La passione è femmina, il concetto è maschio; quella vuol esser
fecondata da questo per produrre un portato poetico. L'animo dello
scrittore il paragono ad un areme, un gineceo, un serraglio; i suoi
affetti mi rappresentano le odalische; ed il concetto figura il pascià
che gitta il fazzoletto a qual più gli aggrada. Nella Real Casa
dell'Annunziata di Napoli, (_di squallida risorta ampliata_, come vi
dice una lapide insulsa, che ricorda il celebre: _L'un era padovano e
l'altro laico_) dove con pochissima carità si diseducano le projette,
v'era e v'è forse ancora una usanza singolare: stretta clausura tutto
l'anno, ma il giorno della festa del luogo, le porte si spalancano o
spaparanzano (come s'esprime energicamente il dialetto partenopeo, con
parola, che secondo il Manzoni, la lingua Italiana gl'invidia). Chiunque
voglia entrare e visitare il brefotrofio, padrone. Le educande, in gran
montura, stanno impalate lì come tanti capi di merci in vendita; e se
alcuna mi dà nel genio, posso scegliermela e sposarla su due piedi e
crearne una madre-famiglia: non c'è memoria che un'esposita avesse
rifiutato un pretendente per quanto laido, scontraffatto, decrepito e
scostumato, che una cosa anelano esse tutte più che lo Ebreo la venuta
del Messia: di liberarsi dalla bolgia, dalla tomba, in cui gemono; in
cui sono oppressi i polmoni, depressi gli spiriti; dove non si può nè
respirare nè sperar bene. Appunto quelle innocentine somigliano alle
disposizioni dell'animo nostro, che si precipiterebbero col più
scapestrato concetto, pur di uscire da' muti claustri della mente, e
vivere nella luce e nello splendore della parola. Ogni componimento
implica un concetto, che n'è l'anima, ch'è il pensiero il quale in esso
risiede e s'incentra, facendone un microcosmo. Sparito il concetto, ogni
poesia sfigurerebbe; la più zeppa e ridondante d'immagini vaghe sarebbe
soltanto un mucchietto di preziose gemme. Perchè le gioie si spietrino;
e, come nel mito indiano sotto la mano prepotente della divinità,
divengano membra di sommo splendore e fattezze d'impareggiata avvenenza
e vita: bisogna che il signor concetto sopprima con un colpo di stato
l'autonomia delle singole parti ed immagini, subordinandole ad una unità
superiore. Allora il componimento addiventa un tutto organico, acquista
coscienza e significato. Il Carteromaco, nel sesto canto del
_Ricciardetto_, ha un bel paragone che qui quadrerebbe:
_Come il pittor ch'a mosaico si dice,_
_Dev'esser il poeta a mio parere;_
_E quegli è riputato il più felice,_
_Che meglio accoppia pietre bianche e nere_
_E rosse e gialle: e poi di tutte elice_
_Una fera, una donna, un cavaliere._
_Così deve il poeta, se sa fare,_
_Di varie cose il suo poema ornare._
Le pietruzze variopinte son le immagini singole, il concetto è appunto
quella figura che risulta dal compaginarle. Il concetto pare dunque la
più capace affermazione in cui si concreti il sentito dal poeta: se lo
scrittore avesse male o deficientemente sentito, la riflessione
genitrice del concetto, mancherebbe di sustrato, di un objetto sul quale
esercitarsi. Nè mi si opponga il trovarsi qualche rara volta alti
concetti senza punto sentimento, puta, nelle liriche di Giovambattista
Vico. È vero, quindi nol nego. Ma non essendo stati sentiti, anzi solo
pensati, que' concetti non si trasformarono di scienza in poesia;
commuovono forse l'intelletto ma non la fantasia. Ed occorre non
dimenticar mai, che scienza e poesia, quantunque spesso coincidano, sono
essenzialmente due. Esaminiamo un po' qualche concetto de' componimenti
di Aleardo Aleardi.
Chi non ripensa frequentemente un'_Ora della sua giovinezza_, divenuta
momentosa per l'intera esistenza? Od anche le ore più volgari della
prima età? Il trovarsi oppresso e stanco dalla ricchezza di contenuto
della vita; il guardarsi indietro vagheggiando l'insulso tempo
infantile, quando e' si vegetava; è umana cosa. Accade talvolta
momentaneamente alle anime più robuste, vieppiù spesso alle fiacche ed
imbecilli. Questo rimpianto, manifestato sotto forme adatte ad esprimere
ciò che può esser solo un sentimento passaggiero, un accesso acuto, ha
la sua ragion d'essere come ogni sentimento, e ci appaga negl'Idilli,
nelle Romanze, nell'Elegie, che so! Se vien adoperato umoristicamente,
meglio ancora. Ma non puole affermarsi con serietà in un lavoro a
pretensioni e proporzioni colossali, che appena l'approfondisci, salta
agli occhi quanto ha in sè di buffo, di ignobile, d'antipoetico, di
gretto. Ed è così facile il cadere nell'indeterminato e nel
declamatorio! -- «Gli animi della fanciullezza» -- scriveva il Leopardi
-- «sono, nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi favolosi della
vita; come, nella memoria delle nazioni, i tempi favolosi sono quelli
della fanciullezza delle medesime.» -- In quel modo che il popolo Romano
a' tempi di Augusto non poteva rimpianger sul serio il Regno di Saturno,
in quel modo che il collegio de' cardinali non brama sul serio d'esser
ricondotto a' tempi degli apostoli; ciascun di noi non vagheggia sul
serio com'ideale l'adolescenza, neppure i più scontenti della propria
vita posteriore. Che, badate, particolarmente poetica, non è la
giovinezza in sè, bensì quel grande sperare che si fa in essa ed il cui
risolversi in fumo è tanto tragico. Dunque non m'hai da diffonderti
troppo ne' particolari, non hai da infilzarmi prolisse querimonie da
donnicciuola; anzi devi sapermi evocare splendidamente ma sobriamente
con qualche immagini potenti, quell'epoca di beata inscienza ed
incoscienza; farneticare di ciò che avrebbe potuto essere, che saresti
potuto divenire; e poi con un tratto, con una parola, richiamarmi,
revocarmi al presente amaro, nudo, sconsolato. Così mi seduci;
t'impossessi dell'animo mio; e non mi lasci campo di riflettere e dirti:
-- «Che diamine! Non t'avvilire! Sii uomo!» -- Aleardo Aleardi, invaso
dalla stanchezza della virilità, rimpiange la quietitudine dell'animo
puerile, il babbo, la mamma; racconta come una fiata, cavalcando a
diporto, gli paresse di vedere co' proprî occhi ricombatter la battaglia
di Rivoli; come, nel tornare a casa, pensasse alla Polonia; e, giunto
alla tomba d'una fanciulla scannata dal ganzo, le imponesse di apparire
per dargli notizie dell'insurrezione di allora (MDCCCXXXI); e come la
donzella emergesse dal sepolcro per dirgli:
_..... la vergine polacca...,_
_Or che ti parlo è già meco sotterra;_
e come quindi una femmina vestita tricolore, _velata tutta d'iridi
sacre_, nientemeno che l'Itala Musa in persona, intervenisse e
sclamasse:
_No. T'inganni, fanciulla. Ella è sepolta,_
_Ma non è morta. Un popolo non muore;_
affermando cosa che ogni alunno di ginnasio dovrebbe saper falsa, chè di
popoli ne son morti tanti tanti; e come poi quest'_Itala Musa_ si
mettesse a baciucchiar lui, che da quel giorno ha sempre cantato.... non
dice però se da basso, tenore, baritono o soprano.
Maledetta! debbo di nuovo chiedere scusa al leggitore per una facezia di
cattivo gusto! Ma lo scherno s'impone a chi si vede imbandir
prosuntuosamente queste... via, scavizzoliamo una parola blanda: questo
pasticciotto insulso. Non basta il più saldo proposito di rimaner serio,
quando si leggono ridicolaggini. L'Aleardi non s'abbandona ingenuamente
alle reminiscenze giovanili, cheh! non racconta alla buona fatti
accaduti o possibili; le sue invenzioni stravaganti e pretensiose
debbono voler dire qualcosa; e noi abbiamo il diritto di appurare che
significhino tante bizzarrie? che simboleggia quella visione? perchè
invece di entrare nel caffè a dare un'occhiatina alle gazzette, scappa
ad evocare una monella uccisa dal damo? eccetera. Ahimè, tutto ciò non
significa, non dice nulla nulla; è un pretesto per descrivere gl'inverni
irlandesi, una personificazione battezzata dea Vittoria, e che so io! un
puro pretesto per isciorinare cognizioni di nomenclatura botanica e
versi e versi e versi, ed informarci ch'egli è _l'enfant chéri des
dames_, che fa girare il capo alle signore, ma che soprattutto la Musa
travede per lui:
_Mesto crebbe e virile il nostro amore;_
_E di te indarno ingelosir le belle_
_Creature, che un dì mi seminâro_
_Di vipere e di fior la primavera_
_Della mia vita; e stettero per anni_
_Del mio riso signore e del mio pianto._
Che malora sia l'_Itala Musa_, non so troppo, io. Forse il nostro casto
verseggiatore avrà davvero incontrato ed abbracciato in sul far bruzzo
qualcuna vestita tricolore; ma cosa fosse quest'una, il dirò con una
parola, quantunque m'abbiano a leggere occhi più sicuramente pudichi de'
suoi.... Eppure, no; meglio una perifrasi.... E nemmanco di questa c'è
bisogno: ci siamo intesi.
Nelle _Prime Storie_ il poetino suppone gl'Italiani immemori e
svergognati, visto ch'e' ne ha mendicato invano un po' d'attenzione:
quindi cerca consolazione tornando alla Musa e vuol cantare, non però
dei vieti e vuoti numi d'Olimpo: altri tempi! La Grecia non favoleggia
più, anzi compie grandi gesta (si vede!) e noi com'essa abbiamo per
Ippocrene la patria. Speriamo e cantiamo. La Musa, comincia a cantare; e
per iscegliere un tema _palpitante d'attualità_, parafrasa il Genesi,
ciarla delle repubblichette Italiane, delle crociate, della scoperta
delle Americhe, eccetera. E quanti popoli furono indarno! La civiltà
segue il corso del sole: ma prima dell'egemonia americana, e non si sa
perchè, dovrà sorgere e tramontare un nuovo periodo egemonico Italiano.
Sfido io a pescare un concetto in questo guazzabuglio, in questo cibreo
di volgarità e d'amenità. L'autore voleva rifare poeticamente la storia
universale? Dunque, bisognava cavarne una somma, identificarla in
personaggi ne' quali il pensiero filosofico diventasse vita, dando alle
grette scrupolosità d'esattezza, bando alle inimmaginose nomenclature.
Già, se vi limitate a riversificarmi per la millesima volta le storielle
della mitologia biblica, non filosoferete, nè poeterete. Invece,
infondendo nuovo contenuto al mito, potrete produrre splendide
creazioni, come l'_Inno ai Patriarchi_ di Giacomo Leopardi; o per
iscegliere un esempio che non sembri all'Aleardi una caricatura, come
_Il Prigioniero_ di Francesco De-Sanctis, che senza dubbio è il _non
plus ultra_ di quanto può fare chi non è nato poeta.
Che serve esaminare ad uno ad uno questi titoli d'una pretesa infondata?
Quando l'Aleardi accusa l'_Itala Musa_ d'esserglisi prostituita, è un
calunniatore; e basta dimostrar falsa una parte del suo racconto, uno
de' documenti presentati, perchè ragionevolmente non sia più da
credergli in nulla. Due sole parole sul _Canto politico in morte della
Contessa Marianna Giusti, nata Marchesa Saibante_, dedicato _Al Venturo
Pontefice_, perchè le ingiuste contumelie e facili e senza pericolo e
codarde quindi e plebee, contro la canizie veneranda del pontefice
vivente mi cagionano un tal disgusto, che avrei preferito passare senza
ragionarne. Qui era balenato all'Autore un gran concetto. Egli chiede
alla morta: -- «Perchè morire? ora che riacquistiamo una patria! esser
cittadina d'un gran popolo, non è meglio forse, che diventare abitatrice
del cielo?» -- Quanta profondità in questo ingenuo pensiero! come
esprime acconciamente le idee moderne dell'uman genere adulto, che pago
della sua sfera, conscio del suo significato, rinunzia volontariamente
ad ogni speranza oltremondana! l'uomo si sente dappiù del santo, del
dio, parti del suo spirito; la vita con le sue vicissitudini vien
anteposta alla beatitudine immobile. Somiglia il concetto del _Prometeo_
del Goethe, che in quel frammento del francofortese rimane troppo
astratto e filosofico, non si anima in tutto, non acquista vita piena e
salda. Ebbene, di questo gran concetto che inciampava, messer Aleardo
Aleardi non s'è nemmeno accorto! anzi giunge a tale eccesso di
platealità da mandare la sua morte in cielo a pregare per l'Italia, come
farebbe ogni scolaretto, come si legge su tutte le lapidi, come han
fatto millantamila altri imbrattacarte prima di lui; eccetera, eccetera.