Se a quella dolce inclinazione di natura che talor lega soavemente
l’un uomo ad un altro, la reciproca confidenza essi vi aggiungano
delle proprie disgrazie, è allora che nasce, e sovra solida base si
conferma, la più tenera la più sincera amicizia. Dopo la commovente
scena del villaggio, dopochè una quasi uguale sventura avvicinati gli
ebbe fra loro, Demetrio ed Eugenio non eransi più separati: una stessa
tenda, un tetto stesso li accoglieva nel campo: i più grandi pericoli
li vedevano insieme; ed insieme essi eran sempre ovunque l’esigeva il
bisogno. Di vero cuore amava Eugenio l’amico suo: ravvisava in esso
le più belle doti dell’animo, le affezioni più gentili, e tutto quel
vivo interesse che desta sempre la virtù sfortunata: oltredichè Irene
più non era; giurato egli aveva sul freddo cadavere di lei non esser
mai d’altre sulla terra, ed il figliuolo d’Eutimia non compreso in
questo giuramento, era il solo che amar da lui si poteva senza tema di
violarla. Demetrio d’altronde corrispondea vivamente a tanta tenerezza:
ad essa donava tutti quei momenti che liberi gli restavano dalle cure
di guerra; ed in questi amichevoli trattenimenti la perduta Olimpia era
costantemente l’oggetto de’ loro discorsi.
Un giorno in cui Demetrio, più forse abbattuto del solito, solo sedeva
nella sua tenda; lieto in sembianza, e come quei che apportatore ne
viene di felice novella, a lui comparve il giovine Eugenio: fattosegli
accanto, e stretto per mano lo sventurato Capo de’ Suliotti, esclamò.
«Amico! non abbandonarti più a lungo a questa angoscia crudele:
giunto è forse il momento in che io restituirti posso la pace, e la
tranquilla serenità dello spirito.» — Demetrio si scosse: balzò in
piedi rapidamente, e fissò i suoi sugli occhi di Eugenio, come per
assicurarsi ch’ei non mentiva. — «Sì: (soggiunse egli) io voglio
ridonarti la pace: ho promesso alla sacra amicizia di adoperarmi
costantemente per te, e tu sai che io non manco ai miei giuramenti. —
Demetrio! Io non sono mai stato freddo spettatore delle tue pene: non
mi sfuggirono, mel credi, le tue lagrime; e la tua confidenza per me,
l’abbandono tuo nelle mie braccia là fra gli estinti del villaggio,
son tuttora scolpiti nel mio cuore. Io ho sempre bramato raddolcire i
tuoi mali: sperai che il tempo, e più i soavi conforti dell’amicizia,
rimarginata avrebbero la tua ferita... ma mi sono ingannato: essa è
troppo profonda; e senza un rimedio un solo rimedio che io conosco; e
voglio a costo della vita procurarti, fra poco condurti potrebbe al
sepolcro. Tu, rivestito del supremo comando de’ tuoi concittadini,
non puoi di qui allontanarti: io peraltro non sono così necessario
alla mia patria, e lo posso. — Demetrio! amami, e fa cuore. Io parto
all’imbrunir della notte pel lago di Giannina. Colà, (io lo seppi da
un Turco da me guadagnato coll’oro) colà nel serraglio del castello
trovasi ora la povera Olimpia: Mouctar sdegnato alle sue prime ripulse,
ivi l’ha confinata, riservandosi ad occuparsi di lei al fine della
campagna. — Scelerato! Tu più non la rivedrai: non sarà l’infelice
contaminata fra le impure tue braccia: tu fremerai di rabbia, ed essa
intanto volerà sicura fra quelle del fedel suo!!»
— «Eugenio! Posso io crederti veramente, (soggiunse allora Demetrio)
od è questa una pietosa lusinga per istrapparmi un istante al dolore?
M’inganneresti tu forse?»
«No: (rispose) io non mentisco: tu ben devi conoscermi per viver sicuro
sulla mia parola. Parto; ed a te dinanzi lo giuro, in faccia al Cielo
che testimone è di tutto, io qui vivo non tornerò che con lei: o potrò
strapparla alle catene dei Barbari, o perirò io stesso vittima della
bell’opera che l’amor tuo ha saputo ispirarmi... ma tolga il Cielo
l’augurio funesto! Già tutto è disposto per un esito felice. Non manca
se non che tu mi consegni una lettera, la quale informando Olimpia del
nostro progetto, e di me che non conosce, mi assicuri altresì della sua
confidenza, e de’ suoi sforzi per secondarmi.»
Non così dolci cadono le estive pioggie sulle arse campagne, come
soave discese nell’oppresso cuore di Demetrio la inaspettata novella.
Lanciossi egli fra le braccia dell’amico, bagnandolo di quelle lagrime
che la più viva riconoscenza chiamogli in copia sul ciglio: rinvigorir
parvero allora le abbattute sue facoltà, e tornò il riso finalmente a
brillare sulle sue labbra. Pure sembrava non potersi persuadere della
promessagli felicità: vedeva che troppi ostacoli dovevano in prima
superarsi; e che quando per Eugenio altra difficoltà non vi fosse che
quella di oltrepassar sicuro la linea del blocco, grande era questa
sola per rendere inutile la impresa. Il giovine generoso dileguar
cercò questi dubbii: esposegli minutamente tutti i dettagli dell’ardito
progetto, ed esortollo a confidare nella giustizia della causa, e nel
favore del Cielo. — Comparve frattanto la notte: Demetrio accompagnar
volle per qualche tratto di strada il raro amico suo: salirono a
cavallo, ed in silenzio si allontanarono dalle tende.
— Battuti i Turchi e sconfitti nella grande giornata del villaggio,
deposto avevano ogni pensiero di attacco novello: che anzi, conoscendo
che l’unico mezzo d’impossessarsi di quelle rupi formidabili era
nel ridurre i Suliotti ad arrendersi per fame, risoluto avevano
di circondarli all’intorno, d’impedir loro ogni comunicazione
coll’esterno, e di tenerli così rigorosamente bloccati. Mouctar
destinato era da suo padre a comandar sulla linea le forze ottomane:
queste ingrossavano ogni giorno per la sopravvenienza di nuove reclute,
ed ivasi così preparando la perdita dei generosi figli della Selleide.
Giunti al fine delle gole, Demetrio ed Eugenio a scuoprir cominciarono
in distanza i fuochi del campo nemico: udirono pure confusamente
da lungi le voci di alcune sentinelle; ed il figliuolo d’Eutimia
raccapricciò d’orrore in pensando che fra quelle avventurarsi doveva
l’amico. Qui fu dove Eugenio non permise che altri il seguisse; la
difficoltà dell’impresa era somma, ed evitarsi doveva il più leggero
romore. Più lagrime di tenerezza accompagnarono il loro addio che fu
commovente oltre modo: si abbracciarono scambievolmente: e reciproca fu
chiesta e data la promessa di un pronto ritorno: il giovine generoso si
allontanò dalle rupi native; e Demetrio ritornò lentamente alle tende.
Eugenio vestito di abiti turchi, montava un cavallo tolto ai Barbari
nella giornata del villaggio: conosceva perfettamente bene il
linguaggio nemico, ed ognuno creduto l’avrebbe Maomettano. Con questi
vantaggi il magnanimo Suliotto non paventò di esporsi al pericolo: che
anzi seco stesso gratulandosi della nobile opera che intraprendeva,
seguì lieto a percorrere la strada. Placida era la notte: ma non ancor
sorta la luna, e regnava dovunque la più grande oscurità. Per trarsi
più facilmente d’impaccio, scelto egli aveva un sentiero scabroso e
dirupato, l’unico forse che meno rigidamente guardato era dai Turchi:
ma vicino al confine del blocco, allorquando in mezzo al generale
silenzio delle cose lusingavasi del più felice successo, fu sorpreso
da un primo moto di terrore in udendo da sè non lungi alcune voci
indistinte. — Era quella un’orda nemica, che destinata ad invigilare
sui posti di guardia, fermata erasi dentro un piccolo casolare. Al
romore di un cavallo che attraversar sembrava francamente la strada,
il capo de’ Barbari chiamò alle armi, ed addimandò all’istante chi
fosse quei che passava: e già preparavasi a far fuoco sull’incognito,
allorchè questi, senza sgomentarsi, risposegli in Turco con voce
bassa, ma risoluta. «Taci, disgraziato! parto dal quartier generale di
Mouctar per una segreta spedizione.». — Il Maomettano uso a tremare
al solo nome de’ suoi padroni, appagato di questa risposta tornò
tranquillamente al casolare; ed Eugenio a spron battuto giunse senza
altro ostacolo ad oltrepassare la linea.