Cessate già le operose fatiche della vendemmia, il tempo avvicinavasi
di affidare agli arati terreni le più belle speranze dei futuri
ricolti. Tutto cangiato aveva di aspetto; chè più non udivansi
gli operosi agricoltori ripetere le usate canzoni mentre le viti
spogliavano dei grappoli maturi: nè più stridevano all’intorno i
rustici carri, che carichi del dolce vino tratti eran da’ buoi
ai villerecci abituri; e soltanto il silenzio delle campagne
interrompevano le grida del pastorello che le mandre allontanava dai
seminati, e gli spessi colpi del cacciatore che la vita insidia degli
innocenti abitatori dell’aria. L’inverno frattanto, più di ogni altro
rigido e prematuro, avvicinavasi rapidamente.
È egli vero che le diverse vicende alle quali nel periodico suo corso
soggiace immutabilmente la natura, rendono pure diverse le impressioni
nell’animo nostro? Il creato che si ravviva, e si veste di leggiadre
forme sulla superficie della terra, svegliando in noi la idea di
un vigoroso risorgimento, ne tempra ai più dolci moti di gioja e di
gioconda ilarità: ma allorquando non ci presenta che la immagine di una
spossata decadenza; allorchè contempliamo rendersi sempre più deboli i
suoi sforzi per evitarla, è allora che noi, per quella analogia che ci
avvicina in origine a tutte le creature, soffriamo egualmente, perchè
egualmente illanguidiscono in noi le fisiche nostre facoltà.
Un giorno, dopo esser caduta grande quantità di neve, l’aquilone
levandosi improvviso dissipate aveva le nubi, e ricondotto il sereno
nel cielo; ma il freddo era eccessivo; e la terra coperta di un bianco
uniforme lasciava appena distinguere la traccia delle vie attraverso
i campi. Olimpia intanto dal pacifico tetto di Eutimia spettatrice
era di questa scelta: il sole erasi già involato al nostro emisfero,
quand’essa, in mezzo all’universale silenzio, vide un ente umano, che
in distanza affaticavasi onde aprirsi una strada fra la neve che veniva
agghiacciando. Compassionandone la trista situazione, la virtuosa
figliuola d’Evantìa auguravasi il modo di potere adoperarsi al soccorso
dell’infelice, allorquando questa sconosciuta persona che avviarsi
pareva al villaggio, come intorpidita dal freddo, si ristette un
momento; poi mettendo un debole gemito, cadde barcollando sul terreno.
Atterrita insieme e commossa, l’Orfana chiamando gente in soccorso,
precipitossi fuori di casa: Demetrio ed Eutimia non tardarono a
raggiungerla, e così uniti al loco si portarono ove giacea l’infelice.
Era questa una donna di non molto avanzata età: le sue guancie smunte
erano e scolorite: la fronte solcata dagli affanni; lacere e rozze le
vestimenta; ma la dolce e nobile sua fisonomia sembrava annunziare
ch’essa non era sempre vissuta nello squallore della indigenza.
Sepolta sotto la neve che d’ogni parte circondavala, e caduta in
mortale svenimento, i suoi occhi più non sarebbersi aperti alla luce,
se la generosa famiglia accorsa non fosse a salvarla; la tolsero essi
diffatto sulle loro braccia; e semiviva in casa la condussero. Quivi,
un fascio di aridi rami di quercia svegliando una fiamma necessaria ai
bisogni della sventurata, ne rasciugarono all’istante le umide vesti,
ed al loro uso ne richiamarono i sensi smarriti.
Allorchè essa si riebbe, le prime parole che pronunciò si volsero in
segno del più vivo ringraziamento ai pietosi suoi liberatori; ed i
primi suoi sguardi si fissarono sul volto dell’Orfana, che accanto
le stava ad apprestarle soccorso. Quasi che i dolci lineamenti della
giovinetta destassero nella incognita delle antiche rimembranze, non
cessava mai di contemplarli nell’atteggiamento di quei che si affatica
richiamare alla mente le idee più lontane: mentre Olimpia dal canto
suo, scorgendo in quel volto un non so che di attraente che dolcemente
turbavala, nel prodigarle le premure più tenere secondar non faceva
che i moti del cuore. Alla fine dopo alcuni istanti di scambievole
attenzione, quasi che un lampo improvviso rischiarata le avesse la
memoria del passato, l’incognita levossi in piedi: i suoi occhi e
tutta la sua fisonomia si animarono rapidamente: le sue braccia si
levarono sul capo dell’Orfana; ed aspettando una sola parola di questa
per precipitarvisi sopra, esclamò «Olimpia!... m’inganno io... o siete
voi la figliuola d’Evantìa?» — Queste tronche voci con tutta la forza
proferite bastarono alla giovinetta per renderle ragione dei moti
fino allora provati; e di quelle non ignote sembianze: colle mani
giunte, e colle pupille immote sul volto della sconosciuta, in essa
riconobbe Sofia... «Ah, mia madre! (rapidamente proruppe) vi riveggo io
finalmente!!! — Ciò detto, le loro braccia si avvinghiarono fortemente,
ed il silenzio successe per un istante al primo impeto della gioja.