Sdegnato il feroce Satrapa di Giannina contro i valorosi difensori
della Selleide per l’infelice esito della prima sua spedizione,
meditava già da lungo tempo la caduta di questo rispettabile baluardo
della ellenica libertà. Fatto girare nei varii cantoni del suo
pascialaggio un proclama che imperiosamente chiamava tutti i sudditi
alle armi, gli agà ed i bey, scossi dall’autorevole tuono di quelle
parole, obbligaronsi di proprio pugno a conquistar la Selleide a
qualunque prezzo, oppure a seppellirsi combattendo sotto quelle rupi
scoscese che la rendono sì formidabile. In questa guisa il tiranno vide
in breve tempo sotto le sue insegne un esercito di oltre dodicimila
Maomettani: e siccome queste reclute dicevansi fatte per la spedizione
di Parga, (oggetto dell’odio d’Alì) e tutt’altro a divedere lasciavano
fuorichè servir dovessero a combattere i Suliotti, così questi,
sebbene naturalmente sospettosi e vigilanti, non previdero l’attacco.
Conoscevano i Turchi pur troppo che l’unico mezzo di riportar vantaggio
sugli intrepidi montanari era quello di sorprenderli, prima ch’essi
avesser tempo di ritirarsi nelle gole: perciò, guidati da’ più esperti
capitani, tragittavano l’Acheronte col favore delle tenebre; ed
osservato nella marcia il più rigoroso silenzio, comparivano la mattina
in faccia al villaggio; mentre alcuni pastori, vedutili in distanza,
portato avevano a Suli il terrore, ma non lo scoraggiamento.
La libertà, che ingrandisce l’uomo nella sventura, raddoppiò la
energia de’ valorosi, che, svanito il primo tumulto dell’allarme, si
prepararono a respingere la forza colla forza: tutti gli uomini atti
a portare le armi si riunirono ad un istante; ed il generoso Demetrio
che altra volta trionfato avea de’ nemici, fu proclamato ad unanime
voce Capo de’ suoi compatriotti. Costretto a recarsi alla difesa della
patria nel punto che coll’amata donzella incamminavasi all’altare, il
figliuolo d’Eutimia tutte richiamò le forze dell’animo ed in guardia al
cuore le mise. Nella urgenza del pericolo le prime sue cure volgevansi
a porre in salvo sulle rupi le atterrite donne.... ma non era più
in tempo. I Barbari non trovando resistenza bastevole alle porte del
villaggio, le avevano già fra mille grida oltrepassate, tutto ponendo
a soqquadro. Indarno i magnanimi Suliotti ridotti alla disperazione,
tentavano far argine de’ lor petti alla piena de’ nemici: nella vastità
del loco, erano questi in numero troppo imponente a fronte delle poche
lor file: vecchi, donne, fanciulli, tutti infine coloro che armi non
ebbero alla mano, o che fuggir non poterono a salvamento, cadeano sotto
gli spietati lor colpi.
Animata frattanto dal successo, e ripromettendosi piena vittoria,
una turba di Maomettani osa precipitarsi nel più folto de’ prodi
difensori di Suli, e gli sbaraglia. Forzato ad opporsi al torrente
che straripava, Demetrio non vede altra via di salvezza se non in
quella che mena alle gole: ordina pertanto la ritirata; combatte
corpo a corpo cogli infedeli; e loro cedendo regolarmente un terreno
comprato a forza di sangue, giunge alla fine ad afforzarsi in quelle
formidabili strette, d’onde tutte le forze nemiche bastato non
avrebbero a cacciarnelo. Ma pervenuto in sicuro, dopo aver riserbato le
proprie braccia e quelle de’ suoi concittadini a tempi più opportuni,
si avvide, ahi lasso! che Olimpia più non era al suo fianco. — Nel
calore della prima zuffa, dopo averle fatto cadere daccanto Eutimia e
Sofia, i Barbari che rispettato avevano in lei le amabili grazie della
giovinezza, la rapirono, e seco loro la trascinarono.
La mischia intanto impegnata erasi più terribile ed ostinata
all’ingresso dei posti fortificati, e Demetrio, prevista irreparabile
la propria disgrazia, sfogava sui Turchi la rabbia e la disperazione
che l’opprimeano. I suoi occhi torbidi erano ed infuocati: feriva,
uccideva, e conto chiedeva ai cadenti nemici dell’amante e della madre.
Non così furibonda rugge nelle foreste della Ircania la lionessa cui
rapiti furono i figli. Ruotando in giro velocissimamente la spada,
avventavasi Demetrio sulle serrate file dei Barbari, che atterriti
mirandone il lampo simile a sanguigna cometa foriera di morte, al
suolo cadevano come cadono le spiche sotto la falce che le recide. Un
lago di nero sangue attraversava orribilmente l’angusto terreno; e gli
ammonticchiati cadaveri degli infedeli formata avendo una barricata
vantaggiosa pei Greci, sgominati alfine retrocedettero i Turchi,
cercando in precipitosa fuga lo scampo.
Liberi pertanto dalla odiata presenza dei nemici, i montanari della
Selleide, ai mezzi di difesa che loro prestava la natura, aggiunsero
quelli dell’arte: si fortificarono stabilmente nelle gole delle rupi,
finchè le orde de’ Barbari sgombrato avessero affatto dal piano ove
ritiravansi: vi eressero dei bivacchi; e vi formarono un piccolo campo
trincerato, d’onde osservar potevano in sicuro tutte le mosse nemiche.
— Demetrio intanto abbattuto e dolente, ritirato erasi nella rustica
sua tenda: quivi nascosto allo sguardo di tutti, colla fronte china
sulle palme, spargeva amare lagrime sulla sorte della perduta donzella.
«Gli scellerati! (esclamava:) nel punto in che io credeva a me unirla
per sempre... la strapparono alle mie braccia. Assetati tutt’ora di
sangue, e delusi nel loro progetto, essi la conducono in ischiavitù,
ed ora, forse in questo istante medesimo... vittima la fanno di loro
brutalità... Oh rabbia! ed io resto qui inerte, e tutto non abbandono
per salvarla, o perire con lei?»
Ciò detto, giugnendo con forza le mani, scorreva la tenda a gran passi:
alterali erano i suoi lineamenti; tremante il corpo e lo spirito vicino
al delirio. Poi, calmatosi alquanto l’impeto della passione, un muto
dolore vi sottentrava: il suo cuore erane lacerato; ed unite a qualche
stilla di pianto proferiva allora delle interrotte parole.
«Ah, madre mia! (ripeteva sovente quasi presago del vero).» Tu forse
or più non sei sulla terra, ed i vili assassini rispettar non seppero
in te quella virtù che sola animavati. — Mia cara madre!! Era forse
questo il felice avvenire che il figliuol tuo ti prometteva?... questo
l’avventurato giorno dell’imeneo?... — Ah! se dall’alto delle sfere,
di quaggiù odono i beati le voci dei mortali; se la povera Olimpia fra
i lacci della servitù respira ancora l’aure della vita, tu la difendi
dalle ingiurie degli empii; tu la salva dall’obbrobrio: e se io non
giunsi a divider seco lei la mia sorte, scenda, ah, scenda almeno
inviolata alla pace della tomba!!!»
Amareggiato dalla sventura, rivolto ognor col pensiero all’amante
perduta, il capo de’ Suliotti non destavasi dal suo letargo, se
non per dure quegli ordini che il grand’uopo esigeva: quel tempo
che rimanevagli, impiegato era da lui, solo nella sua tenda, nella
rimembranza e nel pianto.
Il giovane Eugenio, il di cui grado militare, quello seguendo di
primo Capitano, più d’ogni altra persona avvicinavalo a Demetrio,
ben commosso pareva a sì trista situazione. Discendente d’una delle
più illustri famiglie del villaggio, di coraggioso e tenero animo
ad un tempo, la bella Irene oggetto era dell’amor suo: ma dal fatale
momento in che egli correndo alle armi separato erasi da lei, udito
più non aveane novella. Dolente per sì grave perdita, e più terribile
forse perchè non bene ancor certa, osservato aveva non senza interesse
la cupa mestizia che esprimeva il figliuolo d’Eutimia, e che questi
tuttavia in faccia a’ suoi fratelli d’arme cercava sempre nascondere.
La pietà, quel nobile sentimento che gli uomini onora, insinuossi con
profonde radici nel generoso petto di Eugenio: i mali che straziavano
l’infelice addivennero, per così dire, suoi proprii: e tale affetto per
lui concepì, che fin d’allora giurò rattemprarli con quel balsamo soave
che l’amicizia sempre versa sulle ferite del cuore.
I Turchi frattanto i quali credendo sorprendere i Suliotti, eransi pure
lusingati di salire una volta su quelle rupi formidabili, ritiratisi
in disordine, lasciato aveano più centinaja di morti, molti feriti, e
grande quantità di fucili, che tutti caddero in potere dei valorosi; i
quali colla perdita di pochi fratelli sostenuto aveano la gloria degli
antichi figli della Selleide. Questo infelice esperimento chiamando il
Pascià a più moderati consigli, ei risolvette di chiedere una breve
tregua per dar sepoltura agli estinti, e riscatto ai prigionieri. Il
Sole, testimone di quella orribile giornata, già cadeva all’occaso:
e la colma luna sorgeva dell’opposto orizzonte, allorquando il
parlamentario Turco presentossi ai posti avanzati. Introdotto nella
tenda di Demetrio, l’oggetto espose della propria missione: e fu
concluso che al giorno novello redimer potrebbero gl’infedeli i loro
compagni prigionieri, e seppellire gli estinti; intantochè nel corso
della notte compiuto avrebbero i Suliotti il doloroso uffizio verso i
loro fratelli. — Il Maomettano scortato da alcune guardie ritornossene
al campo: ed il silenzio delle tenebre successe finalmente allo
strepito ed al tumulto del giorno.