Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo (il quale non può
ormai più vantarsi;
_.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine_
_Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),_
finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere col diavolo,
giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman genere odiosissimo ad
entrambi. Ma quel giorno facevano proprio messe meschine: l'uno giocava
un abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio di un
principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre li lasciò vincere al
diavolo, dicendogli: -- «Togli su, già non saprai farne checchessia.» --
«La sbagli!» -- esclamò quegli; e, sghignazzando, li trasformò in un
papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la falsità intrinseca de'
giudizî, così sputati intorno a due ottimi; badiamo solo al merito
letterario della invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti e
veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza derisa, da alcun
altro empio, l'apparente imprevidenza della cosiddetta Provvidenza, che
fa strabiliare gli uomini _paucae fidei_, tanto poco è la sapienza con
la quale par loro, che regga il mondo, e per isbizzarrirsi:
_..... torca alla religione_
_Tal, che fu nato a cingersi la spada,_
_Facendo Re di tal ch'è da sermone._
L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito ben chiaro; e con
tremenda ironia colpisce non solo le persone del Mastai e del Bonaparte
e le istituzioni del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze
cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza di dio.
Ed ora apro il _Fausto_ ed inciampo nel _Prologo leste_. A leggerlo, mi
persuado e convinco, che scopo del poema è di sciogliere con l'ironia
l'intera mitologia cristiana, e dico fra me e me: -- «Bravo! L'idea,
letterariamente, se non è nuova, non può neppur dirsi esausta; finchè
durerà la fede, la caricatura di essa offrirà buoni motivi allo
Artista.» -- E m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata sul
genere dello _Scherno degli Dei_ del concittadino di Vanni Fucci bestia,
un quissimile di quanto parecchi hanno tentato ed il Voltaire ha fatto
_..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,_
_Che il grande Enrico suo vince d'assai_
è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico della Francia. E mi
figuro e concepisco il dramma quale una sanguinolenta caricatura, in cui
tanto le potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire come
una fantasmagoria evocata dal poeta per distruggerla satiricamente dal
punto di vista umano e materialista; riversando, travasando nelle forme
impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali moderne,
tutte le determinazioni della vita umana prosaica e volgare. Il lavoro,
così fatto, sarebbe stata l'epopea della vittoria riportata dal comico
sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente il concetto implicito nel
Decameron, la ribellione della carne contro la tirannide dello spirito e
dell'ascetismo, della spontaneità contro il formalismo; la conquista
d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo storico della
Germania nel secolo scorso appunto com'era emerso con una anticipazione
di quattro secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel trecento.
Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe non ha fatto. Il prologo ci
sta proprio a pigione; è uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione
seria, ancorchè remota; mera variazione rettorica sul libro di Giobbe,
che può stimarsi eseguita con minore o con maggior virtuosità, ma non
giunge ad affermarsi come creazione originale ed indipendente. Qui
l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per la natura
dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale, derivata da
paragoni, che rimpiccioliscono, da giochetti sulle parole, da scambietti
di spirito, da quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno del
subjetto e della situazione. Per esempio, quando il Signore se n'è
andato, Mefistofele sclama, ed è il maggiore sforzo di spirito che
faccia in quella scena:
_Quel buon vecchiardo visitar dilettomi_
_Di quando in quando; e seco in buoni termini_
_Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi_
_Sì_ umanamente _conversar col_ diavolo.
Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli arcangeli, quel
dio, quel demonio crudelmente curiosi nella loro olimpica indifferenza
delle passioni umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella
corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile, appunto
come fanno i bimbi, quando tormentano per disonesto passatempo il
malcapitato uccelletto, che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe stato
felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti e sorpresi ed
invidiosi della vita umana ricca di contenuto, di gioje, di voluttà, di
virtù, di passioni; ed intenti malvagiamente a distrugger negli altri
quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili a quella Latona, che,
per vendetta de' suoi lombi poco fertili, faceva assaettare la
figliuolanza della Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo
domineddio come un barbogio burbero pedante, che professa la massima
indifferenza per gli affari di questo mondo e li concede volentieri alla
provvida amministrazione del demonio, contentandosi di rimbrottarlo,
quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico pare, perchè questo
carattere è bensì abbozzato in poche parole, ma non già svolto in
un'azione; e quindi non diventa vivo, non sussiste quale fantasma
autonomo.
In fine alla seconda parte, questo prologo acquista una tal quale
conclusione; ma la persona di dio è sparita ed invece troviamo non so
quale -- «eterna muliebrità,» -- che la surroga, scrocca l'anima di
Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo dal far la
guardia al sepolcro del vecchio stregone. L'eterna muliebrità, assume, a
buon fine, la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il demonio
si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo e cercando di sedurre
gli angioletti di paradiso. Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in
somma in tentazione del
_..... vizio, per cui dio Sabaoth_
_Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;_
_Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot_
_Erant, tutti consunse, si che a pena_
_Campò fuggendo un innocente Lot._
Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per quanto possa sembrare
immorale ed irreligioso! Oh se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual
partito poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî, de'
quali un capobrigante, un camorrista, che si rispetta, rifuggirebbe!
Avremmo visto spuntare una passione brutale invero, ma pur sempre
passione, in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate
tutte:
_Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,_
_Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,_
_Où n'avait pas germè la plus chétive fleur._
Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare la sua perpetua
negazione. Mefistofele, divenendo più che mai disgustoso, avrebbe
destato per la prima volta simpatia e compassione, perchè quel suo
accesso di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra in lui
finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento dell'umano dal
diabolico non era cosa da farsi in una scena ed incidentalmente, anzi
bastava per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe riconosciuto
Mefistofele a protagonista. Del resto, la scena, che nell'intento del
Goethe era allegorica, rimane una freddura slavata senza colore o
calore.
La parte epica del Fausto è appena accennata; nel lavoro ci sta per un
dippiù, v'è appicicata arbitrariamente. È però gran segno di leggerezza
in uno scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere
dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone afferrar l'indole,
crede di potersi sbrigare, in un pajo di scene incidentali, di
vastissimi concetti, e di far balzare con quattro martellate
all'impazzata un Mosè dal marmo.