IV. -- _Importanza storica e concetto filosofico._

Dall'importanza particolare, cui può pretendere il _Fausto_ nella storia

letteraria d'Allemagna, prescinderemo affatto. Tra perchè non aggiunge

ned un ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè l'occuparcene

renderebbe necessaria (parlando io ad un pubblico Italiano, il quale non

è punto obbligato a conoscere le letterature forestiere ed esercita

largamente questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria una

bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera operosità poetica tedesca;

lavoro, che non può farsi incidentalmente e di sbieco, anzi

pretenderebbe, che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse più

volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera del Goethe,

dimenticando le condizioni psicologiche speciali dell'autore e le

vicende, che gliela ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu

prodotta, e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto, col render

ragione de' difetti di un componimento, c'induce spesso a non avvertirli

od a scusarli, quando li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non

siamo tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo del signor

Goethe ed anche lo stato della coltura in Lamagna vengano perfettamente

rappresentate nel _Fausto_? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale

a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia un'opera d'Arte

perfetta, finita, piena.

Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto filosofico

dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci di quanto egli può aver

_voluto dire_ o _voluto fare_. Investigheremo solo solo quanto egli ha

detto o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che hanno

costretto a gemere i torchi, fa parlar così un dipintore: -- «Mi

dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse qualche allegorìa per

appiccicarla al mio quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi e

dappochi; e le mie non debbon _significare_, anzi _essere_.» -- Da lunga

pezza gli oracoli sono screditati in Italia ed imparammo, che la

sibillinità è indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità.

Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino fa de' suoi versi

lascivi:

Ombreggia il ver Parnaso e non rivela

Gli alti misteri ai semplici profàni;

Ma, con mentita scorza, asconde e cela

(Quasi in rozzo Silen) celesti arcani.

Però dal vel, che tesse or la mia tela

In molli versi e favolosi e vani,

Questo senso verace altri raccoglia:

«Smoderato piacer termina in doglia».

Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali -- «così, com'è solito farsi

col bambino, che, mostrandogli l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di

provarsi a ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare;

similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente, avrebbero

disgustato, ingegnavansi con grande artifizio di ricoprire, acciocchè

forse la meraviglia della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.»

-- E ridiamo anche di Francesco Palermo, che trova ammirabile questo

stratagemma. Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio) definisce

il _Fausto_: -- «il lavoro più misterioso, che mai venisse scritto.» --

Ridiamo del Varnhagen d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i

contemporanei, i quali non si lasciavan commuovere dalla favola, secondo

lui, grandiosa del _Fausto_; e trovava non esser Dante in nessun luogo

più grande e potente del Goethe in fine della parte seconda, perchè

«l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra della rozza fede

ecclesiastica ad una considerazione serena del mondo e dell'esistenza,

la quale veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo; ma

questo appunto è il bello, che il cristianesimo stesso c'impenni l'ali

per oltrepassarne le barriere.» -- Cosa importa, che il Goethe

profetizzi nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene e

se non fa balzare il cuor nostro? Venga pure, in tal caso, la sua

tragedia venerata dagli addetti della nuova fede, ma non proposta a noi

per trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga paragonata non

alla _Commedia_ dantesca, anzi a' discorsi delle sorelle Cràtere e

Pellopida, delle quali narra Celio Malespini, che: -- «ogni intelletto

più sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi che quasi tutte le

parole, che loro uscivano di bocca (quando volevano però uscire dalle

generalità del favellare) erano così oscure e fosche, che molti pochi le

intendevano». -- Il Manzoni rispondeva ad un chiarissimo (senza esser

omo,) il quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone in difesa

degl'_Inni sacri_: -- «Si contenti, ch'io non dica nulla sul passo,

dov'ella incontra difficoltà, giacchè le parole hanno a dire da sè, a

prima giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno bisogno

d'interpretazione, non la meritano». -- Non nego, che il dirizzone

presente, esemplificando una volta più l'oraziano

_... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque_

_Quae nunc sunt in honore....._

rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare le sciarade

proposte dalla sfinge Poesia. La moda odierna pretende dagli scrittori

profondi concetti morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso

ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli strampalati.

Ed in questo ha torto marcio: Arte e Scienza sono cose diverse, delle

quali ciascuna ha una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima:

l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe e non giova ad alcuna.

L'impareggiata profondità delle indagini di Giambattista Vico non ne

campa dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un pensiero

dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che commova gli affetti, ecciti

la fantasia. La Commedia dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi

quantunque allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila. La vita e

l'importanza vien conferita a' lavori d'Arte dal concetto estetico, che

incarnano; dal problema artistico o tecnico, che risolvono;

essenzialmente diverso nelle diverse arti, giacchè il problema

pittorico, che un pittore risolve con un quadro, il problema scultorio,

che l'intagliatore risolve con una statua, ed il poetico, che un poeta

risolve con un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente

comune: basti notare, che le arti del disegno e la musica si rivolgono

principalmente e direttamente al senso ed alla fantasia solo

mediatamente per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla mente,

e sol per mezzo della fantasia (nè sempre) eccita il senso. Il problema

artistico, tecnico, lo scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a

suo talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene pure non ne

abbia sempre piena coscienzia o non ne valuti tutta l'importanza,

quando, scrivendo per qualche tendenza morale, religiosa, politica, bada

solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,) è la sola cosa, che ci

de' premere.

Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale: scientifico)

non può se non rade volte esser chiaramente veduto e liberamente voluto

dallo artista; non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua; ned egli

può farne libera elezione: essendo esso un risultato necessario del

primo, il quale non può non implicarlo, non determinarlo virtualmente. E

questo diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per poco, ch'e'

degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi nel singolare solo mediante

il particolare; l'estetica non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema

enciclopedico; e quel bello, che essa rintracciando va, esser

semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo. Quindi

suppergiù, senza grandi stiracchiature, in quel modo stesso, che con

ogni religione o sistema si riesce a dare una spiegazione più o men

plausibile del cosmo, in qualunque opera d'arte, ch'è un microcosmo, può

trovarsi incarnato, (senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia

concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.

Fame usurpate · 第 27 / 72 题