E quì mi permetterò di sconfinare una seconda volta dal tema.
Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal branco, di farsi avanti
comecchessia, ad ogni costo, ben sapendo di contare per avversarii,
congiurati a' suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto
dell'_Adelchi_ è l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di più o men degna
ambizione; tutti aspiriamo ad essere de' _parvenus_, a rifarci, a
poggiare, a sublimarci. Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e
la Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto varia in
infinito, ma la passione rimane sempre quella stessa. A tutti è innato
il desiderio, anzi, il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere
quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto infinitamente
minori di numero alla richiesta. Sappiamo e dal proverbio, e, pur
troppo, dall'esperienza: _i cani essere più delle lepri e le trappole
più dei topi_; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza o con
l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare i competitori.
Dovunque è proposto un tozzo di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà
cordiale e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque una corona
è in disputa fra dieci pretendenti, ciascun di costoro farà quanto è in
lui per sottrarla alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo.
Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero popolo, accadrà, come
un poeta fa raccontare ad una certa Filomena essere intravvenuto, quando
fu rapita da ladroni ghezzi:
Ma di me sono tutti incaloriti:
E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,
Vengon tra loro ad acerbe parole.
Da le parole poi vengono ai fatti,
E si dànno le sciable per la testa,
Sicchè si sono omai quasi disfatti.
Un drappello di pochi ancor ne resta,
Ma questi pur si batton come matti.
Che più? Con sommo mio piacere e festa,
Veggo i nemici miei condotti a morte
E il ciel ringrazio di sì bella sorte.
Accadrà, insomma una battaglia _omnium in omnes_, di tutti contro tutti,
e, quel ch'è peggio, l'infelice correrà il brutto rischio di non venire
isforzata da nessuno, quando la cosa avesse a finire come
nell'_arcisopratragichissima tragedia, Rutzvanscad il giovane_, dove
nella chiusa, il suggeritore emerge dalla buca, col manoscritto sotto il
braccio e col lanternino in mano, per dire:
Uditori, m'accorgo, che aspettate,
Che nuova della pugna alcun vi porti;
Voi l'aspettate invan; son tutti morti.
Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga candidato ad un
impero, giurabbacco! dobbiamo tenerci avvisati, _id est_ mezzo salvati.
Sarebbe arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il distolgano
dall'adoperare i mezzi conducenti allo scòpo; e buassaggine pretta il
figurarci, che accordandogli dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il
modo d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi a smettere dal
proseguire il suo ideale. _Chi più ne ha, più ne vorrebbe_: somministrar
denaro al biscazziere, non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo
dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a voi, che avete un
tantin di malizia, io chieggo, se il concedere un baciuzzo
all'innamorato, anzichè appagarlo, non serva ad istimolarne più e più le
voglie?
Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?
Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli, datevi intorno
un'occhiata, dimenticatevi la rettorica filantropinesca, che ci ammorba,
e vedrete quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto, perchè
ammessi da' _costumi_, il che importa corrispondenti e conformi alla
coscienza, a' _bisogni etici_ de' popoli, (che altra origine non hanno i
costumi) non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsi _immorali_.
Ma, direte, anche il segretario fiorentino li chiama _vie cattive_;
anche secondo lui, le presupposizioni sarebbero contrarie al Bonaparte;
-- «Et perchè il riordinare una città al vivere politico presuppone un
uomo buono et il diventare per violenza Principe di una repubblica
presuppone un uomo cattivo; per questo si troverà, che radissime volte
accaggia, che un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive,
ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo divenuto Principe
voglia operare bene et che gli caggia nell'animo usare quella autorità
bene, che egli ha male acquistata». -- Prima di tutto, l'autore dei
_Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio_, qui parla secondo l'uso
volgare: ma in politica non ci è veramente nulla di cattivo e di male,
tranne ciò, che non serve a raggiungere lo scopo e contraddice
apertamente alle consuetudini leali, appunto come nella guerra. E poi,
se anche le azioni per le quali il terzo Bonaparte è giunto ad afferrare
quel potere, ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo
ammirare ed amar di più quel generoso, il quale, pur di giovare agli
altri, a' più, avrebbe consentito a macchiar la propria fama e la
propria coscienza. Sacrificar la illibatezza propria alla salute
pubblica è l'apice della virtù.
Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre, che fondò l'impero
francese, forse efimero; ed ha fondato il Regno d'Italia, certamente
duraturo. Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare
la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale fu posta ed
interpretata come candidatura imperiale, e la maggioranza de' francesi
l'approvò; l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro e la
condotta politica di lui presidente; il colpo di stato s'era udito
annunziare e procrastinare più volte che la prima recita del _Fausto_
dal Majeroni; il Thiers gridava: _l'impero è fatto_, ed il popolo
applaudiva; l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente,
gli fu complice per isgozzar la repubblica. Quanto vien fatto dal capo
dello stato libero, è da ritenersi fatto da tutti i cittadini. _Si
consentiunt homines plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel
coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque ipsorum habituros
esse, erit unusquisque actionum quas is homo vel coetus faciet auctor.
Neque ergo actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum
accuse:_ dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come può chiamarsi
tradimento, misfatto ed infamia quell'azione? Arretrandosi dal compiere
il colpo di Stato, Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica un
galantuomo, veh, anzi il _casto Giuseppe_ del poter supremo, un
quissimile del Pietro Morrone dantesco, _che fece per viltade il gran
rifiuto_ ed è tanto differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge;
dite pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:
Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,
Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;
E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,
E quel, ch'egli ha pensato e penserà;
Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,
E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:
Perch'egli è un così stranio oltramontano,
Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.
Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità può essere in
due modi: o per colpa dell'objetto, che non si lasci comprendere, o per
colpa del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io mi sono
spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno. È proprio il caso di dire
come quel tale, cui s'enumeravano tutte le indegnità del Voltaire,
conchiudendo, ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: -- «Tanto peggio
per Monna Ortografia.» -- «Dicendo Neri di Gino Capponi a Cosmo de'
Medici: _Io vorrei, che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le
intendessi;_ gli rispose: _Impara il mio linguaggio._» -- Ludovico
Domenichi nelle _Facezie_ (Venezia, Muschio, M.D.LXII. Libro III. pag.
184). Allorchè Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore
de' franzesi, perchè _le gogne infami han d'uopo talvolta d'esser
fregiate da un imperadore_; e, rivolgendosi a' popoli, esclama: _Largo,
largo, quest'uomo è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio_; che
volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto dello Spinosa,
premesso alla biografia impastata stranamente di diatribe e panegirico,
che ne compilò il buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice: _Benedictus
de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis Judaeus, postea
cetui Cristianorum se adiungens, primi systematis inter Atheos
subtiliores Architectus, tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps,
Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem reprobationis in
vultu gerens._ E l'Hegel, se non erro, sclamava press'a poco in tal
forma: -- «Concedo. Sì! Porta quel carattere in volto, ma è segno di
riprovazione attiva e non già passiva. Lui Spinoza, degno d'esser
canonizzato almen quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata e per
que' miracoli delle sue scritture, dall'alto della sua mente riprova
ogni menzogna, ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e chi
tiene della vostra, o parteggia per voi.» --
Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la ragion d'essere da'
capricci o dalle passioni individuali di questo o quello ambizioso,
checchè paja. Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica, la
quale si manifesta negl'individui, ne' loro capricci e nelle loro
passioni: _est deus in nobis_. A rimutare il governo di un popolo
storico, non basta che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo il
pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione civile sono
fatali; e non possono venir contorte, falsate, impedite, arremorate, no,
dalle pazzie d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o dalle
castronerie inique e da' misfatti buffoneschi d'un coso, che sia, come
la tela del Negrotto, ordita di coglione e ripiena di baron con l'effe.
Napoleone III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva una gran
missione, incarnava un sogno popolare, soddisfaceva un bisogno
sentitissimo; basta considerar le grandi conseguenze, delle quali è già
stato fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una:
l'_Unificazione d'Italia_, per benedirlo ed allelujarlo e chiamarlo:
santo, santo, santo!
Del resto, e' si sa, _notus lippis et tonsoribus_, che a fare un'opera
benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e
lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò
pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non
facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da
ogni omicidio, quali carneficine, quali sciagure non avrebbero in breve
flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche
e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine
e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir
d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti
allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le
solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di
diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre
civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre
città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi
risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche
femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un
misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad
Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti;
e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche,
adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa
riconoscenza e pertinace[16].
[16] Io scriveva così nel M.DCCC.LXV; undici anni fa. Ora l'impero
francese è crollato; e delle creazioni di Napoleone avanza solo il
Regno d'Italia, che durerà, ne vivo certo, malgrado i pericoli, che
corre, affidato in mani indegne, incapaci e malsicure; soffrendo
della vergogna e della jattura presente, confido nello avvenire.
Avrei potuto sopprimere questo squarcio o rimutarlo; non ho voluto.
L'ammirazione, la devozione, la riconoscenza, la reverenza, che
sentivo allora per Napoleone, sono divenute forse anche maggiori,
per la pietà della gran tragedia in cui cadde e sparve.
Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò
la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo
d'antibonapartismo.