Alta scorreva la notte per gli spazii del firmamento: seguivala, fedel
compagna, placidamente la quiete; ed i venticelli usciti dai boschi
qua e là spargevansi a rallegrare dolcemente la terra: allorquando
Demetrio accompagnato da Eugenio, e seguito da un corpo di Suliotti,
incamminossi alla funebre ceremonia, dirigendosi al villaggio ove
già succeduti erano tremendi il conflitto e la strage. Deserte quivi
erano le case: una moltitudine di cristiani cadaveri misti a quelli
degl’infedeli ingombrava la via: splendea tacitamente la luna nell’alto
del cielo: i lenti passi dei pietosi guerrieri, e lo stridere di
alcuni carri che li seguivano, risuonavano soltanto in mezzo a quella
solitudine. Inorridì il figliuolo d’Eutimia a scena così luttuosa:
e quasi cercar volesse i perduti oggetti della sua tenerezza, stese
furtivo lo sguardo da un punto all’altro di quel vasto sepolcro. —
Tra la folla degli estinti sformati dalle ferite, e dal sangue che
gli lordava, una donna di dolce e maestosa fisonomia, anzichè spenta,
dormir sembrava placidamente: i candidi raggi dell’astro notturno la
rischiaravano, ed un leggiero venticello agitava di tratto in tratto
la scomposta sua chioma. Un solo istante bastò per convertire il dubbio
in certezza: Demetrio rapidamente le si avvicinò, ed in essa riconobbe
sua madre! Una larga e profonda ferita nel seno, intorno a cui ancor
rappreso era il sangue, spinta aveala nel sepolcro; e le ultime sue
voci chiamato avevano il figlio.
Raccapricciò d’orrore Demetrio; e, prostratosi sul terreno, portò
tremando alle labbra la gelata mano materna, bagnandola di amare
lagrime. — «Madre mia! come io ti riveggo, Madre mia!! — e null’altro
disse; perchè il dolore gli chiuse le fauci, e lo tolse ai sensi.
Riebbesi finalmente; e rivolgendo da una parte lo sguardo, additò
dall’altra il cadavere a quei che il seguivano, e trasportar lo fece
nei carri. — A pochi passi di distanza, svisata per le moltiplici
ferite riconobbe pure Sofia... la madre di colei ch’egli adorava,
giacca distesa attraverso un’ammasso di estinti: Demetrio volse
sovr’essa uno sguardo di compassione, e l’affanno non permisegli che di
proseguire il cammino.
Lusingavasi l’infelice di ritrovare anche Olimpia fra le vittime della
morte. Tale era il colmo della sciagura, tale l’atrocità del pensiero
ch’ella viva caduta fosse nelle mani dei Barbari, che astretto vedeasi
a desiderare almeno quest’ultimo conforto; ma invano. Più e più volte
trascorse egli quel funesto recinto: vecchi, fanciulle, donzelle
confusi fra loro ingombravano il terreno; ma giammai fra queste ultime
la figliuola d’Evantìa se gli offerse allo sguardo. Alfine dopo mille
inutili ricerche, gli fu forza assicurarsi che dessa era schiava; a sì
orribile idea, un tremito convulsivo s’impadronì poco a poco di tutte
le sue membra; il suo respiro divenuto era frequente, e gli agitati
palpiti del cuore trasparivan fin sopra le sue vesti. Forse un pianto
copioso versato in quel punto ammollito avrebbe un’angoscia sì fiera...
ma il nemico destino toglievagli pur anco la dolce voluttà delle
lagrime.
Un flebile grido lo riscosse improvvisamente da sì penosa agonìa; si
volse egli al loco d’onde partiva, e vi scorse Eugenio prostrato sul
corpo d’una vergine estinta. — Era quella l’amabile Irene: i Barbari
spenta l’aveano d’un colpo, tutte così troncando le dolci speranze del
suo giovine amante: testimone lo sventurato della propria disgrazia,
non trattenne le lagrime, e l’aere echeggiar fece de’ suoi lamenti.
«Irene mia! (esclamò coll’accento del dolore): a che mai teneramente mi
amasti? a che il Cielo ci lusingò di renderne uniti e felici, se in un
punto doveva io perderti per sempre?... Oh, quanto sangue sta rappreso
sulla tua ferita!... quanto ne ha bevuto il terreno!!... Innocente
vergine, dovea dunque su te sfogarsi la rabbia degl’infedeli?... Oh
come contraffatte sono le belle tue forme! quelle labbra che mille
volte per me s’apersero al più dolce sorriso dell’amore, chiudonsi
ora livide e scolorate: quelle vivaci pupille che tutta l’anima
appalesavano, coperte sono dal denso velo di morte... ah! se scritto
è nel Cielo che io sopravviver debba alla tua perdita, obbedirò ai
decreti di quel supremo destino che ne governa: ma qui, su questa mano
istessa che sperai stringere un giorno in più felice momento, Irene!
io ti prometto non esser d’altre che tuo: la tua memoria mi sarà guida
dovunque; ed io passerò i giorni che mi restano nella sventura e nel
pianto... Vi sarà altri sulla terra più infelice di me?»
— «Sì, che vi sarà: ed eccolo a te dinanzi: (risposegli Demetrio con
voce soffocata, ed afferrandolo vivamente per mano). La sventura non ha
altri colpi per l’uomo cui tolse in un punto la madre, e l’amante! Tu
la perdesti: la piangi qui, estinta.... ma io non posso teco piangerla
così! Ah, felici coloro che più non sono!! l’obbrobrio ed i mali non ne
accompagnano almeno la malaugurata esistenza: nella pace della tomba
essi non sentono l’orrore della schiavitù: non lasciano dei viventi
sulla terra in angoscie mortali e continue!!... io sono uno di questi.
In me l’orfano tu vedi, cui il ferro de’ nemici privato ha di una
madre: pure essa è qui spenta fra noi, ed io sparger posso di lagrime
la sua spoglia. Ma... la mia Olimpia che invano fra questi cadaveri
ricercai, geme ora fra le catene dei Barbari: un crudele diritto la
pone irrevocabilmente fra loro, ed io privo ne resto per sempre. — A
che dunque ti vanti il più infelice sulla terra? A me (ed in così dire,
invaso dalla passione, batteasi il petto a riprese), a me solo si dee
questo nome. Qui sta: è qui nel mio cuore profondamente radicata; qui
versa il suo veleno una crudele disperazione: qui essa giganteggia....
intantochè questo.... si restringe... s’annienta...»
Ciò detto, cadde tremando fra le braccia di Eugenio. Commosso il
pietoso giovane a storia così funesta, mescolò le sue alle lagrime
di Demetrio: e da questo interessante momento ebbe principio fra
loro, quella tenera amicizia, che poi la sola morte doveva un giorno
disciogliere.