V. -- _Tre esempli._

Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito di Prometeo, plasmator

d'uomini e vittima de' numi. In questa, ch'è tra le più sublimi sue

creazioni poetiche, la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò

la propria sorte e la propria missione artistica, di conferire forma

ideale compiuta (e quindi umana) alle divine forze e creatrici della

natura; adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire, come ormai

supervacanea: e difatti cadde, vittima del cristianesimo e preda de'

barbari, appunto come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli

avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come

_..... Il calavrese abate Giovacchino_

_Di spirito profetico dotato...._)

fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre istintivamente il

bel mito; e lontanissimo dal pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il

concretò in forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente fuori da

quel sentito idealizzamento di tutta la vita e di tutto il pensiero

greco antico. Ed a noi garba ed accomoda vedere in esso il valore

storico, il pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto

pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva, ned il popolo, per cui

fu scritto; poteva essergli attribuito sol dopo il volger di secoli,

dopo avvenimenti posteriori.

I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa roba; ed ormai

chiunque legge Eschilo s'è avvezzo ad andarvela cercando.

Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, _more solito_, ignoriamo

finanche l'esistenza; ed al _cui cener freddo_ un futuro Natoli _farà_

certo _l'onor divino_ di battezzare dal suo nome un qualche liceo del

Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De Meis paragona l'Uomo

e l'Universo, questi due contrarî identici, alla divina Commedia; eccone

il raffronto riassunto: -- «L'uomo è in uno macrocosmo e microcosmo. E

non per questo due esseri agglutinati; anzi un essere solo, graduato in

sè, e fatto, come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno è il

corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il pensiero e

l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal vegetabile, è un vegetabile,

naturale, materiale; e perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci

è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro. L'anima, ch'egli

ha dal bruto, è un'animale, ed è parte materiale e parte immateriale, ma

sempre naturale; epperò ci è la tua e la mia, come ci è questo e quello

animale. Il pensiero ch'egli ha da dio, è dio infinito in persona _et

homo et caro factus est_. Il corpo è il primo estremo, l'inferno, il

basso fondo dell'universo, in cui l'una bolgia dal pozzo di Lucifero al

limbo dei bambini e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra

gli estremi, il purgatorio:

_.... Ove l'umano spirito si purga_

_E di salire al ciel divenga degno..._

E come il dantesco purgatorio, che di scaglione in iscaglione arriva al

terrestre paradiso, l'animale d'anima in anima giunge fino all'umana,

che lo amore e la scienza spogliano a poco a poco della brutalità. Ma,

se siamo molti corpi e molte anime, non siamo se non un pensiero, un

solo infinito iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando Dante, ossia

l'uomo non ancora battezzato, poeta in compagnia degli amati poeti, del

buon Virgilio e del gentile Stazio, _oh dolce guida e cara_, saliva il

faticoso purgatorio, quasi non era se non un animale. Quando poi la

misteriosa visione gli apparve ed ei nel mistico grifone intravide _il

suo aspetto stesso_, e si presentì, e conobbe ormai vicino il cielo. E

quando all'antica Lia, sogno, ombra, figura, succedette la vera Matilde

e l'ebbe immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò la pigra

carne. Dopo quel salutare, ma esterno lavacro, aspirò solo alla vita

eterna, alla vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele

antica si sostituì la nuova Beatrice, che lo manodusse al cielo; ed

egli, ancora aggravato di anima e di natura, corse sulle facili ali

della umana scienza per le celesti sfere, ei non era per questo ancora

beato. Ma quando, giunto al vero empireo, ad un tratto si trovò allato

san Bernardo; quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile

amore ed alla scienza umana delle cose divine la scienza divina, che

penetrò il suo pensiero; e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo

sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora e men che umano,

fu fatto davvero umano; allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo

si disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che le superne sfere

dell'intelletto erano tutte l'una nell'altra, e tutte erano una sfera,

un Empireo, un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella, assisa

nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata e indiata; e sè

conobbe indiato in lei, e fu felice ed immortale». -- Evidentemente il

De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno di lui il

pretendere, che Dante premeditasse di simboleggiare nella Commedia un

sistema filosofico, il quale, presupponendo tutta l'enucleazione della

filosofia moderna, era impossibile a que' tempi. Anzi vuol dire, che il

concetto poetico dell'Allighieri, che quella personalità umana, la

quale, a poco a poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le

qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia, si rarefà, o (se

vi piace) s'innalza a personalità divina, implica di necessità, sebben

certo inconsciamente, il medesimo concetto filosofico ch'egli De Meis

espone disdacalicamente in veste contemporanea. E vedete, cos'accade. Il

poema di Dante è tutto, come la sua _Vita Nuova_, un'allegoria: ma

questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata in un

capolavoro, veramente indovinato, noi possiamo all'allegoria dantesca,

che secondo la nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne

un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo appunto, che, al

sistema tolomaico, il quale non ci appagava più, sostituimmo il

copernicano spiegando anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che

il giorno prima spiegavamo benissimo col primo.

Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto poco sia da considerarsi

il concetto scientifico, che il poeta si pensa d'infondere

subjettivamente nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con quel,

che di necessità risulta dal poetico, (anzi come spesso il contraddica

alla recisa, come spesso l'autore _tendenzioso_ faccia un'opera di

_tendenza_ affatto contraria a quella, che lo ispirava,) cel

somministrerà Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello

incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da negarsi; un ateista

sclamerebbe con Orazio:

_.... Durum: sed levius fit patientia_

_Quidquid corrigere est nefas;...._

o col Tasso, che, nel _Torrismondo_, male imita questo luogo:

_Duro: ma sofferir conviensi in terra_

_Ciò, che necessità comanda e sforza._

Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina e la morale

cristiana, sarebbe chiaro da mille e mille squarci del suo racconto,

quand'anche non ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure! chi

non vede, la potente rappresentazione, che individua così bene _quel

secolo_ e _questo paese_; la simpatia per la manifestazione storica, pe'

costumi ed i caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere appunto

salda e recisa negazione implicita del cristianesimo? Perchè il

cristianesimo ha un ideale fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e

rimodellare tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice senza

il molteplice; intenderebbe sopprimere tutte le varietà individuali,

tutto il rigoglio della vita particolare, sottoponendo tutte le

coscienze ad una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i mortali

alla imitazione dell'uomodio, esemplare di ogni virtù; onde il Goethe,

ateo dichiarato, il chiamava irreverentemente _un furto, perpetrato a

danno dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli uccelli, per

comporre un più ricco penname all'uccello di paradiso_. Quella critica

manzoniana così arguta e derisoria, quella gentile ironia così

insinuante, rispettano invero la tradizione ed il domma religioso;

professano anzi altamente di rispettarli: ma questo rispetto, sendo

affatto arbitrario, dipendendo solo dal capriccio subjettivo dell'autore

e non già dall'intimo organismo della sua scienza, non trova eco nel

lettore. Altro è dire _io son cristiano_ e celebrare ad ogni istante il

cristianesimo; ed altro esser cristiano davvero, naturalmente, senza

sforzo, cristiano e credente sempre in ogni punto, su d'ogni quistione.

E spesso sotto la pelle agnina del Manzoni picchiapetto, vedi apparire

il pelame lupigno dello incredulo antico.

Per esempio, quando l'autore de' _Promessi Sposi_ s'interrompe al

meglio, nel descrivere il Vicario di provvisione, rannicchiato nel suo

più sicuro e riposto nascondiglio, per dire: -- «Del resto, quel, che

facesse, così appuntino non si può sapere, giacchè egli era solo; e la

storia è costretta a indovinare. Fortuna, che la c'è avvezza!» -- chi

generalizza, chi legge pensando, va subito con la mente alle tante cose,

delle quali gli uomini non hanno nessuna sperienza o testimonianza

autorevole, e che quindi _sono avvezzi ad indovinare_. E difatti il

Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di quelli, che poi voglion

mostrare di creder tutto dai coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi;

ed un tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela sempre

sulla fede assunta e la contamina e la vizia e la neutralizza.

Fame usurpate · 第 28 / 72 题