CAPITOLO XXI

Prima di esporsi al difficile rapimento di Olimpia, Eugenio stabilito

avea di bene accertarsi se essa viveva, onde inutile non riuscisse

il generoso tentativo. A tal uopo, per forza d’oro, anima e vita di

un paese in cui tutto è venale, noleggiato avendo barca e vesti da

pescatore, inoltrato erasi fin sotto il giardino del serraglio, onde,

con istudiato pretesto, chieder notizie di Olimpia a colei ch’egli

spesso da lungi veduto aveva sedente a piè della grande inferriata:

volle la Providenza che nella stessa Orfana ei s’incontrasse: ed

informato da questa, e della condizione e del nome del pietoso Selim,

ritirato erasi cautamente, maturando nel pensiero l’ardito progetto, ed

i mezzi più opportuni ad eseguirlo.

All’apparire pertanto del mattino novello, Eugenio rivestì gli stessi

mentiti abiti co’ quali allontanato giù erasi dalle native montagne,

e si presentò francamente al castello, annunziandosi siccome spedito

dal quartiere generale di Mouctar. Calato il ponte, ed introdottovi,

addimandò tosto del capo degli Eunuchi Selim, cui disse di dover

parlare segretamente. Racchiusi ambedue in camera appartata, il custode

del serraglio che già disponevasi ad udire dal messaggero gli ordini

del suo padrone, rimase assai meravigliato, quando offrir si vide una

borsa accompagnata da queste parole sommessamente profferite.

— «Se io parlar dovessi ad un Turco, temerei, ed a ragione, che poco

fosse l’oro che qui si chiude; ma poichè mi sono ad uomo rivolto che

nacque figlio dei Greci, veggo che è forse anche troppo, e che tutto mi

lice sperare dal nobile carattere della sua nazione. Generoso Selim! la

mia vita, la pace di due sventurati, sono nelle vostre mani. (L’Eunuco

guardò l’incognito da capo a piedi). Tutto peraltro mi è noto: so

quanto vi commuova la infelice sorte di Olimpia: so ch’essa ed io

qui di voi solo possiamo fidarci. (Turbossi Selim, e tentò replicare;

Eugenio l’interruppe). Udite. — Un sentimento di tenera amicizia mi

persuase a venire dalla Selleide nel castello del lago, e, sprezzando

ogni pericolo, a ricondurre Olimpia al suo amante, o morire... avete

così conosciuto che io son Greco, e che finte sono le vesti che mi

coprono. Ora siccome senza l’opera vostra è inutile ogni mio tentativo,

è per questo ch’io vi prego d’ajuto. Non vi spaventi l’avvenire: io

vi prometto mezzi tali da porvi in salvo, e garantirvi dalla pena

barbaramente dovuta alla pietosa vostra condiscendenza.»

Qui tacque: e Selim, fissatolo in volto nuovamente, appressollo più

davvicino.

— «Signore! (gli disse): il vostro coraggio, la interessante vostra

fisonomia, e più le generose parole che m’indirizzaste dileguano ogni

mio dubbio: voi esser non potete un vile emissario che a tentar venga

la mia fedeltà coll’oggetto di perdermi.»

— «No: (risposegli Eugenio dignitosamente) ve lo giuro per il Dio de’

miei padri; e voi sapete quanto prezzano i Greci i loro giuramenti.»

(Qui gli porse la mano: Selim la strinse nella sua):

— «Ebbene: prometto favorir questa fuga, ma ad un patto: anch’io verrò

in salvo con voi. Poichè noti vi sono i miei natali, e la involontaria

mia colpa, sappiatene pure i rimorsi. — Oh! quante volte ho desiderato

espiarla versando il mio sangue per la patria!! Infelice!!!... nacqui

anch’io Suliotto.»

— «Lo veggo: la nobile vostra risoluzione chiaramente il palesa. Noi

partiremo insieme: ed or che la guerra arde nella Selleide, racquistar

potrete coll’armi la fama perduta.»

— «Lo voglia il Cielo! — Ma Olimpia intanto?...

— «Jeri la vidi sotto la inferriata del giardino, ove su piccola barca

mi era condotto: poche ed oscure parole mi permise indirizzarle il

breve istante che mi trattenni: ma questo foglio che le darete potrà

tutto svelarle. Intanto voi con essa sull’imbrunir della notte vi

troverete nel giardino: in quella parte ove più basse sono le mura

condurrò io la mia barca; e questa breve scala di corda servirà per

discendervi. — Basta, per ora io m’allontano dal castello: e voi,

per giustificare il nostro abboccamento, fingerete aver ricevuto per

mio mezzo un qualche ordine di Mouctar. Prudenza vi raccomando, e

sollecitudine.»

— «Fidatevi di me. Addio!»

— «Sì: oggi sull’imbrunir della notte.»

Ciò detto, Eugenio, abbandonò il castello, entrò nella barca che lo

attendeva per tragittarlo alla riva del lago: quivi giunto riprese la

strada di terra, fingendo ricondursi al quartier generale dei Turchi.

Selim intanto rientrato nel serraglio, portossi agli appartamenti

dell’Orfana, che sbigottita ancora per l’accaduto del giorno innanzi,

sedea mesta e pensosa. — «Finalmente (le disse) mi è pur dato giovarvi:

posso io stesso recarvi una lieta novella! Leggete!» — Olimpia prese

quel foglio palpitando: l’aperse, e trovollo concepito in questi

termini.

«OLIMPIA!

«La celeste Providenza che sempre protegge gli sventurati non

si è scordata di noi: essa mi ha fatto sperare di racquistarti;

e superando tutti gli ostacoli, ha rinvenuto il mezzo di farti

giungere questo mio foglio fin dentro il carcere tuo. Un amico, un

raro amico, che io amerò teco fino all’ultimo mio respiro, è quegli

che tutto sprezzando viene a liberarti. Celato sotto l’abito degli

infedeli onde meglio diminuire la difficoltà dell’impresa, tutto ti

farà noto appena sarai fuori del castello: nascosta allora anche

tu sotto vesti mentite, ritornerai finalmente alle mie braccia.

Olimpia mia! Io non istarò quivi a narrarti tutte le pene da me

sofferte; desse sono innumerabili, infinite, ed io darne non posso

la più debole immagine: il mio cuore per altro di cui tu conosci i

palpiti più segreti, agitandosi un giorno più fortemente incontro

al tuo, sarà l’interprete verace de’ miei lunghi travagli. Oh!

quanto è mai lusinghiera la felicità che ne attende! Ah, possa

almeno essere stabile una volta!... ma sì: lo spero. Quella forza

superiore che mi ha sempre preservato fra i nemici da una morte

mille volte cercata, quella stessa che sembra avermi lasciato la

vita per dividerla teco, coprirà pure di pietoso velo la tua fuga.

Olimpia mia!... abbandonati a sì bella speranza: il mio n’è il più

fausto presentimento.

«Mouctar, l’infame assassino de’ nostri confratelli, cinge

tuttora di stretto blocco le nostre montagne: ma il contagio che

a serpeggiar comincia tra le file nemiche, privando il superbo

Maomettano della necessaria energia, sarà forse il nostro

più tremendo alleato. Ad ogni modo le rupi di Suli sono ben

formidabili: e gl’Infedeli conoscono d’assai quanto possano i Greci

adunati sotto la insegna della Croce.

«Olimpia vieni! il fedel tuo ti attende con tutta la impazienza

dell’amore. Non ti spaventi il pericolo: fa cuore! affidati al

prudente coraggio dell’amico, e sii certa della tua liberazione!

Ah, una volta che tu mi sarai restituita, forza umana non potrà più

svellerti da me!!

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 29 / 39 题