Quel sentimento che nel mondo delle cose si chiama fatuità.
L 'Aleardi non giunge mai a percepire chiaro e spiccato il fantasma, ad
infondergli autonomia, perchè tra 'l fantasma contemplato e lui
contemplatore s'inframmette sempre un'altra immagine: quella della sua
propria riverita persona. Non ci ricorda l'attore interamente assorbito
dal personaggio, anzi il burattinajo che ti dimena sugli occhi de'
fantoccini di legno, e quasi gli dolesse di dar campo all'illusione,
caccia di tempo in tempo la propria zucca sul palcoscenico. Sembra
preoccupato da paura che l'opera faccia dimenticare il poeta; e
s'interrompe, al meglio, e si lascia cader la maschera per rettificare
il vostro abbaglio, caso aveste supposto daddovero in iscena altri che
lui. Siffatta relazione fra l'autore e le sue creazioni è giustificata
nell'umoristico, quando lo scrittore intende appunto ad uccidere la
poesia, riducendola a fantasmagoria col dimostrare la nullità
intrinseca, la dipendenza del fantasma dal suo capriccio; ma dovunque è
serietà diventa incompatibile. Pare che di ciò l'Aleardi non abbia
sospetto: per lui, temi e concetti non sono qualcosa d'essenziale, anzi
lo svariato scenario che il farà figurare, innanzi al quale ei potrà
pavoneggiarsi ora in una, ora in altra veste. L'universo esiste soltanto
per suscitargli un'emozione ch'egli esprime con più civetteria che
poesia. Il Giusti scriveva ad un amico celiando: -- «sa, che l'Io è come
le mosche; più lo scacci, più ti ronza d'intorno, e per questo non ti
maravigliare se _io_ comincio dal mio signor me.» -- L'Aleardi comincia
e finisce da sè. E sì, pretende che l'ammiriate, com'egli si ammira;
registra ogni suo moto, ogni gesto, ogni atteggiamento, quasi che
importassero molto; ed esagera ed ostenta e vuol che guardiate
attraverso una lente magnificativa tutte le miserie di una vita
prosaica, d'un animo comune: tepidi amorazzi, peccadigli che non son
delitti, le solite lacrimette, le solite orazioncelle. Questo per
mostrarsi uomo di carattere, dopo detto _Che l'angoscia profonda ha il
suo pudor_, dopo affermato di sdegnare l'indiscreto verso _Che pubblica
gli affetti intimi al volgo_. L'effetto non può non essere comico.
Scartabellando il suo volume sei indotto in tentazione di credere che
nelle brigate le belle signore invitate da lui per la contraddanza gli
rispondano: -- «Tropp'onore, mio poeta;» -- che scarrozzando col
virginia in bocca alle Cascine, tremi per l'_olimpia febbre de' carmi_;
e che pappandosi il mezzo sorbetto la sera, innanzi al Caffè d'Italia
su' deschetti in via Santa-Trìnita, ad ogni cucchiaino rimastichi
qualche _acre reminiscenza del passato pianto_.
L'idea, ridicolamente eccessiva, della sua importanza come poeta, si
manifesta in modo presso che io non dissi scandaloso nelle dediche
premesse ad ogni singolo componimento, dove la forma epigrafica le dà
spicco e la scusanda del verso è svanita. Citerò qualche esempio
caratteristico.
_A. Te._
_Nina. Sarego-Alighieri-Gozzadini._
_Che. Comprendi. Più. Che. Non. Dico._
Il rivolgersi ad una donna, ad una giovane sposa, accennando in nube ad
una secreta intelligenza, è una impertinenza tanto fatta, una
incontrovertibil pruova di fatuità indelicata. Inoltre il poeta sembra
alludere ad un senso profondo, remoto d'ogni sua parola, senso
intelligibile soltanto a pochi eletti: ed oltre i miracoli espressi ne'
versi, ci ha le mirabilia taciute, i portenti rimasti chiusi nell'animo
di lui ed i quali non gli è dato manifestarci, senza dubbio perchè: --
«quantunque v'ha di meglio nel cuore, non n'esce mai» -- per dirla col
Lamartine, ingegno della stessa tempra, ma di ben altre proporzioni.
Bella frase! gentil pensiero! se non che l'ammetterlo per vero
equivarrebbe ad una sentenza capitale contro la poesia. Il contrario è
vero, come dice Ludovico Börne: -- «In quella forma che ogni spirito
trova la propria glorificazione in un corpo, anche ogni pensiero vede
nella parola la sua perfezione». -- Certo, qualche volta, si pruova una
giusta renitenza a pubblicare od anche scrivere de' versi che rivelano
alcune parti o piaghe segrete dell'animo nostro. Il Musset, parlando in
una lettera confidenziale di certe stanze ad una suora della Carità che
lo avea accudito, dice: -- «I versi per suor Marcellina, io li finirò
uno di questi giorni, l'anno prossimo, fra dieci anni, quando mi piacerà
e se mi piacerà. Ma non li pubblicherò mai e non voglio neppure
scriverli. È già troppo l'averteli recitati. Ho detto tante cose a'
gonzi e ne dirò loro ancor tante, che ho pure il dritto, una volta in
vita mia, di comporre qualche strofa per uso mio particolare. La mia
ammirazione e la mia riconoscenza per quella santa ragazza non saran mai
impiastricciate d'inchiostro da' rulli del torcoliere. Cosa fatta capo
ha; non toccar più questo tasto. La Signora Di-Castries m'approva,
asserendo: che giova aver nell'animo un cassetto segreto, purchè vi si
nasconda solo roba salubre.» -- Benone, ma non bisogna andar decantando
il contenuto del ripostiglio occulto; nèd il Musset pretese mai d'essere
ammirato per que' versi alla Marcellina che nessuno avea visti. Chi si
vanta di ciò che non mostra, induce a credere di non aver che mostrare;
appunto come uno che non ispendesse mai e parlasse delle sue ricchezze
le farebbe credere immaginarie.
_Pongo. Sul. Sepolcro._
_Di._
__Carlo Troja__
_Questo. Canto._
_Che. Vivendo. Ebbe. Caro._
Non appurandosi altro di questo Carlo Troja (da non confondersi col
grande istorico napolitano) che l'aver egli ammirato i versi d'Aleardo
Aleardi, e' ci si para davanti come un uomo il quale non abbia fatto
altro vita natural durante (vita bene spesa affè!); come una ristampa
peggiorata di quel Jacopo Boswell; che per la prona ammirazione verso
Samuele Johnson s'è lucrata una ridicola immortalità fra gl'inglesi,
tanto che Tommaso Babington Macaulay chiama spiritosamente _lue
boswelliana_ ogni venerazione inconsulta, irragionata, inintelligente.
_A. Giuseppe. Garibaldi._
_Aleardo. Aleardi._
Da pari a pari. Narrano che Goffredo Augusto Bürger visitasse una volta
il Goethe, col quale non s'era per anco incontrato personalmente, e che
per farsi conoscere gli dicesse: -- «Voi siete il Goethe, io sono il
Bürger;» -- ma soggiungono che il Goethe gli voltasse le spalle,
lasciandolo in asso.
La fatuità non è l'orgoglio, rimpicciolisce: quindi (se m'han detto il
vero: ma, se non è vero, è ben trovato!) quindi la debolezza
dell'Aleardi di mutarsi il prenome di Gaetano, che veramente è un po'
volgare, in quello inaudito d'Aleardo, che è d'un buffo, ma d'un
buffo!...... Vergognarsi d'essere l'omonimo dell'autore della _Scienza
della Legislazione_! Ma il Foscolo si vergognò di portare lo stesso
prenome dell'autore del _Principe_, -- «quando in Ugo cambiò ser
Nicoletto!» -- Piccolezze umane! Il volgo si preoccupa molto de' nomi, e
da essi giudica gli uomini: non del tutto irrazionalmente, s'e' si
trattasse de' cognomi, i quali indicano la schiatta, sebbene la
fragilità delle mogli cagioni molte perturbazioncelle note ed ignote; ma
scioccamente affatto, per quanto concerne i prenomi, dipendendo questi
dall'arbitrio de' genitori, de' parenti, de' compari. Un critico inglese
a proposito di alcuni verseggiatori americani scriveva: -- «C'era o c'è
un certo Dwight, il quale ha stampato un poema in forma d'epopea; ed il
nome suo di battesimo era Timoteo». -- Il lettore volgare sogghigna d'un
poema epico che ha per autore un Timoteo e l'opera gli par giudicata.
Sarebbe come se un napoletano per confutar la filosofia del Gioberti, si
limitasse a dire-: -- «Che razza di filosofia volete che stampi uno che
si chiama _Si Vicienzo_?» -- Ma se l'Aleardi fosse davvero quello
_sdegnoso_ pel quale e' si spaccia, avrebbe pensato l'uomo illustrar il
nome, non il nome l'uomo.
_What's in a name? That which we call a rose,_
_By any other name would smell as sweet._
Questa idiosincrasia, che nell'Aleardi ci stomaca, non è punto rara
nella colonia europea del Parnaso. Splendido esempio presso i francesi
Alfonso di Lamartine, pertinace a descrivere se dovunque ed ognora, nel
parossismo dell'effusione lirica, quasi nel momento dell'affetto avesse
avuto uno specchio davanti ed equanimità da studiarvi le mosse, il nodo
della cravatta e la discriminatura. Finanche quando da una sua parola
dipendono le sorti della patria, quando volgo ed assemblea aspettano che
egli decida, per proclamare o la repubblica o la reggenza della duchessa
d'Orléans, ha tempo da pensare all'atteggiamento, da notare i gesti
propri. Finanche piangendo una figliuola unica, perduta per sua colpa!
_Le front dans mes deux mains, je m'assis sur la pierre,_
_Pensant à ce qu'avait pensé ce front divin,_
_Et repassant en moi de leur source à leur fin,_
_Ces larmes dont le cours a creusé ma carrière._
Or bene, Aleardo Aleardi ha trovato modo di superare Alfonso di
Lamartine! Allegramente, pècori giobertiani! ecco un nuovo documento del
nostro primato! Anche rivedendo la madre in cielo, egli pensa solo a
coglier l'occasione per esaltar sè, calunniando un popolo ed un secolo,
dei quali non possiede e non comprende la robusta virtù:
_Nuovamente accorrâi questo sdegnoso_
_Che partorivi con fatica tanta,_
_O troppo presto o troppo tardi, in mezzo_
_A le viltadi d'una fiacca stirpe._
Ogni quadro gli sembrerebbe imperfetto s'egli non vi occupasse il primo
piano. In un _canto_ profetizza l'ingresso trionfale del Re nella patria
Verona, la dimane d'una vittoria sugli Austriaci: benchè la descrizione
sia mediocrissimamente favoleggiata, pure il semplice pensiero della
cosa descritta esercita tal potenza su d'un patriota Italiano, ch'e' si
riman compunti fino alle lacrime. Quand'ecco, sul più bello, l'autore,
quasi arrovellato che veronesi e leggitori, assorti nell'immagine
simpatica del Re, dimentichino lui, scappa fuori così:
_Emanuele, Re d'Italia, anch'io_
_Non ultimo poeta,_
_Un saluto t'invio. Certo mia madre,_
_Santa com'era, divinando il figlio,_
_Me al nascere di panni_
_Tricolori fasciò. Sin da fanciullo...._
eccetera. E così giù per ventun verso farnetica di sè, finchè gli paia
tempo, dopo essersi ricordato e raccomandato all'attenzione del
rispettabil pubblico e dell'inclita guarnigione, di riprendere
l'interminabile pittura, slavata in guisa da sembrare quel che ahimè!
non puol essere, copiata dalle gazzette.
In una _poesia volante_ (dichiaro fra parentesi di non capire come
possano volare le poesie) troviamo il Nostro prigione oltr'Alpi. Una
giovanetta, _fior di cortesia, ch'ei non vide mai, nè vedrà forse in
terra mai_, gli ha usato di quelle benevolenze che scendono tanto dolci
al cuor dell'esule e del captivo. Come ringraziare una donna se non
lodandola? e che lodare credibilmente in una ignota ed incognita? Il
nome: questo nome fu anche della madre di lui e par quasi che stabilisca
una parentela fra' due. Benone! chi non ha talvolta profittato di simile
coincidenze, chi non le ha spesso astutamente mentite, per trovare punti
di contatto con qualcuna che gli premeva? Fin qui la poesia riesce
gentile, affettuosa; la situazione è felice: commuove daddovero
quell'uomo costretto ad accettare alcunchè da una donna ed il quale può
rimeritarnela solo con poche strofette. Ma l'Aleardi non si ferma su
questo motivo; non può rassegnarsi a rimaner nella mente della giovane
Fraile un carcerato qualunque; vuol darsi importanza; gli manca la
sublime verecondia che nel _Conte di Carmagnola_ del Manzoni induce il
Pergola figlio a confondersi con gli altri prigionieri volgari e tacere;
quindi termina:
_Ma siccome ho giurato alla mia Musa_
_Di non cantar fuor dell'Italia mai,_
_Se la incontri per via_
_Non le dir ch'io cantai, bella Maria._
Ecco sfumata la gentile impressione. Non vedi più che la fatuità poetica
di chi si fa correre dietro per lo mondo una personificazione della
Poesia, quasi uscito lui d'Italia, ne sia svanito ogni lume d'Arte. E
_siccome_, nel senso di _poichè_, non è Italiano; gallicismo,
barbarismo.
Come ultima sciagura a Genova ed a Pisa, _scellerate nipoti di Caino_,
il Nostro annunzia loro che il Vate le maledice: se le perpetue
guerricciuole delle repubblichette medievali non avesser procacciato
altro danno che le imprecazioni dell'Aleardi!... Convien rileggere
intero il brano per rendersi ragione di tutto il prepotente effetto
comico della scappata. L'autore, per rappresentarmi le due città, le
personifica: Pisa, _in sella ad una prua spumante_, scende a giostrare
con Genova, _leonessa saettatrice_: e non si capisce punto perchè non
abbia all'incontrario fatta inforcar la prora a Genova e chiamata luna
sagittaria Pisa. Il Poeta passa di lì, forse camminando sulle acque come
san Pietro, probabilmente qual ei vien descritto altrove: _l'astro del
genio in fronte_, e senza dubbio coi baffi e col pizzo dell'Aleardi; e
si ferma a recitare con qualche opportuna variante i versi di Ugo
Foscolo sulla battaglia di Maratona. Perchè un anatema conturbi chi
l'ascolta, si richiede autorità in chi lo profferisce: quest'autorità si
acquista dal moralista persuadendoci dell'altezza del suo ideale etico,
dal poeta impossessandosi della nostra fantasia con immagini che ci
sforzino a sentire come lui. Chi non impreca con l'Allighieri alla
crudeltà di Pisa contro la famiglia del conte Ugolino? chi non accetta,
nel leggerlo, il giudizio che Dante fa de' contemporanei e de' passati?
e non dura fatica poi a rettificarlo in modo conforme alla verità
storica, tanto è il fascino di quella poesia? onde il Settembrini ha in
somma parte ragione scrivendo che: -- «il giudizio che si fa di queste
anime, a ciascuna delle quali si assegna il suo _stato_ è il gran
giudizio fatto da dio nella coscienza dell'uomo libero ragionante; è il
giudizio che si aspettava nel Mille e non venne ed ora è fatto....» --
Ma l'Aleardi non avendo saputo trascinarci con le immagini sue, rimane
un declamatore esautorato.
Vorrei finirla su questo capitolo; ma mi accorgo d'una conseguenza della
fatuità poetica; sulla quale m'incombe il dovere di richiamar
l'attenzione delle signore Italiane. Badate, care dilette, a non
annaspare nessun amoretto con chi pizzica del poeta, senz'averci prima
pensato bene. Non è cosa da farsi alla cieca: al primo bisticcio sarebbe
capace di mandarvi a casa l'intera penisola, sana sana, acciò rendiate
conto delle vostre bizze:
_.... Oh sconsigliata_
_L'Itala donna cui fu dato in sorte_
_Stringersi al petto un'amorosa testa_
_Nata agli allori, che la cinge invece_
_Di domestiche spine! A lei di contro_
_La penisola sorga, e le domandi_
_Terribil conto del perchè la inerte_
_Stella non manda lume...._
Avete inteso? Pare che non avesse tanto torto quell'amico di Gian
Cristiano Kestner, che gli scriveva, quando il Goethe con leggerezza
inescusabile lo ebbe posto alla berlina insieme con la moglie nei
_Patimenti del giovane Werther_: -- «Salvo il rispetto dovuto all'amico
vostro, ma gli è pericoloso d'avere un autore per amico.» -- Per me,
fossi femmina ed avessi letto que' versi, e poi l'Aleardi mi richiedesse
di amore, non lo promuoverei mai da patito a drudo. E poichè mi trovo
maschio, quantunque non la pretenda a poeta, prevedendo il caso in cui
mi venga in sèguito un simile ghiribizzo, chieggo il permesso di
dichiarar qui solennemente e dichiaro: _che in ogni mio futuro dissidio
con qualsivoglia Italiana non sarà mai chiamata ad immischiarsi la
penisola, intendendo io rinunziare e rinunziando esplicitamente ad
invocarne l'intervento._ Ce la vedremo a tu per tu, da solo a sola. E
consiglio le mie care compatriote di fare scrivere e sottoscrivere una
dichiarazione identica a tutti gli adoratori loro presenti ed avvenire,
che, registrata e bollata, si depositerà presso pubblico notaio. Sia
quest'atto una formalità indispensabile (sennò, no) per chiunque vuol
rendersi loro aggiudicatario, come la cauzione provvisoria per chiunque
concorre ad un pubblico appalto.
Ma riconosciuto, pure, che la fatuità sia il più spiccato sentimento
dell'Aleardi poeta, non sarà certo il solo, neh? Giulio Cesare venne
accusato d'esser un bell'imbusto, anzi un finocchio: nè siffatte colpe
il rimpicciolivano. O se questo fosse il caso d'un Giulio Cesare della
poesia? La fatuità, la vanità si condona volentieri al merito. Quali
sono le altre parti dell'animo di lui? quali sono i concetti nei quali
ha dato opera ad incarnarle?