Dall'importanza particolare, cui può pretendere il _Fausto_ nella storia
letteraria d'Allemagna, prescinderemo affatto. Tra perchè non aggiunge
ned un ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè l'occuparcene
renderebbe necessaria (parlando io ad un pubblico Italiano, il quale non
è punto obbligato a conoscere le letterature forestiere ed esercita
largamente questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria una
bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera operosità poetica tedesca;
lavoro, che non può farsi incidentalmente e di sbieco, anzi
pretenderebbe, che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse più
volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera del Goethe,
dimenticando le condizioni psicologiche speciali dell'autore e le
vicende, che gliela ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu
prodotta, e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto, col render
ragione de' difetti di un componimento, c'induce spesso a non avvertirli
od a scusarli, quando li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non
siamo tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo del signor
Goethe ed anche lo stato della coltura in Lamagna vengano perfettamente
rappresentate nel _Fausto_? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale
a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia un'opera d'Arte
perfetta, finita, piena.
Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto filosofico
dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci di quanto egli può aver
_voluto dire_ o _voluto fare_. Investigheremo solo solo quanto egli ha
detto o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che hanno
costretto a gemere i torchi, fa parlar così un dipintore: -- «Mi
dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse qualche allegorìa per
appiccicarla al mio quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi e
dappochi; e le mie non debbon _significare_, anzi _essere_.» -- Da lunga
pezza gli oracoli sono screditati in Italia ed imparammo, che la
sibillinità è indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità.
Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino fa de' suoi versi
lascivi:
Ombreggia il ver Parnaso e non rivela
Gli alti misteri ai semplici profàni;
Ma, con mentita scorza, asconde e cela
(Quasi in rozzo Silen) celesti arcani.
Però dal vel, che tesse or la mia tela
In molli versi e favolosi e vani,
Questo senso verace altri raccoglia:
«Smoderato piacer termina in doglia».
Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali -- «così, com'è solito farsi
col bambino, che, mostrandogli l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di
provarsi a ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare;
similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente, avrebbero
disgustato, ingegnavansi con grande artifizio di ricoprire, acciocchè
forse la meraviglia della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.»
-- E ridiamo anche di Francesco Palermo, che trova ammirabile questo
stratagemma. Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio) definisce
il _Fausto_: -- «il lavoro più misterioso, che mai venisse scritto.» --
Ridiamo del Varnhagen d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i
contemporanei, i quali non si lasciavan commuovere dalla favola, secondo
lui, grandiosa del _Fausto_; e trovava non esser Dante in nessun luogo
più grande e potente del Goethe in fine della parte seconda, perchè
«l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra della rozza fede
ecclesiastica ad una considerazione serena del mondo e dell'esistenza,
la quale veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo; ma
questo appunto è il bello, che il cristianesimo stesso c'impenni l'ali
per oltrepassarne le barriere.» -- Cosa importa, che il Goethe
profetizzi nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene e
se non fa balzare il cuor nostro? Venga pure, in tal caso, la sua
tragedia venerata dagli addetti della nuova fede, ma non proposta a noi
per trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga paragonata non
alla _Commedia_ dantesca, anzi a' discorsi delle sorelle Cràtere e
Pellopida, delle quali narra Celio Malespini, che: -- «ogni intelletto
più sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi che quasi tutte le
parole, che loro uscivano di bocca (quando volevano però uscire dalle
generalità del favellare) erano così oscure e fosche, che molti pochi le
intendevano». -- Il Manzoni rispondeva ad un chiarissimo (senza esser
omo,) il quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone in difesa
degl'_Inni sacri_: -- «Si contenti, ch'io non dica nulla sul passo,
dov'ella incontra difficoltà, giacchè le parole hanno a dire da sè, a
prima giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno bisogno
d'interpretazione, non la meritano». -- Non nego, che il dirizzone
presente, esemplificando una volta più l'oraziano
_... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque_
_Quae nunc sunt in honore....._
rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare le sciarade
proposte dalla sfinge Poesia. La moda odierna pretende dagli scrittori
profondi concetti morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso
ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli strampalati.
Ed in questo ha torto marcio: Arte e Scienza sono cose diverse, delle
quali ciascuna ha una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima:
l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe e non giova ad alcuna.
L'impareggiata profondità delle indagini di Giambattista Vico non ne
campa dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un pensiero
dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che commova gli affetti, ecciti
la fantasia. La Commedia dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi
quantunque allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila. La vita e
l'importanza vien conferita a' lavori d'Arte dal concetto estetico, che
incarnano; dal problema artistico o tecnico, che risolvono;
essenzialmente diverso nelle diverse arti, giacchè il problema
pittorico, che un pittore risolve con un quadro, il problema scultorio,
che l'intagliatore risolve con una statua, ed il poetico, che un poeta
risolve con un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente
comune: basti notare, che le arti del disegno e la musica si rivolgono
principalmente e direttamente al senso ed alla fantasia solo
mediatamente per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla mente,
e sol per mezzo della fantasia (nè sempre) eccita il senso. Il problema
artistico, tecnico, lo scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a
suo talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene pure non ne
abbia sempre piena coscienzia o non ne valuti tutta l'importanza,
quando, scrivendo per qualche tendenza morale, religiosa, politica, bada
solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,) è la sola cosa, che ci
de' premere.
Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale: scientifico)
non può se non rade volte esser chiaramente veduto e liberamente voluto
dallo artista; non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua; ned egli
può farne libera elezione: essendo esso un risultato necessario del
primo, il quale non può non implicarlo, non determinarlo virtualmente. E
questo diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per poco, ch'e'
degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi nel singolare solo mediante
il particolare; l'estetica non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema
enciclopedico; e quel bello, che essa rintracciando va, esser
semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo. Quindi
suppergiù, senza grandi stiracchiature, in quel modo stesso, che con
ogni religione o sistema si riesce a dare una spiegazione più o men
plausibile del cosmo, in qualunque opera d'arte, ch'è un microcosmo, può
trovarsi incarnato, (senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia
concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.