Noi dunque considereremo il _Fausto_ in sè, pura e semplicemente come
lavoro d'Arte; ci brigheremo solo d'investigarne il concetto poetico e
d'esaminare in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci in
questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa. Ci ha de' valentuomini, i
quali stimano di aver emesso un grande oracolo, e d'aver confutata
anticipatamente ogni objezione critica, con lo sclamare che -- «Fausto
rappresenta l'uomo, l'umanità.» -- (Lascio il vocabolo, perchè, sebben
loro l'adoperino barbaramente nel senso di _uman genere_, qui può
rimanere come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un nuovo ed unico
pregio al poema, oppure il sottraesse alla competenza della stregua
comune! Lodi siffatte manifestano soltanto il poco valore, ch'è da
attribuirsi ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare l'uomo e
l'umanità in un'opera d'arte, non è mica effetto d'una risoluzione, d'un
subjettivo proponimento ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza
necessaria, è per così dire la riprova della produzione del Bello. Non
che apparir dote speciale, privilegio esclusivo del tale o tal altro
personaggio poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva, _sine
qua non_ d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene uno qualsiasi, che ne
ostenti deficienza. L'uomo artistico (e quindi il poetico, ch'è un
particolare determinarsi di quello), comunque caratterizzato, il
_Consalvo_ di Giacomo Leopardi, il _Jacopo Ortis_ di Ugo Foscolo, il
_Filippo_ di Vittorio Alfieri, il _Sardanapalo lombardo_ di Giuseppe
Parini, il _Renzo Tramaglini_ di Alessandro Manzoni, l'_Esule di Parga_
di Giovanni Berchet, il _Gingillino_ di Giuseppe Giusti, _tutti tutti_
insomma (per esprimermi quanto più complessivamente posso, come il
Goethe nell'indicare gl'innumerevoli cantori del coro finale della
tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva col Librettista,
che indicava per iscena il _porto d'Aulide con mille navi_!....) Che
stavo dicendo? Mi son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli
uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno un dato uomo
idealizzato al vivo, appunto per questo mi danno l'immagine dell'uomo
assoluto; e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati, mi
simboleggiano la storia dell'Uman genere e le sorti dell'Universo.
Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: _Non è bello quel, ch'è
bello, ma quel, che piace_; e questo proverbio significa solo, che il
concetto del Bello varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o
per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei casi determinati.
Un Universale, un Archètipo qualunque, non si effettiva immediatamente
in nessun dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e momento
determinato, non esaurisce il proprio contenuto in alcun individuo, anzi
soltanto nella serie e nella successione, nel numero infinito e
nell'operosità degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia, nel
caso nostro, di quanti uomini furono e sono e saranno, nessuno è
l'_Uomo_, ancorchè, anzi perchè l'Uomo è in tutti i passati, i presenti,
i futuri. Ma, se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta
in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento, essa però si compie (e
può solo afferrarsi compiuta) dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta
al mar delle cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed assomma
le serie e le successioni. Sicchè, invece di una effettività, ne abbiamo
due; o meglio, abbiamo due guise, due modi d'effettività: una
(objettiva) nel mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi
loro tumultuoso, nel _mare dell'essere_; l'altra (subjettiva) nella
mente capace e cogitante; la vita e la filosofia; oppure, volendo
prendere un paragone materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il
carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale prodotto dalla
scienza chimica. A queste due forme d'effettivazione è da farsi arrota
d'una terza, che, proseguendo nella similitudine, compareremo al
diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la cosa stessa, sono tre
forme di un medesimo corpo primo: una la trovo in natura ad ogni passo;
l'altra devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti abbaglia col
suo splendore ed è naturale come la prima ed è pura come la seconda. La
mente umana praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato al
mediato, dal mero fatto all'idea pura, _nihil in intellectu quod non
prius in sensu_; è quindi di tutta necessità, che gli Universali, gli
Archetipi, prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante il
pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:
_.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,_
_Però che solo da sensato apprende_
_Ciò, che fa poscia d'intelletto degno...._
_.... Nostre apprensiva da esser verace_
_Tragge intenzione, e dentro a noi la spiega..._
Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra la tale singola
esistenza determinata, (esempligrazia, un uomo, il tal di tale,)
rispondere in modo assoluto al proprio concetto; e quindi in essa
esistenza incarnarsi perfettamente dapprima un Universale, (nel caso
nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente l'Universalissimo, l'Idea assoluta,
che è presente nella serie degli Universali, appunto come ciascun
Universale è presente ne' singoli individui del suo ciclo. La mente
umana, _che sempre al suo fin sale, non vede cosa mortale_ nell'objetto
vagheggiato,
_..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,_
_Ma, perchè è troppo debole e fallace,_
_Trascende in ver la forma universale;_
_.... che all'uom saggio quel, che muore,_
_Porger quiete non può...._
Questa sembianza è allucinazione, in quanto che nessun Universale, e
quindi _a fortiori_ molto meno l'Universalissimo, può esaurire la
propria epifania in qualsivoglia essere singolare e determinato, per
quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non essendo gli
Universali e l'Universalissimo arzigogoli meri, vuote intellezioni, anzi
veramente effettivi negli esseri determinati, quantunque non in ciascun
d'essi), la è un'allucinazione esatta (come dice spiritosamente il Taine
della percezione esterna), una sembianza gravida di contenuto.
Quest'allucinazione, questa sembianza è ciò, che addimandiamo il Bello;
ossia l'Universale, l'Archetipo in forma d'apparenza limitata; ossia,
nel caso nostro, un individuo umano, un carattere, che riassuma in sè
tutte le parti umane, tutto _l'uomo_, sicchè nulla apparisca nel
personaggio, che non sia espressione dell'Umanità; e questa non contenga
parte alcuna, che non s'incarni nel personaggio -- «Il Bello è il
prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua parte sia espressione
d'una Idea» -- dice il Tari. Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù
così la pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero
diversamente il concetto. O che altro significano i versi del Marino,
co' quali spiega l'amore?
L'anima, nata infra l'eterne forme,
Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama,
De la beltà celeste in terra l'orme
Cerca; e ciò che l'alletta e segue e brama.
E quando oggetto a' suoi pensier conforme
Trova, vi corre ardentemente e l'ama.
La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi crediamo conforme a
questo tipo, a questa idea, chiamiamo appunto bello.