Giunta nella casa di Eutimia dopo la morte dello zio, le prime
cure dell’Orfana si volsero al ricercamento della generosa donna
che nudrita aveala del suo latte: ma quale non fu il suo stupore
allorchè le fu detto che ivi più non era, e che da qualche tempo
non avevasi più novella alcuna di lei! — Per uno di quei rovesci
di fortuna indipendenti affatto dall’opera d’uomo, e dei quali è
quaggiù assolutamente inesplicabile la causa, la povera Sofia da
un comodo stato, che nulla faceva desiderarle, trovossi ridotta in
breve tempo all’estrema mendicità. Venduti i pochi effetti che le
restavano, deliberato avea con suo marito di altrove migliorare, se
stato fosse possibile, la propria condizione; e di allontanarsi così
da quel villaggio che veduti aveali nascendo, e che nella presente
miseria destava loro troppo amara rimembranza. Partiti di fatto per la
campagna, nascosti sotto finto nome allo sguardo di tutti, si fermarono
nel mezzo di una vallata che formano le rupi di Suli dalla parte di
mezzodì. Orrido era il loco, e perfettamente addicevole alla solitaria
vita che si erano proposta. L’Acheronte volgendo le mugghianti
sue acque attraverso un letto pieno di enormi scogli, diffondeva
all’intorno un fragore che, ripetuto dall’eco dei burroni, somigliar
potevasi alla romba di un tuono che di continuo romoreggi: l’angusto
orizzonte circoscritto dalle nevose cime delle rupi della Selleide
nascondeva il loro ricovero al rimanente della terra; ed avriasi detto
che l’occhio solo dell’Eterno penetrar poteva dall’alto delle nubi in
quell’oscuro recesso della natura. Quivi renduto fecondo per forza di
assidua cultura lo sterile terreno, ritrovavano gl’infelici quanto loro
bastava per la sussistenza: ma i versati sudori, il novello tenore di
vita affatto diverso dalle primiere abitudini troncarono ad un tratto
anche queste ultime speranze. Cedendo agli urti di tanta sventura,
la delicata fisica costituzione del marito di Sofia andava ogni dì
più deteriorando; e tale fu lo stato di languore a che finalmente
si ridusse, che assalito da lenta febbre, spirò nelle braccia della
misera consorte. L’idea di un pronto allontanamento da que’ luoghi
ove egli avea cessato di esistere ebbe più forza nell’animo di lei che
il pensiero, per quanto spiacevole fosse, di far prova nel villaggio
nativo della pietà dei conoscenti: oltredichè sfinita anch’essa per le
fatiche e pel dolore, come mai sola seguìto avrebbe nella solitudine
la incominciata carriera? Immersa pertanto nella più cupa melanconia,
sostenendosi appena sulle ginocchia, ritornava la povera Sofia fra i
testimonii della felice sua giovinezza, allorquando sorpresa per via
dalla neve e dal freddo che imperversava, caduta era priva di sensi
presso la casa di Eutimia.
Olimpia frattanto udita la dolente istoria dal labbro stesso di Sofia,
e fino alle lagrime commossa, implorava vivamente da Demetrio e da
Eutimia che presso loro si ritenesse la donna sventurata, alla quale
era essa debitrice della seconda sua vita; ma non v’era d’uopo: i
generosi ospiti inteneriti a vicende così luttuose, stabilito già
avevano di accrescere di sì degno individuo la piccola loro famiglia.
Lieta oltremodo l’ottima figliuola d’Evantìa di restituire così alla
sua madre d’adozione le tenere premure che a sè già un tempo fanciulla
aveva ella prodigate, saziarsi non potea d’abbracciarla. Narrolle
mille volte le proprie avventure nell’eremo della rupe: rivestì de’
più vivi colori il racconto della morte di suo zio; e brillò di gioja
in partecipandole i suoi amori, e le vicine sue nozze col valoroso
Demetrio. Pianse intanto, e rallegrossi con lei la buona Sofia,
ringraziando il cielo d’averla riunita a sua figlia.
Giunta a quel grado di felicità che permettesi all’uomo di godere sulla
terra, l’amabile Olimpia aspettava impaziente la novella primavera.
Vedeva con gioja farsi l’atmosfera ogni giorno più mite e più pura:
udiva con quel dilatamento di cuore che è figlio del piacere il lontano
fragore de’ torrenti prodotti dalle nevi che già incominciavano a
disciogliersi, sotto il peso delle quali preparato aveva la natura
il suo risorgimento. Giunse finalmente questa amabile stagione di
cui tale è il magico incanto, che richiama un istante anche l’uomo
più invecchiato nella sventura al vigore ed alla gioja della prima
gioventù: tornò invocata da mille anime amanti fra le rupi della
Selleide, e seco ricondusse l’animatore sorriso dell’universo. Il
tiepido fiato degli zeffiri succedendo al gelato soffio dell’aquilone,
fecondava le piante ed i fiori: erravano le greggie lungo le smaltate
rive dei ruscelli; e l’eco de’ boschi il suono lietamente ripeteva
delle pastorali sampogne. Il bisogno dell’amore riuniva la innocente
turba de’ musici volatori: leggiadri e vivaci come la gentile passione
che gli animava, spargevansi questi nuovamente per le valli e pel
piano; mentre il tenero cantore delle selve narrando coll’accento
della natura le proprie pene alla dolce compagna, interrompeva per la
prima volta i lunghi silenzii dell’inverno. Tutto all’intorno temprava
l’animo alle più soavi affezioni, e tutto spirava la più pura voluttà.
Con tale incantato apparecchio annunziavasi alla Selleide la festa
della Erosantia. Balzava intanto il cuore nel seno alle più avvenenti
donzelle, ed ai più ardenti amatori: una nuova gioja brillava in tutto
il villaggio, ove di festiva verdura e di vaghe ghirlande ornavasi il
maggior Tempio per la celebrazione dei vicini imenei. Non frapponevasi
ormai che il breve intervallo di un giorno ad un’epoca desiderata
cotanto; ed Olimpia, all’appressarsi di questo grande momento, non
era men tenera, nè meno amante di prima; Demetrio adoravala; egli solo
interessarla potea vivamente; nel possesso di lui era dunque riposto
per essa l’apice d’ogni felicità.
Le ombre che preceder doveano il giorno avventurato scese già erano
chetamente a ricoprire la terra. Nell’atto che ciascuno si ritirava
per coricarsi, gli sguardi dell’Orfana, nei quali tutto appariva
il sentimento ed il candore dell’anima, s’incontrarono con quelli
di Demetrio... un dolce sorriso che ne seguì, annunziò loro che
quell’incontro non erasi perduto: tornarono a guardarsi, e quindi
si separarono. Sonovi, è vero, dei momenti nei quali il tempo troppo
rapido scorre per un amante: ma ve ne sono pure di quelli in cui sembra
ch’esso rallenti a bella posta il suo volo. Quanto lunghe di fatto non
furono le ore per Olimpia! Preoccupata da tanti e sì dolci pensieri,
non chiuse mai palpebra in sulle prime: e fu soltanto a notte avanzata
che la stanca natura, ad onta di quella inquietezza che impedivalo, la
immerse quasi a forza nel sonno.
Non appena l’alba comparve, che Demetrio balzando dalle piume, fecesi
a battere alla camera di sua madre. Ivi ancora tranquillamente dormiva
la tenera giovinetta; ed egli non potè sottrarsi ad un certo moto di
leggiero rammarico, in pensando che una stessa impazienza destata
non l’avesse insieme con lui!... ma quale stata non sarebbe la sua
gioia s’egli avesse saputo ch’ella vegliava tuttora nel tempo in che
altri abbandonavasi al riposo? — L’ora frattanto si avvicinava della
ceremonia e della pubblica festa, e già Olimpia disponevasi ad esser
condotta al maggior Tempio di Suli. Un’azzurra veste le scendeva fino
al ginocchio, ed a questa sovrapponevasi in vaga foggia un manto di
porpora: leggiadri calzari le abbracciavano il piede, e la nuziale
corona di rose novelle intrecciata dalle mani stesse di Demetrio
le circondava la chioma: modesto e proprio d’una vergine era il
suo sguardo, composto e grave il portamento; ma la interna gioja e
l’amore trasparivano da tutti i moti di lei. Sorgeva appunto il Sole
sull’orizzonte, allorquando accompagnata da Eutimia, e dalla buona
Sofia, incamminossi col suo Demetrio al compimento delle proprie brame:
non mai più così limpido e bello apparso erale il mattino; tutto le
sorrideva all’intorno, tutto sembrava seco lei rallegrarsi della sua
felicità.... ma questa non era peranco assicurata, e l’avverso destino
stanco non era di perseguitarla!
Vicini ad entrare nel villaggio, un improvviso romore s’udì levarsi in
mezzo al popolo, che, radunato dapprima, sbandavasi allora nel massimo
disordine. Colpita come da fulmine, l’Orfana sventurata sentì che
qualche nuovo colpo preparavasi per lei, e che indarno spera felicità
sulla terra chi nacque sotto l’influsso di maligna fortuna. Il tumulto
intanto cresceva: le vie erano ingombre di vagante moltitudine, e
terribile intorno risuonava il grido dell’allarme. — «Non v’ha riparo:
abbandoniamo il villaggio, e ritiriamoci sulle rupi; (esclamava una
voce): i Turchi sono alle porte!»