CAPITOLO XV

Sdegnato il feroce Satrapa di Giannina contro i valorosi difensori

della Selleide per l’infelice esito della prima sua spedizione,

meditava già da lungo tempo la caduta di questo rispettabile baluardo

della ellenica libertà. Fatto girare nei varii cantoni del suo

pascialaggio un proclama che imperiosamente chiamava tutti i sudditi

alle armi, gli agà ed i bey, scossi dall’autorevole tuono di quelle

parole, obbligaronsi di proprio pugno a conquistar la Selleide a

qualunque prezzo, oppure a seppellirsi combattendo sotto quelle rupi

scoscese che la rendono sì formidabile. In questa guisa il tiranno vide

in breve tempo sotto le sue insegne un esercito di oltre dodicimila

Maomettani: e siccome queste reclute dicevansi fatte per la spedizione

di Parga, (oggetto dell’odio d’Alì) e tutt’altro a divedere lasciavano

fuorichè servir dovessero a combattere i Suliotti, così questi,

sebbene naturalmente sospettosi e vigilanti, non previdero l’attacco.

Conoscevano i Turchi pur troppo che l’unico mezzo di riportar vantaggio

sugli intrepidi montanari era quello di sorprenderli, prima ch’essi

avesser tempo di ritirarsi nelle gole: perciò, guidati da’ più esperti

capitani, tragittavano l’Acheronte col favore delle tenebre; ed

osservato nella marcia il più rigoroso silenzio, comparivano la mattina

in faccia al villaggio; mentre alcuni pastori, vedutili in distanza,

portato avevano a Suli il terrore, ma non lo scoraggiamento.

La libertà, che ingrandisce l’uomo nella sventura, raddoppiò la

energia de’ valorosi, che, svanito il primo tumulto dell’allarme, si

prepararono a respingere la forza colla forza: tutti gli uomini atti

a portare le armi si riunirono ad un istante; ed il generoso Demetrio

che altra volta trionfato avea de’ nemici, fu proclamato ad unanime

voce Capo de’ suoi compatriotti. Costretto a recarsi alla difesa della

patria nel punto che coll’amata donzella incamminavasi all’altare, il

figliuolo d’Eutimia tutte richiamò le forze dell’animo ed in guardia al

cuore le mise. Nella urgenza del pericolo le prime sue cure volgevansi

a porre in salvo sulle rupi le atterrite donne.... ma non era più

in tempo. I Barbari non trovando resistenza bastevole alle porte del

villaggio, le avevano già fra mille grida oltrepassate, tutto ponendo

a soqquadro. Indarno i magnanimi Suliotti ridotti alla disperazione,

tentavano far argine de’ lor petti alla piena de’ nemici: nella vastità

del loco, erano questi in numero troppo imponente a fronte delle poche

lor file: vecchi, donne, fanciulli, tutti infine coloro che armi non

ebbero alla mano, o che fuggir non poterono a salvamento, cadeano sotto

gli spietati lor colpi.

Animata frattanto dal successo, e ripromettendosi piena vittoria,

una turba di Maomettani osa precipitarsi nel più folto de’ prodi

difensori di Suli, e gli sbaraglia. Forzato ad opporsi al torrente

che straripava, Demetrio non vede altra via di salvezza se non in

quella che mena alle gole: ordina pertanto la ritirata; combatte

corpo a corpo cogli infedeli; e loro cedendo regolarmente un terreno

comprato a forza di sangue, giunge alla fine ad afforzarsi in quelle

formidabili strette, d’onde tutte le forze nemiche bastato non

avrebbero a cacciarnelo. Ma pervenuto in sicuro, dopo aver riserbato le

proprie braccia e quelle de’ suoi concittadini a tempi più opportuni,

si avvide, ahi lasso! che Olimpia più non era al suo fianco. — Nel

calore della prima zuffa, dopo averle fatto cadere daccanto Eutimia e

Sofia, i Barbari che rispettato avevano in lei le amabili grazie della

giovinezza, la rapirono, e seco loro la trascinarono.

La mischia intanto impegnata erasi più terribile ed ostinata

all’ingresso dei posti fortificati, e Demetrio, prevista irreparabile

la propria disgrazia, sfogava sui Turchi la rabbia e la disperazione

che l’opprimeano. I suoi occhi torbidi erano ed infuocati: feriva,

uccideva, e conto chiedeva ai cadenti nemici dell’amante e della madre.

Non così furibonda rugge nelle foreste della Ircania la lionessa cui

rapiti furono i figli. Ruotando in giro velocissimamente la spada,

avventavasi Demetrio sulle serrate file dei Barbari, che atterriti

mirandone il lampo simile a sanguigna cometa foriera di morte, al

suolo cadevano come cadono le spiche sotto la falce che le recide. Un

lago di nero sangue attraversava orribilmente l’angusto terreno; e gli

ammonticchiati cadaveri degli infedeli formata avendo una barricata

vantaggiosa pei Greci, sgominati alfine retrocedettero i Turchi,

cercando in precipitosa fuga lo scampo.

Liberi pertanto dalla odiata presenza dei nemici, i montanari della

Selleide, ai mezzi di difesa che loro prestava la natura, aggiunsero

quelli dell’arte: si fortificarono stabilmente nelle gole delle rupi,

finchè le orde de’ Barbari sgombrato avessero affatto dal piano ove

ritiravansi: vi eressero dei bivacchi; e vi formarono un piccolo campo

trincerato, d’onde osservar potevano in sicuro tutte le mosse nemiche.

— Demetrio intanto abbattuto e dolente, ritirato erasi nella rustica

sua tenda: quivi nascosto allo sguardo di tutti, colla fronte china

sulle palme, spargeva amare lagrime sulla sorte della perduta donzella.

«Gli scellerati! (esclamava:) nel punto in che io credeva a me unirla

per sempre... la strapparono alle mie braccia. Assetati tutt’ora di

sangue, e delusi nel loro progetto, essi la conducono in ischiavitù,

ed ora, forse in questo istante medesimo... vittima la fanno di loro

brutalità... Oh rabbia! ed io resto qui inerte, e tutto non abbandono

per salvarla, o perire con lei?»

Ciò detto, giugnendo con forza le mani, scorreva la tenda a gran passi:

alterali erano i suoi lineamenti; tremante il corpo e lo spirito vicino

al delirio. Poi, calmatosi alquanto l’impeto della passione, un muto

dolore vi sottentrava: il suo cuore erane lacerato; ed unite a qualche

stilla di pianto proferiva allora delle interrotte parole.

«Ah, madre mia! (ripeteva sovente quasi presago del vero).» Tu forse

or più non sei sulla terra, ed i vili assassini rispettar non seppero

in te quella virtù che sola animavati. — Mia cara madre!! Era forse

questo il felice avvenire che il figliuol tuo ti prometteva?... questo

l’avventurato giorno dell’imeneo?... — Ah! se dall’alto delle sfere,

di quaggiù odono i beati le voci dei mortali; se la povera Olimpia fra

i lacci della servitù respira ancora l’aure della vita, tu la difendi

dalle ingiurie degli empii; tu la salva dall’obbrobrio: e se io non

giunsi a divider seco lei la mia sorte, scenda, ah, scenda almeno

inviolata alla pace della tomba!!!»

Amareggiato dalla sventura, rivolto ognor col pensiero all’amante

perduta, il capo de’ Suliotti non destavasi dal suo letargo, se

non per dure quegli ordini che il grand’uopo esigeva: quel tempo

che rimanevagli, impiegato era da lui, solo nella sua tenda, nella

rimembranza e nel pianto.

Il giovane Eugenio, il di cui grado militare, quello seguendo di

primo Capitano, più d’ogni altra persona avvicinavalo a Demetrio,

ben commosso pareva a sì trista situazione. Discendente d’una delle

più illustri famiglie del villaggio, di coraggioso e tenero animo

ad un tempo, la bella Irene oggetto era dell’amor suo: ma dal fatale

momento in che egli correndo alle armi separato erasi da lei, udito

più non aveane novella. Dolente per sì grave perdita, e più terribile

forse perchè non bene ancor certa, osservato aveva non senza interesse

la cupa mestizia che esprimeva il figliuolo d’Eutimia, e che questi

tuttavia in faccia a’ suoi fratelli d’arme cercava sempre nascondere.

La pietà, quel nobile sentimento che gli uomini onora, insinuossi con

profonde radici nel generoso petto di Eugenio: i mali che straziavano

l’infelice addivennero, per così dire, suoi proprii: e tale affetto per

lui concepì, che fin d’allora giurò rattemprarli con quel balsamo soave

che l’amicizia sempre versa sulle ferite del cuore.

I Turchi frattanto i quali credendo sorprendere i Suliotti, eransi pure

lusingati di salire una volta su quelle rupi formidabili, ritiratisi

in disordine, lasciato aveano più centinaja di morti, molti feriti, e

grande quantità di fucili, che tutti caddero in potere dei valorosi; i

quali colla perdita di pochi fratelli sostenuto aveano la gloria degli

antichi figli della Selleide. Questo infelice esperimento chiamando il

Pascià a più moderati consigli, ei risolvette di chiedere una breve

tregua per dar sepoltura agli estinti, e riscatto ai prigionieri. Il

Sole, testimone di quella orribile giornata, già cadeva all’occaso:

e la colma luna sorgeva dell’opposto orizzonte, allorquando il

parlamentario Turco presentossi ai posti avanzati. Introdotto nella

tenda di Demetrio, l’oggetto espose della propria missione: e fu

concluso che al giorno novello redimer potrebbero gl’infedeli i loro

compagni prigionieri, e seppellire gli estinti; intantochè nel corso

della notte compiuto avrebbero i Suliotti il doloroso uffizio verso i

loro fratelli. — Il Maomettano scortato da alcune guardie ritornossene

al campo: ed il silenzio delle tenebre successe finalmente allo

strepito ed al tumulto del giorno.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 23 / 39 题