CAPITOLO XXV

Racchiusa Olimpia entro la fortezza di S. Veneranda, atterrita dallo

strepito delle artiglierie che, tuonando sui baluardi ad intervalli,

portar tentavano la morte ai nemici combattenti in mezzo alle gole,

giacevasi in preda al dolore, e struggevasi in pianto. Infelice!

Immaginavasi Demetrio, ed il suo liberatore, allora allora spiranti nel

conflitto: udiva le estreme loro voci: chiamavali a nome altamente;

e gelava quindi d’orrore, allorchè sola consideravasi rimasta sulla

terra.

Un vecchio Eremita amico dell’estinto Atanasio, e che l’Orfana

conosciuto avea nell’eremo della rupe, trovavasi allora ministro del

culto nella rôcca. Questo venerando vecchio penetrato dalle sciagure

della sventurata, delle quali ella stessa narrata aveagli la storia,

addivenuto era l’unico confidente delle pene di lei. Versava egli in

quel cuore lacerato il balsamo salutare della Religione: e dolcemente

istillandovi la speranza di un più felice avvenire, molcere ne tentava

le profonde ferite. La figliuola d’Evantìa, portata per naturale

inclinazione ad amare coloro che buoni e virtuosi compatir sembravano

i suoi mali, non allontanavasi da lui: in quella barba canuta, ed in

quelle ruvide lane, raffigurar pareale la immagine dell’estinto suo

zio; e ringraziava la Previdenza, che in lui pure le lasciasse fra

tanti affanni un conforto.

Giunse finalmente alla rôcca la funesta notizia della presa di Suli,

e della violata capitolazione. — Ah, che taciuta almeno si fosse ad

Olimpia!... Ma come era ciò possibile in mezzo alle grida del presidio,

che desolato piangea la cara patria perduta? — Il soffio dell’aquilone

sublime quercia così non isvelle fin dalle profonde radici, come la

novella del generale eccidio dei Suliotti anche le più lievi speranze

strappò dal cuore della infelice. Dessa cadde tramortita: ed a ragione

dubitato sariasi che cedendo alla violenza de’ mali perduto avesse la

vita, se un sospiro che alfine sollevò fortemente il suo seno, mostrato

non avesse che tuttora abitava un’anima in quel corpo abbattuta.

«Demetrio mio! (esclamò allora col soffocato accento della

desolazione). Demetrio! Demetrio mio!! A che il cielo ne lusingava

riunirci? A che un generoso liberatore strapparmi alle catene de’

Barbari, quando io non dovea più rivederti? — Che mai, che farò, sola

sulla terra?... dove mi volgerò, sventurata? A tutti sconosciuta, il

pane della elemosina alimentar dovrà i pochi giorni della vita che mi

restano!... O madre mia! in quale stato crudele geme ora tua figlia!

quale orrendo quadro di novelli mali se le appresenta!! dessa è

infelice... mille volte infelice: e la disperazione, ultimo colpo della

sventura, già già le piomba nel cuore!...

— «Ah! non è questo, (risposele allora il venerando Solitario) non

è questo il linguaggio di un’anima religiosa. — Olimpia! un cuore

virtuoso come il vostro perder non deve giammai la speranza animatrice

della vita. La cieca disperazione è contraria alle massime del culto in

cui nasceste: e la Divinità, quella stessa che il più grande sacrificio

fece per la umana salvezza, si offende vivamente quando voi discacciar

tentate ogni confidenza su lei. Siete afflitta; siete infelice: ma

appunto perchè tale, ottener potete un diritto maggiore alla pietà

sulla terra, ed alla protezione del Cielo... Confidate, Olimpia, nella

Providenza: se questa è un mare da cui ogni giorno attinge conforto la

umanità sventurata, è pure inesauribile, e ne avanza anche per voi.

Che se Demetrio, vittima del tradimento, è morto sotto le rupi della

cara sua patria: se spenti sono coloro a cui vincoli di amicizia e di

sangue vi legavano dapprima, dessi tutti vi riguardano ora dall’alto

delle stelle. Il fedel vostro, spirito disciolto dalla salma corporea,

ed ardente per voi di più nobile amore, non vi abbandona un istante

su questo basso esilio in cui, miseri, ci aggiriamo. Nella vostra

solitudine, egli, aura leggera ed invisibile vi asciugherà le lagrime

del dolore; e implorerà per voi l’assistenza dell’Onnipotente, finchè

a Lui piaccia (il che sarà forse fra poco) di porre un termine con la

morte ai vostri mali!»

Queste parole che in sè racchiudeano quanto di più soave conforto ha

la Religione sul cuore degli uomini, scesero dolcemente in quello di

Olimpia, come il candido raggio della luna tra il folto orrore delle

foreste. Dessa determinossi a sopportare in pace la propria sciagura, e

ad aspettare tranquilla il momento in cui, sciolta dai lacci terreni,

riunita sarebbesi a Demetrio per sempre. Quest’ultima idea della

morte, che le profetiche parole del Solitario aveano predetto vicina,

confortavala oltre modo: e se il suo fisico oppresso dai mali cedeva ad

ogni giorno, l’anima invece iva sempre acquistando la calma più pura.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 34 / 39 题