Ma già le vespertine ombre cadendo poco a poco dal cielo annunziavano
il ritorno della notte, allorchè l’Orfana giunse al Castello del lago,
trascinatavi dai ministri della tirannide. Condotta negli appartamenti
del superbo Mouctar, fu data in particolar cura a Selim, capo degli
Eunuchi del Serraglio, e molte schiave ebbero ordine di riguardarla
siccome loro padrona. Già queste, spinte da quella invidia che alligna
nel petto delle vili femmine vendute al piacere dei molli despoti
d’Oriente, col pretesto di servirla, le si affollavano intorno, quando
Olimpia chiese d’esser lasciata nella quiete; il suo desiderio fu
legge; tutti si ritirarono, ed essa rimase perfettamente sola.
Libera alfine dagli odiosi testimonj del suo dolore, nuove sue
lagrime corsero sulla traccia delle tante sparse per lo passato, ed
abbandonossi su di un sofà nel più profondo abbattimento: la memoria
della estinta Eutimia e di Sofia, tornò assai dolorosa al suo pensiero;
ma quanto non fu crudele la rimembranza di Demetrio! «Oh, voi felici,
(esclamava) che nel sonno della morte rinveniste il dolce oblio degli
affanni! Ah! così pur dato mi fosse un eguale destino! io vi seguirei
là dove il potere dell’uomo perdè ogni forza; ed a voi unita, pregherei
perchè presto anche Demetrio ne raggiungesse. Colà almeno, spiriti
indivisi, gustata avremmo quella piena felicità, di cui quaggiù la
sola ombra si vide: ed io fra le catene della schiavitù non sarei
qui vittima di un Maomettano orgoglioso... Ah! ma prima scagli su
me l’avverso destino tutti i fulmini suoi! mettasi ad ogni prova, a
qualunque tormento, la mia povera esistenza, anzichè io, dimentica
dell’onore, e della sacra religione de’ padri miei, ceda un solo
istante al tiranno! — Perduta (è vero) ho la mia libertà sulla terra;
ma se più non ho quella d’involarmi a questi luoghi d’orrore, mi resta
pure la mia volontà. Questa mi sarà scudo contro lo scelerato carnefice
dei Suliotti; ed egli conoscerà suo malgrado che una greca donzella
atterrir non lasciasi dalle minaccie, e che preferire sa sempre al
disonore la morte.»
Queste generose parole, pronunciate da Olimpia in tuono solenne e
religioso, ricondur parvero in lei le smarrite forze dell’animo.
Meno affannoso le addivenne d’allora in poi la propria prigionia:
confortolla il consolante pensiero che in breve liberata ne l’avrebbe
la morte, e che inviolata tuttora scender potea nel sepolcro. Piena
pertanto di quella grata soddisfazione, che in un cuore bennato ispira
sempre la bella determinazione di sottrarsi ad ogni costo al disonore
ed all’obbrobrio; sicura che il dolore e gli affanni che la disgrazia
le procurava, riunita ben presto l’avrebbero ai perduti oggetti della
sua tenerezza, l’Orfana apparentemente tranquilla, si pose da quel
magnifico appartamento a riguardar sul lago soggetto. — Sereno e puro
era l’aere all’intorno: le onde leggermente increspate dal venticello
della notte in tuon sommesso flottavano lungo le mura del castello;
e la luna che colma splendeva nell’alto del cielo, rischiarando in
silenzio le rive lontane, specchiavasi tranquillamente sulla cerulea
superficie delle acque. — Infelice! era pur quello il momento in cui,
guidato da quel lume istesso, indarno fra gli estinti del villaggio
ricercava Demetrio la diletta donzella.
Dessa intanto all’aspetto di scena così imponente scender sentiva una
dolce commozione nel cuore: questa per altro figlia non era della
gioja; partir sembrava piuttosto dalla rimembranza delle sofferte
vicende. Assorta ne’ suoi pensieri, Olimpia non avvedevasi che le ore
fuggivano rapidamente, e che malgrado la generale inazione delle cose,
ed il sonno della natura, non arrestava il tempo neppur d’un istante il
veloce suo corso. L’orologio del castello accennò la metà della notte:
alcune voci, ed un leggero tumulto nella rôcca, accompagnarono la muta
della guardia ai baluardi: tutto quindi si ricompose, e tutto rientrò
tosto nel primiero silenzio. Fu allora che la prigioniera infelice
cedette al bisogno della natura: coricata sulle morbido coltri,
ricercar tentò nel soave abbandono dei sensi la dimenticanza de’ mali:
ma Demetrio le fu sempre presente: Demetrio solo vide essa ne’ sonni
brevi ed interrotti, e nelle lunghe dolorose vigilie.
Al mattino novello le schiave tutte del serraglio si portarono a lei,
ed offrironsi a servirla: Olimpia le ringraziò; e pregolle d’allora in
poi a non toglierle il solo unico bene che rimanevale, la solitudine.
Era questa di fatto un vero conforto per l’Orfana; se non che talmente
accresceva la cupa sua melanconia, che sovente facendo l’infelice a
tutto insensibile, stranieri anche rendeale gli oggetti stessi che la
circondavano. Era in questi crudeli momenti che i suoi occhi in alto
fissati, coprivansi di quell’umido velo che precede il pianto: tremanti
erano le sue membra; alterati i suoi lineamenti: alcune grosse lagrime
giù correndole per le pallide guancie, bagnavano il pavimento... ma
dessa non iscorgevale; non sentiva più nulla: l’anima sua sorpassava
allora quella immensa linea che divide la terra dal soggiorno della
Divinità. Ivi nelle braccia dell’Eterno rivedea più belli i perduti
oggetti dell’amor suo: a piè di Lui che è lo scrutinatore de’ cuori,
deponeva i tormenti che laceravanla: la grazia celeste scendeva intanto
sull’innocente suo capo; ed essa, riavendosi da quel dolce letargo,
piena sentivasi di soave conforto, e di forza novella.
Al mezzogiorno dell’isola, non lungi dalla rôcca, circondato di mura,
giace il giardino del serraglio; che destinato al passaggio delle donne
racchiusevi, e dalla più raffinata eleganza fatto adorno per ogni dove.
Spaziosi viali fiancheggiati da ombrose piante distendonsi in lungo:
brillano le ajuole nel mezzo di mille fiori diversi che una leggiadra
simmetria vi ha collocati: un piccolo boschetto, perpetuo albergo degli
zeffiri, cupamente verdeggia nel fondo, mentre alcune grandi aperture
nelle mura, difese da doppie inferriate, libera lasciano in distanza la
prospettiva del lago.
La prima volta che Olimpia vi discese fu in un momento in cui deserto
era il loco, e che le vili schiave dimentiche della perduta libertà,
celebravano tranquillamente una festa nell’interno del serraglio. Si
assise in un sedile di bianca pietra a piè d’una inferriata: quindi,
poggiato il cubito sui gradini di essa, e sulla mano la guancia,
a riguardar si pose la riva all’intorno. Il Sole circondato da
leggere nuvolette era al tramonto; i raggi di lui tremolanti sulle
acque indoravano per l’ultima volta l’orizzonte: ed una languida
luce, dileguandosi poco a poco dalla terra, spargeva di melanconica
tinta gli oggetti tutti del creato. Le sole cime di un alto monte da
lungi mostravano tuttora la presenza dell’astro: e su quelle rupi
inaccessibili, inseguito dalle tenebre nemiche, rifugiarsi pareva
il giorno morente. Per naturale movimento rivolse Olimpia a quel
punto lo sguardo: quelle canute roccie, quelle balze scoscese non
le furono ignote: richiamò ad esse un’istante l’alienata attenzione,
ed alle eterne nubi che le coronano riconobbe il Picco di Kunghi. —
La più sublime delle native montagne, la sacra terra degli avi suoi
ricomparivale dunque finalmente dinanzi! Spinta da una soprannaturale
commozione, ella cadde sulle sue ginocchia: sparse lagrime di tenera
gioia; e benedisse l’Onnipotente, che sì dolce conforto arrecavale in
mezzo a tante amarezze.
Lieta per sì bella scoperta, non mancava Olimpia di portarsi ogni
sera al giardino. Era questo il loco che solo addir le si poteva nella
trista sua situazione: trovava in esso un sollievo altrove sconosciuto;
e vi si tratteneva delle ore intere senza pure avvedersene: giacchè
sempre di brevissima durata ne appaiono que’ felici momenti, che talora
il corso interrompono delle nostre afflizioni.