CAPITOLO XIII

Cessate già le operose fatiche della vendemmia, il tempo avvicinavasi

di affidare agli arati terreni le più belle speranze dei futuri

ricolti. Tutto cangiato aveva di aspetto; chè più non udivansi

gli operosi agricoltori ripetere le usate canzoni mentre le viti

spogliavano dei grappoli maturi: nè più stridevano all’intorno i

rustici carri, che carichi del dolce vino tratti eran da’ buoi

ai villerecci abituri; e soltanto il silenzio delle campagne

interrompevano le grida del pastorello che le mandre allontanava dai

seminati, e gli spessi colpi del cacciatore che la vita insidia degli

innocenti abitatori dell’aria. L’inverno frattanto, più di ogni altro

rigido e prematuro, avvicinavasi rapidamente.

È egli vero che le diverse vicende alle quali nel periodico suo corso

soggiace immutabilmente la natura, rendono pure diverse le impressioni

nell’animo nostro? Il creato che si ravviva, e si veste di leggiadre

forme sulla superficie della terra, svegliando in noi la idea di

un vigoroso risorgimento, ne tempra ai più dolci moti di gioja e di

gioconda ilarità: ma allorquando non ci presenta che la immagine di una

spossata decadenza; allorchè contempliamo rendersi sempre più deboli i

suoi sforzi per evitarla, è allora che noi, per quella analogia che ci

avvicina in origine a tutte le creature, soffriamo egualmente, perchè

egualmente illanguidiscono in noi le fisiche nostre facoltà.

Un giorno, dopo esser caduta grande quantità di neve, l’aquilone

levandosi improvviso dissipate aveva le nubi, e ricondotto il sereno

nel cielo; ma il freddo era eccessivo; e la terra coperta di un bianco

uniforme lasciava appena distinguere la traccia delle vie attraverso

i campi. Olimpia intanto dal pacifico tetto di Eutimia spettatrice

era di questa scelta: il sole erasi già involato al nostro emisfero,

quand’essa, in mezzo all’universale silenzio, vide un ente umano, che

in distanza affaticavasi onde aprirsi una strada fra la neve che veniva

agghiacciando. Compassionandone la trista situazione, la virtuosa

figliuola d’Evantìa auguravasi il modo di potere adoperarsi al soccorso

dell’infelice, allorquando questa sconosciuta persona che avviarsi

pareva al villaggio, come intorpidita dal freddo, si ristette un

momento; poi mettendo un debole gemito, cadde barcollando sul terreno.

Atterrita insieme e commossa, l’Orfana chiamando gente in soccorso,

precipitossi fuori di casa: Demetrio ed Eutimia non tardarono a

raggiungerla, e così uniti al loco si portarono ove giacea l’infelice.

Era questa una donna di non molto avanzata età: le sue guancie smunte

erano e scolorite: la fronte solcata dagli affanni; lacere e rozze le

vestimenta; ma la dolce e nobile sua fisonomia sembrava annunziare

ch’essa non era sempre vissuta nello squallore della indigenza.

Sepolta sotto la neve che d’ogni parte circondavala, e caduta in

mortale svenimento, i suoi occhi più non sarebbersi aperti alla luce,

se la generosa famiglia accorsa non fosse a salvarla; la tolsero essi

diffatto sulle loro braccia; e semiviva in casa la condussero. Quivi,

un fascio di aridi rami di quercia svegliando una fiamma necessaria ai

bisogni della sventurata, ne rasciugarono all’istante le umide vesti,

ed al loro uso ne richiamarono i sensi smarriti.

Allorchè essa si riebbe, le prime parole che pronunciò si volsero in

segno del più vivo ringraziamento ai pietosi suoi liberatori; ed i

primi suoi sguardi si fissarono sul volto dell’Orfana, che accanto

le stava ad apprestarle soccorso. Quasi che i dolci lineamenti della

giovinetta destassero nella incognita delle antiche rimembranze, non

cessava mai di contemplarli nell’atteggiamento di quei che si affatica

richiamare alla mente le idee più lontane: mentre Olimpia dal canto

suo, scorgendo in quel volto un non so che di attraente che dolcemente

turbavala, nel prodigarle le premure più tenere secondar non faceva

che i moti del cuore. Alla fine dopo alcuni istanti di scambievole

attenzione, quasi che un lampo improvviso rischiarata le avesse la

memoria del passato, l’incognita levossi in piedi: i suoi occhi e

tutta la sua fisonomia si animarono rapidamente: le sue braccia si

levarono sul capo dell’Orfana; ed aspettando una sola parola di questa

per precipitarvisi sopra, esclamò «Olimpia!... m’inganno io... o siete

voi la figliuola d’Evantìa?» — Queste tronche voci con tutta la forza

proferite bastarono alla giovinetta per renderle ragione dei moti

fino allora provati; e di quelle non ignote sembianze: colle mani

giunte, e colle pupille immote sul volto della sconosciuta, in essa

riconobbe Sofia... «Ah, mia madre! (rapidamente proruppe) vi riveggo io

finalmente!!! — Ciò detto, le loro braccia si avvinghiarono fortemente,

ed il silenzio successe per un istante al primo impeto della gioja.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 21 / 39 题