Aleardo Aleardi ha scombiccherati parecchi componimenti in cui parla
della madre e d'Italia e di libertà e d'amore e di religione: cose tutte
le quali sono state e saranno in eterno fonte ricchissima di vera
poesia. Ad un patto però: che siano sentite, che divengano passione, che
si concretino in fantasmi autonomi. Sono poesia nelle loro
manifestazioni, non già nella loro astrattezza. Spieghiamoci con un
paragone: i paragoni, se non provano, rischiarano; ed in casi molti,
rischiarare val quanto provare.
Nelle _due pagine autobiografiche_ preposte ai suoi Canti il nostro
autore vi dice: _Ho considerato la poesia come la perla del pensiero:
chè nasce anche ella da una febbre dell'animo, come la perla da un
malessere della conchiglia: chè l'aceto della scurrilità e della
malvagità la distrugge come l'aceto dissolve la perla._ A dirla, io non
so se l'aceto dissolva le perle, e mi ho annodato la cocca della
pezzuola per ricordarmi di chiederne a Sebastiano De Luca la prima volta
ch'io l'incontri; so bensì di certo, che la scurrilità è, quanto ogni
altro, schietto e legittimo elemento di poesia: e se l'Aleardi non si
trova in grado di comprenderlo, suo danno. Non sarebbe il solo;
moltissimi, tutte le nature fiacche sono negate all'intelligenza delle
categorie comiche. Ma lasciamo star ciò, ch'io non intendeva citare il
paragone per biasimarlo, anzi per farlo mio. La perla si produce dalla
secrezione sovrabbondante della materia che fodera la conchiglia, la
quale, agglomerandosi in alcuni punti a mo' di bernoccolo, senza dubbio
ingenera nell'ostrica un piacevol prurito; e tante volte l'ostrica
ricopre di sostanza madreperlare qualche corpo estraneo, che gli dava
noia con la sua forma irregolare, ma poi arrotondito dagli strati che
gli si sovrappongono, non torna più d'incomodo. Se non che più
l'escrescenza ed il corpo estraneo stanno e più divengono voluminosi; la
protuberanza si stacca dal guscio e diventa una cosa per se, la
pallottola ingigantisce, e dànno peso e dànno molestia all'animale,
finchè questi non trovi modi di sbarazzarsene. Con simile appunto si
ravvisa il processo poetico nella mente dello scrittore dalla percezione
all'espressione. Il percepire avidamente l'objetto, (fatto, sentimento,
eccetera) l'assumerlo in sè, l'appropriarselo, procaccia dapprima una
piacevole impressione: l'è quel diletto che noi precisamente cerchiamo
nella lettura od in teatro. Anche quando la percezione è tornata
dolorosa o per la sua veemenza o per la sua natura, lavorandoci intorno
con l'immaginazione, togliendone le asperità, finisce per essere ospite
gradita della memoria. Poi, mano mano che procede la traduzione
dell'objetto in immagine interna, e quanto più questa divien viva e
potente, _id est_ autonoma, s'ingenera e cresce un malessere nell'animo
del poeta, cagionato dalla presenza del fantasma. Malessere del quale si
guarisce incarnando esso fantasma in un lavoro, estrinsecandolo. La
stessissima successione di momenti si percorre nella generazione fisica
dal concepire allo sgravo. Più il pensiero diventa perfetto in sè, tutto
immagine, cioè artistico, e più diventa estraneo allo scrittore, che
quindi è angosciato dalla sua presenza, come donna negli ultimi mesi
della gravidanza. Il fantasma s'impone allo scrittore, che non gli
comanda, anzi il subisce. Molti anni dopo la pubblicazione delle
_Affinità Elettive_, il Goethe leggendo il carteggio di Ferdinando
Solger trovò una lettera su quel romanzo, la quale gli parve il meglio
che se ne fosse scritto. Il Solger, riconoscendo che il fatto era il
prodotto di tutti i caratteri, pur biasimava quello d'Eduardo: -- «Non
saprei volergliene» -- disse il Goethe -- «nemmanco io posso soffrirlo,
benchè pieno di verità... Ma, mi piacesse o mi spiacesse, dovetti farlo
a quel modo.» -- Notatevi quel _dovetti_. Ecco perchè diceva che tutti
quei santi e gentili affetti, i quali rendono caro un uomo nella vita
empirica ordinaria, per mutarsi in poesia han bisogno prima di _diventar
passione_, cioè di crescere in intensità, e poi di _trasformarsi in
fantasmi autonomi_, cioè in immagini che abbiano in sè la ragion di loro
vita e non siano mero prodotto dell'arbitrio di chi scrive.
Tanto la passione, quanto l'autonomia del fantasma, sono rese
impossibili per Aleardo Aleardi dall'idiosincrasia che chiamammo fatuità
poetica. Il fantasma non acquista mai effettività objettiva nella sua
mente; l'affetto non diventa mai cosa seria pel suo cuore; anzi egli se
ne fregia, come una civettuola di finte trecce e di nastri
nell'acconciarsi. Egli non può mai profondarsi nell'objetto, poichè
questo al postutto non ha importanza intrinseca agli occhi suoi, anzi è
solo un mezzo per farlo figurare. L'amor patrio, l'amor filiale, l'amor
divino e finalmente ciò che dicesi amore per eccellenza e per
antonomasia, sono nel freddo animo e morto di lui piante esotiche, le
quali non fioriscono mai come passione.
Aleardo Aleardi ne si protesta buon cristiano: s'adonterebbe se lo
chiamassimo, come Lisandro chiamava Aristodemo nella prima e men cattiva
tragedia del Monti:
_..... Uomo_
_Non sottoposto all'opinar del volgo_
_.... che questi dei, quest'ombre_
_De l'umano timor, guarda e sorride._
Ma un vero credente forse temerebbe che quel suo cristianesimo rettorico
e sbiadito voglia conferir tanto poco alla sua salvezza eterna quanto
poco giova al suo merito letterario. Quel dio, così spesso apostrofato,
non è persona, anzi personificazione; e neppure: è una mera occasione,
un pretesto, per rammodernare in fragorosi versi il cianciume delle
immagini bibliche. Una vecchia protestantaccia importunava sempre la
fantesca cattolica, acciò ne andasse al tempio ed ascoltasse i sermoni
del pastore. La domestica v'andò una domenica per arrendevolezza; e si
sciroppò la predica, attenta e devotamente. A casa poi la padrona
l'accolse con una sfuriata d'interrogazioni. -- «Neh, ch'è una gran
bella cosa? Neh, che vi si parla benissimo e pertinentissimamente di
iddio?» -- La servetta, dopo aver ascoltato un pezzo, poi rispose: --
«Ne parlan molto, ma nol mostran punto». -- L'Aleardi nomina sempre dio;
ma non cel mostra mai. Ma non ha la più remota idea dell'ardente
religiosità ed appassionata, che cerca sfogo irreperibile nella
penitenza, nelle stravaganze de' riti, nella preghiera; che guasta tante
belle ginocchia e consuma tanti animi gentili sul genuflessorio o nel
confessionile; che fa piangere; che fa sperare e sperare e disperare;
che ci fa vedere il nostro ideale morale come una personalità distinta
da noi, o amico perdonevole o giudice inesorabile. Egli non ha mai
provato e neppure intelletto cose siano la paurosa preoccupazione
dell'eternità, gli scrupoli severi, quei dubbi che schiantano il cuore,
gl'imperativi categorici, i delirî sublimi di san Tommaso d'Aquino o di
santa Teresa d'Avila, che udivano esterrefatti parlare i Cristi di
legno, che si accorgevano con isbigottimento d'essere stati rapiti al
cielo. Cheh! la religione dell'Aleardi non è neppure una cosa eterna,
come la concepisce e pratica certa brava gente che va puntualmente a
sentir messa la domenica e tutti i giorni crocesegnati nel calendario;
che mangia di magro mercoledì, venerdì e sabato; che obbedisce al
decalogo ed ai precetti di santa madre chiesa: ma nei quali dio non
vive. Questa religione rifredda, alla Don Abbondio, desta almeno il riso
o il disgusto: è cosa da commedia, è cosa scurrile; ma lo scurrile è
categoria del comico ed il comico è forma di poesia. Invece il
cristianesimo dell'Aleardi sembra un abito stanco, una vuota
consuetudine di professarsi cristiano, com'usa pur troppo da molti in
Italia, quantunque in fondo non si sia più cristiani che turchi o
scettici od hegeliani e s'ignorino affatto gli spasimi e le voluttà del
sentimento religioso, e non si pratichino neppure i riti del culto. Da
questa disposizion d'animo può solo emergere l'ironia, e quando l'autore
non sa o non può ironizzare, e vuol fingersi cristiano come Vincenzo
Monti si fingeva pagano, rimarrà sempre nel declamatorio e nel
rettorico.