L’Orfana frattanto iva lentamente cedendo alla piena dei mali che
l’opprimevano. Il soggiorno del castello, la vista di quegli odiati
luoghi mille volte testimoni delle sue lagrime, eranle di un peso
insoffribile: le mura istesse, e le dorate pareti, destavanle le idee
più funeste, e tutto in tutta la sua forza ravvisava all’intorno
il luttuoso aspetto della schiavitù. Riguardando sovente dall’alto
degli appartamenti sul lago soggetto, misuravane ad un colpo tutta la
estensione; e percorreva quindi la grande distanza che frapponevasi
da quel carcere alla cara terra degli avi suoi. Ritraevasi allora
l’infelice da una vista che troppo deprimevala; ma non da quella
ritraevasi, che seguìta da lunga schiera di dolorosi pensieri: essi non
l’abbandonavano un istante; e, quasi goder potessero nel tormentarla,
in mille guise diverse le si moltiplicavano in mente.
Conforto unico era ad essa il dolce trattamento che riceveva da Selim,
capo degli Eunuchi del serraglio. Costui si diportava in maniera
tutta diversa da quella che a’ suoi pari si conveniva: studiavasi
di alleggerire alla sventurata il peso della schiavitù; e con parole
di consolazione, e con atti di officiosa urbanità, lasciava in ogni
incontro travedere il più grande interesse a vantaggio di lei.
Una volta che Olimpia, ringraziandolo di tanta pietà, parve
meravigliarsi come in un uomo, a sì vile impiego destinato, generosi
modi apparissero. «Signora! voi non mi conoscete: (le rispose Selim).
Una fatale sventura che mi pose fanciullo fra gli schiavi d’Alì, mi
ha ora in questo grado collocato: del resto io non nacqui figlio dei
Turchi, nè straniero nome è la compassione per me. Anch’io ho cuore
ed affetti: anch’io... sappiatelo alfine; ho nelle vene il sangue dei
Greci.»
Olimpia rabbrividì: si fece indietro d’un passo, e fissandolo
in volto, «che? (disse) voi? voi Greco... e vestite l’abito degli
infedeli?»
— «Ah, signora! (riprese egli) non aggiungete l’amarezza de’ vostri
rimproveri a quella del rimorso che mi lacera. Fanciullo di due lustri,
fui tolto per sempre alla mia famiglia: si volle indebolirmi lo spirito
per forza di continue minaccie: fui consegnato al carnefice... misero!
che far doveva in faccia a mille tormenti?»
— «Morire» (rispose Olimpia severamente).
— «È vero: pur troppo è questa la mia colpa; la conosco, l’abborro. Oh,
dato mi fosse degnamente espiarla! involato a queste mura contaminate
di delitti, oh, potess’io purificarmi con tutto il mio sangue,
all’ombra santa del perdono di Dio!!»
Tremante era la voce di Selim, ed i suoi occhi bagnati di lagrime;
quelli di Olimpia rivolti erano al suolo.
— «Ma intanto (riprese egli) io qui schiavo, come voi siete, di vano
desiderio mi pasco; non mi è dato liberarvi; offrirvi non posso che
una sterile compassione... vorrete sdegnarla questa unica cosa che io
m’abbia degna di voi?... potete odiarmi?
— «No, vi compiango: (rispose Olimpia con un sospiro). Veggo che siete
anche più infelice di me.»
Dopo ciò si separarono: ma da quel giorno in poi Selim addivenne
per l’Orfana il solo nel serraglio che meritasse la sua confidenza:
narrogli la commovente storia delle sue pene: ed egli in ricompensa,
poichè non altro poteva, cercando sempre prevenire i suoi desiderj ed
appagarli, si volse costantemente a raddolcirle la trista amarezza
della schiavitù. — Ma intanto le labbra di lei languide e scolorate
più non aprivansi che al sospiro: umide sempre erano le sue ciglia di
pianto: delirante talora lo spirito. Sventurata! Nelle più tarde ore
della notte, allorquando in mezzo al generale silenzio delle cose anche
la pallida luna tramonta, e le cadenti stelle invitano al sonno, sola
aggiravasi per le vuote sale, Demetrio invocando coll’acuto accento del
dolore... — ma il solo nome ripetevane l’eco sommessamente, ed egli non
appariva a confortarla giammai.
In questa guisa dileguavansi poco a poco nel castello del lago la
fiorente giovinezza e la salute di Olimpia: vedeva essa non lungi la
fine della vita, ed invece di rifuggirne l’idea, anelarla sembrava
piuttosto: la sola spoglia mortale così lasciato avrebbe allo scelerato
carnefice dei Suliotti; mentre lo spirito, leggero come fiamma che in
alto tende a sollevarsi, riunito sarebbesi ai perduti oggetti della sua
tenerezza. Piena di questa dolce speranza, la sola omai che alimentar
poteva nel cuore, non trascurava l’infelice di portarsi ogni sera al
giardino del serraglio: ivi collo sguardo immobile sulle lontane cime
del Picco di Kunghi, passava gl’istanti meno amari di sua vita...
Orfana infelicissima!!! Anch’essi fra poco sparir doveano come il
lampo.
Un giorno, oppressa forse più che mai dalle sue dolorose rimembranze,
affrettossi a ricorrere all’usato mezzo di conforto, e discese al
giardino. — Vergeva il Sole al tramonto: limpidissimo era il cielo,
e l’aure appena spiravano. — Il primo pensiero di Olimpia fu quello
di assidersi sul sedile di marmo a piè della grande inferriata:
nell’atteggiamento del dolore, i suoi occhi pregni di lagrime
riguardavano languidamente quel lontano punto sì noto e sì caro;
mentre gli ultimi raggi dell’astro cadente placidi rifletteano sulla
tranquilla faccia del lago. Tutto era silenzio in quella remota parte
dell’isola: ed i sospiri dell’infelice i soli erano ad interromperlo;
allorquando ad udir cominciossi in lontano un confuso romore simile al
gemito d’onda percossa da’ remi. Immersa Olimpia nel suo dolore, non vi
abbadò sulle prime: ma allorchè quello fecesi poco a poco più distinto,
rivolse naturalmente lo sguardo al loco donde partiva. Era di fatto
un giovine Turco che, montato su piccola barca da pescatore, sembrava
avvicinarsele: nobile era il suo portamento; ed una folta e negra barba
nascondea parte de’ suoi lineamenti oltremodo espressivi. L’Orfana
che fino allora veduto non avea legno alcuno su quelle acque, attonita
rimase all’inconsiderato ardire del giovine pescatore, che forse caro
pagato avrebbe il fio della colpa, qualora le guardie del castello
avessero potuto scoprirlo. Egli frattanto inoltrato erasi fin sotto
la inferriata del giardino: e già Olimpia avvertiva l’imprudente del
pericolo che soprastavagli, allorchè lo sconosciuto, guardatosi prima
cautamente d’intorno, sommessamente in greco le disse: — «Signora!
se lecito mi fosse interrogarvi, potrei chiedere se vive tuttora nel
serraglio Olimpia, la giovine schiava Suliotta?»
L’Orfana si turbò. — «A che mi fate una tale domanda?
— «Nulla, ve l’assicuro, null’altro mi muove che una generosa
compassione. — Vive forse tuttora?
— «Sì: vive, ed io son l’infelice. Ma che vi cale di me?...»
— «Oh divina Providenza!!! (sclamò l’incognito). Se dunque voi siete
la figliuola d’Evantìa, rapita alle braccia di Demetrio nella grande
giornata del villaggio, confortatevi, o sventurata! v’ha chi veglia
sulla vostra salvezza.»
— «Che parlate voi?» (replicò l’Orfana sbigottita).
— «La verità. — Ditemi: havvi fra i custodi del serraglio chi per voi
s’interessi? Potreste fidarvi d’alcuno?
— «Selim, il capo degli Eunuchi; egli greco è d’origine, è qui il solo
che mi compianga. Ma voi chi siete? che pensate tentare?... — Tutto:
non conoscete forse il cuore de’ Suliotti? Olimpia, addio! Se propizio
n’è il Cielo; se domani aver potrete un foglio dell’amante vostro,
ove tutto vi sarà svelato, trovatevi qui sull’imbrunir della notte: io
venni a liberarvi.»
Ciò detto, cautamente allontanandosi, poco a poco disparve. — Olimpia
sopraffatta dalla meraviglia rimase per qualche istante fuori di sè:
ondeggiava fra mille incerti dubbii sull’incognito misterioso che
promesso aveale libertà; e siccome avviene sovente in cose desiderate
sì, ma non isperate giammai, prestar non sapea fede a’ suoi occhi
medesimi. Riprese animo finalmente: lanciò furtivo uno sguardo
all’intorno, per accertarsi se alcuno avesse potuto osservarla; poi,
lasciando il giardino, si ritirò nel silenzio de’ suoi appartamenti.