CAPITOLO XVII

Colpiti dalle avvenenti forme e dalla fiorente giovinezza di Olimpia,

i Barbari rispettata aveanla in mezzo alla strage generale, fissando

avidamente su lei scelerate mire di lucro. Immerse frattanto in un

lago di sangue spiravanle dappresso Eutimia e Sofia: l’Orfana gemeva;

e prostrata a piè degli assassini, con languente voce implorava almeno

di seguirle nel sepolcro... ma invano. La vile cupidigia dell’oro

ceder non poteva alle lagrime della innocenza fra persone macchiate di

delitti, ed in mezzo a cui, per uso detestabile, s’apre tuttora infame

mercato dell’uomo, a scorno dell’umanità.

Vedendo allora a quale sciagurata vita riserbavasi; esausta affatto

di forze, dopo avere inutilmente tentato di strappare un pugnale dal

fianco de’ suoi rapitori, e trafiggersene, la figliuola d’Evantìa

caduta era priva di sensi. Questo favorevole istante fu colto per

involarla suo malgrado al villaggio, ed a quel Demetrio ch’essa avea

continuamente reclamato: toltala sulle loro spalle, gl’infami Turchi

la trasportarono alle tende del vile Mouctar che comandava alle forze

Ottomane contro i Suliotti, e che la novella aspettava della totale

sconfitta de’ Cristiani, per inoltrarsi più sicuramente sulle loro

montagne.

Deposta la giovane schiava a’ suoi piedi, il figliuolo d’Alì incantato

rimase a vista così bella; chè un dolce pallore cagionato dal lungo suo

svenimento, spargendosi su quella amabile fisonomia, la rendea mille

volte più interessante. Mouctar, che già amavala ardentemente, andava

all’acquisto di lei; e contro ogni divino ed umano diritto fu a prezzo

d’oro venduta la sacra libertà della sventurata. Era dessa presente a

quest’atto che degrada la nobile natura dell’uomo, riducendolo alla vil

condizione de’ bruti: ma non isparse una lagrima, ed intrepida rimase

all’aspetto della novella sciagura; mentre gli sguardi suoi sdegnosi e

tranquilli ad un tempo, dir sembravano ch’essa non annuiva all’infame

contratto, e che tuttora rimanevale una libera volontà.

Temendo peraltro che il ritenersi sì bella schiava nel campo risvegliar

potesse la indignazione di suo padre, che più volte tacciato avevalo

di vile e di effemminato, Mouctar, a cui severi ordini intimavano di

non pensare ad altro che alla conquista della Selleide a qualunque

costo, risolvette d’inviare la greca donzella al castello del lago

di Giannina, per poi raggiungervela tosto al fine della campagna.

Prima però di farla partire, con quell’orgoglio proprio de’ Turchi, e

che nemmeno l’amore può in essi abbassare, pomposamente le disse. «O

tu, che sola ottieni il vanto di aver soggiogato il mio cuore, e che

tuttavia corrisponder non sembri all’onore cui t’innalzo, non creder

già che se ora da me ti allontano rinunziar voglia all’amor mio, ed

a quei diritti che su te la ragione del più forte mi dona: le gravi

cure, ed i pericoli della guerra lo esigono per mia e tua tranquillità.

— Va: ritroverai nella magnificenza del loco che ti attende un degno

albergo di te: ne sarai la signora, ed il mio cuore non cesserà mai di

adorarti... ma non abusare di tanti favori ch’io mi degno concederti.

Preparati d’ora innanzi a corrispondere, come io lo merito, alla mia

tenerezza: fra non molto, carico di gloria e di trofei, io tornerò a

riposarmi fra le tue braccia.»

Ciò detto, fisò in lei le ardenti pupille, aspettando quasi una

risposta: ma il nobile animo della greca donzella ne inorridiva al solo

pensiero; ed uno sguardo minaccioso e sprezzante fu tutto quello che

al più senti di potergli concedere. — Allorchè gli spietati carnefici

le uccisero a lato i cari oggetti dell’amor suo, Olimpia pregò,

pianse, perchè non fosse risparmiata nella strage comune: ma poichè

li vide sordi alle sue lagrime seguir barbaramente il vile impulso di

lucro infame; quando come in un quadro delineata scôrse la dolorosa

prospettiva di un inevitabile avvenire, trattenne il corso dell’inutile

pianto; e la irrevocabilità stessa del proprio destino sembrò ridonarle

la perduta forza dell’animo. — Sperando tuttavia di vincere col tempo

questa risoluta fermezza, Mouctar si ritirò; e l’Orfana allontanossi

dalle native montagne.

Le grandi fabbriche, e le alte cupole delle moschee di Giannina

che indorate dal Sole cadente ad apparir cominciavano in distanza,

creder le fecero un istante che forse a questa città conducevasi: ma

improvvisamente i condottieri di Olimpia cangiarono direzione, ed alle

sponde fermaronsi del lago vicino: ad un cenno di essi, una barca che

intenta alla pesca solcava placidamente quell’onde, avvicinossi alla

riva; vi entrarono tutti ed a forza di remi si diressero al castello.

— Il Satrapa di Giannina, la cui macchiata coscienza pingevalo a sè

stesso oggetto di esecrazione e di orrore, seguendo il costume dei

grandi colpevoli che non tengonsi sicuri ne’ luoghi popolati, eretta

erasi nella isoletta del lago una rôcca formidabile; la quale, oltre

il provvedere alla personale sua sicurezza, tenea pure in freno, per

la vantaggiosa posizione, la vicina città. Fabbricata è al settentrione

dell’isola; una numerosa fila di cannoni ne guarnisce i baluardi; ed un

angusto ponte levatojo, sostenuto da pesanti catene di ferro, è il solo

a permettervi l’ingresso. Nell’interno di questo loco inespugnabile

vive senza tema di tradimento la famiglia di Tebelen: quivi Alì ed i

colpevoli figli suoi hanno i loro serragli; e quivi racchiusa esser dee

la sventurata figliuola d’Evantìa.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 25 / 39 题