Non appena pertanto la prima alba del mattino usciva in cielo ad
impallidire le stelle, che le orde de’ Barbari, marciando in silenzio,
si appressarono alle gole. I posti avanzati de’ Greci furono i primi
ad essere attaccati; alle replicate scariche dei fucili si sparse
il grido dell’allarme; ed accorsa tutta la truppa de’ Suliotti: il
combattimento si fece generale. Tre volte i nemici sforzar tentarono
le strette, e tre volte respinti furono dai valorosi discendenti degli
antichi Selleni. Finalmente un grosso corpo di assoldati maomettani
Albanesi, i meno vili fra i Barbari, decidere volendo ad onore della
Mezzaluna la incerta vittoria, serrarono le loro file; e così ordinati
marciarono in avanti, risoluti di conquistar Suli, o perire. Un parco
di volante artiglieria da campagna che li precedeva apriva loro la
strada; mentre una selva di bajonette qualunque ostacolo allontanava
dai lati. Gl’intrepidi montanari diretti dal generoso Demetrio,
prodigii faceano di valore: ma i nemici moltiplicavansi ovunque; e se
cento di essi cadeano, altri cento giungean subito a rimpiazzare gli
estinti. Cedettero i Greci finalmente al numero dieci volte maggiore:
e lo stendardo di Maometto lordò per la prima volta l’inviolato terreno
sacro alla Croce.
Fu in questo momento tremendo che Selim ed Eugenio giunsero di
tutto corso alle gole, dalla fortezza di S. Veneranda. Gli occhi di
quest’ultimo cercarono più volte l’amico in mezzo al bollore della
mischia, ma non mai vennegli fatto di rivederlo: avrebbe voluto
narrargli la fuga di Olimpia, ed il sicuro loco ove trovavasi...
infelice! anche questo unico conforto mancargli doveva in tanta
sciagura.
Frattanto il prolungato urlare de’ Barbari, che da un eco all’altro
delle rupi diffondevasi minaccioso, ed il cannone che udivasi
tuonare ognor più, annunziavano alla Selleide il giorno estremo delle
battaglie. Il corpo degli Albanesi maomettani erasi già impadronito
degli interni posti fortificati; il resto dell’armata nemica chiudeva
l’uscita delle gole, e gli sventurati Greci si stavano in mezzo a
due fuochi. Inevitabile ormai erane la perdita. Combattevano essi con
quel valore di cui sempre sono capaci uomini risoluti per la difesa
dell’altare e della patria: ma a che pro? Una ostinata mitraglia
consumavali poco a poco, piovendo su loro in un fondo basso e scosceso,
dove i piccoli parchi non potevano agire. Tuonavano è vero da lungi i
cannoni di S. Veneranda; ma i Turchi sicuri omai della vittoria gli
disprezzavano, e trincerati fra i burroni, tutte le forze volgevano
alla conquista delle rupi. Miseri Greci! desolata Selleide!! Le
insegne nemiche, inalberate sulle tue montagne, sventolano superbe, e
t’insultano: la morte spargesi ovunque: ed il grido della disperazione
sollevandosi prolungato dal centro de’ figli tuoi, soave scende al
cuore dei Barbari, siccome pegno sicuro della sanguinosa vittoria!
— Un bianco lino levato in alto sulla punta di una greca bajonetta
annunziò che gl’infelici capitolavano. Tosto il cannone si tacque: le
orde nemiche si adunarono in folla intorno ai vinti, e, per ordine di
Velì, le trattative incominciarono.
Condiscendevano i pochi superstiti Greci a cedere una patria che più
figli non avea per di difenderla: volevano peraltro bastanti viveri
fino a Parga, ove avrebbero avuto un asilo presso i loro fratelli di
religione. Acconsentirono i Turchi alla dimanda, e la capitolazione fu
conclusa col reciproco giuramento. — Incauti! non avevano essi mille
volte conosciuta la fede dei Barbari?
Ben fatto avea Demetrio a non fidarsi di loro. Sdegnando egli di
vilmente sottoporsi ad una ingannevole trattativa, insieme coi più
valorosi, avanti che questa cominciasse, aperta erasi a viva forza una
via, ove un minor numero di Barbari se gli opponea. Allontanavasi dalla
patria cadente: ma armato tuttora ritiravasi a Parga, colla speranza
almeno di riserbarsele co’ suoi in tempi meno infelici.
Frattanto gli sventurati figli della Selleide, religiosi osservatori
del giuramento, emigravano piangendo dalla cara terra natìa: e
già oltrepassavano avviliti le strette gole delle loro montagne,
allorquando i Barbari, che vi si erano appiattati, contro ogni divino
ed umano diritto, d’ogni parte piombarono sopra gl’inermi come tigri
affamate. Quale orrendo spettacolo! quale indicibile strazio fecesi
allora dell’umanità! I voti del pietoso Selim, che mille volte
desiderato aveva espiar col sangue la propria colpa, coronati furono
da una morte gloriosa. Egli cadde fra i primi: tutti quindi (tranne
que’ pochi, ed Eugenio con essi, che scampando dal generale sterminio
raggiunsero poi Demetrio entro Parga) tutti perirono fino all’ultimo;
ed un fiume di sangue innocente corse spumante attraverso le rupi della
Selleide. — Fu questa la luttuosa fine d’un popolo d’eroi sacrificato
sotto la scure de’ Barbari! questa la tremenda libazione, che i figli
de’ Greci sul sepolcro fecero della spenta lor patria!!