CAPITOLO XIV

Giunta nella casa di Eutimia dopo la morte dello zio, le prime

cure dell’Orfana si volsero al ricercamento della generosa donna

che nudrita aveala del suo latte: ma quale non fu il suo stupore

allorchè le fu detto che ivi più non era, e che da qualche tempo

non avevasi più novella alcuna di lei! — Per uno di quei rovesci

di fortuna indipendenti affatto dall’opera d’uomo, e dei quali è

quaggiù assolutamente inesplicabile la causa, la povera Sofia da

un comodo stato, che nulla faceva desiderarle, trovossi ridotta in

breve tempo all’estrema mendicità. Venduti i pochi effetti che le

restavano, deliberato avea con suo marito di altrove migliorare, se

stato fosse possibile, la propria condizione; e di allontanarsi così

da quel villaggio che veduti aveali nascendo, e che nella presente

miseria destava loro troppo amara rimembranza. Partiti di fatto per la

campagna, nascosti sotto finto nome allo sguardo di tutti, si fermarono

nel mezzo di una vallata che formano le rupi di Suli dalla parte di

mezzodì. Orrido era il loco, e perfettamente addicevole alla solitaria

vita che si erano proposta. L’Acheronte volgendo le mugghianti

sue acque attraverso un letto pieno di enormi scogli, diffondeva

all’intorno un fragore che, ripetuto dall’eco dei burroni, somigliar

potevasi alla romba di un tuono che di continuo romoreggi: l’angusto

orizzonte circoscritto dalle nevose cime delle rupi della Selleide

nascondeva il loro ricovero al rimanente della terra; ed avriasi detto

che l’occhio solo dell’Eterno penetrar poteva dall’alto delle nubi in

quell’oscuro recesso della natura. Quivi renduto fecondo per forza di

assidua cultura lo sterile terreno, ritrovavano gl’infelici quanto loro

bastava per la sussistenza: ma i versati sudori, il novello tenore di

vita affatto diverso dalle primiere abitudini troncarono ad un tratto

anche queste ultime speranze. Cedendo agli urti di tanta sventura,

la delicata fisica costituzione del marito di Sofia andava ogni dì

più deteriorando; e tale fu lo stato di languore a che finalmente

si ridusse, che assalito da lenta febbre, spirò nelle braccia della

misera consorte. L’idea di un pronto allontanamento da que’ luoghi

ove egli avea cessato di esistere ebbe più forza nell’animo di lei che

il pensiero, per quanto spiacevole fosse, di far prova nel villaggio

nativo della pietà dei conoscenti: oltredichè sfinita anch’essa per le

fatiche e pel dolore, come mai sola seguìto avrebbe nella solitudine

la incominciata carriera? Immersa pertanto nella più cupa melanconia,

sostenendosi appena sulle ginocchia, ritornava la povera Sofia fra i

testimonii della felice sua giovinezza, allorquando sorpresa per via

dalla neve e dal freddo che imperversava, caduta era priva di sensi

presso la casa di Eutimia.

Olimpia frattanto udita la dolente istoria dal labbro stesso di Sofia,

e fino alle lagrime commossa, implorava vivamente da Demetrio e da

Eutimia che presso loro si ritenesse la donna sventurata, alla quale

era essa debitrice della seconda sua vita; ma non v’era d’uopo: i

generosi ospiti inteneriti a vicende così luttuose, stabilito già

avevano di accrescere di sì degno individuo la piccola loro famiglia.

Lieta oltremodo l’ottima figliuola d’Evantìa di restituire così alla

sua madre d’adozione le tenere premure che a sè già un tempo fanciulla

aveva ella prodigate, saziarsi non potea d’abbracciarla. Narrolle

mille volte le proprie avventure nell’eremo della rupe: rivestì de’

più vivi colori il racconto della morte di suo zio; e brillò di gioja

in partecipandole i suoi amori, e le vicine sue nozze col valoroso

Demetrio. Pianse intanto, e rallegrossi con lei la buona Sofia,

ringraziando il cielo d’averla riunita a sua figlia.

Giunta a quel grado di felicità che permettesi all’uomo di godere sulla

terra, l’amabile Olimpia aspettava impaziente la novella primavera.

Vedeva con gioja farsi l’atmosfera ogni giorno più mite e più pura:

udiva con quel dilatamento di cuore che è figlio del piacere il lontano

fragore de’ torrenti prodotti dalle nevi che già incominciavano a

disciogliersi, sotto il peso delle quali preparato aveva la natura

il suo risorgimento. Giunse finalmente questa amabile stagione di

cui tale è il magico incanto, che richiama un istante anche l’uomo

più invecchiato nella sventura al vigore ed alla gioja della prima

gioventù: tornò invocata da mille anime amanti fra le rupi della

Selleide, e seco ricondusse l’animatore sorriso dell’universo. Il

tiepido fiato degli zeffiri succedendo al gelato soffio dell’aquilone,

fecondava le piante ed i fiori: erravano le greggie lungo le smaltate

rive dei ruscelli; e l’eco de’ boschi il suono lietamente ripeteva

delle pastorali sampogne. Il bisogno dell’amore riuniva la innocente

turba de’ musici volatori: leggiadri e vivaci come la gentile passione

che gli animava, spargevansi questi nuovamente per le valli e pel

piano; mentre il tenero cantore delle selve narrando coll’accento

della natura le proprie pene alla dolce compagna, interrompeva per la

prima volta i lunghi silenzii dell’inverno. Tutto all’intorno temprava

l’animo alle più soavi affezioni, e tutto spirava la più pura voluttà.

Con tale incantato apparecchio annunziavasi alla Selleide la festa

della Erosantia. Balzava intanto il cuore nel seno alle più avvenenti

donzelle, ed ai più ardenti amatori: una nuova gioja brillava in tutto

il villaggio, ove di festiva verdura e di vaghe ghirlande ornavasi il

maggior Tempio per la celebrazione dei vicini imenei. Non frapponevasi

ormai che il breve intervallo di un giorno ad un’epoca desiderata

cotanto; ed Olimpia, all’appressarsi di questo grande momento, non

era men tenera, nè meno amante di prima; Demetrio adoravala; egli solo

interessarla potea vivamente; nel possesso di lui era dunque riposto

per essa l’apice d’ogni felicità.

Le ombre che preceder doveano il giorno avventurato scese già erano

chetamente a ricoprire la terra. Nell’atto che ciascuno si ritirava

per coricarsi, gli sguardi dell’Orfana, nei quali tutto appariva

il sentimento ed il candore dell’anima, s’incontrarono con quelli

di Demetrio... un dolce sorriso che ne seguì, annunziò loro che

quell’incontro non erasi perduto: tornarono a guardarsi, e quindi

si separarono. Sonovi, è vero, dei momenti nei quali il tempo troppo

rapido scorre per un amante: ma ve ne sono pure di quelli in cui sembra

ch’esso rallenti a bella posta il suo volo. Quanto lunghe di fatto non

furono le ore per Olimpia! Preoccupata da tanti e sì dolci pensieri,

non chiuse mai palpebra in sulle prime: e fu soltanto a notte avanzata

che la stanca natura, ad onta di quella inquietezza che impedivalo, la

immerse quasi a forza nel sonno.

Non appena l’alba comparve, che Demetrio balzando dalle piume, fecesi

a battere alla camera di sua madre. Ivi ancora tranquillamente dormiva

la tenera giovinetta; ed egli non potè sottrarsi ad un certo moto di

leggiero rammarico, in pensando che una stessa impazienza destata

non l’avesse insieme con lui!... ma quale stata non sarebbe la sua

gioia s’egli avesse saputo ch’ella vegliava tuttora nel tempo in che

altri abbandonavasi al riposo? — L’ora frattanto si avvicinava della

ceremonia e della pubblica festa, e già Olimpia disponevasi ad esser

condotta al maggior Tempio di Suli. Un’azzurra veste le scendeva fino

al ginocchio, ed a questa sovrapponevasi in vaga foggia un manto di

porpora: leggiadri calzari le abbracciavano il piede, e la nuziale

corona di rose novelle intrecciata dalle mani stesse di Demetrio

le circondava la chioma: modesto e proprio d’una vergine era il

suo sguardo, composto e grave il portamento; ma la interna gioja e

l’amore trasparivano da tutti i moti di lei. Sorgeva appunto il Sole

sull’orizzonte, allorquando accompagnata da Eutimia, e dalla buona

Sofia, incamminossi col suo Demetrio al compimento delle proprie brame:

non mai più così limpido e bello apparso erale il mattino; tutto le

sorrideva all’intorno, tutto sembrava seco lei rallegrarsi della sua

felicità.... ma questa non era peranco assicurata, e l’avverso destino

stanco non era di perseguitarla!

Vicini ad entrare nel villaggio, un improvviso romore s’udì levarsi in

mezzo al popolo, che, radunato dapprima, sbandavasi allora nel massimo

disordine. Colpita come da fulmine, l’Orfana sventurata sentì che

qualche nuovo colpo preparavasi per lei, e che indarno spera felicità

sulla terra chi nacque sotto l’influsso di maligna fortuna. Il tumulto

intanto cresceva: le vie erano ingombre di vagante moltitudine, e

terribile intorno risuonava il grido dell’allarme. — «Non v’ha riparo:

abbandoniamo il villaggio, e ritiriamoci sulle rupi; (esclamava una

voce): i Turchi sono alle porte!»

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 22 / 39 题