VIII.

Bastino codesti esempli: quando esaminassi tutti i canti, dovrei

perennemente ripetermi. Vi è però, giustizia vuole ch'io 'l confessi,

una maniera di componimenti, nella quale Aleardo Aleardi riesce egregio,

poichè vi si può fare ammeno di concetto e di sentimento, vi basta

un'emozioncella momentanea, un pensiero isolato. Intendo parlare di

quelle, che volgarmente si chiamano _poesie d'occasione_; che i francesi

denominano _fuggitive_; ch'egli addimanda, con un epiteto abbastanza

incongruo, _volanti_; e che suppergiù corrispondono agli _Epigrammi_

degli antichi.

Ho già notate alcune gentili strofuzze per una Maria Wagner; e non

tacerò delle stanze per le venete, che mandano all'emigrazione i loro

vezzi. Le misere hanno sentito

_..... come un lamento_

_Di nota voce languida per fame,_

_Che vereconda dimandasse a stento_

_La carità d'un obolo di rame._

Ed in questi versi e' s'avverte qualcosa di strascinato, che s'attaglia

stupendamente al pensiero espresso e fa sentire la languidezza ed il

ritegno col quale la voce chiede; ma perchè _obolo di rame_? tanto vale

un obolo di rame quanto un obolo di argento, come tanto pesa un

chilogramma di ferro, quanto un chilogramma di penne. Le Venete hanno

udito; e commosse pregano un barcaiuolo di recare que' pochi giojelli

scampati alla rapina tedesca sull'altra riva del fiume: _Riva gioconda e

pur riva d'esilio_; e di rammentare agli esuli che Venezia aspetta.

Convien far la tara a queste esagerazioni: se le Venete ci avessero

mandate tutte le gemme, tutta l'oreficeria loro, gli emigrati sarebber

divenuti tanti signoroni; ma, preso con discrezione, il pensiero è

semplice e vero, e nelle poche quartine e' ci ha momenti indovinati e

riboccanti di poesia. Esempligrazia, quando parla del

_..... cor degli stranieri,_

_Bersaglio eterno all'Itale vendette,_

l'Aleardi dice meglio e più sull'odio fra la razza germanica e la

schiatta latina, esprime vieppiù robusta e vivacemente l'astio

accumulato dalle sofferenze, che non faccia con prolisse filastrocche

nel _Canto politico_, ne' _Sette Soldati_ ed altrove. Nondimeno anche

qui non mancano dissonanze. Le Venete han la parola:

_A noi meschine, in questi dì supremi_

_Fra la speme e lo spasimo ondeggianti,_

_Non si confanno anelli o dïademi,_

_Perle non si confanno o dïamanti._

strofa tollerabile, quantunque la smania dell'antitesi e del

parallelismo vi giunga fino al bisticcio: _speme e spasimo_, _diademi e

diamanti_, scherzi aliterativi, artifiziucoli, che la passione

traboccante e sincera non comporta forse, ma che qui dove si tratta

soltanto di formulare un'emozioncella in modo spiccato, facile a

ritenersi, musicale anzichè poetico, sono forse non immeritevoli

d'indulto. Approvo anche la dieresi, sebbene di solito _diamante_ sia

trissillabo, e nello italianizzar vocaboli greci che cominciano per

_dià_, come _diavolo_, _diadema_, si soglia restringere la particella in

una sola sillaba, facendo dell'i una _j_ consonante; così Dante: _Che

questi lasciò un diavolo in sua vece._ Ma l'Aleardi fa seguire

immediatamente quest'altro tetrastico:

_Abbiam catene in cambio di smaniglie,_

_La fune al collo in cambio di monili;_

_Le nostre fronti gocciano vermiglie_

_Sotto un serto di rie spine servili;_

che è pura rettorica: immagini false e quindi inefficaci e poi vengono

questi versi:

_Noi pur, se giova, taglierem le chiome;_

_E, con le trecce de' capelli neri,_

_Tenderem corde da avventar saette;_

elle sono rettorica pretta. Care, non fate, che non giova. Vi svisereste

senza scopo. Solo gl'indigeni della Nuova-Zelanda adoprano saette, ora;

nel secolo dei cannoni rigati e de' fucili ad ago. All'Aleardi, strano

fenomeno, sembra prosaico il caratteristico, ch'è il vero poetico, e

quindi s'attuffa nei luoghi comuni. Anch'egli Francesco Dall'Ongaro

(altra bella cima e cara gioia!) ne' suoi _Stornelli_ (che non sono

altrimenti _stornelli_, anzi _rispetti_) fa offrire dalle livornesi il

sacrificio di questa bellezza muliebre. La Maria Antonietta (dice egli)

aveva giurato (_credat Judaeus Apella, non ego_) tornando, d'imbottirsi

le materassa e gli origlieri con le trecce delle livornesi; e queste

rispondono, ricordando come in altri secoli le loro capellature

servissero a tender gli archi, e promettendo d'impiegarle ora a fasciar

le ferite ai volontarî. Reminiscenza del Tasso: ma non si comprende,

come nel caso dell'Erminia e di Tancredi, la necessità di ricorrere a

tali fasciature poco igieniche e molto disadatte: manca pezze, bindelli

e sfilacci?

_Altezza, queste trecce, o brune o bionde,_

_Le abbiam già tronche un dì di propria mano,_

_Per tender gli archi e risarcir le fionde_

_Ai difensori dell'onor toscano._

_Or fascerem le margini profonde_

_Ai volontarî del lombardo piano...._

_Ma voi non ci godrete ore tranquille,_

_Vi pungeranno, Altezza, al par di spille...._

Ma questa freddura è roba vecchia, vieta, stantia, rancida, barba di

cassone e di scaffale, fritta e rifritta, trita e ritrita, detta e

ridetta le mille volte e meglio assai da scrittori precedenti, e con più

spirito, Per esempio, il secentista Antonio Muscettola ha composta una

canzone concettosa intitolata, _La chioma recisa_, dedicata al signor

Mario Rota, in cui scrive:

_IV. Già di recisa chioma_

_Fabricarsi mirò bellico arnese,_

_Perchè fusser difese_

_L'eccelse rocche sue, l'antica Roma;_

_Et or nove armi architettando Amore,_

_Troncò quel crin per saettarmi il core._

_XI.... Et, o beata sorte,_

_Se la crudel che mi ferì sdegnosa,_

_Divenuta pietosa_

_Di mia vicina irreparabil morte,_

_Troncasse del suo crin le fila vaghe_

_Del sen trafitto per fasciar le piaghe._

Le tre ottave _Alle Donne Milanesi_ sono indovinate, meno la seconda. Il

componimento venne recitato in una festa data a Milano nel MDCCCLX, da

signore veneziane abbrunate, che presentavano dei mazzolini di fiori

alle lombarde e che invece di darsi in ispettacolo con simili commedie,

avrebber servito meglio assai la patria standosene costumatamente in

casa a rinacciare o far conserve od insegnare a compitare a' figliuoli.

Come è ben sentito il verso onomatopeico, che rappresenta l'austriaco,

_Ululando la lingua di Lutero!_ magnifico e caratteristico in bocca

d'Italiane cattoliche. L'ultima ottava poi è un capolavoro tecnico e

poetico: quanta gentilezza nella chiusa:

_E voi, lombarde memori sorelle,_

_Se mai trovate tra i soavi odori_

_Qualche stilla rimasta per incanto,_

_Badate, o pie, non è rugiada, è pianto._

Nel madrigale _A Re Vittorio Emmanuele_ finalmente, col quale Venezia

serva è supposta accompagnare un bucchè, la personificazione è così

spontanea e ben riuscita, che non oso condannarla; l'antitesi è così

gentile e ben trattata, così franco e ben maneggiato il verso, che

neppure un pedante osa chiedere da quando in qua le parti sono invertite

e le spose mandino ramiglietti (mi si perdoni il napoletanesimo

autorizzato da un esempio del Tansillo) mandino ramaglietti agli sposi,

ed un napolitano stesso leggendo non pensa all'equivoco osceno che nel

suo dialetto offre l'ultimo verso e quella parolaccia _mazzo_. Quando si

giunge a preoccupare un napolitano fino al punto di non fargli avvertire

una porcheria, è tutto dire. _C'est un joli rien_, come dicono

oltr'Alpi. Per questi nulla, per queste inezie solo, aveva disposizione

e capacità l'Aleardi: ed è veramente da rimpiangere ch'e' non ne abbia

scritto in maggior numero.

Nulla? inezie? Sbaglio, ho mal detto. Non è mica la mole che fa il

merito d'una poesia, anzi la perfezione: e parecchi rimangono immortali

per siffatte gemme epigrammatiche. L'impressione momentanea ha dritto ad

essere espressa dal vate; e molti poeti non possono, per idiosincrasia

loro, ammucchiare i pensieri, le immagini, i sentimenti che

quotidianamente si presentano alla fantasia, ammucchiarli, dico, ne'

magazzini della memoria pe' casi in cui occorrano; se non li esitassero

subito, li perderebbero. Così pure alcune frutta bisogna coglierle e

mangiarle; la dimane non sarebber più commestibili. Così pure alcune

pietanze vogliono esser trangugiate calde; a Napoli dicono: _friggi e

servi_. Aggiungerò che l'eccellenza si raggiunge più agevolmente in

queste bagattelle, che ne' lavori di lunga lena. S'è sempre freschi; non

s'è sopraggiunti da quelle stanchezze micidiali, che inducono spesso a

buttar giù l'opera di anni od a lasciare interrotte minacce di lavori

ingenti; non si rischia di riuscir mediocre in qualche parte, che

sbagliata fa scomparire il rimanente quantunque ottimo; non si è

costretti a sacrificare, ad eliminare mille bellezze, che non servono

per lo schema concepito. Maestro del genere è l'Arouet: e dire che il

signor di Ferney se n'è compiaciuto equivale al ragionare la bontà del

genere; l'istinto inconscio d'un tanto genio è infallibile.

_Chè intelletto divin, celeste ingegno,_

_Nulla a caso giammai forma e dispone._

(Adone. VI. 8.)

Il Goethe opinava: -- «Quantunque scriva un Voltaire, mi par buono,

sebbene io protesti contro alcune temerità; ma le poesie d'occasione

sono fra le sue cose più aggraziate: non v'incontri verso, che non

ridondi di chiarezza, di spirito, di venustà, d'ilarità. Non visse mai

poeta che al par di lui comandasse a bacchetta l'ingegno proprio. Una

volta, mentre egli, dopo lunga visita alla Du-Chatelet, stava per

incarrozzarsi, sopraggiunge un messaggio dalle educande del vicino

convento; le quali, volendo recitare pel natalizio della Badessa _la

Morte di Cesare_, pregavano l'autore d'un prologo apposta. L'occasione

era tanto amena, che l'uomo non potea lasciarsela sfuggire. E' si fa

recare penna, carta e calamajo; e verga il prologo richiesto sul

caminetto, in piedi. Saran venti versi: la poesia è pensatissima e

perfetta, appropriatissima al caso, d'ottimo gusto. Ma non mi pare

inserita nella raccolta delle sue opere.» -- Un genere, ripeto, che lo

amante della dotta Urania, che il Proteo multiforme della Francia ha

coltivato con amore, non può disprezzarsi da chicchessia

ragionevolmente.

Fame usurpate · 第 16 / 72 题