-- «Ma, chi scrive, bisogna pur che dica qualcosa; e gli ha da essere un
impiccio indiavolato quando manca sentimento e concetto!» --
-- Gnornò. Anzi, stimala per la cosa del mondo più comoda: si
scarabocchia carta e carta senza fatica, senza palpiti, senza patemi,
senza sciuparsi, come amavano la Veneranda ed il Taddeo dell'_Amor
pacifico_. Grazie a' tanti secoli di vita che l'uman genere conta,
grazie alla lunga esplicazione letteraria della mente Italiana, v'è una
sterminata quantità di formolato a disposizione delle fantasie sterili:
espressioni consacrate, immagini proverbiali, concetti volgari, luoghi
comuni, parole e pensieri che furono forse un tempo roba poetica e
sentita, ormai ridotta dall'uso a mere cifre, a segni convenzionali,
come quelle monetacce, che circolando a lungo pèrdono l'impronta del
conio. -- «La lingua verseggia per lui,» -- diceva il Goethe a proposito
de' componimenti dilettanteschi d'un Re bavaro. In somma delle somme,
v'ha il mare inesauribile del rettorico (faccio per non nominarlo); di
ciò che alcuni in Economia Politica addimandano ricchezza comune e
gratuita, e che appunto perchè gratuita e comune, mal si spaccia per
ricchezza nella scienza sociale e mal si battezzerebbe poesia nell'Arte.
Ci è il sol di luglio del proverbio; e molti se ne fan belli, e molti il
vendono, e molti dabbenuomini il comprano a caro prezzo, come cosa di
valore e rara. All'oceano del rettorico, del formolato, attinge,
senz'ombra di scrupolo, copiosamente Aleardo Aleardi: ne' suoi canti non
ravvisi la manifestazione immaginosa di concetti sentiti, anzi un
sèguito di formole, de' lunghi polinomî di cosiddette imagini poetiche.
Ed il lettore ne riman commosso suppergiù come lo spettatore da una
pergamena istoriata di rebeschi o da un papiro coperto di geroglifici.
Quindi non vien freddato un tanghero nelle sue battaglie, del quale non
si deplori la solita madre o l'immancabile sposa che ne aspettano il
ritorno conteso in eterno! Se una fanciulletta od una contessucola
sparenta, consoliamoci, anzi rallegriamoci: le sono ite ad acculattar
qualche panca in cielo alla destra di dio padre onnipotente ed
intercedono per nojaltri! Se accade una mischia, ecco subito i
singhiozzi obbligati delle mamme e delle sorelline! I sepolti, ci
s'intende, aspettano vendetta ed invocano l'ira del nume sul carnefice!
I mondi danzano. (Ho l'imbarazzo della scelta fra mille esempli di
questa immagine più vecchia del brodetto. Antonio Muscettola, nella
canzone a don Giuseppe de' Medici, Prencipe di Ottaiano, in cui narra
come _danzando con la sua donna, da molti diamanti, ch'ella avea nelle
dita, gli fu in gran parte scemato il diletto_, scrive:
_Stanco il mondo godea_
_Tranquille piume in fra gli orror segreti:_
_E scintillanti e belle_
_Tessean lucidi balli in ciel le stelle)._
La natura inneggia al creatore. I firmamenti sono una tenda. La terra è
un granel di polvere, chi la guardi dal cielo. (Vedi, per restringermi
ad una citazione, la parlata d'Amore, in fine del quint'atto dello
_Endimone_ del Guidi:
_E la terra, che appare immensa mole,_
_Dall'uno all'altro polo_
_Sarà, sott'un tuo sguardo, un punto solo.)_
I vespri tuonano come quegli arcangeli, de' quali nessuno ha udito la
musica mai. Il Byron ha lasciato _l'ossa ad Albione ed i poemi al
mondo_. (Di simili divisioni della eredità degli uomini grandi o
spacciati per tali, potrei addurne centomila esempli. Mi basti
rammentare la iscrizione sulla tomba del cardinal Parisio in Santa Maria
degli Angeli a Roma ed il sonetto in morte di Torquato Tasso, che
leggesi nelle _Tre Grazie_ del seicentista Antonio Bruni da Manduria:
_Morto il gran Tasso, anzi avvivato in dio_
_Quei, che già riportò fra' cigni il vanto;_
_Tra la Fama e la Terra e 'l Ciel s'udio_
_Bella gara d'onor fra 'l lutto e 'l pianto._
_Il Ciel diceva: «Il gran Torquato è mio,_
_Poi ch'apprese da me celeste il canto»._
_Dicea la Terra: «A me si dee, perch'io_
_Di me stessa gli ordii caduco il manto»._
_Ma soggiunse la Fama: «Anzi, a me sola_
_Dèssi il cantor che vinse il dio di Delo,_
_Perchè in Pindo per me chiaro sen vola»._
_Indi Febo parlò da un aureo velo:_
_«La Fama il nome, or che all'obblio s'invola,_
_S'abbia; il corpo la Terra; e l'alma il Cielo».)_
Quel destriero barbaro, di cui già Orazio, scalpita nei canti
dell'Aleardi per mille millesime volte sulle tombe Italiane:
_Barbarus heu! cineres insistet victor et urbem_
_Eques sonante verberabit ungula;_
eccetera, eccetera. Non vi si cansa un platealità demagogica o
rivoluzionaria. Beninteso, che l'eminente statista, il quale in Austria
si chiamava Clemente-Vincislao-Nepomuceno-Lotario Principe di Metternich
e nel Reame delle Due-Sicilie, Duca di Portella vien gratificato
dall'epiteto di assassino, e l'Austria riceve il predicato _perfida_,
eccetera eccetera. Insomma ad ogni personaggio, ad ogni stato è
conservato l'aggettivo in uso presso i politicanti da caffè ed i
gazzettieri di trivio: l'Aleardi potrà servire di repertorio, quando una
più giusta cognizione ed estimazione della storia li avrà fatti
dimenticare agli avvenire. La Polonia cos'è? La terra di Giovanni
Sobieschi, ben inteso, abbandonata dalla ingratitudine di questa Europa,
che essa salvò dalla barbarie musulmana.... (Vedi i compendî di Storia
ad uso delle scuole; tutti gli articoli di fondo scombiccherati da'
politicanti sentimentali sulla Polonia; e tutte le insulse filastrocche
verseggiate su di essa da' poetonzoli Italiani, cominciando da Giuseppe
Ricciardi e terminando a Pasquale Turiello, o s'altri v'ha più da meno,
miseri stemperatori delle tumide parole dello Châteaubriand nella
biografia del Rancé: _Sobieski entra dans Vienne par la bréche qu'avait
ouverte le canon des Turcs. Les Polonais sauvèrent l'Europe, qui laisse
exterminer aujourd'hui la Pologne. L'histoire n'est pas plus
reconnaissante que les hommes;_ goffi parafrasatori delle belle strofe
del Poerio per l'arrivo in Sicilia dello autocrate Niccolò).
Che dirò delle reminiscenze mitologiche, pagane e cristiane, eccletica e
rettoricamente adoperate; delle personificazioni, che ti agghiacciono ad
ogni piè sospinto? Bacco piange sulla crittogama; _l'insidioso Satana
vola largamente con l'ale sul tenebroso tetto del Quirinale;_ le anime
vengono _assunte al glorioso bacio del Cristo_; e via discorrendo. Non
crediate già che il merito d'una battaglia trionfata spetti a' nostri
prodi! Ohibò!
_..... Il derisore_
_Dio de le fughe visita le file_
_Degli stranieri e il core._
La convenzione di Vilagos ed il preteso tradimento sono bell'e spiegati
col matrimonio di Arturo Görgey.
-- «Che forse amoreggiava con la figliuola del conte Rüdiger?» --
-- Nossignore, anzi.....
_..... l'infamia..... su lo aborrito_
_Campo di Ieno a lui pose nel dito_
_Il suo vipereo anello nuziale._
Chieggo a voi che avete combattuto, o come mi rappresentereste un
combattimento, una vittoria? M'immagino che porreste in luce un tratto
caratteristico, il quale lasciasse indovinare il tumulto, le vicende
della battaglia, del trionfo; che vi regolereste insomma press'a poco
come Giovanni Berchet nelle _Fantasie_, quando sua mercè riviviamo a'
tempi di Legnano, divenuti ne' suoi carmi più belli che non fossero
nella torbida realtà. Ecco invece in qual guisa l'Aleardi si lusinga di
pormi una vittoria sott'occhi, una vittoria del Bonaparte sull'Alvinczy;
_Un giorno, immansueta e bella_
_Dea, la vittoria scese; e per quei poggi_
_Danzò la danza pirrica su metro_
_Repubblicano...._
eccetera, eccetera. Veggo con la mente una sgualdrina scambiettare, non
mica combattersi una mischia. Vien proprio voglia di esclamare, come i
contadini bresciani, quando per la calura sorgono vapori da' campi
acquitrinosi, ch'essi addimandano _nidi della vecchia_, di sclamare:
_Bala, pör vecia!... che gh'ho in cul el to balà!_
Chiunque è avvezzo a non creare le immagini che adopera e ci è avvezzo
per l'ottima ragione che non sente poeticamente; chiunque è avvezzo a
servirsi del formolato: non potrà cansare, nel prendere delle _res
nullius_, di por talvolta la mano anche su qualcosa che abbia un
padrone, che non sia ancor divenuto patrimonio pubblico. E l'immagine od
il pensiero accattato da uno scrittore, costituisce ciò che con blanda
parola si addimanda reminiscenza e con altre più dure o meno ipocrite
plagio o furto. Volere o non volere, alla mente senz'utero, inetta a
fantasticare o favoleggiare con indipendenza, si affacciano que'
pensieri forniti e forbiti, perfetti, potenti; e non avendo essa virtù
di trasformarli specificamente, le s'impongono. Quindi niente
meraviglia, se percorrendo il Nostro, l'orecchio è percosso ogni tanto
da un'eco languida d'altri scrittori contemporanei, massime del Foscolo,
del Manzoni, del Leopardi e de' franzesi Hugo e Lamartine. Anche su
codesto capitolo io mi pregio d'essere frammanicone: nulla di più lecito
che il riprendere l'opera d'altri. V'è del vero in quelle parole del
Beroaldo di Verville: _Ceux qui disent «j'ai vu ceci et cela autre part»
sont des chetifs averlans. Quand on mange d'un chapon, est-ce le chapon
qu'il y a plus de cent ans qui fut mangé et chié?_ In Arte
l'appropriarsi l'altrui non è rubare. Ad un patto però: che tu faccia
tuo quel che t'appropri, che e' imprima il tuo suggello, che vi
scolpisca la tua marca, te, la tua personalità; che ne ricavi miglior
partito dello inventore; che tu faccia come l'occupatore, l'usurpatore
d'un terreno demaniale inculto ed insalubre, il quale il dissodi ed il
bonifichi. Ingenerandosi ogni immagine da un'impressione, importa ben
poco al fondo se questa prima impressione sia naturale affatto, oppure
una immagine artistica anch'essa. -- «Il mondo riman sempre il medesimo;
le condizioni si ripetono; l'un popolo vive, ama e sente come l'altro; o
perchè un poeta non dovrebbe favoleggiar come l'altro? Se le situazioni
della vita sono simili, perchè pretendere dissimili le situazioni della
poesia?» -- Così diceva una volta il Goethe, chiaccherando su' motivi
delle poesie popolari serbe, tradotte in tedesco dalla Talvj; mentre
Federigo-Guglielmo Riemer e Giampietro Eckermann osservavano: avere il
Goethe, aver essi stessi, adoperati parecchi di quei motivi senza saper
di serbo. C'era stato incontro. Ma come li avevano esplicati? a modo
loro, non alla serba. Ogni tema, ogni situazione, ogni personaggio,
ogn'idea, ogn'immagine, ogni metafora vive in ogni letteratura una lunga
enucleazione poetica; le differenti fantasie di molti poeti guardano
quegli elementi diversamente, successivamente e li esplicano, enucleano,
svolgono, sinchè se ne sia cavato il cavabile; anzi, queste
manifestazioni successive procedono storica e logicamente l'una
dall'altra: si presuppongono e s'implicano. Gustave Pianelle ha
compilato un libro: _Echi poetiche_, in cui registra molte imitazioni di
squarci latini fatti da classici francesi: ce ne ha, che sono
trasformazioni, ce ne ha, che rimangono semplici copie. Negli _Annali
per le letterature romanze ed inglese_, un tedesco stampava testè non so
che saggio sulle imitazioni degli antichi nell'Ariosto; e per citarne
una, l'episodio di Cloridano e Medoro è ispirato evidentemente
dall'episodio di Eurialo e Niso: ma quanto diverso! Giampietro
D'Alessandro pubblicò verso il M.DC.IV uno scritto sugli accatti
analoghi del Tasso; non ho vista l'opera, ma il Mannerini la rivendica
per cosa propria od almeno afferma di aver messo insieme un lavoro
consimile, nella prefazione al _Pastor costante_. Quante immagini
l'Allighieri non desume da Virgilio! diremo che il saccheggi? Le famose
ottave di Torquato Tasso sulla rosa presuppongono quelle di Ludovico
Ariosto, che non ci sarebbero senza le stanze d'Angiolo Poliziano,
imitate dagli esametri di Catullo: ma il Poliziano non ruba Catullo; nè
l'Ariosto il Poliziano; ned il Tasso l'Ariosto: hanno esplicato e
trasformato il concetto, sempre. Invece, nel _Cantore Sciaculi_,
l'Aleardi manomette il _Bertrano dal Bornio_ di Ludovico Uhland; nel
paragone che chiude le _Lettere a Maria_, ruba il _Mazeppa_ di Vittor
Hugo; qui la trasformazione, l'esplicazione ulteriore del concetto
manca. Nel _Triste Dramma_, nelle _Città Italiane_, nell'_È morta_,
nella _Viola_, nel _Giuoco di Palla_, eccetera, eccetera; ecco dovunque
reminiscenze del Foscolo e del Leopardi. Evidentemente Aleardo Aleardi
non è infetto della delicatezza morbosa che spingeva Alfredo di Musset
ad avvertire in nota ai lettori come qualmente egli avesse accattata
questa o quella metafora del tale o tal altro. Non ha la franchezza con
cui il De-Iouy diceva nella prefazione ad una commedia: -- «Un generale
estero, noto pe' suoi fiaschi nella guerra d'America, il quale si
consolava con trionfucoli teatrali a Londra delle batoste solenni
buscate a Saratoga, il Bourgoyne, aveva già ideato di rappresentare una
ereditiera circondata da proci avidi. Non avrei avuto scrupolo alcuno,
il confesso, d'accattar da lui un motto arguto, un carattere nuovo, una
scena od anche una situazione interessante, se ne avessi trovati nel suo
lavoro: gl'imprestiti fatti agli stranieri non venner mai tenuti per
plagi. Ma seguendo in ciò l'esempio dato spessissimo dagli autori
inglesi, non li avrei imitati anche nel tacere gl'imprestiti da me fatti
e nel disconoscere i miei debiti». -- Insomma, per non uscir fuori della
Italia, anzi per rimanere nel Veneto, lo Aleardi non ha l'ingenuità
simpatica di Pietro Michieli, che dichiarava al lettore della sua _Benda
di Cupido_: -- «L'autore non ne ricerca lode, che di fatica; essendone
la minor parte di sua inventione, e la maggiore trasportata da autori
d'altre lingue. L'esser egli il maggiore nemico che possa haver l'otio è
cagione di ciò: poichè, quando egli non si sente così pronta la vena
poetica per comporre del proprio ingegno, s'ingegna almeno d'affaticarsi
intorno alle compositioni da altri in altre lingue scritte, per non
passare il corso della sua vita (per quanto può) in altro, che in
attioni virtuose. In altri è stato stimato lodevole simile esercitio, e
forse anco in lui non verrà biasimato. Tanto più, che avendo fino ad
hora consignato alle stampe molti volumi di sua propria et assoluta
inventione, da quelli si viene in cognitione, che non ha bisogno di
mendicare dagli altri, essendo dovitioso nel proprio capriccio». -- Ma
del Nostro non abbiamo volumi _di sua propria et assoluta inventione_.
Giovanni Berchet scrisse una volta:
Come il mar su cui si posa
Sono immensi i guai d'Italia,
Inesausto è il suo dolor. --
ed Aleardo Aleardi augura con cristiana carità al comunista francese di
venir deportato in isole lontane:
_Dove lo cinga un lutto_
_Perpetuo come il flutto._
Alessandro Poerio ha detto parlando de' suoi dolorosi tempi:
Nel seno del poeta
Non s'agita il profeta;
Gli è chiuso l'avvenir; --
ed Aleardo Aleardi ripete:
_..... E nel poeta_
_Il profeta morì._
Il Marino disse:
Così dunque cangiar sinistra sorte
Può maniglie in manette? anella in nodi?
Gli aurei monili in ruvide ritorte?
_Adone_ XIV. 299.
Ed Aleardo Aleardi, come abbiam visto, scimmiotta:
_Abbiam catene in cambio di smaniglie,_
_La fune al collo in cambio di monili._
Alessandro Manzoni ha posto in bocca al suo Adelchi certi versi, che lo
Adelchi storico ripudierebbe, ma che tutti sanno a mente:
..... Una feroce
Forza il mondo possiede e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno
Coltivata col sangue, e ormai la terra
Altra messe non dà; --
versi che Aleardo Aleardi copia così:
_L'odio fu sparso, il postero_
_Raccoglierà vendetta._
Lo stesso Manzoni vi rappresenta Alboino che sale sopra 'l monte,
rivolge in giù lo sguardo all'Italia e sclama: -- «Questa terra è mia!»
-- Ed Aleardo Aleardi imita:
_.... Or su que' sassi... si sdraja_
_Il vïennese sordido gregario:_
_Stende le membra, del bastone esperte,_
_Plebeamente, e, accesa l'acre foglia_
_Americana, guarda in ver le pingui_
_Venete valli e le lombarde e dice:_
_«Quelli son miei poderi.»_
E, (salta agli occhi) imita con ben poco discernimento. La esclamazione,
dal Manzoni acconciamente suggerita ad Alboino Re, non istà bene sulle
labbra dei poveri soldati tedeschi, i quali, come gli avrebbe dovuto
insegnare _il suo povero Beppe_:
.... Re pauroso
Degl'Italici moti e degli slavi
Strappa a' lor tetti e qua senza riposo
Schiavi li spinge per tenerci schiavi!
Ci vuole anche un po' di criterio per utilizzare ammodo gli spogli è gli
_excerpta_ fatti nello scartabellare i buoni autori: non foss'altro per
non somigliare alla moglie del tintore. Un giorno che aveva bisogno di
cenere per le stoviglie o pel bucato, dà di piglio ad una catasta di
guado e di verzino, credendo fosse roba di scarto; e con buona alchimia
da cinquecento lire di droghe trasse cinquazei centesimi di cenere.
Il Byron, sclamando:
_Know ye the land where the cypress and myrtle_
_Are emblems of deeds that are done in their clime?_
con quel che segue, ha imitato il Goethe, che nel _Guglielmo Maestri_ fa
dire alla sua Mignon:
_Kennst Du das Land? wo die Citronen blühn_
eccetera. Il fatto è innegato: quella splendida introduzione ad uno dei
più cari poemetti dello irrequieto inglese, venne aggiunta sulle bozze
di stampa; è da lodarsi di non avere rifuggito dall'imitare. Ed il
Goethe ed il Byron han date stupende descrizioni, idealizzando la natura
di due contrade a loro cognite e memorande. E la forma interrogativa ne'
loro versi non è arbitraria, anzi ha un significato: indica la nostalgia
degl'interlocutori, quel desiderio intensamente appassionato, il quale
non può credere ignoto ad alcuno l'oggetto dell'affezione nostra, e
chiama tutti a testimoni che si ha ragione di amare. Ma quando Aleardo
Aleardi sul serio ti chiede:
_..... Hai tu veduto_
_Ne la convalle di Siddim profonda,_
_Sotto il nitido ciel di Palestina,_
_Hai veduto brillar sinistramente_
_La laguna d'Asfalte?_
questa interrogazione è rettorica, perchè senza ragione d'essere, mera
scimmieggiatura. Quando il Nostro, parlandoci d'un prigioniero che
ritrae sulle mura del carcere la sua ganza, chiama _arte di Giotto_ la
pittura; questa denominazione parafrastica è rettorica, perchè il povero
Ambrogio Bondone qui non c'entra: il richiamarcelo in mente ci distrae
dal prigioniero e dal suo triste sollazzo; mentre invece altrove, come
ho avvertito, il tedesco è stupenda e caratteristicamente chiamato
_lingua di Lutero_, rammentando così tutto l'odio che ogni Italiano vuoi
cattolico, vuoi incredulo, deve alla nazione che generò quel secondo
periodo di barbarie e di recrudescenza fanatica addimandato Riforma. Le
descrizioni dell'inverno islandese e simili, sono rettorica
nell'Aleardi, perchè il paragone serve solo a determinare e
caratterizzare il termine principale, a compierne il fantasma; ed ove
diventi un tutto per sè, una cosa autonoma: ove lo scrittore nel
pennelleggiarlo ecceda i limiti e dimentichi il principale, dobbiamo
conchiudere che il poeta patisce di distrazioni, _id est_ che non è
potentemente preoccupato dall'essenziale, che non ne è quindi commosso.
Ecco perchè tali strampalataggini convengono agli umoristi, a' quali
importa mostrarsi fuori et al disopra della poesia. La scelta de'
paragoni non è concessa all'arbitrio del poeta; non gli è mica lecito di
adoperar questo o quello, a capriccio, perchè nuovo, perchè gli va a
sangue, per una sua fisima, perchè così gli pare e piace. Gnornò: le
similitudini hanno una necessità logica derivata dal sentimento, dal
soggetto, dal carattere che volete esprimere; e quell'Italiano, il
quale, per mostrare come l'anima sua, risalendo i tempi, migri agli anni
della giovinezza, descrive in trentun versi i cigni che migrano
d'Islanda in Grecia, doveva proprio aver l'animo più freddo del naso
d'un gatto o vogliam dire (per non incorrere nella colpa che
riprendiamo) più fredda delle ghiacciaje che circondan l'Ecla.