CAPITOLO XII

L’adorabile provvidenza dell’Onnipotente mancar non fa mai di compenso

l’infelice che provò i colpi della disgrazia: se ad esso in questo

pelago di affanni chiuder sembrò una volta la via dello scampo, non

è però che ridurre il voglia alla totale disperazione: una strada

novella sottentrando alla prima, additagli di nuovo quel porto che

disperava omai di più rivedere. — Priva dell’unico suo sostegno, del

solo congiunto a cui fosse debito lo interessarsi di lei; isolata

affatto sulla terra; quale sciagurata esistenza tratto non avrebbe la

misera figliuola d’Evantìa? Ma la pietosa consolatrice de’ mortali non

abbandonolla in sì crudele momento: togliendole lo zio, lasciavala

nel tempo stesso fra le braccia di uno sposo adorato, che cangiar

prometteva per lei il tenore di nemica fortuna.

Incamminandosi col suo Demetrio al villaggio nella casa d’Eutimia,

allontanavasi Olimpia dai solitari luoghi testimoni de’ primi anni

della sua giovinezza. Ogni pianta, ogni tronco, ogni sasso rammentava

all’Orfana alcuna delle passate vicende: queste intanto, dolorose

per loro stesse, grate riuscivano tuttavia al tenero animo di lei;

giacchè tale è la natura del cuore umano che vicino a respirare una

novella vita di gioja, non può indifferentemente rimembrar senza amarli

que’ mali medesimi che sì l’afflissero una volta. Attraversando in

silenzio la foresta dell’eremo, i suoi occhi si gittarono furtivamente

sulla tomba d’Atanasio, che sorger vedevasi in distanza: il cuore

palpitavale nel seno, e la più glande commozione leggevasi nel suo

volto. Ravvisandovi allora Demetrio qualche cosa di straordinario, su

lei rivolse uno sguardo che dolcemente chiesene la cagione; l’Orfana

nulla disse; accennò col dito il loco funesto; poi spirando, chiese

all’amante l’affrettamento de’ suoi passi.

Ma già agli ultimi raggi del Sole nascosto dietro l’ardue cime del Pico

di Kunghi succedute erano le vespertine ombre a ricoprire la terra,

allorchè si presentarono i giovani amanti alla casa d’Eutimia. Ad

onta dell’avanzata età sua conservava tuttora quell’amabile dolcezza,

e quelle ingenue maniere, che ne formavano il morale carattere nella

prima gioventù. Vedova già da più anni, il conjugale amore soffocato,

per così dire, nel suo seno dopo l’epoca fatale che le tolse un amato

consorte, riunito erasi più energico e più bello all’affetto materno,

per un figlio che ricco di fama, e delle più rare virtù; la delizia

formava di sua vita. Dopo la viva e vantaggiosa pittura che della sua

Olimpia sovente fatto aveale Demetrio, sentivasi la vedova di amarla

siccome propria figliuola: aspettava anch’essa impaziente la novella

erosantia, e spaziava colla immaginazione in un felice avvenire. —

Sorpresa ora per l’improvviso ritorno del figlio, dolente pel funesto

avvenimento che portato avea la desolazione nell’eremo della rupe, non

lasciossi sopraffar così dallo stupore e dalla pena da farsi inabile a

confortare di dolci affettuose parole la giovane sventurata; la tolse

per mano, e stringendola al seno, le disse: «Rasserenati virtuosa

donzella! se tu perdesti i cari parenti e lo zio, Eutimia ti rimane

ancor sulla terra. La madre del promesso tuo sposo sarà pur la tua

madre: quivi alle mie le tue cure si uniranno nel governo della piccola

famiglia, mentre io stessa e Demetrio veglieremo costantemente alla

tua felicità.» Ad espressioni così amorevoli, e tutta addimostranti la

dolce natura del cuore che le dettava, l’Orfana penetrata vivamente non

trattenne le lagrime, ed abbandonossi fra le braccia di lei: Demetrio

intanto spettatore di sì tenera scena provava quella soave emozione

che sempre ci nasce nel cuore allorquando un oggetto da noi amato

vivamente, attirandosi l’altrui benevolo interesse, sembra giustificare

la scelta e gli affetti nostri.

È tale sovente il carattere della sventura, che a forza riscuote dagli

uomini quella dolce pietà, che poi cangiasi quasi sempre in amore:

Olimpia d’altronde assuefatta a dividere con Eutimia le domestiche

occupazioni, e gl’innocenti sollievi, e fino il letto medesimo;

ravvisando comuni seco lei i pensieri e le naturali inclinazioni

dell’animo; consideravala perfettamente come la madre più amorosa:

tante erano le premure d’ogni genere, e le dimostrazioni di affetto di

cui era ogni giorno ricolma!

La casa d’Eutimia annessa non era al villaggio: sorgeva però non lungi

da quello, a’ piedi d’un poggio dove la natura si mostra nell’aspetto

il più florido e seducente. Lo Zàgura da una parte, scorrendo

placidamente, attraversa con mille tortuosi giri la feconda pianura,

e gettasi quindi nelle rapide acque dell’Acheronte: dall’altra ad

occidente una catena di amenissime colline accerchia l’orizzonte:

antiche selve di quercie e di frassini cupamente verdeggiano in

distanza dalla parte di mezzodì; mentre le ardue rupi di Suli levando

alle nubi le superbe lor cime, difendono l’amabile loco dal gelato

soffio dell’aquilone. Ogni gleba all’intorno è qui diligentemente

coltivata: numerose viti in lungo ordine disposte fan bella mostra

de’ lor dolci tesori: carichi del prezioso frutto stendonsi i freschi

uliveti sul declivio de’ colli: pingui greggie di pecore e di buoi

vagano pascolando pel piano. Tutto appalesa la ridente ubertà del

terreno; tutto la dolce indole operosa di un popolo, che ne’ soli

prodotti della campagna fa consistere le proprie ricchezze.

L’orticello, ed i fertili campi che circondano la villereccia

abitazione, furono un giorno i dotali pegni nelle nozze d’Eutimia:

ritornatane or questa nell’assoluto dominio, non doveva abbandonarli

se non quando formato avrebbero il retaggio della coppia felice.

Un così dolce soggiorno che perfettamente addicevasi alla giovane

Olimpia, era pur l’unico, presso il clamore del popolato villaggio,

che in parte compensar la potesse della perduta sua solitudine. Quivi

quella pace rinveniva ormai addivenutale indispensabile: quivi in

occupazioni esercitavasi pressochè simili a quelle dell’eremo: quivi

finalmente la coltivazione de’ fiori, la libertà del passeggio, la

domestica economia, insensibilmente la richiamavano alle antiche

abitudini. Adorata sempre più dal fedele Demetrio, che di null’altro

occuparsi sembrava fuori del pensiero di piacerle: amata da Eutimia

con quella indefessa sollecitudine che tende costantemente a raddolcire

le amarezze della vita, la bella figliuola d’Evantìa chiamar potevasi

assolutamente felice; e lo era diffatto in tutti quei momenti ne’ quali

la memoria della morte di suo zio a velar non veniva di fosche nubi la

serenità de’ suoi piaceri.

Olimpia; ossia, L'orfana della Selleide · 第 20 / 39 题