X.

Mai non disse Aleardo Aleardi la più giusta cosa, che quando fece

reclamare dalla sua musa come proprio retaggio

_..... Fucate fantasie, vestite_

_D'arte caduca._

Infatti, chi, per mancanza di concetti e di sentimenti, nonchè di forma

e di pensieri proprî, è costretto a vivacchiare di accatto e

d'impostura, cerca per istinto necessario o per necessità istintiva, di

nasconder questa menda esaggerando[2], spaccando e rinvergando in cose

estranee alla poesia le quali egli falsamente giudica fregi ed

ornamenti, l'originalità, la virtù di piacere, che la steril sua

fantasia è impotente a dargli. Questi mezzucci riescono spesso ad

illudere e si scrocca fama di poeta; ma, trascorso il primo bollore,

vien riconosciuto che lo scrittore è precipitato nel goffo, nel

mostruoso ed ha sconfinato dalla poesia. Così talvolta una vecchiaccia,

o rinsecchita od adiposa, a furia di perrucchini, di belletto, di

bambace, di fascette, di polvere di riso e d'altri simili ordigni e

cosmetici, giunge a simulare un'apparenza di grazia e di gioventù; e

(l'uomo è fragile!) può farti scusabilmente girare il capo come un

arcolajo per minuti cinque. Ma dopo i cinque minuti di capogiro

scusabili, come la ti ha concesso un favore e l'effervescenza del sangue

calmandosi toglie il momentaneo velo all'occhio, saresti inescusabile se

non sapessi vederla nella schifosa realtà sua ed abborrirla.

[2] _Esaggero_, con due _gg_, per conservare al vocabolo la forza del

valore etimologico. Viene da _Ex-aggero_. Gherardinianismo

sporadico.

Il nuovo piace anche a me: cui non piace? Pure, cosa intendete per

nuovo? La novità non istà per Aleardo Aleardi nell'incarnare ne' suoi

componimenti concetti e sentimenti così connaturati, che diano una

impronta particolare, singolare a' pensieri, alle immagini, alla lingua,

al verso. Egli spesso si figura di ringiovanire il triviale e l'altrui

che costituiscono il fondo della sua poesia, aggiungendovi de' ghirigori

superflui, degli ammennicoli inutili, frammischiandovi qualche barbaro o

strano vocabolaccio. Ha molto del secentista, come del resto quasi tutti

i più vantati del secolo fra gli stranieri. Del pari Bernardino di

San-Pietro non ravvisava il merito del suo _Paolo e Virginia_ nello aver

creato delle persone vive o nell'importanza del concetto poetico e

sociale; bensì nell'aver posta la coppia innamorata fra gli insoliti

banani e palmizî, invece di collocarla fra le querce e le ficaje

consuete.

Esemplifichiamo.

Il poeta non è botanico, nè la botanica è poesia. L'insopportabile

abuso, che fa l'Aleardi di termini tecnici, i quali talvolta mi

mascherano stranamente le più note pianticelle, non ha senso, ed

esaspera il lettore. Mi ricorda la rabbia del vecchio cortigiano

Behrisch, il quale avea riempita una delle stanze assegnategli per

alloggio nella duchesca di Dessavia, con graste di geranî, pianta di

moda, allora. Ma i botanici in Lamagna fecero distinzioni e suddivisioni

tra geranî e geranî, attribuendo il nome di pelargonie ad alcune

varietà. Ed il Behrisch li malediva: -- «Imbecilli! io mi rallegravo di

aver la stanza piena di geranî, e loro vengono e dicono che, nossignore,

son pelargonie. Ed io cos'ho da farmene se non sono geranî? delle

pelargonie a me cos'importa?» -- Que' nomacci eterocliti non ci stanno

mica per una necessità poetica; vi son tirati pe' capelli a documento

della scienza botanica dell'autore. Ad Alessandro Manzoni, che si guarda

ben dal farla, noi perdoneremmo quest'ostentazion di sapere, la quale in

lui potrebbe psicologicamente giustificarsi. Difatti, il descrittore del

giardino inselvatichito di Renzo Tramaglini non è un dilettante di

botanica, anzi un filologo di primissim'ordine, che ha ideato una

classificazione delle piante originalissima, e, come mi asseverano

uomini competenti, scientificamente superiore a quelle dello svezzese

Carlo di Linneo o del ginevrino Augustino-Piramo Decandolle. Ma la

scienza dell'Aleardi probabilmente si riduce a qualche reminiscenza

scolastica, all'aver isfogliato un manuale od all'aver passeggiato in

qualche giardino de' semplici, leggendo su' polizzini attaccati alle

piante od impalati lungo le ajuole: _conifere_, _lonicere_, _ottonie_,

_bromelie_, _benisterie_, _ninfee_, _napelli_, _solatro_, _ranuncolo

scellerato_, _lemna_, eccetera, eccetera. Propongo un'ipotesi: forse il

Nostro fa ciò per mero esercizio mnemonico. Diceva il Goethe: -- Degli

studî ci rimane sol quanto praticamente applichiamo, il resto va

perduto.» -- L'autore adopera que' termini, perchè gli rimanga impressa

qualche cognizioncella botanica racimolata qua e là. Non sarei punto

sorpreso, che non avendole mentovate mai, ignori cosa sono la

vellintonia, l'eucalitto, la zeodaria, lo xilosteo, le alimacee, il

liriodentro tulipifero, l'asimina triloba, eccetera, eccetera.

Il poeta non è topografo; nè la natura per sè stessa poetica. Mancando

l'uomo che vi si agita, non ci commuove. Il mondo senza uomini, come

dice Piersippe Giusti, ossia il Marchese Giuseppe Spiriti, nella _Salace

trasformata_:

..... ancorchè spettacolo giocondo

Di meraviglie sia egli a sè stesso,

Pur fora qual teatro a cui sian tolti

Chi vi giuochi la sera e chi l'ascolti.

Dunque, volendo rappresentarmi, puta caso, una valle, basta dipingermela

come scena di un avvenimento caratteristico, ed è perfettamente inutile

che tu spenda un cinquanta versi a particolareggiarmene la pianta, i

nomi antichi e moderni, le produzioni e che so io; minuzie

interessantissime in una _Guida novissima del Viaggiatore_, ma che non

suscitano immagini commoventi, così da dar vita al fantasma di quella

valle. Più analizzi, più distingui, più sminuzzi, più _dettagli_ e meno

veggo l'insieme. Dimmi che i monti son cinerei, che la consolare è

candida (l'avran forse lastricata di carrara lustro), che il fiume è

verde (cosa da stagno), e mi avrai unicamente posto sotto gli occhi tre

immobili macchiacce: verdognola cinerognola e biancastra. Dimmi che

passano poane pel cielo e zattere pel fiume; ed io potrò solo fondare

meditazioni ornitologiche e commerciali su codesti fatti. Dimmi che

l'Adice reca a Verona un sorriso di Trento, ed io rispondo sbadigliando:

-- «rettorica!» -- Dimmi che un fortino veneto è trasformato in fortezza

austriaca, ed io ti ringrazio della notizia archeologica.

-- «Ma» -- scappa fuori l'Aleardi, indispettito come un bambino, al

quale si vieti di fare ogni impertinenza -- «questo no, quello no; corpo

dell'ostia, come aveva io a fare per dipinger poeticamente la

Chiusa?» --

-- Come, eh? Semplicissimo! Cancellar tutta la descrizione salvo queste

parole:

_..... Il loco ha somiglianza_

_Di Termopile, e forse alcuno attende_

_Leonida venturo._

Ma sa Ella, che questa immagine è degnissima del maggior poeta? Illumina

la personalità dell'autore; suscita l'objetto innanzi alla fantasia;

promuove un tumulto di pensieri. Ecco qua, senza corredo

d'annotanzioncelle prosentuose, senza imprecazioni, senza contorsioni o

scontorcimenti, lo scrittore si dimostra, io m'accorgo, ch'egli è

patriota; m'accorgo, ch'egli è di una terra serva sì, ma ognor fremente,

e fiduciosa nella vicina riscossa, e certa di non mancare al proprio

dovere: onesta baldanza! Ch'è d'un paese insomma, _eo immitior quia

toleraverat_, che ha dato i Mille come la Grecia i Trecento. Quella sola

immagine mi dipinge la valle nella fantasia così vivace e

caratteristicamente, come s'io l'avessi vista co' proprî occhi miei: vi

ha pochi esempli d'una descrizione poetica tanto vera e perfetta. Ma

perduta questa geniale oasi in un deserto d'inconcludenze e di

rettorica, passa inavvertita e fallisce l'effetto. Quel che più importa

allo scrittore ambizioso, non dico di eccellenza, anzi solo di serietà,

è il saper cancellare. Un componimento esce dalla fantasia, come la

statua di bronzo dalla forma, tutto sbavature; bisogna limare e

cesellare, cesellare e limare senza mai stancarsi. Dicon che lo Schiller

fosse maestro di cosiffatte potagioni. Gli avevano mandato una volta pel

suo _Almanacco delle Muse_ non so che oda pomposa in ventidue strofe: a

furia di cancellazioni e' la ridusse a sette, e sì che mediante le

crudeli amputazioni il prodotto ci guadagnò, rimanendo intatto nelle

sette strofe il buono sparpagliato per le ventidue. Pirro Lallebasque,

ossia Pasquale Borrelli da Tornareccio, osservò bene, quantunque

barbaramente si esprimesse, scrivendo: -- «Noi non siamo prolissi, se

non perchè ci manca il tempo o la pazienza di esser brevi.» -- Voleva

dire: _Siamo prolissi, sol perchè_, eccettera. Come disse il Metternich

al Varnhagen? -- «Se scorgo qualche oscurità nel mio dettato o sento che

qualche brano potrebbe non riuscir chiaro ai lettori, seguo il consiglio

datomi una volta dal vecchio barone di Thugut, uomo pratico che

m'insegnò di non ingegnarmi a dare un altro giro al pensiero, a

modificarlo, anzi di studiarmi solo di cancellare quanto vi ha di

superfluo nel luogo oscuro; il rimanente esprime compiutamente e

sicuramente il senso. E trovo di fatto che il semplice si regge da sè, i

puntelli e gli aiuti oscurano per lo più». --

Il poeta non è delegato di questura: non gli è concesso, mal presume di

raffigurarmi una persona, enumerandone i connotati, perchè con essi

posso solo al più arrabbattarmi a costruirmi nella mente un insieme di

venti parti; ma l'immagine non mi balza viva nella fantasia, non vi

s'affaccia repentinamente, non _Fa di sè bella et improvvisa mostra_,

come _Diana in scena o Citerea si mostra_. Che vita nelle Silvie e nelle

Nerine del Leopardi! eppure il recanatese non le esamina membro per

membro dal vertice alle piante come in una visita medica, come usa con

le meretrici. L'Elvira, la bellissima donna amata da Consalvo, era alta

un metro e settanta, oppure un metro e sessanta centimetri? La Nerina

era bruna o bionda? L'occhio della Silvia era nero od azzurro? Solo

incidentalmente apprendiamo che quest'ultima era di capel nero:

Non ti molceva il core,

La dolce lode, or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Nè teco le compagne, a' di festivi,

Ragionavan d'amore.

In prosa, si può ammettere qualche latitudine nel descrivere i

protagonisti; eppure Alfredo di Vigny (ch'è tra' quattro o cinque

francesi di questo secolo, i quali abbiano saputo scrivere) sclamava: --

«Non ho punto bisogno d'un ritratto in miniatura d'ogni vostro

personaggio. Credetemi, a chiunque sia per poco immaginoso, basta uno

schizzo. Un tratto indovinato vai più di tanti particolari. Se vi lascio

fare, mi direte la manifattura de' nastri di seta adoperati per la

coccarda degli scarpini. Abito pernicioso di narrare, che si diffonde

spaventevolmente.» -- Chi si lascia vincere dalla smania, dalla mania di

descrivere, non ha più freno, e sacrifica tutto pur di soddisfarla. Mi

ricordo, in un romanzo francese, che un tale dà un'occhiata, una

occhiata fugace in una stanza e vede.... vede i più minuti oggetti, che

ne vengono minutamente enumerati e descritti; vede e nota ciò, che

un'ora di esame attento non sarebbe sufficiente a vedere e notare.

Diceva il Goethe di Gualtiero Scotto: -- «Strano che appunto la

virtuosità nel particolareggiare, lo induca in errore! Nell'_Ivanhoe_

descrive l'apparenza e le vesti d'un forestiero, che entra durante la

mensa nel tinello d'un maniere, e sta bene; ma che ne descriva i piedi,

le calze e la calzatura è uno sproposito. Quando siedi a mensa di sera,

se qualcuno entra, ne scorgi solo la parte superiore del corpo.

Descrivendo i piedi, entra subito in ballo la luce del giorno, e così la

scena perde il carattere notturno.» -- La poesia, impotente a darmi la

forma esterna, mi dà la coscienza o l'azione del personaggio, che la

fantasia del lettore riveste in un battibaleno di forme corrispondenti:

in chi vuol gustarla, si richieggono alcune attitudini d'immaginazione,

come in chi vuol gustar musica si richiede orecchio. Le Belle Arti,

esse, invece, mi presentano le forme esterne, sotto le quali indovino

una coscienza. Indarno lo scrittore sgobba per distinguere e determinare

con parole i più minuti particolari od accidenti di forma e di colore:

più s'affacchina, più l'oggetto sfugge. La vita del fantasma poetico non

istà in un occhio piuttosto azzurro che nero, in un braccio più o men

bianco, in questa o quella linea.

_Avea riccia la chioma e colorata_

_Come la buccia di castagna alpina_

_Molti fior di giardino avrian voluto_

_Paragonarsi coll'aerea tinta_

_Che azzurreggiava nella sua pupilla:_

_Ma ciò che forse le venia più presso_

_Era il lin che fiorisce o il ciel di sera._

Misericordia! eccoci alla più ridicola materialità, al passaporto in

versi: capelli castagni e ricci; occhi cilestri. Eppoi questi occhi non

ci guardano, non ci splendono, non ci ridono; sono vuoti di sentimento,

due immobili macchie azzurregianti, sulla cui gradazione un tintore

ragiona (l'Alfieri direbbe _dissertaziona_) in guisa da fare andare in

solluchero l'autore del _Dialogo sui colori che si danno alle sete_. È

Maria Luisa, Porcellana, Isabella, Minerva, Turchino del Re, Turchino

Ghimè, Turchino della Regina, Turchino màmmola, Turchino di cobalto,

Azzurro o Lapislazzuli? Sarà forse Celeste blù, Blù Raimond, Blù

porcellana. Blù Isabella, Blù Maria Luisa, Blù Napoleone? O non

piuttosto Aria, Celeste cielo, Latticino, Celeste chiaro, Celestino,

Celeste Laudon, Celeste cupo o Celeste Lumiera?

-- «O come aveva a fare» -- sclama l'Aleardi con l'accento indispettito

dello scolare, che nell'esame non giunge a soddisfare con alcuna

risposta i pedagoghi, -- «come avevo a fare, per dipingere la mia

Caterina Cavalieri di Monte? Me lo insegna Lei?» --

-- Perchè no, caro? Lo insegnare agl'ignoranti è opera di misericordia.

O se a quel nome dolcissimo di Caterina si congiungesse daddovero in

mente vostra una immagine, di tutta la lunga descrizione avreste scritto

que' soli versi:

_... da ch'ella era nata..._

_... Mai sovra il paterno_

_Camperello la grandine non cadde_

_Nè al_ (cacofonia) _mandorlo imprudente arse la brina_

_I frutti; nè verun maggior dolore_

_Osò varcarne la vegliata soglia._

Versi, che mi ricordano questi altri nell'_Ardelia_ d'Olympo degli

Alessandri da Sassoferrato, il quale, parlando d'una bella donna,

scrive:

-- «E contra lei non giova dura sorte,

Che vince il ciel con sue piacevolezze...

La donna e 'l ciel e 'l mar governa e muove

L'aer la terra e l'universo clima;

Et son sopra natura le sue prove.» --

Similmente il Maresciallo di Francia, Biagio di Monteluco, scrive di

Andrea Doria; -- «parca che il mare ne ridottasse e quindi non si dovea

scontentarlo od irritarlo senza grande occasione.» -- Similmente il

cavalier Marino:

Di tai chimere vo' che tu ti rida,

Ancor che d'empio ciel raggio ti tocchi:

Qual sì cruda sarà stella omicida

Che rigor non deponga ai tuoi begli occhi?

Quanta gentilezza in questa fanciulla dell'Aleardi, che ne impone alle

stesse inesorabili leggi di natura, al fato stesso, il quale le

risparmia il dolore debito ad ogni carne umana! Deh come può essere, che

chi inciampa siffatte bellezze, non le comprenda, non ne abbia

coscienza; e trovi requie solo quando ne ha distrutto l'effetto con

mille aggiunte stolte? -- «Vojaltri dilettanti» -- scriveva presso a

poco il Mozart a non so che barone, il quale gli avea mandate alcune

composizioni: -- «o non avete pensieri propri e rubate gli altrui; o ne

avete e non sapete cavarne partito.» --

Simili baleni di poesia s'incontrano veramente nell'Aleardi; ma pur

troppo son baleni fugacissimi, che fanno meglio avvertire la tenebria

circostante, come gli spiragli nel sotterraneo di Montezuma, a detta

d'Antonio de Solis, _permitian solamente la (luz) que bastava, para que

se viesse la obscuridad_. È uffizio, è gioia, è dovere del critico

richiamar sempre l'attenzione su queste belle parti; e specialmente poi

quando in uno scrittore sono rare, mi sembra più che dovere, carità

fiorita. Quanto è viva la nobil-donna ungherese, frustata dagli sgherri

austriaci!

_.... La gentil ribelle_

_Sentì infamarsi le patrizie terga_

_Dal vitupero dell'austriaca verga,_

_E odiò la vita. E, dato_

_L'ultimo bacio a le atterrite ancelle,_

_Sotto la pietra del sepolcro ascose_

_Le membra vergognose._

T'impietosisci e parteggi per quella infelice ribelle, benchè il senno

ti dica la legge dover essere sempre obbedita e la ribellione punita e

soppressa a qualunque costo ed in tutti i modi, e che i governi

costituiti hanno autorità suprema ed assoluta in chi sorge a

combatterli. Quant'è sentito quel dire con enfasi, affermando Roma esser

nostra, solo nostra:

_Se cosa alcuna di straniero è in essa,_

_Sono il pianto e le ceneri de' servi,_

_Ch'ivi traemmo dalla vinta terra._

Spiove, l'atmosfera si rasserena:

_Scuote i fogliami, che gli fero ombrello,_

_L'augelletto e giocondo vola via:_

_Manda il ramo una stilla, e par che pianga_

_Dell'ospite cantor la dipartita._

Questo si chiama animar la natura, e l'immagine non sarebbe mai venuta

in capo, a chi non avesse provato lo strazio di crudeli addii. -- «È

precetto d'Aristotile» -- diceva un retore egregio del seicento -- che

quelle sono le ottime traslazioni, le quali _cat'enérgian_ sono

appellate; cioè, quando le cose inanimate s'inducono ad operare, come se

fussero animate; quale, per esempio, è quella di Omero, che attribuisce

il desiderio alla saetta di Panduro, dicendo, che ella desiderasse di

volare fra gl'inimici; e quell'altra, che dice delle onde, _cyrtà

phalerióonta_, cioè gobbe e che s'imbiancavano o incanutivano. Di questa

sorta di traslazioni così parla Quintiliano: _Praecipueque ex iis oritur

mira sublimitas, quae audaciae proxima periculo translationis attolitur,

cum rebus sensu carentibus actuni quandam et animos damus. Qualis est:_

_pontem indignatus Araxes;_ _et illa Ciceronis:_ _Quid enim tuus ille

districtus in acie Pharsalica gladius agebat? cuius latus ille mucro

petebat? qui sensus erat armorum tuorum._» -- Eccone un altro esempio

Aleardesco: gli austriaci hanno innalzato la forca sugli spaldi

mantovani per appiccarvi un patriota:

_.... In mezzo a un campo_

_Scellerato, spingea le immonde braccia_

_Un patibolo al ciel, quasi pregasse_

_D'essere fulminato._

Un letteratuolo, premiato nello scorso secolo dall'Accademia francese,

ha scritto: _Les dieux ont un Olympe et nous une patrie._ Nell'Aleardi,

il poeta assunto a' cieli, li percorre, se ne inebbria, dipinge la terra

come un meschino granello di sabbia e poscia con poca logica, ma con

infinita poesia sclama:

_Oh! potess'io, poscia che avrò veduto_

_Sì addentro l'universo, un'ora sola_

_Rinascere alla terra Itala e sciorre_

_Rivelator di meraviglie un carme,_

_Nobile, forte, non caduco e nuovo._

Quant'è vero quest'uomo che stima un'ora di vita in patria, più che

l'eternità in cielo! quanto è vero questo letterato che apprezza più la

fama terrena della beatitudine paradisiaca! Ma l'ultimo verso stona;

l'impressione sublime de' precedenti è ammorzata da quella gelida filza

d'aggettivi qualificativi, che terminerebbe degnamente l'allocuzione

d'un professor di quarta ginnasiale nell'assegnare agli allievi un tema

di esercitazione rettorica. Nè si scusi l'Aleardi citando Dante:

Pareva a me che nube ne coprisse

Lucida, spessa, solida e pulita.

In una descrizione di cosa materiale, que' quattro aggettivi, che ne

determinano le qualità essenziali, sono necessari; ma i quattro

aggettivi appiccati da lui al carme, _rivelator di meraviglie_ inaudite,

ne indicano qualità, che si sottintendevano e ch'egli escogita con la

riflessione.

Nell'_Ardelia di Messer Baldessar Olympo da Sassoferrato Nella quale si

contiene Sonetti Capitoli Dialoghi Frottole et Strambotti Et di nuovo

con ogni diligentia Stampata et ridotta in una bella e nuova forma_;

opera pubblicata, come in calce all'ultima pagina: _In Venetia per

Dominico de' Franceschi al segno della Regina 1569_; trovo parecchie

Ottave di _Epitetti_ (sic) _bellissimi di Baldessare Olympo da

Sassoferrato in laude di Leontia_. Sono una sfuriata prima di aggettivi

e poi di sostantivi; e veramente questo genere di poesia, che si direbbe

imitata dall'Aleardi, non richiede isforzo grande di fantasia. Eccone

per saggio una stanza:

-- «Unica, eccelsa, singulare, grata,

Gentil, soave, gratiosa e honesta;

Piacevole, gioconda, accostumata,

Inclita, saggia, famosa, modesta;

Ingeniosa, accorta, vaga, ornata,

Humil, pietosa, dolce, pia e presta;

Celeste, amena, ludibonda e lieta,

Tepida, pura, angelica e discreta.» --

Deh, perchè tutti i _canti_ non sono pari a' pochi brani surriferiti?

Allora l'estetico saluterebbe con gioia in Aleardo Aleardi, se non il --

«quinto gran poeta Italiano,» -- come ha detto qualche imbecille, che

non conosceva di certo ne l'Alfieri, ned il Leopardi, ned il Manzoni, di

certo una nostra nuova gloria. Mentre invece ora queste gemme, _rari

nantes in gurgite vasto_, servono solo a dimostrare non esserci

letamajo, nel quale non possano scavizzolarsi perle. Basterebbe aver

pazienza e stomaco da razzolarvi, e chi sa? potrebbero trovarsi dei

galantuomini sugli stalli della sinistra parlamentare. Ma quando in un

tutto artistico qualcosa non riesce, esso è sbagliato come tutto, per

quanto alcune singole parti possano essere buone in sè, e quindi

l'autore ha prodotto un'opera senza pregio e valore. Un'immagine

indovinata non può salvare un componimento pessimo del resto; giacchè

una sola immagine basta unicamente a formare l'epigramma, genere di

componimento, pel quale riconoscemmo gran disposizione nell'Aleardi.

Il poeta non è dotto, ned istoriografo; dottrina e poesia son due:

possono coincidere, possono divergere. Non so immaginar cosa più

ridicola del pretendere ad un merito poetico versificando nozioni

geologiche od isteriche o rendendo inintelligibili i versi senza un buon

corredo di noterelle. Ma non è poi lecito, quando uno vuol darsi l'aria

del dottore, d'incorrere in quegli svarioni, che fanno scoppiare i

precordi dalle risa e giustificano lo scherzo: _doctores a docendo,

sicut montes a movendo_. Estendere la passione delle reminiscenze e del

rettorico fino ai farfalloni, l'è un po' troppo. Nè vale per iscusa il

provare che l'errore fu tenuto ieri per verità inconcussa: oh bella! tu

vivi oggi; e, se se' savio, hai da vivere com'usa oggi. Se tutto muta!

Non più d'un dieci anni fa, quando ottenevi da una signora il ritratto,

potevi tenerti sicuro dal fatto tuo, anzi le belle facevano quasi quasi

più difficoltà per accordarti la miniatura, che per concederti i sommi

favori: adesso, invece, possediamo la fotografia di chi ci pare, e

nessuna l'ha per male e non implica nulla. Fosse del pari agevole l'aver

gli originali in braccio! Se quindi uno scrittore, ora, facesse andare

in bestia qualcuno, solo perchè scopre il ritratto della sua donna in

mano ad altri, farebbe una castroneria. In simili castronerie incorre

parecchie volte il Nostro.

È egli lecito d'impiegare ben sedici versi a maledire quel valentuomo,

anzi grand'uomo, che fu Omar ed a compianger l'uman genere per lo

incendio della biblioteca alessandrina, che i bimbi a scola imparano il

prelodato Omar non aver mai bruciata, perchè già distrutta prima di lui?

Stupisco che l'Aleardi calunni un nimico melensamente, uniformandosi a'

suggerimenti di Don Basilio. È egli permesso di chiamare il tedesco

_..... ispido nipote_

_Dei Nibelungi da la fulva chioma,_

quando non c'è uomo colto, che ignori i Nibelungi essere stati Franchi?

appartenevano cioè al ramo meno incolto e men barbaro del tronco

germanico, che si staccò da esso e si fuse interamente con la

popolazione gallica stedescandosi. Non farei certo un carico

d'ignorarlo, a chi non s'occupa di Letteratura germanica; ma perchè

voler far mostra di intendersene, quando se n'è digiuni? E egli

ammessibile di celebrare il magiaro come una

_..... gentil favella,_

_Che non ha madre, che non ha sorella,_

creando un nuovo fenomeno filologico? Una lingua prima e senza

parentele! È egli perdonabile di battezzare per _Cimbri_ i tedeschi?

Mah! e dire che Aleardo Aleardi sprofessoreggia, la fa da professore in

Firenze! Sia però notato a lode de' fiorentini, l'uditorio di lui

comporsi di qualche inglesaccia sfiancata, di qualche damina emancipata,

del loro codazzo e degli amici del professore. L'Italia impiega pur bene

i danari, che gli snocciola! Pagherei una lauta mancia, sborserei una

larga cortesia, a chi potesse dimostrarmi, che l'insegnamento di lui è

stato fecondo del benchè menomo frutto.

Fame usurpate · 第 18 / 72 题