Nè diversamente accade all'Aleardi quando ragiona d'amor patrio o di
libertà.
-- «Come, come? cos'ha detto? Forse abbiamo franteso. Il patriottismo,
il liberalismo non sarebbero passione in Aleardo Aleardi? E le sue
persecuzioni? E l'esilio? E Iosephstadt? Ed i tempi passati.... _su lo
strame De le prigion, col trave Del patibolo in faccia?_» --
Io non dico dell'uomo: che importa dell'uomo a me ed a voi? Ma
dall'Aleardi poeta anche l'amor patrio si ostenta sol per dare un
qualche spicco alla personalità del poeta, rassomigliando alla foglietta
d'argento che l'orafo sottopone ad un mediocre plasma di smeraldo acciò
sfolgori quanto una vera gemma. Il patriottismo del cittadino rimane
sterile per lo scrittore: ne parla, nol mostra. Cos'è l'Italia per lui?
Si scartabellano senza frutto i canti in cerca d'un concetto della
patria, della libertà, espresso in una immagine ammodo: per l'autore,
come per quei filosofanti medievali, sono meri _flatus vocis_. Leggi la
famosa canzone del Petrarca: _Italia mia, benchè il parlar sia indarno_;
leggi la invettiva dantesca: _Ahi serva Italia di dolore ostello_; leggi
le _Fantasie_ di Giovanni Berchet; leggi fin que' miseri epigrammuzzi di
Vittorio Alfieri; ed innanzi alla tua mente starà chiara e viva
un'immagine di questa tua patria; ognuno di que' sommi me l'ha
rappresentata com'e' l'ha sentita, come la sua fantasia gliela
raffigurava o presente o futura. Ma non sente, non ha viva in sè
l'Italia nostra, colui che parlandone a Gesù Cristo in paradiso, la
chiama:
_La terra tua, però che là su un_ (ahi!) _sacro_
_Colle, di voti e di laureti adorno,_
_La verginella ebrea,_
_Che ti fu madre, un giorno_
_La poveretta casa deponea._
Ma che? tutta l'istoria e la gloria nostra non è dunque nulla per
l'animo di costui? La bellezza di questa terra, la virtù di questo
popolo, sono cose tanto estranee alla sua coscienza, che per
raffigurarmi l'Italia ei dà di piglio alla casa della Madonna? E se
almeno fosse un picchiapetto, un bigotto, un uomo religioso; e ci
credesse davvero alla alleata casa! se fosse di quelli che, andandovi in
pellegrinaggio, piangendovi di tenerezza, stimano gloria maggiore per la
patria l'esserne depositaria, anzichè di tutti i trofei romani! Ma,
nossignori, rettorica pretta! e' se ne ride e tutt'al più concede con lo
Astigiano che sia _Pur men risibil delle antiche dee_. Quanto alla
cacofonia del _su un_, so che potrebbe tentare di scusarla, citando il
_Furioso_ (Canto II. Stanza XLI.)
_Che nel mezzo, su un sasso, avea un castello_
_Forte e ben posto e a meraviglia bello._
Allora si pronunziava e taluno scriveva _s'un_; contrazione che non so
quanto si ammetterebbe adesso.
Pure queste parole dolcissime _Italia_ e _Libertà_, per quanto sia vuoto
di sentimento chi le pronuncia, possedevano e posseggono una strana
virtù: di strappar lacrime agli occhi, di strappar plauso alle mani;
come il nome della diletta che circonfonde per noi d'un'aureola le più
schifose creature. La più stupida uscita contro i tedeschi, procaccia
agli attori una sfuriata di battimani: ed insomma la popolarità della
_Francesca da Rimini_ di Silvio Pellico per tre quarte parti si deve
alla fragorosa apostrafe all'Italia. Ogni strimpellator di violino che
scortichi pe' caffè l'Inno di Garibaldi è sicuramente applaudito e
raccoglie soldi assai nel vassoino; prima, perchè ricorda agli
acculattatori delle panche una persona che loro è simpatica; poi e
soprattutto perchè sanno di fare un dispetto ai questurini. Ed il
ripeter sempre _Italia_ e _Libertà_, ha procacciato il favor popolare
all'Aleardi; ha coperto d'un pampano la sua nudità poetica.
Riguardo poi all'ostentarci di continuo il martirio di quei pochi mesi
di prigionia.... cazzica! io non sono tanto offeso esteticamente dal
modo in cui se ne parla, quanto moralmente dall'udir tanto baccano per
tanta parvità di materia: _much ado about nothing_. Ma venne osservato
già da un pezzo, come ne' rivolgimenti politici chi meno si lamenta è
sempre chi più perde; e viceversa chi fa più bordello è sempre chi meno
ha sofferta. Noi, giovani della nuova Italia, educati negli esilî
all'odio aperto od in patria all'odio coperto delle tirannidi; avvezzi a
considerare come avvenire inevitabile e desiderabile gli ergastoli ed i
patiboli sortiti da' nostri maggiori; noi, che tutti, tranne pochi
dappochi e gl'impediti da forza superiore, abbiamo indossato o la tunica
del soldato o la camicia del volontario; noi, consueti a non calcolar
mai per ostacoli le minacce ed i pericoli; noi, che s'è mostrato di
essere uomini e di meritare d'esser liberi; noi, ci perdoni
l'illustrissimo signor commendatore Aleardo Aleardi; non siamo, noi
commossi da chi guaisce quasi femminetta per breve carcerazione o non
lungo sbandeggiamento, consolato da stipendî malguadagnati. Forse
nell'epoca slombata anteriore al milleottocenquarantotto, nell'epoca
frustata da quel Giuseppe Giusti che il signor commendatore Aleardo
Aleardi fatuamente chiama il _suo povero Beppe_, forse allora si
scroccava un brevetto d'eroe, di martire, mercè d'una visita domiciliare
o d'una detenzioncella preventiva. Ma ora!... Quanti hanno sofferto
viemmaggiormente; e, quel che più monta, operato qualcosa; ed illustri
non ci rompono gli stivali col raccontarcela sempre daccapo
magnificando; oscuri, non pensano neppure a farsi valere! E che direbbe
il signor commendatore Aleardo Aleardi se avesse vissuto come Luigi
Settembrini metà della vita fra 'l carcere e la galera e settantadue ore
in confortatorio? sempre uomo ed allora e prima e dopo? Ed il
Settembrini di tutto parla e fors'anche (anzi senza forse) non di tutto
tutto a proposito; ma degli anni e delle ore in cui fu eroe, mai. E che
direbbe il signor commendatore Aleardo Aleardi se a lui giovanetto
fossero toccate dalla polizia austriaca le vessazioni che il pittore
leccese Gioacchino Toma sofferse dalla borbonica e mercè le quali
rischiava di crepar di fame? Autodidatta, egli era venuto da Tricase a
Napoli pedestremente per amor dell'arte e campava facendo l'ornamentista
il giorno e studiando il nudo la sera: sbandirlo dalla metropoli era un
precludergli ogn'avvenire artistico ed un togliergli ogni mezzo di
sostentarsi nel presente. Ed ha penato con impassibilità, s'è
onestamente ingegnato, ha preso le armi nel momento opportuno, ha
pugnato con coraggio, senza poi mendicare il riconoscimento delle sue
spalline insurrezionali. Ed il Toma non chiacchiera mai corampopulo de'
suoi fatti, non si dipinge da protagonista ne' suoi quadri; ed è uomo
che dopo aver pennelleggiato quel capolavoro dello _Esame rigoroso del
Sant'Uffizio_, perchè sente altamente dell'Arte, perchè sente
pudicamente di sè, teme d'aver mal fatto, appoggia la tela con la
superficie dipinta rivolta al muro, la guarda di tempo in tempo
dubitando sempre e finalmente, sforzato dagli amici e dal bisogno, la
porta di contraggenio all'Esposizione, dove la intera Napoli la ammira.
Non tutti siamo da tanto, nè per valore nè per modestia: sappiamcelo! Ma
tutti o sommi o minimi, o scrittori od artisti, riguarderemmo come
insultante una legge sul tenore dell'Ateniese, che il commendatore
Aleardo Aleardi sembra rimpiangere, la quale vietasse agli scrittori od
agli artisti di avventurarsi in battaglia. E se mai legge analoga
ricevesse l'approvazione de' due rami del Parlamento e venisse sancita e
promulgata dal Re, non ci casca un dubbio al mondo, che malgrado la
nostra devozione al Parlamento ed al Re, la trasgrediremmo.
Ben inteso che ho parlato sempre non dell'Aleardi uomo, anzi
dell'Aleardi poeta. Dunque non ha sentito nè la religione, ned il
patriottismo. Vediamo se per avventura abbia sentito l'amore.