Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, il
_Fausto_ del Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi
di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali
formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que'
piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di
Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e
pere cotte; oppure _sarcraut_ (che in volgar nostro diremmo: cavolo
fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. Nel _Fausto_,
ravvisiamo: un'epopea, che ha l'_alter ego_ del sommommolo, una
novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee
collegarle e tener le veci del sarcraut.
Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male
assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si
disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini
l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana,
debole, impotente a reagire; _enimvero dii nos homines quasi pilas
habent_. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a
guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, di truffargli,
_de lui escamoter_ la sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando
della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale,
tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli
angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi
s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è
l'epopea contenuta nel _Fausto_.
Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di
avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo
sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da
ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla
ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere
quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel
capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita
da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa
accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le
braccia. Questa è la novella inclusa nel _Fausto_.
La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico
si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale
gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga
pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che
Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda
ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di
Belzebù _con tutta la Giudecca e tutte le Bolge_ di accordargli. Il
demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre
a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba
sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:
_.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,_
_Pur sempre egli dovria finir dannato_[9].
[9] _Fausto._ _Parte I. Soliloquio di Mefistofele:_
_.... Und hætte er sich auch nicht dem Teufel uebergeben_
_Er muesste doch zu Grunde gehen!_
Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda
delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito
d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole,
la leggenda contenuta nella prima parte del _Fausto_: dell'ulteriore
svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più
minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar
l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh!
chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed
allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini,
che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio
-- «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia
rendersi padrone di quanto v'è _insecrato_.» -- Ma perchè, ma che
bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi,
come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del
trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale,
(per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra,
e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen
giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della
quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo
aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non
era il caso di pensare col Bernia, che:
Le cose belle, e preziose e care,
Saporite, soavi e delicate,
Scoperte in man non si debbon portare,
Perchè da i porci non siano imbrattate.
Da la natura si vuole imparare,
Che ha le sue frutta e le sue cose, armate
Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza,
Contra la violenza et a la forza
Del ciel, degli animali e degli uccelli;
Et ha nascosto sotto terra l'oro
E le gioje e le perle e gli altri belli
Secreti agli uomin, perchè costin loro:
E son ben smemorati e pazzi quelli,
Che, fuor portando palese il tesoro,
Par, che chiamino i ladri e gli assassini
E 'l diavol, che li spogli e li rovini.
Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma
noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di
sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il
convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo,
che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua
figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre
complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà
stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto
appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da
inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il
cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante
volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte del
_Fausto_, torniamo.
Nel primo atto, Ariele (reminiscenza della _Tempesta_ shakespeariana)
esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo
esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi
compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o
malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa
scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura
notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire
ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione
scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque
astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto
come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine
dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia
imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle
Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male
assai. L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupa _ad
interim_ il posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro
mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a
lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come
buon Ministro del culto) opina, che -- «non si abbia a parlare a
cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si
abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio;
generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi
ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.»
-- Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una
rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche:
Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti
fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia,
Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi,
Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello
auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro.
Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino
con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante
la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su'
tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come
pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto
trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di
mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e
Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a
loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno
per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che
sia, alle _Madri_. Queste le son dee: -- «ignote a' mortali, mal
volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella
solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato
invalicando, all'impregato impregando. Le son visibili al chiarore d'un
tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si
dà. Veggono solo schime.» -- Armato d'una chiave magica, Fausto
sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il
Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e
cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e
ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo
spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato
dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli
astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina.
E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista,
il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior
enfasi: _onestà, onestà!_ così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più
schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli
va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e,
checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le
due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano,
Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del
suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchè _i suggerimenti son
l'eloquenza del diavolo_, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo
il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga
pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del
lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama
(appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce
nella cucina magica):
_Quasi quasi anche a me gira la testa_[10].
[10] _Nun fängt mir an fast selbst der Kopf zu schwanken._
Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico
studiòlo di Fausto. Questi giace esanime sul letto; e Mefistofele,
indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti,
tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con
quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un
fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è
villanissimo, perchè _in tedesco si mentisce, quando si è cortesi_.
Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto
giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo
indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso: _Lucina
sine concubitu_. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle
Elene, le quali invece vorrebbero _concubitus sine Lucina_ e sogliono
rivolgere questa preghiera alla Madonna: -- «Vergine Santissima, che
concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo,
appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo
fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della
Vigna: _Fils de la liberté, tu rénias ta mère!_ Di primo acchito pianta
lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per
curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo
sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica
ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure
mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda
classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbe _mesca francesca_.
C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono
indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di
loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo
e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla
Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un
Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie
ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono
sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano
la forma d'una di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale
innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la
conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore
rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente,
quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:
_... Ascolto tanta roba strabiliando_
_Quasi in capo un mulin mi stia girando_[11].
[11] _Mir Vird non alle dem so dumm, Als ging mir ein Muehlrad im Kopf
herum._
Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e
questo non ci sorprenda, perchè: -- «la donna mitologica è una cosa _sui
generis_; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai
maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita
giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» -- Deh, quante
nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena,
rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata
da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel
corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si
motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime
destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi.
Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le
consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di
compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia.
Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa
smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge
Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella
in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo
volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il
corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole,
rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio un maremagno d'episodiuzzi. Il
povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è
costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica
della strega:
_Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole_
_Che un senso includer debban le parole_[12].
[12] _Gewoehnlich glaubt der Mensch, wenn er nur Worte hoert,_
_Es muesse sich dabei doch auch was denken lassen._
Versi, che sono semplice generalizzamento di que' due bellissimi
del Voltaire su Federigo II di Prussia, detto dagli adulatori
Magno:
Il me dit: _Je vous aime;_ et je crus, comme un sot,
Qu'il était quelqu' idée attachée a ce mot.
Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena,
depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il
raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione
geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza
d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele
gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i
ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare
sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali
parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle
quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale,
Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni
luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i
direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa
che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don
Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:
_Vediamo di sfuggir dal viavai;_
_Nemmanco un pari mio reggervi può_[13].
[13] _Lass uns aus dem Gedraeng'entweichen; Es ist zu toll sogar fuer
meinesgleichen._
Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato
sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed
i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici
rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non
aveva ancor detto il suo: _surtout pas de zèle_. Ci si presentano
quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il
Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto;
ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca.
Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale,
che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero
dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che
gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di
contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i
demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i
suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del
peccatore; _tot circa unum caput tumultuantes deos_, direbbe Seneca
morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre
lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte
scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî
gesuiteschi), gli rubano accortamente l'_immortale_ di Fausto, e poi lo
lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna,
ossia dall'_eterna muliebrità_. A questa scappata, il lettore butta in
un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse
sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:
_T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,_
_Che l'appagarla avvien difficilmente_[14].
[14] _Sucht nur die Menschen zu verwirren,_
_Sie zu befriedigen ist schwer._
Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori
di siffatti indovinelli scipiti dovea sicuramente pensare il Goethe,
quando si lamentava degli ammiratori -- «che frantendevano tante sue
parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il
riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» --
La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha
allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica,
dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato il
_Goffredo di Berlichinga_ ed il _Werther_. -- «Il peccato
dell'ambiguità, dell'anfibolia» -- dice Antonio Tari -- «comincia, come
ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia,
nuova Babelle addirittura, nella seconda parte del _Fausto_ del Goethe;
opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un
Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi
letteralmente ed in senso malo». -- Pare, che agli scrittori tedeschi in
genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi
capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel
quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: -- «Incontravo spesso il Klopstock
in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi
scritti, della sua _Messiade_; ed un giorno gli dissi, che, quantunque
conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi
talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose: _Anche a
me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per
capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto
a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto._» -- Suppergiù
lo stesso è a dirsi del _Fausto_, che il Goethe stesso ha riconosciuto
per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: -- «In fondo ogni
episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno
influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come
nell'_Odissea_ e nel _Gil-Blas_, importa di esprimere un mondo svariato;
e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per
infilzar quantunque gli aggrada.» -- Rispose il Goethe: --
«Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole
masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre
incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli
uomini a nuove osservazioni e ripetute.» --
Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî
scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel,
che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente
agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non
ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data
una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le
due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello
poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente,
per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che
esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.