Scendendo ora alle minute particolarità di lingua, stile, eccetera; sarò
brevissimo e mi guarderò bene dal cercare il pel nell'uovo. Manca ad
ogni cosa la vita organica, il significato. Spargi con più cura il cacio
grattugiato su' maccheroni, che Aleardo Aleardi non dissemini gli
adjettivi pel discorso: per lo più ci stanno senza ragione, sono
manifestazione dell'arbitrio dello scrittore. Gli abitanti delle valli
retiche favoleggiano, che messer domineddio prese un giorno seco dalle
bolgette, nelle quali si rinchiudevano le sementi delle lingue e le andò
sparpagliando per le terre: e dove buttò semente d'Italiano, lì si parlò
poi l'Italiano; dove d'inglese, ivi l'inglese; dove di spagnuolo, lo
spagnuolo e via discorrendo. Ma, giunto ne' Grigioni, o che gli girasse
il capo o che gli si sdruciacchiassero le tasche, fatto sta, che cadde
una poca di ciascuna semente in quelle valli; ed ecco perchè fino al
giorno d'oggi vi è tanta eteroclita diversità di linguaggi; e da un
villaggio romancio passi al tedesco e dal tedesco all'Italiano e poi ne
trovi un altro romancio, eccetera. Bisogna dire, che, nel far versi.
Aleardo Aleardi confonda i sacchetti degli epiteti e delle metafore.
Da quando in qua la stirpe de' cigni è _battagliera_? Qual popolo ha gli
occhi _crocei_, se il croco è il _carthamus tinctorius_ de' botanici?
Chi ravviserebbe i granatieri napoleonici mascherati da _omerici fanti_?
Il _sapiente legno del Nazereno_ è una sciarada, che s'indovina a
scaparcisi un po' su: giudico meno facili ad interpretarsi _le cupole
intemerate di neve_, e quindi mi affretto ad aggiungere che s'intendono
le montagne. Che diavolerie sieno la _febbre lionina del trionfo_, le
_cento febbri de' vent'anni_, _l'olimpia febbre de' carmi_, _il febbril
zampillo della vena_, e diecimila altre febbri e febbrilità registrate
ne' canti dell'Aleardi, forse potrà dircelo Salvatore Tommasi, Carlo
Gallozzi Salvatore de Renzi; atterrito, io sclamo col venosino: _nova
febrium terris incubuit cohors!_ Come vedete, manca pure una certa
varietà. L'amore è un _assillo_, l'indipendenza è un altro _assillo_...
Basta; ma, prima di conchiudere, lasciatemi citare due versi unici nel
loro genere:
_...... E dalla rada ove Colombo nacque_
_Volò san Giorgio a cavalcar sull'acque._
Ostia! (dirò anch'io alla Veneta: una bestemmia qualche volta la ci
vuole! ) ostia, che tropi! L'è un miracolo, l'è un _tour de force_ da
santo, veramente miracoloso, il cavalcare volando od il volare
cavalcando sulle acque marine! sfido il più valente cavallerizzo di
quante compagnie equestri girano, girònzano, girovagano per l'Italia, a
fare altrettanto. Eppure, neppure questa corbelleria..... no, la parola
è scortese, mutiamola; neppure questa _frase poetica_ è originale!
Sicuro, Francesco Maria Arouet Voltaire c'informa, che Niccolò
Malebranche, volendo un giorno dimostrare, come ad un filosofo torni
agevole di fare il poeta quando gli piace, componesse d'improvviso il
distico seguente:
Il fait en ce beau jour le plus beau temps du monde.
Pour aller à cheval sur la terre et sur l'onde.
Nè mi sembra, che lo Aleardi possa scusarsi, allegando, che _cavalcare
il mare_ (e non _cavalcare sulle acque_) è stato adoperato semplicemente
per _navigare_, (se pure non è errore di stampa per _travalicare_), per
esempio dallo Straparola da Caraviaggio nella favola IV della III delle
sue _Tredici piacevoli notti_: -- «Alchia, veduta la volontà di Fortunio
ogni ora più pronta, nè vedendo modo, nè via di poterlo rimuovere dal
suo duro proponimento, diedegli la maledizione, pregando Iddio, che se
gli avvenisse per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla
Sirena non altrimenti inghiottito, che sono le navi dalle procellose e
gonfiate onde marine.» --
Cosa volete ch'io dica de' continui bisticci? Servono a vieppiù
manifestare la commozione, la serietà del poeta! Abbiamo già rilevate le
_ore di ciel, che il ciel condanna_. Persio è chiamato un _giovanetto
incolpabile, vissuto in colpevoli tempi_. Per dire che un galantuomo è
ito a Patrasso, l'Aleardi scrive:
_....... già sul.... petto,_
_Esercitato da sì lunghe croci,_
_L'ultima croce sta._
I martiri, que' poco autentici, ma molto uggiosi martiri, erano
trascinati
_..... nei densi circhi a sazïar le tigri_
_D'Affrica, ad allegar l'inclite noje_
_De le tigri di Roma._
Io non aspiro a pedanteggiare; _nil humani a me alienum puto_, e non
condanno _a priori_ ogni bisticcio. Quando ci quadra, _optume_.
Veramente in altre lingue e ne' dialetti Italiani sta sempre meglio, che
nell'Italiano aulico, e si confà più all'indole bonaria e gioviale di
que' popoli oltramontani, che non alla nostra severa e contegnosa; è
cosa di volgo, e nelle parlate del volgo non istona, sta al posto suo.
Pure, ove abbia un perchè, ove dica e significhi qualcosa, non
l'escluderei. È forma di pensiero comico: ed il contenuto delle poesie
vernacole, sendo sempre necessariamente comico, in esse devi _a priori_
aspettarti a trovarlo di frequente. Ma ficcarti nel bel mezzo d'un serio
discorso il più sconchiusionato de' bisticci, che, opposto all'intenzion
manifesta dello scrittore, a quantunque precede e segue, scioglie
buffonescamente il momento tragico, è leggerezza inconcepibile. Passò il
tempo in cui ammiravamo Pietro della Vigna, il quale, in una relazione
ufficiale sulla vittoria di Cortenuova, osava scrivere bisquizzando. _Et
dum castrametatì sunt juxta_ _Lolium_ _perditionis filii, ut rationem
segetis perderent, zizaniae, quae a vulgo_ _Lolium_ _dicitur, semina
seminarunt._ E lasciamo a' tedeschi applaudire il loro Paolo Heyse,
scrittorucolo, che, in una sconcia tragedia ed insulsa sulla istoria
della _Francesca da Rimini_, scarabocchiata (o che pare apposta per
render indulgenti verso il rettoricume del Pellico ed indurci ad
apprezzarlo e desiderarlo), fa bisticciare Paolo su due sensi della
parola _vergeben_ (perdonare ed avvelenare,) allorchè la Francesca gli
dice avergli rimesso lo inganno per cui si trova moglie del deforme
Lanciotto, invece d'esser mogliera di lui:
_Doch ich vergeb'es und vergess'es nie,_
_Dass ich mit Lügengift dir schnöd vergeben._
-- «Il bisticcio» -- diceva un secentista, notate, bene, un secentista!
-- «è segno di animo sciolto e non passionato; e maravigliosa cosa è,
quanto egli impedisca la commozione dello affetto. Però, quando il Poeta
lo mette in bocca di chi si rammarica, una delle due: fa credere che
quegli si burli o che esso sia un bue; e verifica in sè quel proverbio,
che _chi bisticcia è una bestiaccia_.» --
Sulla prosodia poche parole: Aleardo Aleardi fa meno spropositi d'altri
verseggiatori contemporanei, che pure raccolgon plauso, come Arnaldo
Fusinato, per esempio. Ma _carriaggi_ non è, nè puol essere trissillabo;
_viaggiatrice_ non è, nè puole esser quadrissilabo. Veramente un
_sottile ravignan patrizio_ nello -- «Epitaffio di Cesare, in opposto
sentimento a quello del Sannazzaro,» -- ha posto questo verso:
Fuggi viator: qui di sanguigne spoglie...
Ma chi non sa quanto poco e di lingua e di prosodia s'intendesse Paolo
Costa? _Espiazione_ bruttamente si contrae a cinque sillabe, dietro il
mal esempio dato da qualcuno per le parole in _ione_. -- «Non dichiamo
noi _compassione_ con quattro e i poeti con cinque sillabe? Non
_intentione_, _operatione_, _devotione_, _invidioso_, _litigioso_ e
mille altri noi con una meno, e i poeti con una sillaba più?» -- Così
messer Fagiano; ma la pronunzia de' poeti è la buona: la dieresi ci
vuole: la i è una vocale in quelle parole; ed il mutarla in j è un
errore sempre, in cui però, nol nego, sono incorsi qualchevolta anche
gli ottimi, conformandosi alla cattiva pronuncia fiorentina. Che nella
lingua ci sia la tendenza a trasformar in j la i, che segue una
consonante precedendo una vocale, non può negarsi; ma questa
trasformazione, quando ha avuto luogo, ha cagionato sempre
un'alterazione profonda nella consonante precedente od almeno ne ha
prodotto il raddoppiamento: (confronta _vezzo_ da _vitium_, _mezzo_ da
_medium_, _ragione_ da _ratio_, _rabbia_ da _rabies_, _figlio_ da
_filius_, _ingegno_ da _ingenium_ e via discorrendo).
Ma vorreste imitarli, quegli ottimi, anche quando errano? Chi farebbe
senza rimorso un trissillabo di _Beatrice_, quantunque Dante istesso
abbia perpetrato questo delitto di prosodia? E forse può scusarsi in
lui, ripeto, perchè avrà pronunziato alla fiorentina _Biatrice_ ossia
_Bjatrice_: ricordiamoci, che egli vien riconosciuto fiorentino da'
dannati dallo accento:
...... ma fiorentino
Mi sembri veramente, _quand'io t'odo_.
Ma con sei sillabe, _espiazione_, per la giacitura degli accenti, non
entrerebbe in alcun endecasillabo! Davvero? Poco male! o che tutti i
vocaboli debbono potersi ficcare in ogni verso? Rammentiamoci gli
epigrammi di Marziale in onore dello schiavo Earino.
Nomen nobile, molle, delicatum,
Versu dicere non rudi volebam:
Sed tu, syllaba contumax repugnas!
Dicunt Earinon tamen Poetae,
Sed Graeci, quibus est nihil negatum,
Et quos _áres áres_ decet sonare:
Nobis non licet esse tam disertis,
Qui Musas colimus severiores.
A' quali versi un commentatore annota: _Jocatur hic noster... in nomine
Earini, Domitiani eunuchi ex pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen
quidem dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim_ ear _ver
sonat), at idem contumacibus syllabis constare, quae neque hexametri
neque_ hendecasyllabon _rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos
tantum aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem istiusce_
_Earinus_ _tres primae syllabae breves. Sed quid obstitit, scire velim,
quominus hic Noster iambicis aut scazonte uteretur?_ Il giambo tragico
tedesco, essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una breve e d'una
lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli, nè per questo impaccia chi
è valente.
Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio, che mi ricorda
que' majali inglesi tutta ciccia, dallo scheletro ridotto a' minimi
termini, schisato.[3] Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico,
sonoro; ma questo, checchè molti vaneggino, non è mica un pregio. I
nostri maggiori poeti sol di quando in quando hanno scritto be' versi:
il verso allora è indovinato quando non l'avverti, quando combacia
perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa di bello per
sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!... Quando, letto uno squarcio
verseggiato, gli uditori esclameranno: -- «che be' versi!» -- dite pure,
che il ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale soverchia
il fantastico. Non crediate però, che l'Aleardi abbia nel maneggio del
verso la virtuosità, la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota
lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei sapere quali
orecchie in Italia valgano a pescare il ritmo ne' seguenti
endecasillabi:
..... Sarai del Cristo, anima di Maria....
..... E passò. Io stetti in disperato pianto....
..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;
o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza incespicare questa
filza di liquide: _Vela la nebbia de le stelle il lume._
[3] Ho visto con piacere seguito questo giudizio dal Barrili, uno de'
pochi, se non il solo scrittor di novelle contemporaneo, che mostri
istruzione e buon gusto. Egli non vi parlerebbe di cavalli
_amburghesi_, come il Tarchetti; non vi porrebbe Rouen, la patria
del Cornelio, sul mare, come Salvatore Farina nel _Tesoro di
Donnina_; egli non farebbe, come il Guerzoni, scrivere da una
bennata fanciulla alla madre la dimane delle nozze. -- «Ti mando
tutti i baci che mio marito mi lascia disponibili,» -- frase che
non adoprerebbe una donna da conio. Eccone le parole: -- «Luisa!
Bel nome! Egli lo sapeva finalmente, e stava con fanciullesca cura
a pronunziarlo, non come si fa a Genova, ma scandendolo in tre
sillabe: _Lu-i-sa_, e sibilando un tal poco l'esse alla maniera
toscano. E' non era un nome strano, di quelli, che certi
capiscarichi impongono alle bambine, per dare importanza di eroine
da romanzo o da dramma alle loro creature grame. Gli era un nome
quieto, gentile, dolce a pronunziarsi e dolce a udirsi: Luisa! E'
non era _Elisa_, nome da mettere in endecasillabi morbidi e flosci
come quelli di... acqua in bocca per non farci maledire dal secolo,
che li ha in gran pregio. Non era neppure _Eloisa_, nome da far
ricordare la badessa del Paracleto, innamorata d'un teologo, o la
svizzera di Giangiacomo Rousseau, innamorata d'un astrologo
sconclusionato. Era _Luisa_: modestamente, unicamente e soavemente
_Luisa_.» --
La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre a' non commossi. La
_genitura de' giusti_ è frase di pessimo gusto. _Zillo_ è un vocabolo
che nessun vocabolario registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella
_Ornitologia toscana_, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII al M.DCCC.XXXI,
dica, che i rampichini propriamente _mettan zilli_ (I, 188.) Sarà
probabilmente una corruzione idiomatica di _zirlo_; io non la
ripudierei, perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti, che
importi una nuova distinzione e più minuta. Ma qui rimarrebbe a spiegare
da quando in qua gl'insetti abbian preso ad imitare le voci de' tordi o
dei rampichini. Il _ne_ spesso viene adoperato dall'Aleardi in modo, che
rasentando la sgrammaticatura, non è certo eleganza, anzi sconcio
pleonasma. L'esse impura in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo
_lo_; è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con intenzione
d'ottenere bellezze, per dare maggior forza, non per accozzare orrori,
come:
..... E il scintillio de le fraterne spade...
..... Ma al scintillar de le serene stelle...
Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere una immagine gentile,
l'Aleardi non potrebbe neppure accampare per iscusa di pensare, come un
candidato alla licenza liceale, che conosco: -- «L'articolo _lo_ si
adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo _il_, quando si
parla villanamente.» -- _Opinione_ (chiamiamola così) che fe' sclamare a
Diomede Marvasi: -- «Dunque, se dicessi ad uno: _ti darò un calcio nello
sedere_, sarei cortese.»