L'amore è per le letterature de' popoli moderni quel che la vôlta è per
le loro architetture. E l'uno e l'altra acquistarono valore per l'Arte
appo i Romani e signoria presso che esclusiva nel Medio-Evo. Allora la
vôlta divenne principio e norma di ogni costruzione artistica, anche
nelle contrade dalle quali il clima e la natura del materiale in uso
avrebbero dovuto apparentemente escluderla. Inesauribile nelle forme e
nelle combinazioni; pieghevole ad ogni scopo, ad ogni bizzarria;
capricciosamente complicata nel gotico e nel barocco; miracolosa nelle
cupole, ne' ponti, negli acquedotti; perchè cominciasse a perdere del
suo d'impero, conveniva che questo matto secolo decimonono desse di
piglio a due materiali sin'oggi trascurati dall'arte edificatoria: al
ferro ed al vetro, rivaleggiando con lo Atlante dell'Ariosto e con le
fate de' conti popolari.
Parlavamo di amore. Non v'ha passione più spontanea, più universale, più
comprensibile: ogni uomo, che sia uomo, ogni animale, che abbia anima,
debbe averla sentita o sott'una o sott'altra forma; se finanche le
cieche forze di natura sembrano sciogliersi in rapporti amorosi! --
«Niuno effetto ovvero accidente, qualunque ei si sia, è tanto universale
e comune a tutte le cose. Perciocchè egli non è cosa nessuna in luogo
nessuno, nè tanto bassa e ignobile, nè così alta ed eccellente, la quale
non abbia in sè qualche amore; anzi quanto è più nobile ciascuna cosa e
più perfetta, tanto ha senz'alcun fallo più perfetto amore e più
nobile.» -- Così Benedetto Varchi. Foggiandosi l'amore
diversissimamente, secondo le più minute e nascose parti della
personalità amante e dell'amata, esso è inesauribile nelle sue
modificazioni: e quindi, tanti poeti, tanti amori. Sel sanno e conscii
di quanto lor giovi quest'affetto, non possono pensarvi senza entusiasmo
e riconoscenza, -- «sono innamorati dell'amore; -- _Applaudissez du
moins pour l'amour de l'amour_, conchiude una volta Teodoro di Banville.
Hanno adoperato le più vaghe parole ed efficaci per rappresentarcelo
vivamente; hanno sfruttato le cave delle metafore e degli epiteti per
caratterizzarlo. L'hanno chiamato fiamma, catena, sospiro, piaga, luce,
guerra, martoro, follia, raggio; ed ognuno di questi termini indica ed
implica già di per sè ed _in nuce_ un concetto della passione; sebbene
col tempo, pur troppo, rimettendo della efficacia primitiva, siano
precipitati nell'uso volgare della lingua, e sappiano del rettorico
quando lo scrittore indifferentemente li adopera. Ed Aleardo Aleardi in
busca di novità chiama l'amore.... voi non vorrete credermi, ed è pur
così.... chiama l'amore: _assillo!_ Dunque non è per lui la fiamma
divoratrice del vivicomburio; nè la piaga onde sgorga il sangue e la
cancrena si diffonde; nè la catena obbrobriosa, fatale e pur cara; ned
il martirio immeritato e sofferto imperturbatamente, grazie alla buona
speranza che lo allevia; ned il raggio implorato che dissipa gli errori
della tenebria; no! chêh! anzi una delle innumerevoli noje della vita,
seccatura inevitabile che ci sforziamo di scacciare come l'importuno
tafano, bestemmiando la santa volontà di messer domineddio. L'amore è un
disturbo della nostra pace; distrae Narciso che si specchia al fonte, e
sparpaglia e fa diventar frenetica con le sue punture la povera mandra
umana che rumina tranquillamente all'ombra. Nè si scusi l'Aleardi
allegando il tropo esser tolto di peso dall'ode terza d'Anacreonte tejo.
Perchè rubare quando non si sa utilizzare il furto? In quello scherzo
umoristico dello amico di Policrate samio, un puro paragone simile,
fatto di volo, sta bene; ma chi ne fa una metafora e l'adopera sul
serio, non sa quel che si faccia. E la passione amorosa che in Omero
esiste appena come accessorio e sotto la forma quasi brutale d'affetto
conjugale; che l'Erissimaco di Platone confessa con istupore di non
trovare encomiata da alcuno de' tanti innografi; che in Virgilio,
quantunque essenziale d'importanza, è puramente episodica nella
composizione: diventa dalla poesia provenzale in poi fondamento e
condizione d'ogni poesia. Sembra che ormai l'ideale possa incarnarsi
solo in forme femminili; e che la via fatta, o prosperamente od indarno,
per raggiungerlo, l'Iliade combattuta e l'Odissea sostenuta, possa
ritrarsi unicamente dipingendo le vicende di un amore. Diceva il Goethe:
-- «Rassomiglio le donne a patere d'argento, in cui noi poniamo frutta
d'oro. L'idea, ch'io ne ho, non l'astraggo dalle parvenze effettive,
anzi m'è innata, od è sorta in me dio sa come. I caratteri femminili,
che ho rappresentati, se ne sono avvantaggiati: sono meglio sempre che
nella effettività... La donna è l'unico vaso, che rimanga a' moderni,
per versarvi la loro idealità. Degli uomini non c'è, che farne. Omero ha
tutto preso anticipatamente in Achille ed Ulisse, nel più forte e nel
più saggio.»
Questo modo di concepir l'amore apparterrebbe al più basso comico, al
buffonesco. Quando il monaco medievale raffigurava nella miglior
passione umana il demonio tentatore e si crocesignava scorgendo una
bella ragazza, era ridicolo; ma latitava pur sempre uno strazio
altamente serio in fondo a quell'apparenza comica: tutto il fàscino
della tentazione, tutto l'intenso desiderio del frutto vietato, tutta
l'ebbrezza d'una gioia momentanea fruita a prezzo d'eterni tormenti.
Quando l'alverniate Sebastian-Rocco-Nicolò Chamfort definiva l'amore: --
«scambio di due capricci e contatto di due epidermidi» -- era
ignobilmente prosaico; eppure si ravvisa qualcosa di tragico in
quest'uomo costretto dal ragionamento e dall'esperienza a negare la
maggior dolcezza della vita. Epperò quel comico spontaneo e questo
comico dottrinario serbano una certa dignità. Invece il comico del
concetto implicito nella espressione aleardesca, risiede nell'incapacità
del subjetto, il quale si dimostra disadatto a gustar l'amore. È una
comicità nauseosa, come quella dell'eunuco innamorato delle sultane che
attuffa nel bagno o conduce al talamo del padrone, nelle _Lettere
persiane_ di Carlo di Secondat, barone della Brède e di Montesquieu.
Ho detto _è_, doveva dire _sarebbe_, se fosse sentita ed enucleata, il
che non è. Meno forse d'ogni altra cosa l'Aleardi concepisce l'amore:
qui proprio non ha mai barlume di vera tenerezza o di vera disperazione,
qui dove l'infimo degli scrivacchiatori coglie spesso qualche felice
momento. S'egli ostenta d'essere amato, non commette un'indiscrezione
scusabile dall'affetto sovrabbondante, anzi una calcolata
scimmieggiatura di Vittor Hugo per propalare che una signora _comiffò_
il chiama: _mio poeta_. Se impreca ad una ritrosa, non accade pel
crepacuore della passione insoddisfatta, anzi per tradire, imitando
Giacomo Leopardi nell'_Aspasia_, dispetto e meraviglia che una donna
abbia potuto non istimarsi onorata e beata d'esser prescelta ad appagar
le voglie d'un tanto vate. Ripeto, tutto questo tornerebbe sublimemente
disgustoso, se il comico ne fosse sentito e svolto: ma l'autore parla
con la massima serietà e senza evidenza.
Non sente l'amore. Descrivendo due amanti, i quali godono: -- «quel
soave fin d'amor, che pare All'ignorante vulgo un grave eccesso,» -- il
signor Aleardi ha osato chiamare i momenti di voluttuosa ebbrezza:
_........ ore di cielo,_
_Che ne l'inferno echeggiano.......;_
e peggiora nell'ultima edizione questo pessimo brano, correggendo:
_Ore di ciel, che il ciel condanna._
Corpo di Bacco! ed io crederei che questo uomo abbia potuto amare mai?
Oh quegli cui una gentile desideratissima è stata quandochessia benigna
una ora; quegli che almeno con la fantasia cupidamente ha bramato un'ora
di felicità; sente nel ritrarla, non casca in freddure, in concettini,
in antitesi; non pensa ned al cielo, ned all'inferno: quel presente è
tale che spreoccupa del futuro.
-- «Ma l'Aleardi ha forse voluto manifestare la sua riprovazione per gli
amori illeciti, che ne offendono il senso morale....»
-- Poverino! Davvero? E gli uomini dal senso morale conturbato, gli
uomini ripieni di santo sdegno contro il peccato, a' tempi nostri il
rivelano coi bisticci; come un secentista, come il cappuccino nel _Campo
di Wallenstein_, del quale lo Schiller coadjuvato dal Goethe compilò la
parlata sulle opere di Abramo da Santa Chiara? Che tanfo da don Pirlone!
L'Aleardi ha voluto mentire una riprovazione che non sentiva, e non gli
è riuscito. Non potremmo che commiserarlo se davvero sentita l'avesse:
Dante era un carattere moralmente severissimo, come non ce n'è più, e
colloca Francesca col cognato nella bufera infernale; eppure piange al
vederli, eppure gliene duole, eppure s'impietosisce fino a cadere in
deliquio: condanna e non impreca, perchè la mente gl'impone di
condannare, ma il cuore scusa; invidia que' meschini, ma la fantasia,
ritraendogliene la dolce colpa, lo invaghisce di essa.
Ma lasciamo Dante: i paragoni sono odiosi. Il Nostro dichiara di amare
ardentemente non so che Maria, ed in pruova le propone.....
-- «Cosa? Badiamo, veh, di moderare le espressioni!....» --
-- Non c'è da moderar nulla; non fu mai vista più moderazione in alcun
amadore. Le propone di andarsene soli scorrazzando senza saper
dove......
-- «Scarrozzando?» --
-- No, scorrazzando, a piedi.
-- «E non sarebbe meglio prender la ferrovia e scapparsene per un
mesetto a Parigi, ch'è il luogo più acconcio per godersi lietamente la
luna di miele di qualsivoglia amore?» --
-- Crederei, ma i giudizî differiscono. Le promette di raccogliere
muschio e fargliene un guanciale, senza federa; di _suaderle il sonno
cantando la sua canzon più bella_; e di meriggiarle accanto sotto
_all'odorosa tenda d'un'acacia tardiva_ perchè non diventi mora....
-- «Vedi bàlia e ninna-nanna! non sarebbe meglio andare all'albergo e
farle preparare un buon letto sprimacciato, magari a due piazze?» --
-- A parer nostro, ma i gusti variano. Caso sopravvenisse un temporale;
_di freschi allori le farà ghirlanda_; acciò vada: _rispettata dai
fulmini le chiome_......
-- «O non sarebbe meglio aprire il paracqua?» --
-- Secondo gli usi odierni, ma i costumi cambiano. Quando poi la Maria
avrà sete le
_..... corrà pei solchi,_
_L'onda del ciel nel calice dei fiori._
_Che dio prepara all'uccellin che migra...._
-- «E quando l'avrà fame?» --
-- Una creatura tanto eterea non ha mai fame; ad ogni modo _le frangerà
il suo pane sovra un desco di rose e di viole_;
-- «Magro pranzo e desco incomodo!» --
-- Quistion d'abito. Malgrado la etereità, pure a queste offerte
seducenti, la Maria va
_..... celando, con la man di neve,_
_L'esistenza che in porpora la tinge._
-- «La _man di neve_? scommetterei che il _braccio eburneo_ e le _labbra
coralline_ son poco discoste. Una ciliegia tira l'altra». --
-- Zitto, che adesso viene il bello. L'amante per assicurar lei che
tituba, le dice:
_Rea non sarai: però che sempre è mesta_
_Quella letizia che di colpa odora._
-- «Odore di colpa? somiglierà all'odore di becco, m'immagino. Un amante
chiama reato e colpa lo scopo dell'amor suo? Mi burli? O che nuovo modo
di sedurre? che nuova razza d'amanti è codesta?» --
-- Una esotica, rinvenuta dall'Aleardi, che han fatto probabilmente
commendatore in grazia della preziosa scoperta zoologica, e non già,
come si buccina dalle male lingue, in mercede de' versi scarabocchiati
nell'albo del ministro Natoli. Egli prosegue: -- «Al fondo non ci separa
che un pregiudizio stolto. La progenie umana
_ai capricciosi_
_Moti del suo pensier diede il superbo_
_Nome di legge._
Ma non importa: rispetteremo lo stolto pregiudizio, perchè... lo
rispetteremo. Vivremo come fratello e sorella, placidamente insieme.
_Mia non sarai. Fidati_». -- E descrive gli amori di due isolette
vicine, consorti, ma separate da mare profondissimo: _Si guardan sempre
e non si toccan mai_; della luna e del globo, che fanno all'amore,
quantunque
_...... una infinita_
_Lontananza di freddo aer le parte:_
_Si guardan sempre e non si toccan mai,_
e conchiude:
_Così noi due, soletti pellegrini,_
_In vicinanza coraggiosa e monda,_
_Malinconicamente esuleremo;_
sicchè nojaltri lettori si finisce col fargli l'atroce ingiuria di
credere che la Maria potesse fidarsi daddovero! Chieggo scusa dello
scherzo, che convengo esser di pessimo gusto. Ma sfido io di rimanere in
contegno leggendo questa robaccia e ricordando che pur c'è chi l'ammira
_bona fide_.
Chiunque ha un po' di mondo sa che nella vita si dànno casi analoghi;
due infelici, due miserrimi possono trovarsi in una posizione falsa
siffatta; ma se amano veramente, sinceramente, uno strazio catartico,
una tragica colluttazione debbe verificarsi negli animi loro. Et, od il
travaglio interno, cresciuto al punto -- «che sostener nol può forza
mortale» -- gentilmente uccide i travagliati; oppure, vincendo ogni
ritegno, sforzandoli a violare i dettami della coscienza, apparecchia la
necessità della espiazione. Tale sarebbe il caso d'un fratello e d'una
sorella che si amassero d'amore non fraterno, come il Renato e l'Amalia
di Francesco-Augusto, visconte di Chateaubriand. Ma una rassegnazione
placida, come questa dell'Aleardi, che non fa presentire nessuna
catastrofe, è non meno psicologicamente assurda, che poeticamente
incapace di soddisfarci. Verso la fine dello squarcio che ho riassunto
si notano alcune descrizioncelle indovinate, almeno come intenzione: la
rosa,
_All'amoroso rosignuol contesa;_
Le isole, che
_..... l'una all'altra_
_Sorridon liete;_
La luna e la terra, che:
_..... nelle notti,_
_Si scambiano un saluto alternamente_
_Con favella di luce;_
ma perchè riuscissero poetiche qui, avrebbe da ogni parola dovuto
trapelare la meraviglia, che a dispetto d'ogni legge naturale, il fiore
e l'augello, le due isole, i due astri non si costringano in amplesso,
ingenerando negli uditori il convincimento, che malgrado tutte le belle
promesse, dopo la prima giornata di viaggio, il poeta sarà uomo e la
Maria sarà donna, e la categoria morale violata preparerà la sua
vendetta e la loro rovina. Allora avremmo biasimato l'aberrazione pur
commiserando quei traviati, come nella _Mirra_ dello _Allobrogo feroce_
(che fu allobrogo solo ne' versi del Foscolo) per quanto s'inorridisca
delle brame incestuose è pur forza compatire la vittima infelice della
Nemesi. Ma così, come l'Aleardi li ha rappresentati: primo,
l'impedimento, rimanendo troppo nel vago, sa del capriccio
irragionevole; e, secondo, la rassegnazione sa d'impotenza. Il poeta non
ha sentito: non v'è strazio di sorta in lui.
Non v'è di che stupire. L'amore è abnegazione, oblio di sè: come può
dunque amare un autolatra? Chi non vede che sè solo dappertutto, non può
provare alcuna maniera di affetto. E questo è il caso nell'Aleardi anche
per l'amor filiale: più lo decanta, più ne ostenta, e meno ci commuove.
Se fra' cani ci fosser de' verseggiatori, forse a qualche o bracco o
levriere o barbone od alano o mastino o molosso potrebbe condonarsi il
dire:
_..... ne la deserta_
_Mia cameretta ancor sento il celeste_
_Tuo profumo di santa;_
ma per la _genitura_ o meglio progenitura di Giapeto, un figliuolo che
fiuta od annusa la madre è una immagine ridicola, ed un profumo di santa
non si sa cosa sia. Nè mi si citi la Novella sesta della seconda
giornata del _Decameron_, dov'è detto: -- «Il figliuolo, quantunque
molto si maravigliasse, ricordandosi di averla molte volte avanti in
quel castello medesimo veduta e mai non riconosciutola, pur nondimeno
conobbe incontanente l'odor materno e sè medesimo della sua preterita
trascuraggine biasimando, lei nelle braccia ricevuta lagrimando
teneramente basciò.» -- Che _odore_ in questo brano non indichi cosa che
agisce sull'olfatto, è chiaro. La Crusca registra lo squarcio come
esempio di odore nel senso d'indizio o sentore; e dopo -- «conobbe
incontanente l'odor materno» -- aggiunge parenteticamente -- «cioè la
raffigurò.» -- La spiegazione letterale non parmi soddisfacente, ma non
importa. La brutal metafora del Boccaccio non era da prendersi per
ingemmarne una lirica.