XII.

Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non

senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è

conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente

ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù

d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose,

s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa

comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle

reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità

esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini

particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno

di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene

un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo

da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un

retore possa usurpar fama di gran poeta.

Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto:

prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le

condizioni politiche, le quali trasformavano le parole _patria_ e

_libertà_ in parafulmini estetici per le più inette scritture. In

Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo

con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per

simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si

fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco;

si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in

carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee)

piaggiando l'_eroe di Caprera_, insultando Pio IX. Aveva ragione il De

Vigny nel dire. -- «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi

alle mediocrità» -- ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare:

-- «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una

poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il

quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico

dev'essere qualcosa in sè.» -- Le opere stesse a proposito delle quali

parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il

contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il

comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non

guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da

Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone: _Nero

Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum

periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit._ Ora

Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a

dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i

dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è

lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi

si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza

importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son

grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono

piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non

delle comparse. Se non che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni

all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale

è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca;

ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le

negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io

ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava

amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver

dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:

_Angosce finse e simulò letizie,_

_Con quell'accento, che non vien dal core._

Del rimanente, poichè _nolenti non fit beneficium_, padronissimo pure

chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per

ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare

nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un

amico mi raccontò la tragicomica avventura.

Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle

sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa

piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione

decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno

dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la

Taide; in una fossa -- «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» --

Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto

in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così

da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e

tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la

testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto

Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi,

a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di

lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. Subito si accinse a

cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì

meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna

dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con

la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista

confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per

agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato

e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva

di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose

allo Spinosa:

_Sabbatha sancta colo_

_Et de stercore exire nolo._

Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da'

convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza

l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui

sciocchezza:

_Sabbatha sancta quidem_

_Remanebis ibidem._

E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco,

nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando

all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad

un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.

Fame usurpate · 第 20 / 72 题