Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non
posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de'
portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il
quale subordina il mito all'epimitio, la favola al _fabula docet_; non
potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute,
dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue
immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno
rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva;
vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che
muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà
ridotto ad accozzare, a comporre delle _moralità_ (per dirla con
l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone
allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del
simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il
contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve
fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e
commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da
una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un
fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da
un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo,
individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile,
che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto,
che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza,
_estetica_? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso
aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria
prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. Così fa tutto
giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de'
poeti e degli artisti.
Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi
sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar
tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente
han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente
trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando
qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente
mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una
pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato,
evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han
fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari
(se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre
quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e
sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di
esser tali, perchè le _dramatis personae_ invece di chiamarsi Amicizia,
Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma
arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa,
Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità
interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e
particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con
l'orpello del _color locale_ e con l'ammucchiare facile erudizione ed
indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella
riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli
accessorî. Nella parte seconda del _Fausto_, c'è la scena di mezzanotte,
in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per
ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi
loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio,
come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini
ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che quando
alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per
afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto
Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor
innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della
fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi,
ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può
scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e
questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto
invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia,
che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir
l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si
tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi
ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che
fare questa condizione _sine qua non_ del lavoro artistico, indipendente
da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente
costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?