Colpiti dalle avvenenti forme e dalla fiorente giovinezza di Olimpia,
i Barbari rispettata aveanla in mezzo alla strage generale, fissando
avidamente su lei scelerate mire di lucro. Immerse frattanto in un
lago di sangue spiravanle dappresso Eutimia e Sofia: l’Orfana gemeva;
e prostrata a piè degli assassini, con languente voce implorava almeno
di seguirle nel sepolcro... ma invano. La vile cupidigia dell’oro
ceder non poteva alle lagrime della innocenza fra persone macchiate di
delitti, ed in mezzo a cui, per uso detestabile, s’apre tuttora infame
mercato dell’uomo, a scorno dell’umanità.
Vedendo allora a quale sciagurata vita riserbavasi; esausta affatto
di forze, dopo avere inutilmente tentato di strappare un pugnale dal
fianco de’ suoi rapitori, e trafiggersene, la figliuola d’Evantìa
caduta era priva di sensi. Questo favorevole istante fu colto per
involarla suo malgrado al villaggio, ed a quel Demetrio ch’essa avea
continuamente reclamato: toltala sulle loro spalle, gl’infami Turchi
la trasportarono alle tende del vile Mouctar che comandava alle forze
Ottomane contro i Suliotti, e che la novella aspettava della totale
sconfitta de’ Cristiani, per inoltrarsi più sicuramente sulle loro
montagne.
Deposta la giovane schiava a’ suoi piedi, il figliuolo d’Alì incantato
rimase a vista così bella; chè un dolce pallore cagionato dal lungo suo
svenimento, spargendosi su quella amabile fisonomia, la rendea mille
volte più interessante. Mouctar, che già amavala ardentemente, andava
all’acquisto di lei; e contro ogni divino ed umano diritto fu a prezzo
d’oro venduta la sacra libertà della sventurata. Era dessa presente a
quest’atto che degrada la nobile natura dell’uomo, riducendolo alla vil
condizione de’ bruti: ma non isparse una lagrima, ed intrepida rimase
all’aspetto della novella sciagura; mentre gli sguardi suoi sdegnosi e
tranquilli ad un tempo, dir sembravano ch’essa non annuiva all’infame
contratto, e che tuttora rimanevale una libera volontà.
Temendo peraltro che il ritenersi sì bella schiava nel campo risvegliar
potesse la indignazione di suo padre, che più volte tacciato avevalo
di vile e di effemminato, Mouctar, a cui severi ordini intimavano di
non pensare ad altro che alla conquista della Selleide a qualunque
costo, risolvette d’inviare la greca donzella al castello del lago
di Giannina, per poi raggiungervela tosto al fine della campagna.
Prima però di farla partire, con quell’orgoglio proprio de’ Turchi, e
che nemmeno l’amore può in essi abbassare, pomposamente le disse. «O
tu, che sola ottieni il vanto di aver soggiogato il mio cuore, e che
tuttavia corrisponder non sembri all’onore cui t’innalzo, non creder
già che se ora da me ti allontano rinunziar voglia all’amor mio, ed
a quei diritti che su te la ragione del più forte mi dona: le gravi
cure, ed i pericoli della guerra lo esigono per mia e tua tranquillità.
— Va: ritroverai nella magnificenza del loco che ti attende un degno
albergo di te: ne sarai la signora, ed il mio cuore non cesserà mai di
adorarti... ma non abusare di tanti favori ch’io mi degno concederti.
Preparati d’ora innanzi a corrispondere, come io lo merito, alla mia
tenerezza: fra non molto, carico di gloria e di trofei, io tornerò a
riposarmi fra le tue braccia.»
Ciò detto, fisò in lei le ardenti pupille, aspettando quasi una
risposta: ma il nobile animo della greca donzella ne inorridiva al solo
pensiero; ed uno sguardo minaccioso e sprezzante fu tutto quello che
al più senti di potergli concedere. — Allorchè gli spietati carnefici
le uccisero a lato i cari oggetti dell’amor suo, Olimpia pregò,
pianse, perchè non fosse risparmiata nella strage comune: ma poichè
li vide sordi alle sue lagrime seguir barbaramente il vile impulso di
lucro infame; quando come in un quadro delineata scôrse la dolorosa
prospettiva di un inevitabile avvenire, trattenne il corso dell’inutile
pianto; e la irrevocabilità stessa del proprio destino sembrò ridonarle
la perduta forza dell’animo. — Sperando tuttavia di vincere col tempo
questa risoluta fermezza, Mouctar si ritirò; e l’Orfana allontanossi
dalle native montagne.
Le grandi fabbriche, e le alte cupole delle moschee di Giannina
che indorate dal Sole cadente ad apparir cominciavano in distanza,
creder le fecero un istante che forse a questa città conducevasi: ma
improvvisamente i condottieri di Olimpia cangiarono direzione, ed alle
sponde fermaronsi del lago vicino: ad un cenno di essi, una barca che
intenta alla pesca solcava placidamente quell’onde, avvicinossi alla
riva; vi entrarono tutti ed a forza di remi si diressero al castello.
— Il Satrapa di Giannina, la cui macchiata coscienza pingevalo a sè
stesso oggetto di esecrazione e di orrore, seguendo il costume dei
grandi colpevoli che non tengonsi sicuri ne’ luoghi popolati, eretta
erasi nella isoletta del lago una rôcca formidabile; la quale, oltre
il provvedere alla personale sua sicurezza, tenea pure in freno, per
la vantaggiosa posizione, la vicina città. Fabbricata è al settentrione
dell’isola; una numerosa fila di cannoni ne guarnisce i baluardi; ed un
angusto ponte levatojo, sostenuto da pesanti catene di ferro, è il solo
a permettervi l’ingresso. Nell’interno di questo loco inespugnabile
vive senza tema di tradimento la famiglia di Tebelen: quivi Alì ed i
colpevoli figli suoi hanno i loro serragli; e quivi racchiusa esser dee
la sventurata figliuola d’Evantìa.