Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non
senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è
conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente
ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù
d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose,
s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa
comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle
reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità
esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini
particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno
di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene
un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo
da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un
retore possa usurpar fama di gran poeta.
Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno sono due soprattutto:
prima la dappocaggine, la pecoraggine della critica ordinaria; e poi, le
condizioni politiche, le quali trasformavano le parole _patria_ e
_libertà_ in parafulmini estetici per le più inette scritture. In
Italia, al presente, critica non può dirsi, che ve ne sia: giudichiamo
con l'utero, cerebrinamente, per ragioni subjettive e psicologiche, per
simpatia ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi personali. Si
fischia un dramma, perchè il padre dell'autore era poliziotto austriaco;
si leva al cielo una colascionata, perchè lo scrittore è stato in
carcere a Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio plebee)
piaggiando l'_eroe di Caprera_, insultando Pio IX. Aveva ragione il De
Vigny nel dire. -- «che i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi
alle mediocrità» -- ed aveva sovranamente torto il Goethe di affermare:
-- «che un grande effetto presuppone sempre una gran causa; che una
poesia popolare e diffusa deve aver qualità eminenti; che un dramma il
quale si mantiene per venti anni ed ha le simpatie del pubblico
dev'essere qualcosa in sè.» -- Le opere stesse a proposito delle quali
parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del Kotzebue provano il
contrario. Son ormai roba morta e stramorta; e riesce malagevole il
comprendere, come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso non
guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà quel che da
Tacito impariamo esser pure avvenuto a' zibaldoni di Vejentone: _Nero
Vejentonis libros exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum
periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem attulit._ Ora
Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore intrinseco, è di moda a
dispetto della ragione; è un andazzo, che deve finire come tutti i
dirizzoni, ma del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa è
lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è maggior pena per chi
si dà all'estetica del lavorare su scrittori d'ultim'ordine e senza
importanza; il critico si compiace nell'esporvi perchè i grandi son
grandi e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli sono
piccoli; allo storico letterario giova occuparsi de' protagonisti, non
delle comparse. Se non che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni
all'utilità comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un arco trionfale
è più gradevole, appaga più lo amor proprio, dello scavare una cloaca;
ma, quando v'è necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le
negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare un idolo vano; ed io
ho studiato e parlato coscienziosamente, senza tacer la lode dove andava
amministrata. Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto e d'aver
dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo Aleardi:
_Angosce finse e simulò letizie,_
_Con quell'accento, che non vien dal core._
Del rimanente, poichè _nolenti non fit beneficium_, padronissimo pure
chiunque di non accettare la mano, ch'io gli offro e porgo per
ispastojarsi da una indecorosa ammirazione; e di perseverare
nell'errore. Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale un
amico mi raccontò la tragicomica avventura.
Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista, oracolo delle
sinagoghe, arbitro del sinedrio, non so come capitombolato in una fossa
piena, colma, riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione
decente? insomma in una fossa simile alla bolgia secondo dell'inferno
dantesco, dove stanno e si accasciano Alessio Interminei da Lucca e la
Taide; in una fossa -- «che con gli occhi e col naso facea zuffa.» --
Francamente, non avrei voluto essere ne' panni del meschinello: confitto
in quella fetida poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate così
da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli sciami di mosche e
tafani, che suscitati da uno splendido sole, gli mangiavano quasi la
testa. La bellezza appunto della giornata, aveva indotto Benedetto
Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva ucciderlo l'anno di poi,
a fare una passeggiatina in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di
lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco. Subito si accinse a
cavare il rabbino da quell'angoscia; ma il tentativo non gli riuscì
meglio degli altri fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna
dell'errore. Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi con
la manca ad un salcio, sporse con la destra il bastoncello al talmudista
confitto nel giulebbe, gridandogli, che facesse uno sforzo per
agguantarlo. Ma quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato
e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per unica vera, gl'imponeva
di astenersi da qualsivoglia lavoro. Serenamente, superbamente, rispose
allo Spinosa:
_Sabbatha sancta colo_
_Et de stercore exire nolo._
Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo da'
convincimenti robusti, dalla fede incrollabile, gli replicò non senza
l'onesto dispetto di chi suo malgrado si lava le mani dell'altrui
sciocchezza:
_Sabbatha sancta quidem_
_Remanebis ibidem._
E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate alcun poco,
nell'erba fresca e folta, s'avviò verso casa, ripensando
all'incorregibilità dell'uman genere, che, pur di non contraddire ad
un'idea ricevuta, consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.