XIII. -- _Modo in cui il Goethe poetava._

Le idiosincrasie degli scrittori spiegano le peculiarità delle

scritture.

Cos'ha mai ricavato il Goethe da questo enorme tema, vasto in guisa che

l'intera divina Comedia dantesca v'è inclusa in forma d'episodio? Qual'è

il concetto del poema, o, come a lui piace scrivere, della _tragedia_,

ch'egli ha bravamente architettata sul sustrato mitico? Spiattellamola

com'ella è:

_......... amphora coepit_

_Institui; currente rota, cur urceus exit?..._

_.... Anfora a far s'imprese; e perchè poi,_

_Gira la ruota e n'esce orciuol?...._

Perchè? Vel dirò. La mente dello scrittore non ha saputo cogliere e

fermarsi ad esplicare un particolar lato poetico del subjetto vastissimo

ed un po' indeterminato, anzi vi ha spaziato dentro quasi a diporto,

senza nè volontà nè valore di abbracciarlo, comprenderlo, rimpastarlo ed

imprimervi la propria immagine e similitudine; ha rimaneggiata la cera

senza imprimervi alcun determinato suggello, senza volerne perdere il

minimo avanzo; ha fatto come il proto, quando, rimaneggiando una

composizione, cambia la giustificazione, cambia il formato, ma non muta

i tipi, nè molto meno le espressioni od i pensieri. Il Goethe, che

s'arrabatta col Fausto, mi ha l'aria d'un inquilino di locanda, il quale

si permette al più più di sparpagliare qualche sua masseriziuola su'

marmi de' cassettoni e del camminetto, di far appendere alla parete

qualche ritrattino a lui caro, di far traslocare qualche suppellettile,

ma che non ha nè dritto ned ardire di rimutare ogni cosa, di trasformare

l'arredatura della cameretta a suo capriccio e di pianta; perchè insomma

insomma poi non è il padron di casa. Faceva d'uopo d'un Atlante per

suffolcere il mondo, il microcosmo del mito faustesco; ed il Goethe ha

dimenticato, che quando si scardina un mondo, s'hanno da aver omeri da

sorreggerlo. E sì, che non ha mai neppure ammessa la possibilità di far

fiasco, neppure sospettato di essere impari a tanto tema; e che il mito

di Fausto non era peso dalle sue braccia, _nè ovra da polir con la sua

lima_. La mente sua non s'è mai agghiacciata estimandosi giustamente.

Per ammirarlo, dobbiamo ammettere,

_Qu'il est beau qu'un mortel jusques aux cieux s'élance,_

_Qu'il est beau même d'en tomber!_

Certo, se d'alcun'altra mai, ben potrà dirsi di questa fantastica

leggenda popolare o letteraria, ch'essa circoscrive in sè qualunque

concetto possa avere qualsivoglia ottimo artista: ma per arrivare a

quello con _la man, che obbedisce all'intelletto_, e' si richiede senza

meno, che un concetto sia nell'intelletto, sia nell'artista. Per fare lo

spezzatino di lepre, ci vuole, prima di tutto, una lepre. Il mito è

materia inerte come il marmo, come la donna amata; ed in esso si

nasconde tanto il comico quanto il sublime;

_... Il mal, ch'io fuggo; e 'l ben, ch'io mi prometto;_

_In te, Donna leggiadra, altera e diva,_

_Tal si nasconde;...._

spetta all'ingegno mio di cavarne quel, che meglio m'aggrada. Ma

concetti determinati poetici mancavano al Goethe. Parrà un paradosso! ma

tant'è! prego il cortese lettore di rammentarsi la distinzione stabilita

più su fra concetti scientifici e poetici. Un concetto poetico manca in

presso che tutti i lavori di lunga lena del Goethe: ed il difetto si

spiega agevolmente dal modo, in cui lavorava l'Eccellenza sua e dalla

natura intima delle opere, le quali sono per lo più in un certo senso,

mere poesie d'occasione. Non iscaturivano da potente esaltazione della

fantasia favoleggiatrice; anzi servivano di sfogo momentaneo per ogni

affetto, che ingombrasse, opprimesse l'animo dell'autore. Il poetare

equivaleva pel Goethe ad un purgante morale. Gli è uno spingere un

pocolino troppo in là o per dir meglio un prender troppo letteralmente

l'aristotelico concetto della _catarsi_; gli è un abbassare la poesia

nella cerchia dell'igiene e della dieta; gli è un dare all'attività

poetica simiglianza un po' po' eccessiva ed indiscreta col ponzare.

Io non conosco metodo più acconcio ad iscacciare il malumore, a dar

l'ostracismo alla melanconia, nè so che altri abbia sperimentato rimedio

più efficace a' maggiori turbamenti d'animo, alle passioni più

tempestose, dello scapricciarsi da solo a solo con madama penna, del

tentare di ritrarre e descrivere quel malumore, quella melancolia, que'

turbamenti, quelle passioni. _Probatum est!_ E stimo di poter esser buon

giudice in questo, perchè (o ch'io sia nato tale, o che tale io mi sia

divenuto per colpa propria od altrui) fatto sta, che sono una bestia

ipocondrica, ma come ce n'ha poche; ed appena ricordo d'aver riso di

cuore qualche rara, rarissima volta tanto, tanto tempo fa. Caso patissi

dello stesso malore, amico lettore, prova la mia ricetta: al primo

accesso d'umor nero, presto, lesto, impugna la penna, siedi a tavolino e

studiati di dire quel, che ti bolle in corpo. Doppio effetto benefico:

tutta la parte indeterminata, vaga, il _flebile nescio quid_, il _nequeo

quin fleam_ senza un perchè, il musicale dell'affetto insomma, svanisce,

non potendo concretarsi in parole; riman solo la parte salda del dolore,

la piaga vera davvero. Tenta di scandagliarla, auscultarla, specularla

ben bene: e, dopo cinque minuti, l'interesse tuo sarà trasferito dalla

passione alla descrizione della stessa, la guarderai objettivamente ed

ormai con più curiosità che partecipazione. Sarai rasserenato, e da

paragonarsi a que' studenti fanatici di medicina i quali inoculatosi il

viro sifilitico o trangugiati farmachi mal noti, per istudiare le fasi

vuoi dell'infezione, vuoi dell'attossicamento, tutti intenti nelle

osservazioni, non provano più il dolore. S'è dato il caso, che vedeste

di que' ritratti fotografici, venuti pur ora di moda, in cui la persona

medesima è riprodotta du' volte sul medesimo fondo in due atteggiamenti

diversi? esempligrazia, mentre vende guanti a sè stessa; mentre tocca il

polso al suo signor sè coricato ed infermo; mentre, con la pistola

ancora in pugno, urta col piede il cadavere della signoria propria, che

ha uccisa in duello? Oh que' ritratti! Io non so guardarli senza un

brivido strano! Dico bene? La più atroce fantasia, che possa assediar

l'uomo in sogno, non è, che le cariatidi del portone scuotano il pondo

dell'architrave e da que' robusti giganti, che pajono, salgono le scale

o scrollino alla Sansonesca l'edificio, per far le tarde vendette

dell'oppressione, _eo immitiores quia toleraverunt_; -- non è, che

mentre tu riposi tranquillamente nella cameretta serrata con doppio giro

di chiave, le figure lì dipinte, e penzolanti dalle pareti, abbiano a

distaccarsi dal quadro e venire a sedere sul tuo letto; -- non è, che tu

abbia a riscuoterti sepolto vivo nella tomba gentilizia, e schiattarvi

rosicchiando per fame i pugni rinsecchiti, oppure rinvenire come l'abate

Prévost, nel teatro anatomico, mezzo sezionato da una turba di pappini;

-- non è, che tutte le bestiacce del museo zoologico, pel quale conduci

la tua signora, racquistino ad un tratto ossa e polpe e si scaraventino

addosso a voi; -- non è, di cadere e cadere da una torre altissima giù,

giù, nell'abisso, senza dar mai un picchio nel fondo; -- non è, di

nuotare per un pelago sconfinato ed innavigato, spossandoti a fuggire da

frotte, stuoli, morre, eserciti, caterve, moltitudini innumerevoli di

que' paurosi mostri marini: orche, pescicani, caccialotti, balene; --

no, c'è peggio assai da immaginare. Questi spaventi son nulla al

paragone dell'orrendo sogno d'un Menecmo, d'un Simillimo, che vi sia

cioè nel mondo altri _tutto al volto, ai costumi, alla favella_ simile a

te; che porta il tuo nome; che da tutti è preso in fallo per te; che la

tua donna riceve, come accorrebbe te, e compiace, credendo appagarti;

delle azioni ree del quale tu innocente sei responsabile; che gode

malignamente di frantumare e contaminare ogni gioja tua, e farti

scontare il fio della sua perversità;..... Oh non v'ha pensiero più

fecondo di raccapriccio! Ebbene, tal'è press'a poco l'effetto dello

studio posto nel descrivere od analizzare le passioni proprie: l'animo

si sdoppia, il paziente e l'indagante divengono due, e la carne e la

mente, che soffrono, divengono estranee alla mente, che esamina e

ritratta: sono due Simillimi. Se non che, in questo caso, il male è

salubre, il _menecmismo ideale_ risana i corpi attossicati

dall'ipocondria o dalle passioni.

Certo, ogni commozion poetica prende innegabilmente le mosse da una

commozione effettiva dell'animo, ma non perchè l'una procede dall'altra

è da confondersi quella con questa. Anche il figliuolo si presuppone

generato dal su' babbo; e non per ciò sono una persona. L'impressione

naturale è _sempre scema_; semplice e cruda, non può chiamarsi poesia,

mancando dell'elemento principale, dell'idealità. Il bello naturale, per

diventare bello artistico e specialmente poetico, dev'essere elaborato

per tutti gli stadî della fantasia; come un cibo, per diventare aumento

e sussidio dell'organismo, deve subire tutte le operazioni meccaniche e

chimiche, le aggiunzioni e separazioni, che si addimandano _processo

digestivo_: l'intuizione di un objetto qualsiasi si trasforma mano mano

in immaginazione e l'immaginazione finalmente è tradotta ed innalzata a

fantasia pura e piena. Questa trasformazione e traduzione ha per iscopo

e termine la creazione di fantasmi autonomi, i quali non ritengono più

nulla di comune col fenomeno originale, che mise in moto la facoltà

generativa del bello. Un figliuolo adulto non ha più nulla di comune co'

genitori, nè la Madonna della Seggiola con la Fornarina, nè l'Aspasia

del Leopardi con Madama Targioni.

Il Goethe non isconfina mai mai dal primo stadio intuitivo; gli manca la

virtù digestiva suprema, che trasfigura l'obietto sentito o percepito

(cosa, persona, affetto, avvenimento) in fantasma: metamorfosi vieppiù

strana di quella, per cui acqua ed aria si trasformano in legno e

fronda, oppure asparagi e broccoli si tramutano in muscolatura ed ossame

o pelame. Egli sa adornare, raffazzonare, compaginare il percepito, ma

non può rimutarlo sostanzialmente, farne una cosa autonoma ed originale:

quindi eccolo costretto a fluttuare fra la _copia del vero_ e

_l'allegoria_, tra il fotografico ed il didascalico, forma incipiente

questa, forma evanescente quella dell'Arte, ed in fondo a dirla, tanto

l'una quanto l'altra estranee all'Arte. Ci dà quindi ritratti, relazioni

particolareggiate, descrizioni minute; tutta roba, onde può mostrarmi il

riscontro in natura, onde può rendermi scrupolosamente ragione: _ho

scritto la tal cosa così e così, perchè ho visto questo, ho sentito

questo_: se non che una bazzecola manca a tanta perfezione, quella

minchioneria, costitutiva dell'artistico e del poetico, ch'è l'elemento

fantastico, ideale.

Persuadiamoci finalmente, che n'è pur tempo, d'una verità, la quale ha

il sommo, (benchè non raro) pregio di non essere assiomatica, anzi di

risultar quasi conclusione dall'esplicazione del concetto estetico, in

Italia almeno. Quindi (è bene avvertirlo) potè ignorarsi o negarsi da'

nostri predecessori, senza che meritino taccia di sconnessi, come

sarebbe accaduto se avessero negato il quattr'e quattr'otto; ma non può

disconoscersi da noi altri senza mostrarci dappochi quanto chi credesse

ancora nel sistema tolomaico o nelle superstizioni medievali o nella

eccellenza del governo repubblicano. Dunque il bello artistico e, per

conseguenza, il poetico, non ti riuscirà mai di scavizzolarli nel mondo

delle cose, anzi devi stimarli parti della fantasia. Quando esistessero

effettivamente sceverati nella loro purezza; quanto il Bello naturale

fosse identico al Bellissimo, a quel, che, a scanso d'equivoci, per

adoperare una parola impregiudicata, monda d'idee accessorie, chiamerei

il _Pulcherrimo_, cioè, al Bello assoluto; le arti sarebbero pleonasma,

duplicato supervacaneo; ripeterebbero senz'alcun prò, peggiorando; a noi

si converrebbe inchinar per vera l'opinione, che le condannava ad

imitare servilmente la natura; e quelle divine idee si degraderebbero ad

onesto passatempo senza degno scopo sufficiente. Se la macchia e la

fattezza tipica e l'armonia ed il fantastico sfolgorassero nelle cose e

negli uomini, nei suoni e nelle voci naturali, nella vita e nella

storia, _in verbis, herbis et lapidibus_; oh guà! cesserebbe il perchè

della Poesia, della Scultura, della Musica e della Pittura. Invece di

spiroscafare sino in Toscana, _ch'è più in là dell'Abruzzo_, per

ammirarvi quei miracoli di Arte, che vi sono accumulati, invece di

arrampicarci su per le scale e degli Uffizî, (ripide tanto, ch'io ne

disgrado le vie _diserte e scoscese_, di cui Dante, e stupisco che il

_clubbe Alpino_ non le registri fra le più meritorie ascensioni!)

invece, dico, basterebbe spalancar le impannate o scendere in istrada; e

guardare i monti, il mare, le case, chi va, chi viene e chi sta. Invece

di accalcarci ne' teatri micidialissimi, nelle afose sale da concerti,

faremmo una passeggiatina lunghesso il marsonante o porgeremmo

l'orecchio a' suoni confusi esalati dalle campagne. Invece di

leggicchiare o scrivacchiare e poemetti e romanzucoli e drammonzoli,

ripenseremmo i nostri casi e gli altrui. Ma che! per quanto vaga sia la

femmina, che ti godi, ed il paese, in cui dimori, per quanto sia

svariata la tua propria vita, non ti appagano, ti lascian sempre il

desiderio di finzioni pittoriche e poetiche. Giacchè, ripetiamoci

ancora, l'Artistico, il Poetico non hanno effettività naturale, sono

anzi visioni della mente, quando concentra ed esaurisce tutto un dato

Universale od Esemplare od Archetipo, che dir si voglia, tutta una data

_Idea determinata_, in un particolar fantasma. Certo, conforme alle

norme del processo empirico, la primissima spinta ce la dà un oggetto:

ma veh, se non abbiamo succhi gastrici da digerir l'impressione, è vano

il lusingarci di cogliere il Bello. Il tale e quale dell'effetto

materiale non è poesia.

_Ho un bastoncel di legno, ricoperto_

_Di cuoio; ha nome marito: ma il legno_

_È legno, sa?_

dice cinicamente una donna poetica tedesca[19], la Maria della lirica di

Arrigo Heine intitolata _Ratcliff_, da non confondersi con la tragedia,

com'e' la chiama, intitolata _Guglielmo Ratcliff_[20]. Il legno riman

sempre legno e l'effettivo naturale non sarà mai il Poetico.

[19] _Hab' einen Stock von Holz, der ueberzogen Mit Leder ist; Gemahl

sich nennt; doch Holz Ist Holz._

[20] Non potevo prevedere, scrivendo questo studio, che ci sarebbe poi

stato, chi avrebbe avuto il barbaro coraggio ed il pessimo gusto di

voltare (molto infedelmente) in Italiano quelle sconciature

giovanili dello Heine, che sono le due sue pretese tragedie; e che,

nella nostra Italia, si sarebbero trovati pubblici babbei per

applaudire, quando in Germania stessa nessuno pensò mai a

rappresentare e nessuno le tenne rappresentabili.

A questo poetico, il Goethe non è giunto, se non radissime volte nelle

_Liriche_. I rimanenti scritti di lui sono da paragonarsi all'organismo

vegetale, che non ha potuto progredire fino alla vitalità animale ed al

pensiero umano, impigliato nel meglio della enucleazione. Noi seguiamo

fase per fase la più o meno splendida vegetazione delle opere del

Goethe; le vediamo germinare, crescere, fiorire, e rinsecchire; quel,

che non vediamo mai, si è, che pur una volta staccandosi dal terreno,

dalla melma del reale, che le ha prodotte, ed acquistando moto e ragion

d'essere propria, progrediscano fino ad incarnare un concetto; ripeto,

la vegetazione c'è, manca la vita, manca il pensiero.

L'aver assodato questo fatto, cioè, che la sensazione poetica del Goethe

è assolutamente identica con la sensazione materiale di lui, ci dà la

chiave del perchè le scritture sue più sentite, più affascinanti siano

appunto le giovanili, quando, ne' grandi poeti nostri, sogliono

piuttosto essere, non le senili, chè la vecchiezza è morte comune di

tutte le facoltà, anzi le vergate o dettate nell'età provetta. La

potenza creativa, la virtù plastica e caratteristica del signor

consigliere, fondandosi esclusivamente e dipendendo integralmente dalla

freschezza e dall'ingenuità dell'impressione fisica o morale, dovea

languire parallelamente all'infiacchirsi e al declinare di questa, con

l'ottundersi de' sensi e con l'infracidire in quella pettegola corte

granducale d'ultim'ordine, la quale egli avea per compito e per

ambizione di mantenere allegra: compito ed ambizione da giullare.

Non è lecito d'ignorare, in qual modo germogliassero i _Patimenti del

giovane Werther_. Tutti sanno che quel romanzo è un mosaico sul genere

della bandiera del piovano Arlotto, ricavato in gran parte da frammenti

di lettere e di un giornale veramente scritto, composto d'impressioni

effettivamente sentite, con personaggi conosciuti in società; che ha per

sustrato, insomma un amoretto ed una situazione sperimentati

dall'autore, nonchè un'avventura e la catastrofe d'un suo conoscente,

d'un certo Jerusalem[21]. Non osiamo lagnarcene, chè questo

essenzialissimo difetto estetico del libro, quando lo si consideri

com'opera d'Arte, questo suo esser _vero_ quasi dalla prima all'ultima

parola, questo suo esser prosa e non poesia appunto, gli conferisce

tanta forza d'ossessione, tanta efficacia ed evidenza; rende impossibile

lo scartabellarlo senza rimaner lì avvinti alla lettura, senza sclamare

ogni tratto: -- «È vero! è vero! l'ho provato anch'io!» -- senza

sognarne la notte. Sei stato mai a Pompei? Sì, eh? Dunque avrai ammirato

que' simulacri di statue in gesso, ottenuti recentemente, ricolmando con

iscagliola le cavità lasciate nella cenere impietrita da' cadaveri degli

antichi pompejani sciolti in polvere? Or bè, che te ne pare? Son

qualcosa d'informe, di orrendo, n'è vero? Giurabbacco, non

t'arbitreresti a paragonarli nemmanco per burla al _Gladiatore

moribondo_, al _Marsia scorticato_, all'_Anteo soffocato_ alla _Pietà_

michelangiolesca? Pure, quanto maggiore ispavento e compatimento non

incutono? quanto non è loro più facile commuoverci fino alle lacrime,

farci rimaner di sasso, lì sbigottiti? Dico bene? O perchè? Per la

materialità loro stessa: per quella potenza di espressione; per l'idea,

che non sono una finzione d'artista. Ecco la maschera d'un uomo, che s'è

buttato vinto per morire; ecco un volto umano vero, il volto d'un dato

uomo, che ha vissuto davvero, eccolo sconvolto non da un dolore

simulato, come la fisonomia dell'istrione, come il _marmo del trojan

Laocoonte_, bensì da una stretta disperata e mortale. In quella

scagliola, stanno impigliati gli ossami d'infelici, de' quali il gesso

con l'arrendevole flusso ha surrogate le parti molli. Ed io, che guardo,

non provo più un'emozione estetica, anzi un dolore effettivo e positivo.

Non mi veggo più dinanzi un sasso scolpito ad immagine e similitudine

della Niobe, madre infelicissima, anzi l'orrido scoglio appunto, che fu

la Niobe ed ebbe vita al par di me. Non assisto ad un assalto di

scherma, nel quale gusterei la disinvoltura e la pratica degli emuli;

anzi son testimone in un duello, in cui ogni botta vien diretta a

spillar sangue ed a trabalzar nel nulla la vita de' contendenti. Non

intendo più ad una rappresentazione teatrale, dove mi si spiegano i varî

moti delle passioni d'un moribondo, anzi contemplo un combattimento

gladiatorio che non avrà fine, se non con la morte d'uno de'

gareggianti. L'autore stesso, parlando del _Werther_ in vecchiaja, nel

M.DCCC.XXIV, diceva: -- «È una creatura, che ho cibata, quasi pellicano,

col sangue del mio cuore. V'è tanto del più intimo del mio petto,

sentimenti e pensieri, quanto basterebbe per un romanzo in dieci di que'

volumetti. Del resto, sol'una volta ho riletta l'opera; e mi guarderei

bene dal ritentar la pruova. Sparge razzi incendiarî. Mi sbigottisco e

temerei di sentir nuovamente lo stato patologico, che produsse lo

scritto». -- Male, quando la produzione artistica è effetto d'uno stato

o stadio patologico.

[21] Vedi l'opera tedesca intitolata: _Goethe e Werther. Lettere del

Goethe, le più giovanili, con documenti illustrativi, pubblicate da

A. Kestner, Regio Consigliere d'Ambasciata Annoverese, Incaricato

d'affari presso la Santità del Papa. Seconda Edizione. Stoccarda ed

Augusta, presso il Cotta, M.DCCC.LV._

Ma chi oserà biasimare il modo di comporre, cui dobbiamo il _Werther_?

Arte o non Arte, è qualcosa di stupendo. Chi torcerebbe gli occhi da

que' gessi pompejani, allegando l'irragionevol ragione, che non sono la

Niobe? chi rifiuterebbe di presenziare ad una tauromachia, iscusandosi

col dire, che non è il _Filippo_ o la _Mirra_? Quegli spettacoli ci

commuovono potentemente; e basta. Ma badiamo però, veh! tal commozione

non è punto estetica: è la commozione brutale, che produce lo aspetto

del vero, non la commozione ideale, che vien generata dalla

contemplazione dell'opera d'arte. Comico è quindi il plauso, che questo

procedere indigesto ha incontrato in Germania, dove quasi quasi, invece

di legger le biografie del Goethe per meglio comprenderne le scritture,

se ne studiano anzi le opere come illustrazion della vita. I termini

vengono invertiti. A noi, la _Vita di Vittorio Alfieri, scritta da

esso_, ci dischiude l'intelligenza della poesia di quell'uomo

miracoloso, che seppe tanto caratterizzar sè stesso in un verso:

_Scrivo, perchè non m'è dato di fare_; ed i tedeschi si discervellano

sul _Fausto_, sulla _Jfigenia in Aulide_, sul _Tasso_, sulle _Affinità

elettive_, sul _Guglielmo Maestri_, eccetera sulle più insignificanti

corbellerie vergate dal Goethe, per indagare che ci fosse nell'animo di

lui in quel tal tempo, quali fossero allora le sue pratiche ed i suoi

trastulli. Ed ove si consideri da una banda l'ignobiltà d'una vita di

ottantatrè anni, sciupata in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi,

fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d'una corte granducale, in un

ambiente accuratamente depurato d'ogni egregio affetto, patriottismo,

grandi ambizioni, libertà politica e simili; dall'altra l'idolatria, con

la quale i tedeschi l'han vagheggiata, quasi ultimo ideale di una vita

virilmente spesa e felice; si potrà formolare sulle condizioni morali

dell'intera Germania un giudizio, forse e senza forse poco lusinghiero,

ma giusto e meritato. E, se volete ben comprendere la superiorità morale

del popolo Italiano, rammentatevi quali furono i poeti, che

vagheggiavamo per ideali; l'abisso, che separa l'anima sdegnosa d'un

Vittorio Alfieri da' consiglieri aulici Federico di Schiller e Gian Lupo

di Goethe, uomini di plebe nobilitati, vi dà la misura della distanza

fra le due nazioni.

Ma che parlo della corte di Vimaria e degli ozî insulsi ed

istenterelleschi del nostro autore? Conveniva egli stesso di averci

sciupato molto tempo facendo l'impresario: -- «Invece, avrei potuti

scriver parecchi bravi drammi: ma non me ne pento. La mia attività e la

mia produzione, io le ho sempre considerate simbolicamente; e mi è stato

in fondo indifferentissimo il far pignate o scodelle». --

Del resto, è vero, che il Goethe v'ebbe anche di serie di occupazioni:

per tacer dell'altre, fu ministro della guerra. L'esercito vimariense si

componeva di seicento uomini con una cavalleria di cinquanta usseri; ed

il Ministero, d'un ministro e d'un segretario con uno scrivano. Esercito

però sempre ragguardevole, se paragonato a quello del conte di

Limburgo-Styrum, il quale possedeva uno stupendo reggimento di usseri,

composto da un colonnello, sei uffiziali e due gregari[22].

[22] Non c'era pericolo, che potesse vincer delle battaglie di Sadowa e

di Sedan; ed era meglio per la pace e la felicità del mondo.

In omaggio all'acume critico del tedesco, convien pure, ch'io dica, aver

egli più d'una volta compreso questo suo stato d'inconcludenza morale.

Non citerò autori moderni, anzi le parole, che il ladro conte palatino

Gian Casimiro scriveva nel MDLXXVIII (nel tempo appunto in cui si

elaborava dalla coscienza popolare il mito di Fausto) al Langravio di

Assia: -- «Il Duca d'Alba mostrò di conoscerci per bene, quando

trascorse a dire, i principi tedeschi esser come i leoni, i grifoni e

l'aquile de' loro stemmi; grandi animalacci ben provveduti d'unghioni,

d'artigli, di zanne e di rostri, ma inetti non che a mordere e

graffiare, a morsecchiare e sgraffignare. Ad ogni straniero è notissimo

che noi sappiamo scrivucchiare e consumar carta, e ragunar fatue

assemblee, ma non già conchiuder checchessia; il che per fermo ridonda

di sommo vilipendio alla nazione tedesca».

Fame usurpate · 第 36 / 72 题