Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito di Prometeo, plasmator
d'uomini e vittima de' numi. In questa, ch'è tra le più sublimi sue
creazioni poetiche, la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò
la propria sorte e la propria missione artistica, di conferire forma
ideale compiuta (e quindi umana) alle divine forze e creatrici della
natura; adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire, come ormai
supervacanea: e difatti cadde, vittima del cristianesimo e preda de'
barbari, appunto come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli
avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come
_..... Il calavrese abate Giovacchino_
_Di spirito profetico dotato...._)
fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre istintivamente il
bel mito; e lontanissimo dal pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il
concretò in forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente fuori da
quel sentito idealizzamento di tutta la vita e di tutto il pensiero
greco antico. Ed a noi garba ed accomoda vedere in esso il valore
storico, il pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto
pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva, ned il popolo, per cui
fu scritto; poteva essergli attribuito sol dopo il volger di secoli,
dopo avvenimenti posteriori.
I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa roba; ed ormai
chiunque legge Eschilo s'è avvezzo ad andarvela cercando.
Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, _more solito_, ignoriamo
finanche l'esistenza; ed al _cui cener freddo_ un futuro Natoli _farà_
certo _l'onor divino_ di battezzare dal suo nome un qualche liceo del
Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De Meis paragona l'Uomo
e l'Universo, questi due contrarî identici, alla divina Commedia; eccone
il raffronto riassunto: -- «L'uomo è in uno macrocosmo e microcosmo. E
non per questo due esseri agglutinati; anzi un essere solo, graduato in
sè, e fatto, come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno è il
corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il pensiero e
l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal vegetabile, è un vegetabile,
naturale, materiale; e perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci
è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro. L'anima, ch'egli
ha dal bruto, è un'animale, ed è parte materiale e parte immateriale, ma
sempre naturale; epperò ci è la tua e la mia, come ci è questo e quello
animale. Il pensiero ch'egli ha da dio, è dio infinito in persona _et
homo et caro factus est_. Il corpo è il primo estremo, l'inferno, il
basso fondo dell'universo, in cui l'una bolgia dal pozzo di Lucifero al
limbo dei bambini e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra
gli estremi, il purgatorio:
_.... Ove l'umano spirito si purga_
_E di salire al ciel divenga degno..._
E come il dantesco purgatorio, che di scaglione in iscaglione arriva al
terrestre paradiso, l'animale d'anima in anima giunge fino all'umana,
che lo amore e la scienza spogliano a poco a poco della brutalità. Ma,
se siamo molti corpi e molte anime, non siamo se non un pensiero, un
solo infinito iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando Dante, ossia
l'uomo non ancora battezzato, poeta in compagnia degli amati poeti, del
buon Virgilio e del gentile Stazio, _oh dolce guida e cara_, saliva il
faticoso purgatorio, quasi non era se non un animale. Quando poi la
misteriosa visione gli apparve ed ei nel mistico grifone intravide _il
suo aspetto stesso_, e si presentì, e conobbe ormai vicino il cielo. E
quando all'antica Lia, sogno, ombra, figura, succedette la vera Matilde
e l'ebbe immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò la pigra
carne. Dopo quel salutare, ma esterno lavacro, aspirò solo alla vita
eterna, alla vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele
antica si sostituì la nuova Beatrice, che lo manodusse al cielo; ed
egli, ancora aggravato di anima e di natura, corse sulle facili ali
della umana scienza per le celesti sfere, ei non era per questo ancora
beato. Ma quando, giunto al vero empireo, ad un tratto si trovò allato
san Bernardo; quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile
amore ed alla scienza umana delle cose divine la scienza divina, che
penetrò il suo pensiero; e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo
sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora e men che umano,
fu fatto davvero umano; allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo
si disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che le superne sfere
dell'intelletto erano tutte l'una nell'altra, e tutte erano una sfera,
un Empireo, un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella, assisa
nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata e indiata; e sè
conobbe indiato in lei, e fu felice ed immortale». -- Evidentemente il
De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno di lui il
pretendere, che Dante premeditasse di simboleggiare nella Commedia un
sistema filosofico, il quale, presupponendo tutta l'enucleazione della
filosofia moderna, era impossibile a que' tempi. Anzi vuol dire, che il
concetto poetico dell'Allighieri, che quella personalità umana, la
quale, a poco a poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le
qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia, si rarefà, o (se
vi piace) s'innalza a personalità divina, implica di necessità, sebben
certo inconsciamente, il medesimo concetto filosofico ch'egli De Meis
espone disdacalicamente in veste contemporanea. E vedete, cos'accade. Il
poema di Dante è tutto, come la sua _Vita Nuova_, un'allegoria: ma
questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata in un
capolavoro, veramente indovinato, noi possiamo all'allegoria dantesca,
che secondo la nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne
un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo appunto, che, al
sistema tolomaico, il quale non ci appagava più, sostituimmo il
copernicano spiegando anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che
il giorno prima spiegavamo benissimo col primo.
Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto poco sia da considerarsi
il concetto scientifico, che il poeta si pensa d'infondere
subjettivamente nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con quel,
che di necessità risulta dal poetico, (anzi come spesso il contraddica
alla recisa, come spesso l'autore _tendenzioso_ faccia un'opera di
_tendenza_ affatto contraria a quella, che lo ispirava,) cel
somministrerà Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello
incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da negarsi; un ateista
sclamerebbe con Orazio:
_.... Durum: sed levius fit patientia_
_Quidquid corrigere est nefas;...._
o col Tasso, che, nel _Torrismondo_, male imita questo luogo:
_Duro: ma sofferir conviensi in terra_
_Ciò, che necessità comanda e sforza._
Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina e la morale
cristiana, sarebbe chiaro da mille e mille squarci del suo racconto,
quand'anche non ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure! chi
non vede, la potente rappresentazione, che individua così bene _quel
secolo_ e _questo paese_; la simpatia per la manifestazione storica, pe'
costumi ed i caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere appunto
salda e recisa negazione implicita del cristianesimo? Perchè il
cristianesimo ha un ideale fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e
rimodellare tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice senza
il molteplice; intenderebbe sopprimere tutte le varietà individuali,
tutto il rigoglio della vita particolare, sottoponendo tutte le
coscienze ad una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i mortali
alla imitazione dell'uomodio, esemplare di ogni virtù; onde il Goethe,
ateo dichiarato, il chiamava irreverentemente _un furto, perpetrato a
danno dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli uccelli, per
comporre un più ricco penname all'uccello di paradiso_. Quella critica
manzoniana così arguta e derisoria, quella gentile ironia così
insinuante, rispettano invero la tradizione ed il domma religioso;
professano anzi altamente di rispettarli: ma questo rispetto, sendo
affatto arbitrario, dipendendo solo dal capriccio subjettivo dell'autore
e non già dall'intimo organismo della sua scienza, non trova eco nel
lettore. Altro è dire _io son cristiano_ e celebrare ad ogni istante il
cristianesimo; ed altro esser cristiano davvero, naturalmente, senza
sforzo, cristiano e credente sempre in ogni punto, su d'ogni quistione.
E spesso sotto la pelle agnina del Manzoni picchiapetto, vedi apparire
il pelame lupigno dello incredulo antico.
Per esempio, quando l'autore de' _Promessi Sposi_ s'interrompe al
meglio, nel descrivere il Vicario di provvisione, rannicchiato nel suo
più sicuro e riposto nascondiglio, per dire: -- «Del resto, quel, che
facesse, così appuntino non si può sapere, giacchè egli era solo; e la
storia è costretta a indovinare. Fortuna, che la c'è avvezza!» -- chi
generalizza, chi legge pensando, va subito con la mente alle tante cose,
delle quali gli uomini non hanno nessuna sperienza o testimonianza
autorevole, e che quindi _sono avvezzi ad indovinare_. E difatti il
Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di quelli, che poi voglion
mostrare di creder tutto dai coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi;
ed un tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela sempre
sulla fede assunta e la contamina e la vizia e la neutralizza.