L’adorabile provvidenza dell’Onnipotente mancar non fa mai di compenso
l’infelice che provò i colpi della disgrazia: se ad esso in questo
pelago di affanni chiuder sembrò una volta la via dello scampo, non
è però che ridurre il voglia alla totale disperazione: una strada
novella sottentrando alla prima, additagli di nuovo quel porto che
disperava omai di più rivedere. — Priva dell’unico suo sostegno, del
solo congiunto a cui fosse debito lo interessarsi di lei; isolata
affatto sulla terra; quale sciagurata esistenza tratto non avrebbe la
misera figliuola d’Evantìa? Ma la pietosa consolatrice de’ mortali non
abbandonolla in sì crudele momento: togliendole lo zio, lasciavala
nel tempo stesso fra le braccia di uno sposo adorato, che cangiar
prometteva per lei il tenore di nemica fortuna.
Incamminandosi col suo Demetrio al villaggio nella casa d’Eutimia,
allontanavasi Olimpia dai solitari luoghi testimoni de’ primi anni
della sua giovinezza. Ogni pianta, ogni tronco, ogni sasso rammentava
all’Orfana alcuna delle passate vicende: queste intanto, dolorose
per loro stesse, grate riuscivano tuttavia al tenero animo di lei;
giacchè tale è la natura del cuore umano che vicino a respirare una
novella vita di gioja, non può indifferentemente rimembrar senza amarli
que’ mali medesimi che sì l’afflissero una volta. Attraversando in
silenzio la foresta dell’eremo, i suoi occhi si gittarono furtivamente
sulla tomba d’Atanasio, che sorger vedevasi in distanza: il cuore
palpitavale nel seno, e la più glande commozione leggevasi nel suo
volto. Ravvisandovi allora Demetrio qualche cosa di straordinario, su
lei rivolse uno sguardo che dolcemente chiesene la cagione; l’Orfana
nulla disse; accennò col dito il loco funesto; poi spirando, chiese
all’amante l’affrettamento de’ suoi passi.
Ma già agli ultimi raggi del Sole nascosto dietro l’ardue cime del Pico
di Kunghi succedute erano le vespertine ombre a ricoprire la terra,
allorchè si presentarono i giovani amanti alla casa d’Eutimia. Ad
onta dell’avanzata età sua conservava tuttora quell’amabile dolcezza,
e quelle ingenue maniere, che ne formavano il morale carattere nella
prima gioventù. Vedova già da più anni, il conjugale amore soffocato,
per così dire, nel suo seno dopo l’epoca fatale che le tolse un amato
consorte, riunito erasi più energico e più bello all’affetto materno,
per un figlio che ricco di fama, e delle più rare virtù; la delizia
formava di sua vita. Dopo la viva e vantaggiosa pittura che della sua
Olimpia sovente fatto aveale Demetrio, sentivasi la vedova di amarla
siccome propria figliuola: aspettava anch’essa impaziente la novella
erosantia, e spaziava colla immaginazione in un felice avvenire. —
Sorpresa ora per l’improvviso ritorno del figlio, dolente pel funesto
avvenimento che portato avea la desolazione nell’eremo della rupe, non
lasciossi sopraffar così dallo stupore e dalla pena da farsi inabile a
confortare di dolci affettuose parole la giovane sventurata; la tolse
per mano, e stringendola al seno, le disse: «Rasserenati virtuosa
donzella! se tu perdesti i cari parenti e lo zio, Eutimia ti rimane
ancor sulla terra. La madre del promesso tuo sposo sarà pur la tua
madre: quivi alle mie le tue cure si uniranno nel governo della piccola
famiglia, mentre io stessa e Demetrio veglieremo costantemente alla
tua felicità.» Ad espressioni così amorevoli, e tutta addimostranti la
dolce natura del cuore che le dettava, l’Orfana penetrata vivamente non
trattenne le lagrime, ed abbandonossi fra le braccia di lei: Demetrio
intanto spettatore di sì tenera scena provava quella soave emozione
che sempre ci nasce nel cuore allorquando un oggetto da noi amato
vivamente, attirandosi l’altrui benevolo interesse, sembra giustificare
la scelta e gli affetti nostri.
È tale sovente il carattere della sventura, che a forza riscuote dagli
uomini quella dolce pietà, che poi cangiasi quasi sempre in amore:
Olimpia d’altronde assuefatta a dividere con Eutimia le domestiche
occupazioni, e gl’innocenti sollievi, e fino il letto medesimo;
ravvisando comuni seco lei i pensieri e le naturali inclinazioni
dell’animo; consideravala perfettamente come la madre più amorosa:
tante erano le premure d’ogni genere, e le dimostrazioni di affetto di
cui era ogni giorno ricolma!
La casa d’Eutimia annessa non era al villaggio: sorgeva però non lungi
da quello, a’ piedi d’un poggio dove la natura si mostra nell’aspetto
il più florido e seducente. Lo Zàgura da una parte, scorrendo
placidamente, attraversa con mille tortuosi giri la feconda pianura,
e gettasi quindi nelle rapide acque dell’Acheronte: dall’altra ad
occidente una catena di amenissime colline accerchia l’orizzonte:
antiche selve di quercie e di frassini cupamente verdeggiano in
distanza dalla parte di mezzodì; mentre le ardue rupi di Suli levando
alle nubi le superbe lor cime, difendono l’amabile loco dal gelato
soffio dell’aquilone. Ogni gleba all’intorno è qui diligentemente
coltivata: numerose viti in lungo ordine disposte fan bella mostra
de’ lor dolci tesori: carichi del prezioso frutto stendonsi i freschi
uliveti sul declivio de’ colli: pingui greggie di pecore e di buoi
vagano pascolando pel piano. Tutto appalesa la ridente ubertà del
terreno; tutto la dolce indole operosa di un popolo, che ne’ soli
prodotti della campagna fa consistere le proprie ricchezze.
L’orticello, ed i fertili campi che circondano la villereccia
abitazione, furono un giorno i dotali pegni nelle nozze d’Eutimia:
ritornatane or questa nell’assoluto dominio, non doveva abbandonarli
se non quando formato avrebbero il retaggio della coppia felice.
Un così dolce soggiorno che perfettamente addicevasi alla giovane
Olimpia, era pur l’unico, presso il clamore del popolato villaggio,
che in parte compensar la potesse della perduta sua solitudine. Quivi
quella pace rinveniva ormai addivenutale indispensabile: quivi in
occupazioni esercitavasi pressochè simili a quelle dell’eremo: quivi
finalmente la coltivazione de’ fiori, la libertà del passeggio, la
domestica economia, insensibilmente la richiamavano alle antiche
abitudini. Adorata sempre più dal fedele Demetrio, che di null’altro
occuparsi sembrava fuori del pensiero di piacerle: amata da Eutimia
con quella indefessa sollecitudine che tende costantemente a raddolcire
le amarezze della vita, la bella figliuola d’Evantìa chiamar potevasi
assolutamente felice; e lo era diffatto in tutti quei momenti ne’ quali
la memoria della morte di suo zio a velar non veniva di fosche nubi la
serenità de’ suoi piaceri.