Racchiusa Olimpia entro la fortezza di S. Veneranda, atterrita dallo
strepito delle artiglierie che, tuonando sui baluardi ad intervalli,
portar tentavano la morte ai nemici combattenti in mezzo alle gole,
giacevasi in preda al dolore, e struggevasi in pianto. Infelice!
Immaginavasi Demetrio, ed il suo liberatore, allora allora spiranti nel
conflitto: udiva le estreme loro voci: chiamavali a nome altamente;
e gelava quindi d’orrore, allorchè sola consideravasi rimasta sulla
terra.
Un vecchio Eremita amico dell’estinto Atanasio, e che l’Orfana
conosciuto avea nell’eremo della rupe, trovavasi allora ministro del
culto nella rôcca. Questo venerando vecchio penetrato dalle sciagure
della sventurata, delle quali ella stessa narrata aveagli la storia,
addivenuto era l’unico confidente delle pene di lei. Versava egli in
quel cuore lacerato il balsamo salutare della Religione: e dolcemente
istillandovi la speranza di un più felice avvenire, molcere ne tentava
le profonde ferite. La figliuola d’Evantìa, portata per naturale
inclinazione ad amare coloro che buoni e virtuosi compatir sembravano
i suoi mali, non allontanavasi da lui: in quella barba canuta, ed in
quelle ruvide lane, raffigurar pareale la immagine dell’estinto suo
zio; e ringraziava la Previdenza, che in lui pure le lasciasse fra
tanti affanni un conforto.
Giunse finalmente alla rôcca la funesta notizia della presa di Suli,
e della violata capitolazione. — Ah, che taciuta almeno si fosse ad
Olimpia!... Ma come era ciò possibile in mezzo alle grida del presidio,
che desolato piangea la cara patria perduta? — Il soffio dell’aquilone
sublime quercia così non isvelle fin dalle profonde radici, come la
novella del generale eccidio dei Suliotti anche le più lievi speranze
strappò dal cuore della infelice. Dessa cadde tramortita: ed a ragione
dubitato sariasi che cedendo alla violenza de’ mali perduto avesse la
vita, se un sospiro che alfine sollevò fortemente il suo seno, mostrato
non avesse che tuttora abitava un’anima in quel corpo abbattuta.
«Demetrio mio! (esclamò allora col soffocato accento della
desolazione). Demetrio! Demetrio mio!! A che il cielo ne lusingava
riunirci? A che un generoso liberatore strapparmi alle catene de’
Barbari, quando io non dovea più rivederti? — Che mai, che farò, sola
sulla terra?... dove mi volgerò, sventurata? A tutti sconosciuta, il
pane della elemosina alimentar dovrà i pochi giorni della vita che mi
restano!... O madre mia! in quale stato crudele geme ora tua figlia!
quale orrendo quadro di novelli mali se le appresenta!! dessa è
infelice... mille volte infelice: e la disperazione, ultimo colpo della
sventura, già già le piomba nel cuore!...
— «Ah! non è questo, (risposele allora il venerando Solitario) non
è questo il linguaggio di un’anima religiosa. — Olimpia! un cuore
virtuoso come il vostro perder non deve giammai la speranza animatrice
della vita. La cieca disperazione è contraria alle massime del culto in
cui nasceste: e la Divinità, quella stessa che il più grande sacrificio
fece per la umana salvezza, si offende vivamente quando voi discacciar
tentate ogni confidenza su lei. Siete afflitta; siete infelice: ma
appunto perchè tale, ottener potete un diritto maggiore alla pietà
sulla terra, ed alla protezione del Cielo... Confidate, Olimpia, nella
Providenza: se questa è un mare da cui ogni giorno attinge conforto la
umanità sventurata, è pure inesauribile, e ne avanza anche per voi.
Che se Demetrio, vittima del tradimento, è morto sotto le rupi della
cara sua patria: se spenti sono coloro a cui vincoli di amicizia e di
sangue vi legavano dapprima, dessi tutti vi riguardano ora dall’alto
delle stelle. Il fedel vostro, spirito disciolto dalla salma corporea,
ed ardente per voi di più nobile amore, non vi abbandona un istante
su questo basso esilio in cui, miseri, ci aggiriamo. Nella vostra
solitudine, egli, aura leggera ed invisibile vi asciugherà le lagrime
del dolore; e implorerà per voi l’assistenza dell’Onnipotente, finchè
a Lui piaccia (il che sarà forse fra poco) di porre un termine con la
morte ai vostri mali!»
Queste parole che in sè racchiudeano quanto di più soave conforto ha
la Religione sul cuore degli uomini, scesero dolcemente in quello di
Olimpia, come il candido raggio della luna tra il folto orrore delle
foreste. Dessa determinossi a sopportare in pace la propria sciagura, e
ad aspettare tranquilla il momento in cui, sciolta dai lacci terreni,
riunita sarebbesi a Demetrio per sempre. Quest’ultima idea della
morte, che le profetiche parole del Solitario aveano predetto vicina,
confortavala oltre modo: e se il suo fisico oppresso dai mali cedeva ad
ogni giorno, l’anima invece iva sempre acquistando la calma più pura.