CAPITOLO XX

L’Orfana frattanto iva lentamente cedendo alla piena dei mali che

l’opprimevano. Il soggiorno del castello, la vista di quegli odiati

luoghi mille volte testimoni delle sue lagrime, eranle di un peso

insoffribile: le mura istesse, e le dorate pareti, destavanle le idee

più funeste, e tutto in tutta la sua forza ravvisava all’intorno

il luttuoso aspetto della schiavitù. Riguardando sovente dall’alto

degli appartamenti sul lago soggetto, misuravane ad un colpo tutta la

estensione; e percorreva quindi la grande distanza che frapponevasi

da quel carcere alla cara terra degli avi suoi. Ritraevasi allora

l’infelice da una vista che troppo deprimevala; ma non da quella

ritraevasi, che seguìta da lunga schiera di dolorosi pensieri: essi non

l’abbandonavano un istante; e, quasi goder potessero nel tormentarla,

in mille guise diverse le si moltiplicavano in mente.

Conforto unico era ad essa il dolce trattamento che riceveva da Selim,

capo degli Eunuchi del serraglio. Costui si diportava in maniera

tutta diversa da quella che a’ suoi pari si conveniva: studiavasi

di alleggerire alla sventurata il peso della schiavitù; e con parole

di consolazione, e con atti di officiosa urbanità, lasciava in ogni

incontro travedere il più grande interesse a vantaggio di lei.

Una volta che Olimpia, ringraziandolo di tanta pietà, parve

meravigliarsi come in un uomo, a sì vile impiego destinato, generosi

modi apparissero. «Signora! voi non mi conoscete: (le rispose Selim).

Una fatale sventura che mi pose fanciullo fra gli schiavi d’Alì, mi

ha ora in questo grado collocato: del resto io non nacqui figlio dei

Turchi, nè straniero nome è la compassione per me. Anch’io ho cuore

ed affetti: anch’io... sappiatelo alfine; ho nelle vene il sangue dei

Greci.»

Olimpia rabbrividì: si fece indietro d’un passo, e fissandolo

in volto, «che? (disse) voi? voi Greco... e vestite l’abito degli

infedeli?»

— «Ah, signora! (riprese egli) non aggiungete l’amarezza de’ vostri

rimproveri a quella del rimorso che mi lacera. Fanciullo di due lustri,

fui tolto per sempre alla mia famiglia: si volle indebolirmi lo spirito

per forza di continue minaccie: fui consegnato al carnefice... misero!

che far doveva in faccia a mille tormenti?»

— «Morire» (rispose Olimpia severamente).

— «È vero: pur troppo è questa la mia colpa; la conosco, l’abborro. Oh,

dato mi fosse degnamente espiarla! involato a queste mura contaminate

di delitti, oh, potess’io purificarmi con tutto il mio sangue,

all’ombra santa del perdono di Dio!!»

Tremante era la voce di Selim, ed i suoi occhi bagnati di lagrime;

quelli di Olimpia rivolti erano al suolo.

— «Ma intanto (riprese egli) io qui schiavo, come voi siete, di vano

desiderio mi pasco; non mi è dato liberarvi; offrirvi non posso che

una sterile compassione... vorrete sdegnarla questa unica cosa che io

m’abbia degna di voi?... potete odiarmi?

— «No, vi compiango: (rispose Olimpia con un sospiro). Veggo che siete

anche più infelice di me.»

Dopo ciò si separarono: ma da quel giorno in poi Selim addivenne

per l’Orfana il solo nel serraglio che meritasse la sua confidenza:

narrogli la commovente storia delle sue pene: ed egli in ricompensa,

poichè non altro poteva, cercando sempre prevenire i suoi desiderj ed

appagarli, si volse costantemente a raddolcirle la trista amarezza

della schiavitù. — Ma intanto le labbra di lei languide e scolorate

più non aprivansi che al sospiro: umide sempre erano le sue ciglia di

pianto: delirante talora lo spirito. Sventurata! Nelle più tarde ore

della notte, allorquando in mezzo al generale silenzio delle cose anche

la pallida luna tramonta, e le cadenti stelle invitano al sonno, sola

aggiravasi per le vuote sale, Demetrio invocando coll’acuto accento del

dolore... — ma il solo nome ripetevane l’eco sommessamente, ed egli non

appariva a confortarla giammai.

In questa guisa dileguavansi poco a poco nel castello del lago la

fiorente giovinezza e la salute di Olimpia: vedeva essa non lungi la

fine della vita, ed invece di rifuggirne l’idea, anelarla sembrava

piuttosto: la sola spoglia mortale così lasciato avrebbe allo scelerato

carnefice dei Suliotti; mentre lo spirito, leggero come fiamma che in

alto tende a sollevarsi, riunito sarebbesi ai perduti oggetti della sua

tenerezza. Piena di questa dolce speranza, la sola omai che alimentar

poteva nel cuore, non trascurava l’infelice di portarsi ogni sera al

giardino del serraglio: ivi collo sguardo immobile sulle lontane cime

del Picco di Kunghi, passava gl’istanti meno amari di sua vita...

Orfana infelicissima!!! Anch’essi fra poco sparir doveano come il

lampo.

Un giorno, oppressa forse più che mai dalle sue dolorose rimembranze,

affrettossi a ricorrere all’usato mezzo di conforto, e discese al

giardino. — Vergeva il Sole al tramonto: limpidissimo era il cielo,

e l’aure appena spiravano. — Il primo pensiero di Olimpia fu quello

di assidersi sul sedile di marmo a piè della grande inferriata:

nell’atteggiamento del dolore, i suoi occhi pregni di lagrime

riguardavano languidamente quel lontano punto sì noto e sì caro;

mentre gli ultimi raggi dell’astro cadente placidi rifletteano sulla

tranquilla faccia del lago. Tutto era silenzio in quella remota parte

dell’isola: ed i sospiri dell’infelice i soli erano ad interromperlo;

allorquando ad udir cominciossi in lontano un confuso romore simile al

gemito d’onda percossa da’ remi. Immersa Olimpia nel suo dolore, non vi

abbadò sulle prime: ma allorchè quello fecesi poco a poco più distinto,

rivolse naturalmente lo sguardo al loco donde partiva. Era di fatto

un giovine Turco che, montato su piccola barca da pescatore, sembrava

avvicinarsele: nobile era il suo portamento; ed una folta e negra barba

nascondea parte de’ suoi lineamenti oltremodo espressivi. L’Orfana

che fino allora veduto non avea legno alcuno su quelle acque, attonita

rimase all’inconsiderato ardire del giovine pescatore, che forse caro

pagato avrebbe il fio della colpa, qualora le guardie del castello

avessero potuto scoprirlo. Egli frattanto inoltrato erasi fin sotto

la inferriata del giardino: e già Olimpia avvertiva l’imprudente del

pericolo che soprastavagli, allorchè lo sconosciuto, guardatosi prima

cautamente d’intorno, sommessamente in greco le disse: — «Signora!

se lecito mi fosse interrogarvi, potrei chiedere se vive tuttora nel

serraglio Olimpia, la giovine schiava Suliotta?»

L’Orfana si turbò. — «A che mi fate una tale domanda?

— «Nulla, ve l’assicuro, null’altro mi muove che una generosa

compassione. — Vive forse tuttora?

— «Sì: vive, ed io son l’infelice. Ma che vi cale di me?...»

— «Oh divina Providenza!!! (sclamò l’incognito). Se dunque voi siete

la figliuola d’Evantìa, rapita alle braccia di Demetrio nella grande

giornata del villaggio, confortatevi, o sventurata! v’ha chi veglia

sulla vostra salvezza.»

— «Che parlate voi?» (replicò l’Orfana sbigottita).

— «La verità. — Ditemi: havvi fra i custodi del serraglio chi per voi

s’interessi? Potreste fidarvi d’alcuno?

— «Selim, il capo degli Eunuchi; egli greco è d’origine, è qui il solo

che mi compianga. Ma voi chi siete? che pensate tentare?... — Tutto:

non conoscete forse il cuore de’ Suliotti? Olimpia, addio! Se propizio

n’è il Cielo; se domani aver potrete un foglio dell’amante vostro,

ove tutto vi sarà svelato, trovatevi qui sull’imbrunir della notte: io

venni a liberarvi.»

Ciò detto, cautamente allontanandosi, poco a poco disparve. — Olimpia

sopraffatta dalla meraviglia rimase per qualche istante fuori di sè:

ondeggiava fra mille incerti dubbii sull’incognito misterioso che

promesso aveale libertà; e siccome avviene sovente in cose desiderate

sì, ma non isperate giammai, prestar non sapea fede a’ suoi occhi

medesimi. Riprese animo finalmente: lanciò furtivo uno sguardo

all’intorno, per accertarsi se alcuno avesse potuto osservarla; poi,

lasciando il giardino, si ritirò nel silenzio de’ suoi appartamenti.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 28 / 39 题