette
dell'oppressione, _eo immitiores quia toleraverunt_; -- non è, che
mentre tu riposi tranquillamente nella cameretta serrata con doppio giro
di chiave, le figure lì dipinte, e penzolanti dalle pareti, abbiano a
distaccarsi dal quadro e venire a sedere sul tuo letto; -- non è, che tu
abbia a riscuoterti sepolto vivo nella tomba gentilizia, e schiattarvi
rosicchiando per fame i pugni rinsecchiti, oppure rinvenire come l'abate
Prévost, nel teatro anatomico, mezzo sezionato da una turba di pappini;
-- non è, che tutte le bestiacce del museo zoologico, pel quale conduci
la tua signora, racquistino ad un tratto ossa e polpe e si scaraventino
addosso a voi; -- non è, di cadere e cadere da una torre altissima giù,
giù, nell'abisso, senza dar mai un picchio nel fondo; -- non è, di
nuotare per un pelago sconfinato ed innavigato, spossandoti a fuggire da
frotte, stuoli, morre, eserciti, caterve, moltitudini innumerevoli di
que' paurosi mostri marini: orche, pescicani, caccialotti, balene; --
no, c'è peggio assai da immaginare. Questi spaventi son nulla al
paragone dell'orrendo sogno d'un Menecmo, d'un Simillimo, che vi sia
cioè nel mondo altri _tutto al volto, ai costumi, alla favella_ simile a
te; che porta il tuo nome; che da tutti è preso in fallo per te; che la
tua donna riceve, come accorrebbe te, e compiace, credendo appagarti;
delle azioni ree del quale tu innocente sei responsabile; che gode
malignamente di frantumare e contaminare ogni gioja tua, e farti
scontare il fio della sua perversità;..... Oh non v'ha pensiero più
fecondo di raccapriccio! Ebbene, tal'è press'a poco l'effetto dello
studio posto nel descrivere od analizzare le passioni proprie: l'animo
si sdoppia, il paziente e l'indagante divengono due, e la carne e la
mente, che soffrono, divengono estranee alla mente, che esamina e
ritratta: sono due Simillimi. Se non che, in questo caso, il male è
salubre, il _menecmismo ideale_ risana i corpi attossicati
dall'ipocondria o dalle passioni.
Certo, ogni commozion poetica prende innegabilmente le mosse da una
commozione effettiva dell'animo, ma non perchè l'una procede dall'altra
è da confondersi quella con questa. Anche il figliuolo si presuppone
generato dal su' babbo; e non per ciò sono una persona. L'impressione
naturale è _sempre scema_; semplice e cruda, non può chiamarsi poesia,
mancando dell'elemento principale, dell'idealità. Il bello naturale, per
diventare bello artistico e specialmente poetico, dev'essere elaborato
per tutti gli stadî della fantasia; come un cibo, per diventare aumento
e sussidio dell'organismo, deve subire tutte le operazioni meccaniche e
chimiche, le aggiunzioni e separazioni, che si addimandano _processo
digestivo_: l'intuizione di un objetto qualsiasi si trasforma mano mano
in immaginazione e l'immaginazione finalmente è tradotta ed innalzata a
fantasia pura e piena. Questa trasformazione e traduzione ha per iscopo
e termine la creazione di fantasmi autonomi, i quali non ritengono più
nulla di comune col fenomeno originale, che mise in moto la facoltà
generativa del bello. Un figliuolo adulto non ha più nulla di comune co'
genitori, nè la Madonna della Seggiola con la Fornarina, nè l'Aspasia
del Leopardi con Madama Targioni.
Il Goethe non isconfina mai mai dal primo stadio intuitivo; gli manca la
virtù digestiva suprema, che trasfigura l'obietto sentito o percepito
(cosa, persona, affetto, avvenimento) in fantasma: metamorfosi vieppiù
strana di quella, per cui acqua ed aria si trasformano in legno e
fronda, oppure asparagi e broccoli si tramutano in muscolatura ed ossame
o pelame. Egli sa adornare, raffazzonare, compaginare il percepito, ma
non può rimutarlo sostanzialmente, farne una cosa autonoma ed originale:
quindi eccolo costretto a fluttuare fra la _copia del vero_ e
_l'allegoria_, tra il fotografico ed il didascalico, forma incipiente
questa, forma evanescente quella dell'Arte, ed in fondo a dirla, tanto
l'una quanto l'altra estranee all'Arte. Ci dà quindi ritratti, relazioni
particolareggiate, descrizioni minute; tutta roba, onde può mostrarmi il
riscontro in natura, onde può rendermi scrupolosamente ragione: _ho
scritto la tal cosa così e così, perchè ho visto questo, ho sentito
questo_: se non che una bazzecola manca a tanta perfezione, quella
minchioneria, costitutiva dell'artistico e del poetico, ch'è l'elemento
fantastico, ideale.
Persuadiamoci finalmente, che n'è pur tempo, d'una verità, la quale ha
il sommo, (benchè non raro) pregio di non essere assiomatica, anzi di
risultar quasi conclusione dall'esplicazione del concetto estetico, in
Italia almeno. Quindi (è bene avvertirlo) potè ignorarsi o negarsi da'
nostri predecessori, senza che meritino taccia di sconnessi, come
sarebbe accaduto se avessero negato il quattr'e quattr'otto; ma non può
disconoscersi da noi altri senza mostrarci dappochi quanto chi credesse
ancora nel sistema tolomaico o nelle superstizioni medievali o nella
eccellenza del governo repubblicano. Dunque il bello artistico e, per
conseguenza, il poetico, non ti riuscirà mai di scavizzolarli nel mondo
delle cose, anzi devi stimarli parti della fantasia. Quando esistessero
effettivamente sceverati nella loro purezza; quanto il Bello naturale
fosse identico al Bellissimo, a quel, che, a scanso d'equivoci, per
adoperare una parola impregiudicata, monda d'idee accessorie, chiamerei
il _Pulcherrimo_, cioè, al Bello assoluto; le arti sarebbero pleonasma,
duplicato supervacaneo; ripeterebbero senz'alcun prò, peggiorando; a noi
si converrebbe inchinar per vera l'opinione, che le condannava ad
imitare servilmente la natura; e quelle divine idee si degraderebbero ad
onesto passatempo senza degno scopo sufficiente. Se la macchia e la
fattezza tipica e l'armonia ed il fantastico sfolgorassero nelle cose e
negli uomini, nei suoni e nelle voci naturali, nella vita e nella
storia, _in verbis, herbis et lapidibus_; oh guà! cesserebbe il perchè
della Poesia, della Scultura, della Musica e della Pittura. Invece di
spiroscafare sino in Toscana, _ch'è più in là dell'Abruzzo_, per
ammirarvi quei miracoli di Arte, che vi sono accumulati, invece di
arrampicarci su per le scale e degli Uffizî, (ripide tanto, ch'io ne
disgrado le vie _diserte e scoscese_, di cui Dante, e stupisco che il
_clubbe Alpino_ non le registri fra le più meritorie ascensioni!)
invece, dico, basterebbe spalancar le impannate o scendere in istrada; e
guardare i monti, il mare, le case, chi va, chi viene e chi sta. Invece
di accalcarci ne' teatri micidialissimi, nelle afose sale da concerti,
faremmo una passeggiatina lunghesso il marsonante o porgeremmo
l'orecchio a' suoni confusi esalati dalle campagne. Invece di
leggicchiare o scrivacchiare e poemetti e romanzucoli e drammonzoli,
ripenseremmo i nostri casi e gli altrui. Ma che! per quanto vaga sia la
femmina, che ti godi, ed il paese, in cui dimori, per quanto sia
svariata la tua propria vita, non ti appagano, ti lascian sempre il
desiderio di finzioni pittoriche e poetiche. Giacchè, ripetiamoci
ancora, l'Artistico, il Poetico non hanno effettività naturale, sono
anzi visioni della mente, quando concentra ed esaurisce tutto un dato
Universale od Esemplare od Archetipo, che dir si voglia, tutta una data
_Idea determinata_, in un particolar fantasma. Certo, conforme alle
norme del processo empirico, la primissima spinta ce la dà un oggetto:
ma veh, se non abbiamo succhi gastrici da digerir l'impressione, è vano
il lusingarci di cogliere il Bello. Il tale e quale dell'effetto
materiale non è poesia.
_Ho un bastoncel di legno, ricoperto_
_Di cuoio; ha nome marito: ma il legno_
_È legno, sa?_
dice cinicamente una donna poetica tedesca[19], la Maria della lirica di
Arrigo Heine intitolata _Ratcliff_, da non confondersi con la tragedia,
com'e' la chiama, intitolata _Guglielmo Ratcliff_[20]. Il legno riman
sempre legno e l'effettivo naturale non sarà mai il Poetico.
[19] _Hab' einen Stock von Holz, der ueberzogen Mit Leder ist; Gemahl
sich nennt; doch Holz Ist Holz._
[20] Non potevo prevedere, scrivendo questo studio, che ci sarebbe poi
stato, chi avrebbe avuto il barbaro coraggio ed il pessimo gusto di
voltare (molto infedelmente) in Italiano quelle sconciature
giovanili dello Heine, che sono le due sue pretese tragedie; e che,
nella nostra Italia, si sarebbero trovati pubblici babbei per
applaudire, quando in Germania stessa nessuno pensò mai a
rappresentare e nessuno le tenne rappresentabili.
A questo poetico, il Goethe non è giunto, se non radissime volte nelle
_Liriche_. I rimanenti scritti di lui sono da paragonarsi all'organismo
vegetale, che non ha potuto progredire fino alla vitalità animale ed al
pensiero umano, impigliato nel meglio della enucleazione. Noi seguiamo
fase per fase la più o meno splendida vegetazione delle opere del
Goethe; le vediamo germinare, crescere, fiorire, e rinsecchire; quel,
che non vediamo mai, si è, che pur una volta staccandosi dal terreno,
dalla melma del reale, che le ha prodotte, ed acquistando moto e ragion
d'essere propria, progrediscano fino ad incarnare un concetto; ripeto,
la vegetazione c'è, manca la vita, manca il pensiero.
L'aver assodato questo fatto, cioè, che la sensazione poetica del Goethe
è assolutamente identica con la sensazione materiale di lui, ci dà la
chiave del perchè le scritture sue più sentite, più affascinanti siano
appunto le giovanili, quando, ne' grandi poeti nostri, sogliono
piuttosto essere, non le senili, chè la vecchiezza è morte comune di
tutte le facoltà, anzi le vergate o dettate nell'età provetta. La
potenza creativa, la virtù plastica e caratteristica del signor
consigliere, fondandosi esclusivamente e dipendendo integralmente dalla
freschezza e dall'ingenuità dell'impressione fisica o morale, dovea
languire parallelamente all'infiacchirsi e al declinare di questa, con
l'ottundersi de' sensi e con l'infracidire in quella pettegola corte
granducale d'ultim'ordine, la quale egli avea per compito e per
ambizione di mantenere allegra: compito ed ambizione da giullare.
Non è lecito d'ignorare, in qual modo germogliassero i _Patimenti del
giovane Werther_. Tutti sanno che quel romanzo è un mosaico sul genere
della bandiera del piovano Arlotto, ricavato in gran parte da frammenti
di lettere e di un giornale veramente scritto, composto d'impressioni
effettivamente sentite, con personaggi conosciuti in società; che ha per
sustrato, insomma un amoretto ed una situazione sperimentati
dall'autore, nonchè un'avventura e la catastrofe d'un suo conoscente,
d'un certo Jerusalem[21]. Non osiamo lagnarcene, chè questo
essenzialissimo difetto estetico del libro, quando lo si consideri
com'opera d'Arte, questo suo esser _vero_ quasi dalla prima all'ultima
parola, questo suo esser prosa e non poesia appunto, gli conferisce
tanta forza d'ossessione, tanta efficacia ed evidenza; rende impossibile
lo scartabellarlo senza rimaner lì avvinti alla lettura, senza sclamare
ogni tratto: -- «È vero! è vero! l'ho provato anch'io!» -- senza
sognarne la notte. Sei stato mai a Pompei? Sì, eh? Dunque avrai ammirato
que' simulacri di statue in gesso, ottenuti recentemente, ricolmando con
iscagliola le cavità lasciate nella cenere impietrita da' cadaveri degli
antichi pompejani sciolti in polvere? Or bè, che te ne pare? Son
qualcosa d'informe, di orrendo, n'è vero? Giurabbacco, non
t'arbitreresti a paragonarli nemmanco per burla al _Gladiatore
moribondo_, al _Marsia scorticato_, all'_Anteo soffocato_ alla _Pietà_
michelangiolesca? Pure, quanto maggiore ispavento e compatimento non
incutono? quanto non è loro più facile commuoverci fino alle lacrime,
farci rimaner di sasso, lì sbigottiti? Dico bene? O perchè? Per la
materialità loro stessa: per quella potenza di espressione; per l'idea,
che non sono una finzione d'artista. Ecco la maschera d'un uomo, che s'è
buttato vinto per morire; ecco un volto umano vero, il volto d'un dato
uomo, che ha vissuto davvero, eccolo sconvolto non da un dolore
simulato, come la fisonomia dell'istrione, come il _marmo del trojan
Laocoonte_, bensì da una stretta disperata e mortale. In quella
scagliola, stanno impigliati gli ossami d'infelici, de' quali il gesso
con l'arrendevole flusso ha surrogate le parti molli. Ed io, che guardo,
non provo più un'emozione estetica, anzi un dolore effettivo e positivo.
Non mi veggo più dinanzi un sasso scolpito ad immagine e similitudine
della Niobe, madre infelicissima, anzi l'orrido scoglio appunto, che fu
la Niobe ed ebbe vita al par di me. Non assisto ad un assalto di
scherma, nel quale gusterei la disinvoltura e la pratica degli emuli;
anzi son testimone in un duello, in cui ogni botta vien diretta a
spillar sangue ed a trabalzar nel nulla la vita de' contendenti. Non
intendo più ad una rappresentazione teatrale, dove mi si spiegano i varî
moti delle passioni d'un moribondo, anzi contemplo un combattimento
gladiatorio che non avrà fine, se non con la morte d'uno de'
gareggianti. L'autore stesso, parlando del _Werther_ in vecchiaja, nel
M.DCCC.XXIV, diceva: -- «È una creatura, che ho cibata, quasi pellicano,
col sangue del mio cuore. V'è tanto del più intimo del mio petto,
sentimenti e pensieri, quanto basterebbe per un romanzo in dieci di que'
volumetti. Del resto, sol'una volta ho riletta l'opera; e mi guarderei
bene dal ritentar la pruova. Sparge razzi incendiarî. Mi sbigottisco e
temerei di sentir nuovamente lo stato patologico, che produsse lo
scritto». -- Male, quando la produzione artistica è effetto d'uno stato
o stadio patologico.
[21] Vedi l'opera tedesca intitolata: _Goethe e Werther. Lettere del
Goethe, le più giovanili, con documenti illustrativi, pubblicate da
A. Kestner, Regio Consigliere d'Ambasciata Annoverese, Incaricato
d'affari presso la Santità del Papa. Seconda Edizione. Stoccarda ed
Augusta, presso il Cotta, M.DCCC.LV._
Ma chi oserà biasimare il modo di comporre, cui dobbiamo il _Werther_?
Arte o non Arte, è qualcosa di stupendo. Chi torcerebbe gli occhi da
que' gessi pompejani, allegando l'irragionevol ragione, che non sono la
Niobe? chi rifiuterebbe di presenziare ad una tauromachia, iscusandosi
col dire, che non è il _Filippo_ o la _Mirra_? Quegli spettacoli ci
commuovono potentemente; e basta. Ma badiamo però, veh! tal commozione
non è punto estetica: è la commozione brutale, che produce lo aspetto
del vero, non la commozione ideale, che vien generata dalla
contemplazione dell'opera d'arte. Comico è quindi il plauso, che questo
procedere indigesto ha incontrato in Germania, dove quasi quasi, invece
di legger le biografie del Goethe per meglio comprenderne le scritture,
se ne studiano anzi le opere come illustrazion della vita. I termini
vengono invertiti. A noi, la _Vita di Vittorio Alfieri, scritta da
esso_, ci dischiude l'intelligenza della poesia di quell'uomo
miracoloso, che seppe tanto caratterizzar sè stesso in un verso:
_Scrivo, perchè non m'è dato di fare_; ed i tedeschi si discervellano
sul _Fausto_, sulla _Jfigenia in Aulide_, sul _Tasso_, sulle _Affinità
elettive_, sul _Guglielmo Maestri_, eccetera sulle più insignificanti
corbellerie vergate dal Goethe, per indagare che ci fosse nell'animo di
lui in quel tal tempo, quali fossero allora le sue pratiche ed i suoi
trastulli. Ed ove si consideri da una banda l'ignobiltà d'una vita di
ottantatrè anni, sciupata in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi,
fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d'una corte granducale, in un
ambiente accuratamente depurato d'ogni egregio affetto, patriottismo,
grandi ambizioni, libertà politica e simili; dall'altra l'idolatria, con
la quale i tedeschi l'han vagheggiata, quasi ultimo ideale di una vita
virilmente spesa e felice; si potrà formolare sulle condizioni morali
dell'intera Germania un giudizio, forse e senza forse poco lusinghiero,
ma giusto e meritato. E, se volete ben comprendere la superiorità morale
del popolo Italiano, rammentatevi quali furono i poeti, che
vagheggiavamo per ideali; l'abisso, che separa l'anima sdegnosa d'un
Vittorio Alfieri da' consiglieri aulici Federico di Schiller e Gian Lupo
di Goethe, uomini di plebe nobilitati, vi dà la misura della distanza
fra le due nazioni.
Ma che parlo della corte di Vimaria e degli ozî insulsi ed
istenterelleschi del nostro autore? Conveniva egli stesso di averci
sciupato molto tempo facendo l'impresario: -- «Invece, avrei potuti
scriver parecchi bravi drammi: ma non me ne pento. La mia attività e la
mia produzione, io le ho sempre considerate simbolicamente; e mi è stato
in fondo indifferentissimo il far pignate o scodelle». --
Del resto, è vero, che il Goethe v'ebbe anche di serie di occupazioni:
per tacer dell'altre, fu ministro della guerra. L'esercito vimariense si
componeva di seicento uomini con una cavalleria di cinquanta usseri; ed
il Ministero, d'un ministro e d'un segretario con uno scrivano. Esercito
però sempre ragguardevole, se paragonato a quello del conte di
Limburgo-Styrum, il quale possedeva uno stupendo reggimento di usseri,
composto da un colonnello, sei uffiziali e due gregari[22].
[22] Non c'era pericolo, che potesse vincer delle battaglie di Sadowa e
di Sedan; ed era meglio per la pace e la felicità del mondo.
In omaggio all'acume critico del tedesco, convien pure, ch'io dica, aver
egli più d'una volta compreso questo suo stato d'inconcludenza morale.
Non citerò autori moderni, anzi le parole, che il ladro conte palatino
Gian Casimiro scriveva nel MDLXXVIII (nel tempo appunto in cui si
elaborava dalla coscienza popolare il mito di Fausto) al Langravio di
Assia: -- «Il Duca d'Alba mostrò di conoscerci per bene, quando
trascorse a dire, i principi tedeschi esser come i leoni, i grifoni e
l'aquile de' loro stemmi; grandi animalacci ben provveduti d'unghioni,
d'artigli, di zanne e di rostri, ma inetti non che a mordere e
graffiare, a morsecchiare e sgraffignare. Ad ogni straniero è notissimo
che noi sappiamo scrivucchiare e consumar carta, e ragunar fatue
assemblee, ma non già conchiuder checchessia; il che per fermo ridonda
di sommo vilipendio alla nazione tedesca».